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I due volti di Empedocle: il filosofo e il poeta

I due volti di Empedocle: il filosofo  e il poeta

Professione lettore Di Davide Dotto. I due volti di Empedocle: il filosofo, Empedocle di Giorgio Colli (Adelphi), e il poeta, La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin (Garzanti): il primo giudica la costruzione, il secondo rovista tra le pieghe dell’anima.

La lettura dei saggi raccolti nel volume Empedocle, di Giorgio Colli (1917-1979), induce a più di una considerazione di carattere generale.
Tra le tante, quale sia l'approccio migliore al pensiero antico. E soprattutto: come leggere un autore classico? Quale grado di "affinità" vi deve essere con il lettore affinché sia preservato il messaggio originale?
Potrebbe sembrare puerile chiedersi in che modo Empedocle esprimerebbe oggi il proprio pensiero, e quale risulterebbe l’esito delle sue riflessioni. Ma non è così.
Non sappiamo se si avvicinerebbe più a un enciclopedista del Settecento o a un poeta romantico. Né se somiglierebbe più a un Friedrich Nietzsche o a un Max Planck. Possiamo tuttavia ragionare su quanto di lui vi sia nella tragedia incompiuta di Hölderlin (1770-1843).

La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin consta di tre versioni che, pur attingendovi copiosamente, vanno al di là di voci e leggende.

In Hölderlin il filosofo presocratico diviene pretesto per raccontare la pulsione di morte, il senso di colpa, il peccato originale nelle loro diverse declinazioni.
L'intento presuppone una certa idea di anima, di uomo e, soprattutto, distinzioni che noi diamo per scontate, ma che nel V secolo a.C. non erano affatto avvertite.
Empedocle

Empedocle

di Giorgio Colli
Adelphi
Filosofia | Storia
ISBN 978-8845934377
cartaceo 13,30€
ebook 7,99€

La morte di Empedocle di Hölderlin diventa qualcosa di solenne e insondabile, un modo di riconciliare due dimensioni che – spiega Giorgio Colli – in origine non sono percepite come distinte.

Qui, invece, si tocca nel profondo un dolore che trova la propria ragion d’essere nella separazione tra il divino e l'umano.
Primo tra gli uomini, e perciò troppo grande, Empedocle viene acclamato, poi respinto; ultimo tra gli dèi, quindi troppo piccolo e insignificante per la divinità cui tende e vorrebbe partecipare, ne profana suo malgrado il santuario.
Nella prima versione del dramma, il sacerdote Ermocrate ammonisce e minaccia.
La sentenza degli dèi lo colpirà prima che inizi l'opera… Verrà scacciato nel deserto selvaggio da cui non potrà più fare ritorno e lì espierà l'ora fatale in cui si fece dio. Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle
Nella seconda versione, Ermocrate dichiara la stessa cosa, anche se con un timbro differente ma non meno persuasivo: «Per questo agli uomini noi bendiamo gli occhi, affinché non si nutrano di eccessiva luce».
Non può essere altrimenti. Elevarsi comporta un calvario insostenibile per chiunque, tanto da spingere più di un infelice a chinare il capo e rientrare nei soliti ranghi, essere perdonato e riaccolto (si intende volentieri) nel gregge di sempre.


L'equidistanza ansiosa tra l'umano e il divino produce una forte tensione destinata  a sciogliersi.

O si fa marcia indietro, o si trascende procedendo oltre. Si verrà accolti tra gli dèi, ma non prima di essere sottoposti a terribili prove.
Nel caso di Empedocle si tratta di una scelta estrema e drastica: gettarsi nella bocca dell’Etna (come vuole la leggenda).
Scelta tremenda perché il mondo da cui si allontana non è cosa malvagia. Questa cosa va capita. Se l’Empedocle di Hölderlin cammina tra le tenebre, lo fa perché si trova tra l’una e l’altra dimensione. Allontanarsi dagli uomini e accostarsi agli dèi attira l’attenzione di questi e di quelli, da cui la tensione e il dramma.
È impari la lotta tra l’uomo “evoluto” sofferente, e il volgo che lo tormenta con i suoi mugugni: «La plebaglia nuovamente mi assale e mescola grida feroci e insensate al mio canto di cigno.» (I stesura, scena 3).

L'equidistanza tra salvezza e maledizione è un limbo che impedisce qualsiasi identità (l’umano non si identifica nel divino, né il divino si riconosce nell’umano).

Chi più osa diventa una sorta di Prometeo che «rapisce al cielo la fiamma della vita e la rivela ai mortali».
Più rovinoso che la spada e il fuoco è lo spirito dell’uomo, il simile agli dèi, quando non sa tacere o custodire celato il suo segreto.
Così, di nuovo, Ermocrate.
Ciò che quest'uomo nuovo – rinnovato – ha  appreso in solitudine, lo condivide nel momento in cui, rivolgendo lo sguardo in alto, s'accorge di non poter procedere oltre.
Ahimè, colui che più di ogni altro spinse lo sguardo in alto, ora brancola accecato…
(Ermocrate, I versione)

Nell’Empedocle del V secolo a.C. umano e divino camminano a fianco e condividono la stessa natura, la medesima origine.

Non vi è una dimensione immanente e un mondo ultraterreno, né un universo materiale distinto dallo spirituale. 
Secondo il filosofo, tutto ciò che esiste dipende dal mescolarsi e separarsi degli elementi (aria, acqua, terra e fuoco): «Empedocle è un mistico, e l’anima e il mondo sono per lui una cosa sola, così come lo spirito e la materia.» (G. Colli).
Se questo è vero, quando Empedocle parla di "anima" non la si deve intendere sotto il profilo platonico.
La morte di Empedocle

La morte di Empedocle

di Friedrich Hölderlin
Garzanti
Teatro | Poesia
ISBN 978-8811367604
cartaceo 9,57€
Invece l’Empedocle di Hölderlin, separato dal divino cui vuole tornare morendo, presuppone una tale separazione, una molteplicità staccata dall’essere originario.
A cambiare è l’approccio. Quella di Giorgio Colli è una instancabile ricerca filologica frammento dopo frammento, una continua traduzione e ritraduzione di quanto già è stato detto o sottaciuto sul filosofo vissuto ad Agrigento nel V secolo a.C. È quasi scontato prendere posizione nei confronti di un testo (o una serie di testi) così come ci sono stati tramandati.

L’esame di Giorgio Colli verte in primo luogo sulla trattazione di Aristotele e in una rilettura approfondita del I libro della Metafisica.

La sfida - oltremodo difficile- è quella di appurare cosa Empedocle abbia effettivamente detto.
Anche per questo non cesseremo mai di subire il fascino di idee le cui tracce circolano da millenni, e però riconcepite, riviste, eternamente riformulate.
Il ritratto che emerge negli studi di Giorgio Colli è quello che dovrebbe essere: un pensatore presocratico, qualcuno che viene prima di qualcun altro, ma non meno importante.
Certo: Empedocle a tratti si ferma, come davanti a un dirupo. Eppure la direzione è già tracciata, sono presenti implicazioni notevoli che si svilupperanno in seguito. È un pensatore che non possiede la sottigliezza della logica aristotelica di cui fa man bassa la filosofia scolastica; brilla però di intuizioni destinate a tornare in altre forme, tanto da rappresentare un tassello irrinunciabile tra un prima e un dopo.
Quali sono le conclusioni da trarre da questa duplice lettura?

Il punto di vista filosofico (Colli, Empedocle) e quello poetico (Hölderlin, La morte di Empedocle) sono strettamente intrecciati.

Il primo giudica la costruzione, il secondo rovista tra le pieghe dell’anima. Il primo scopre le aporie di un sistema, il secondo la vivida e moderna contraddizione dello spirito.
«Possiamo quindi dire che egli tiene un duplice atteggiamento nel guardare la realtà, uno soggettivo ed uno oggettivo, o per dir meglio, uno poetico ed uno scientifico. Queste due posizioni sono per lui complementari...»
Giorgio Colli, Empedocle
Nei Presocratici prevalgono l'immaginazione e l'intuizione più spinte; il pensiero razionale è agli inizi. Probabilmente dove non arriva la filosofia, giunge la poesia. Dove non giunge l’Empedocle filosofo, arriva l’eroe romantico e tragico il quale, dalle altezze in cui si trova, gode di una visione più ampia.
In comune, tra i rispettivi punti di vista (del filosofo e del poeta) c'è l’intuizione e una fervida immaginazione.
Davide-Dotto

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