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Recensione: Caro Pier Paolo, di Dacia Maraini

Recensione: Caro Pier Paolo, di Dacia Maraini

Libri Recensione di Davide Dotto. Caro Pier Paolo di Dacia Maraini (Neri Pozza). Un punto di vista sapientemente orchestrato tra autobiografia e rielaborazione letteraria: Pasolini parla con la voce di Maraini per interloquire col presente.

Caro Pier Paolo di Dacia Maraini è un epistolario immaginario, un dialogo mai interrotto che offre un ritratto assai nitido e personale del poeta e dello scrittore friulano.
Di Pier Paolo Pasolini non si è mai smesso di parlare – non sempre a proposito. Sono da ricordare, tra le numerose pubblicazioni, almeno Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, la riedizione del saggio Pasolini contro Calvino: per una letteratura impura di Carla Benedetti. E lo studio di Georgios Katsantonis Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón, Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo.


Quale ritratto emerge nella rievocazione dell’amica e confidente Dacia Maraini?

Di sicuro l’attualità di molte prese di posizione, tuttora scomode, dato che a distanza di cinquant’anni le contraddizioni del mondo contemporaneo sono lì, con l’urgenza di mettere mano a sintesi ulteriori e a soluzioni.
Caro Pier Paolo «apre la preziosa scatola segreta dei ricordi» e non solo.
Testimonia la presenza di Pasolini in un panorama culturale che tende a dimenticare, o a ricordare mimetizzando figure e discorsi.
Il ritratto che affiora è la conferma di uno spirito attento e impegnato, di una consapevolezza lungimirante, precorritrice e perciò molesta e non addomesticabile. Un po’ per lo sguardo ampio ed eclettico di una voce che suona dolce, mite e diversa dai suoi scritti. Forse a causa di un clima che spinge ad alzarla – questa voce – per farsi non tanto intendere ma ascoltare. Anche per mostrare l’arditezza di chi è deciso a seguire una strada – la propria – fino in fondo, con l’ansia di risvegliare coscienze e palesare nodi che vengono sempre più al pettine.

In questo ritratto non viene meno la consapevolezza del tragico dell’esistente, con l’impossibilità di pensare alla vita senza contemplare la morte, o pensare alla morte senza contemplare la vita.

Sullo sfondo la voce del “mondo arcaico” e il “no” di Antigone.
Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali, i pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. E il rifiuto, per funzionare deve essere grande, non piccolo. Totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, ma di buon senso.
(Pier Paolo Pasolini) Carla Benedetti, Pasolini contro Calvino: per una letteratura impura
È un “no” che probabilmente non si dice più, assorbito esso stesso nella normalità e nel sistema, metabolizzato e ridotto a nulla. È un “no”, insomma, fuori del tempo e anacronistico come l’utopia cui fa riferimento per forza di cose: quella di un mondo scomparso, “paradiso perduto” lungi dall’essere esistito e dall’esistere. Non sarebbe affatto facile vivere in un luogo da cui l’individuo, desideroso di emancipazione e di fuga, grida libertà.

Ci potremmo interrogare su cosa sarebbe delle sue opere se fossero scritte oggi. Quale linguaggio adopererebbe per dire le stesse cose in modo così solitario e disperato?

Difficile rispondere, dato che non vi è alcun punto di vista o principio ideologico da cui partire che non venga delegittimato (o legittimato) a priori. Tanto che se al termine “piccolo borghese” si sostituisse “umanità”, si chiuderebbero le porte a qualsiasi illusione. Nessun “mondo autentico”, nessuna “dimensione arcaica” cui tornare.
Pasolini oggi non potrebbe scrivere Ragazzi di vita, avendo appena fatto in tempo a vederli prima della loro scomparsa. Persino l’Africa visitata nei suoi viaggi in compagnia di Dacia Maraini – divenuto un mondo pericoloso – sembra scomparso.
L’Africa che abbiamo conosciuto noi è morta, Pier Paolo. L’Africa che racconta Karen Blixen con parole come queste: “l’aria in Africa ha un significato ignoto in Europa, piena di apparizioni e miraggi, è in un certo senso il vero palcoscenico di ogni evento” non esiste più. Dacia Maraini, Caro Pier Paolo
Non si parla, in questa rievocazione, di opere, ma esse inevitabilmente si muovono tra le righe. Merito del punto di vista sapientemente orchestrato tra autobiografia e rielaborazione letteraria, tanto da far parlare, con la propria, la voce di Pier Paolo Pasolini, e farla interloquire col presente.


Caro Pier Paolo

di Dacia Maraini
Neri Pozza
Biografico
ISBN: 978-8854523357
Cartaceo 14,90 €
Ebook 9,90€

Sinossi 

Pier Paolo Pasolini è un autore di culto anche per i più giovani. La sua è stata una vita fuori dagli schemi: per la forza delle sue argomentazioni, l’anticonformismo, l’omosessualità, la passione per il cinema, la sua militanza e quella morte violenta e oscura. Sono passati cento anni dalla sua nascita, e quasi cinquanta dalla sua scomparsa. Eppure è ancora vivo, nitido, tra noi, ancora capace di dividere e di appassionare. Di quel mondo perduto, degli amici che lo hanno frequentato, della società letteraria di cui ha fatto parte, c’è un’unica protagonista, che oggi ha deciso di ricordare e raccontare: Dacia Maraini.
Dacia Maraini è stata una delle amiche piú vicine a Pier Paolo. E in queste pagine la scrittrice intesse un dialogo intimo e sincero capace di prolungare e ravvivare un affetto profondo, nutrito di stima, esperienze artistiche e cinematografiche, idee e viaggi condivisi con Alberto Moravia e Maria Callas alla scoperta del mondo e in particolare dell’Africa. Maraini costruisce questa confessione delicata come una corrispondenza senza tempo, in cui tutto è presente e vivo.
Nelle lettere a Pier Paolo che definiscono l’architettura narrativa del libro hanno un ruolo centrale i sogni che si manifestano come uno spazio di confronto, dove affiorano con energia i ricordi e si uniscono alle riflessioni che la vita, il pensiero e il mistero sospeso della morte di Pasolini ispirano ancora oggi all’autrice. Lo stile intessuto di grazia e dolcezza, ma anche di quella componente razionale e ferma, caratteristica della scrittura di Dacia, fanno di questo disegno della memoria che unisce passato, presente e futuro non solo l’opera piú significativa, ma l’unica voce possibile per capire oggi chi è stato davvero un uomo che ha fatto la storia della cultura del Novecento.

Davide Dotto
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