Gli scrittori della porta accanto

Recensione: Anatomia del potere. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo, di Georgios Katsantonis

Recensione: Anatomia del potere. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo, di Georgios Katsantonis

Libri Recensione di Davide Dotto. Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo di Georgios Katsantonis (Metauro). A 100 anni dalla sua nascita, una rilettura di Pasolini, dai contenuti all'espressione artistico-letteraria, all'interpretazione delle sue opere.

L'analisi presentata da Georgios Katsantonis di alcune opere di Pier Paolo Pasolini (Orgia, Porcile e Calderón) è un discorso che va oltre la disamina monografica.
La sintesi messa sul piatto coinvolge almeno tre filoni: quello filosofico, storico e letterario, fino ad abbozzare una Weltanshauung coerente e rigorosa. Resta da vedere se il tutto sia una fotografia dell'epoca (gli anni Sessanta - Settanta), o uno strumento che possa far luce sulla nostra realtà presente. Il procedimento seguito lascerebbe propendere per la seconda possibilità.

La rilettura di Pasolini avviene con strumenti in apparenza lontani tra loro, ma che – strettamente imparentati – contribuiscono tanto ai contenuti e all'espressione artistico-letteraria, quanto alla interpretazione delle opere stesse.

Il punto di vista storico è rilevante nella misura in cui si tenga conto – oltre che del "complesso macro testo pasoliniano", dei rispettivi contesti. Entra in gioco il momento in cui ha origine la cultura borghese e si consolidano gli strumenti del suo potere. Abbiamo il secolo XVII di Spinoza (con la sua "Ethica more geometrico demonstrata") e di Calderón de la Barca; il secolo XVIII del Marchese De Sade, della Rivoluzione Francese e, in parte, di Hegel.

Si avvertono, "nel canone breve ma esatto" di questo saggio, una sorta di apocalisse latente o sospesa, la crisi della cultura borghese e del pensiero occidentale nel quale essa si identifica.

In particolare, la dialettica hegeliana suggerisce l’ossessione della reductio ad unum (tesi - antitesi - sintesi) per la quale ogni ambivalenza si manifesta come ambiguità, e non è ammessa. In presenza di una "contraddizione" – e della costruzione razionale fatta sistema – si denuncia e si scalza quello che di volta in volta appare essere elemento estraneo, di disturbo.
Quando il fattore di disturbo, l’elemento estraneo e antitetico è una comunità, o un individuo "diverso", "inadattabile o male adattabile", i nodi tematici che vengono al pettine calano nella realtà concreta con tutte le loro implicazioni.

Nel denunciare la mostruosità della condizione in cui si sono trovati, si trovano e si troveranno gli esclusi, i soggetti e le comunità posti ai margini della società contemporanea, Pasolini è costretto a utilizzare il vocabolario, il lessico, il campo semantico che gli sono stati consegnati.

Non vi è un'altra via.
Il problema è notevole perché considera significati, significanti, linguaggi e codici. Per esempio: il ricorso, da parte dell'autore, della Philosophie dans le boudoir del Marchese de Sade (1740-1841) nella rilettura di Orgia, mette in luce l'intuizione pasoliniana del sesso non come piacere, ma come obbligo sociale. Se in Sade il godimento rappresenta un diritto universale, il discorso pasoliniano si regge sulla elevazione del godimento a dovere. Non si celebra affatto l'essere umano feroce, libero, naturale e archetipo, ma anzi si prendono le distanze da diversi modi di declinare il rapporto "Servo-Padrone" e "Padrone-Servo", gli stessi che hanno alimentato le derive ideologiche del Novecento.

In tutte e tre le opere esaminate, Orgia, Porcile, Calderón, emerge il trauma – una volta che se ne divenga consapevoli, o che ci si risvegli – di una condizione esistenziale senza via di uscita.

Non è possibile guadagnare un’altra dimensione, né scegliersi o costruirsi un’alternativa che non sia la ribellione più totale: scomparire, fuggire dalla storia (da cui si è già esclusi), dalla prigione, da un pensiero e da un’umanità profanata, trasgredita.
Nessuna redenzione appare praticabile se non all’interno del sistema definito, o inseguendo un’idea di libertà precostituita. Nessun varco, nessuno spiraglio. La parola stessa è insufficiente a esprimere quel che trascende un ordine così confezionato, "strumento di appiattimento e di omologazione".
C’è solo l’afasia (Porcile), il silenzio da opporre a un’esistenza ripiegata su se stessa. Non ci sono bocche per parlare, ma nemmeno orecchie per ascoltare. È l’incomunicabilità totale, la cronica mancanza di dialogo.
Il potere non solo pervade ogni aspetto della vita del soggetto, ma lo costituisce in quanto assoggettato, assegnandogli un’identità e una posizione al mondo.
Georgios Katsantonis, Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo

A queste condizioni urge un linguaggio alternativo, perché non è dato esprimere, ma soltanto mostrare la propria condizione, magari nel palcoscenico di un teatro.

Se nel teatro di Shakespeare il critico Harold Bloom parla dell’"invenzione dell’uomo", nel teatro di Pasolini avviene la dissacrazione dell’umano.
Così in Orgia e in Porcile. Le cose non cambiano in Calderón.
Anche nella dimensione del sogno il Potere assume un capillare controllo, fino ad avere l’ultima parola. Vengono meno l’illusione del possesso del proprio corpo e di una propria autentica libertà.

Ciò che accomuna le opere esaminate è proprio questo: torna di prepotenza l’elemento espunto, escluso e non contemplato perché ha il torto di creare l’ambivalenza, vista come ambiguità.

«Infine il sogno è il luogo dove la contraddizione regna senza sanzione della logica e della ragione; perciò luogo di trasformazione nella metamorfosi continua»
Franca Angelini, Pasolini e lo spettacolo
Il teatro mostra quello che le parole non esprimono. Sul palcoscenico si denunciano libertà negate e libertà non più difendibili. Emerge la corporeità e l’essere del soggetto vilipeso ed escluso, l’individuo inesistente «soggiogato dagli stessi strumenti che lo sviluppo e la crescita della ricchezza, e il circuito produzione-consumo gli hanno dato».

È la scoperta e la denuncia di una circolarità totalizzante fatta di passaggi di consegne, nuove sintesi che lasciano dietro qualcosa e qualcuno, mettendo a tacere ogni contraddizione (o ambivalenza).

L’angoscia deriva dall’aver chiuso al di fuori il mondo ancestrale e arcaico dal quale l’umanità si è allontanata (e liberata) e alla quale non vuole o non può tornare. La redenzione costa perché richiede il sacrificio di sé, il dilaniarsi o l'essere dilaniato, il giusto prezzo per riconquistare il contatto con il divino.
Si deve andare talmente indietro nel tempo da rivolgersi non solo all’antichità, ma a un momento ben preciso. Bisogna risalire ai Presocratici, prima ancora del pensiero razionale di Aristotele, quando umano e divino camminavano a fianco senza distinzione alcuna.

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Potrebbe sembrare eccessivo un orizzonte così lontano, ma nel mondo contemporaneo non c’è qualcosa di assimilabile a un Perseo che taglia la testa a Medusa, e il ricordo di Medea (la sacerdotessa impersonata da Maria Callas in una rievocazione dello stesso Pasolini) si perde negli angoli più remoti della memoria.

La cultura occidentale è una bolla che si fa (sotto il profilo filosofico, storico e letterario) grande e omnicomprensiva.

Nel migliore dei casi si potrebbe non percepire – per la sua vastità o per l'omologazione – il carcere. Tuttavia quello che resta fuori (il mondo arcaico, ancestrale) si fa via via sempre più piccolo, stretto, fino a scomparire del tutto.
Ciò che è sacro diviene barbaro, e ciò che barbaro lo è davvero è trattato come sacro.
Le cose si avvicendano nel medesimo binario, si ribaltano in una circolarità senza soluzione, rimettendo il tutto in movimento secondo altre basi, e tuttavia coerenti con il medesimo sistema, in modo geometrico.
La poesia e il teatro partecipano non tanto al fraintendimento, ma all’inversione di significati e significanti per fare emergere l'unico spiraglio possibile, la maglia rotta della rete di montaliana memoria.

Pier Paolo Pasolini con Franco Franchi e Totò; con Federico Fellini

La contestazione è totale proprio nel momento in cui la cultura dominante (di massa) si fa conformista e anticonformista insieme, con dalla sua parte l’ineccepibile strumento della dialettica.

C’è poco da fare davanti a un karma bifronte che, individuata l’anomalia, o la disarmonia, la ricomprende nel sistema anche quando la esclude, o la conserva in libertà e in catene.
Qualcuno però, preso coscienza, come Sigismondo (in Calderón) «contesta ai Cieli il diritto di punire in lui una colpa che ignora».
Lo stesso avviene nel Processo di Kafka: tutto è Legge e Tribunale, soprattutto nella dimensione onirica esasperante di Orson Wells. Insomma: chi si pone al di là di questo "universo totalizzante e unidirezionale" sta al di fuori di ogni lessico, significato e significante. Fuggire è impossibile perché se tutto è Legge e Tribunale (Potere) aprire porte significa soltanto entrare nelle stanze di una enorme prigione fatta di esclusione ed esasperante omologazione.

È proprio questa, credo, la sintesi e la conclusione cui giunge – per forza di cose – l’attenta monografia di Georgios Katsantonis.

È lo stesso motivo per cui Joseph K. non conoscerà mai il capo di imputazione. Può solo intuire che ve ne sia uno e aspettarsi – persino richiedere – il proprio sacrificio da parte dei sicari.
La borghesia neocapitalistica riesce sempre in qualche modo a eliminare, tra i suoi figli, quelli che non sono né ubbidienti, né disubbidienti. Il mondo della produttività, la società dei consumi, li espellono a loro modo. L’ordine esige obbedienza totale.
Pier Paolo Pasolini, Il sogno del Centauro
Probabilmente se Joseph K. fosse stato un imputato come gli altri, gli sarebbero state perdonate molte colpe. Ma Joseph K. (come Julian di Porcile, e a maggior ragione Rosaura di Calderón) compiono singoli atti rivoluzionari che negano e colpiscono il sistema. E lo fanno negando la loro negazione. E quando si nega una negazione, si afferma pur sempre qualche cosa.

L’esito di tutto questo si riassume in una Apocalisse sospesa.

La legge e l’ordine sembrano quelli di una apocalisse sospesa, quel tanto che manca perché qualcuno apra gli occhi e, un po’ più consapevole degli altri, faccia da detonatore e frantumi il sistema stesso, e dal di fuori spenga l’interruttore del meccanismo.
La sacralità compare come catastrofe: si mostra e distrugge.
Georgios Katsantonis, Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini
Si prende atto di un’identità assente o malferma, facendo parlare il corpo. Pasolini punta il dito contro la cultura borghese, ma alla fine se la prende con la natura umana, la seconda pelle, l’ossessione di fuggire da una parte di sé (quella più arcaica e ancestrale) fino a perderla del tutto.

Contro chi ci si ribella, alla fine? Contro qualcosa di naturale, crudele e ferino cui si pone freno con altra crudeltà.

Quaranta o cinquant’anni dopo le parole di Pasolini, lo scandalo è tale se virale e di tendenza, fa rumore come mille altre cose e anzi: la cultura stessa (di massa) fa così tanto rumore e si riempie di mille e più cose, che per farsi sentire bisogna andare in cerca di altri linguaggi. Farne ancora di più (di rumore) diventa, alla lunga, alienante e depersonalizzante.
Come si è detto, ribellarsi significa usare gli stessi codici, simboli, il medesimo vocabolario a disposizione, col suo effetto livellante. Al suo interno il Potere manovra anche l’eccesso, ciò che ai nostri giorni alimenta “il trash” o il “kitsch”. 
Ci si potrebbe domandare quali opere, quale teatro, quali stratagemmi narrativi utilizzerebbe Pier Paolo Pasolini se fosse nato e vissuto trenta, quarant'anni dopo.
È una dimensione affine a quella distopica, come già sottolineato da qualcuno.
Come un personaggio di un libro di fantascienza catastrofica, di un incubo di Philip Dick, Pier Paolo Pasolini ha scoperto l’orrenda verità che si nasconde dietro le apparenze, e bussa alle porte dei suoi simili per comunicare le sue scoperte prima che arrivi qualcuno a farlo fuori…
Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto


Anatomia del potere. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo

Anatomia del potere.
Orgia, Porcile, Calderón.
Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo

di Georgios Katsantonis
Metauro
Saggio
ISBN 978-8861561946
Cartaceo 20,90€

Sinossi

L'attraversamento del corpo nel teatro di Pasolini presenta una caratterizzazione in più rispetto agli altri linguaggi: la “parola” e il “corpo” sono di fatto una coppia sinonimica. Il nodo tematico, problematico e critico, non è tanto definire la centralità del corpo nel teatro di Pasolini, quanto capire come essa si esprima e quali segni emetta. Georgios Katsantonis elegge un canone breve ma esatto, comprendente tre testi che riguardano «il corpo in preda al desiderio sadomasochistico (Orgia), il corpo con la sua viscerale motivazione erotica che sconfina nella zooerastia (Porcile), il corpo imprigionato, tra scissione e visionarietà (Calderón)». Tali scavi monografici tengono comunque conto del complessivo macrotesto pasoliniano e inoltre si rifanno a vari riferimenti comparatistici: Sade, Spinoza, Goffman, Calderón de la Barca, Strindberg, nonché alle teorie tardonovecentesche sul «divenire animale». Lo scopo di questo saggio è di far risaltare la concezione filosofica e l'impegno politico che si nascondono dietro le drammaturgie pasoliniane, per vedere fino a che punto i connotati di quei poteri sono riconducibili al nostro mondo contemporaneo.



Davide Dotto
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