Gli scrittori della porta accanto

Con la mia valigia gialla, un memoir di viaggio di Stefania Bergo

Con la mia valigia gialla, un memoir di viaggio di Stefania Bergo

Libri Comunicato stampa. Con la mia valigia gialla (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto), un memoir di Stefania Bergo. Uno spaccato d'Africa e di vita: un viaggio in Kenya per aiutare gli altri e se stessi.

Finalmente imbocchiamo la Thika Road, la strada che ci porta fuori Nairobi, in direzione nord.
E uscendo dalla città, vedo l’Africa.
È amore a prima vista.
Dio, quanto è bella questa terra così primitiva, onesta, vera. È una donna morbida, nuda, stesa al sole. Profumata. Calda. È un chiacchiericcio di colori, di voci, di suoni, di canti. È un fiume che scorre pigro e poi improvvisamente si aggroviglia veloce attorno alle rocce.
Ci sono circa duecento chilometri tra Nairobi e Matiri. Me li sto assaporando fino all’ultimo respiro. Kithinji mi descrive il paesaggio a mano a mano che avanziamo. Mi racconta delle usanze locali, di quello che coltivano, dei primi coloni che hanno costruito ponti e scuole. Attraversiamo villaggi distesi lungo la strada, spazi interminabili di natura grezza, le risaie di Mwea, che è anche la città degli asinelli, Embu, spartana ma ordinata ed elegante − «very polite» − e i mercati della frutta, poco prima di Chuka, dove finisce la strada asfaltata.
Chuka. Me ne innamoro subito, malgrado Kithinji mi dica che sia l’anticamera dell’inferno. È chiassosa, coloratissima, affollata. Il centro della città è una stazione di servizio. Di fronte, dall’altra parte della strada, svettano due interi piani di negozi, chioschi vivaci accessibili, al piano superiore, tramite una scala esterna e un lungo terrazzo, impilati come libri in bilico su una scrivania troppo piena, che poi è la stazione degli autobus. I matatu affollano lo spiazzo alla rinfusa, arrivando da Meru e da Nairobi come se avessero poi fretta di ripartire. Ma qui i matatu partono a persone, non a orario. Quando sono pieni, cioè. Ne noto alcuni con delle barre sul tetto per accomodare i bagagli. E le capre, legate come pacchi, immobili, impaurite.
[...] Imbocchiamo lo sterrato, l’ultimo tratto che ci separa da Matiri. Gli ultimi quaranta chilometri inerpicati tra i sassi. Il matatu comincia ad arrancare, ma sorprendentemente avanza.
La strada è affollata. Gente che cammina, tanta gente che cammina. Persone che vanno da qualche parte o che camminano semplicemente perché è l’unica cosa che possono fare.
Bambini che spuntano ovunque dall’erba. Bambini che ridono. Bambini. Belli come perle preziose.
E poi una grande pianura, una grande pace. Montagne e colline che si innalzano qua e là, senza pretese, come increspature verdi di una carta rossa.
Provo un inaspettato senso di libertà guardando questi paesaggi, l’occhio spazia in ogni direzione, senza limiti, come se vedesse per la prima volta. Resto senza fiato, incantata. Nel Tharaka, la regione che stiamo attraversando, ci sono immense risaie, campi di frumento, patate, fagioli. Un paesaggio quasi familiare per me, apparentemente molto simile alle campagne venete, penso. Ma qui non ci sono case di mattoni. Ci sono capanne di fango e arbusti, con tetti di lamiera che attirano i fulmini.
Superiamo due fiumi, il Mara e il Mutonga. Bellissimi. Gonfi di pioggia per la stagione appena passata. Tutto prende vita lungo le loro sponde, la natura e le persone, che poi qui sono la stessa cosa. Intravedo delle donne che lavano i panni e li stendono per terra o tra i rami ad asciugare. E dei bambini che fanno il bagno – “Insieme ai coccodrilli?” − e poi riempiono d’acqua immense taniche gialle, più grandi di loro, e se le caricano sulla schiena assicurandole alla testa con una corda.
E poi camminano, camminano ancora, camminano sempre. Stefania Bergo, Con la mia valigia gialla

Con la mia valigia gialla

Con la mia valigia gialla

di Stefania Bergo
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Memoir di viaggio | Narrativa non fiction
ISBN 978-8833667829

Sinossi

È un diario di viaggio autobiografico.
Stanca della superficialità di una vita nemmeno troppo tranquilla, Stefania decide di partire. Da sola. Casualmente, trova in internet i contatti di un'associazione che gestisce il St. Orsola, un ospedale in un'area rurale del Kenya, Matiri. E parte con una valigia gialla, poche aspettative, tanta curiosità e voglia di cambiare, non certo il mondo, ma almeno la sua piccola insignificante esistenza.
Con la mia valigia gialla è il racconto dei piccoli eventi quotidiani (solo apparentemente banali) accaduti in quelle tre settimane, conditi con una manciata di riflessioni dell'autrice sulle diverse abitudini e sulla cultura locali, scanditi dai messaggi che inviava regolarmente via mobile a un caro amico con cui ha voluto condividere, in tempo reale, la sua esperienza.
Contrariamente a quanto si pensi, però, non è un libro sul volontariato. Il volontariato è solo un dettaglio. L'intenzione dell'autore era di raccontare il viaggio, una piccolissima parte d'Africa, quella che lei ha conosciuto, diversa dalla miriade di altre facce di una terra magica, unica. Ne racconta le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. Le emozioni. E ne ha dato una sua personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che si è posta e che pone a chi vorrà leggere le pagine del suo libro e soffermarsi, come lei, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. Ecco perché questo libro non vuole insegnare nulla. È un semplice mezzo messo a disposizione dall'autrice per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione.



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