Gli scrittori della porta accanto
Articoli di Andrea Pistoia
Articoli di Andrea Pistoia
4 manuali brevi per scrittori principianti

4 manuali brevi per scrittori principianti

4 manuali brevi per scrittori principianti

Professione scrittore Di Andrea Pistoia. Come integrazione di un buon corso di scrittura, quattro manuali brevi per autori principianti: regole basilari, consigli, idee e spunti indispensabili.

Per chi vuole scrivere il suo primo romanzo o è comunque uno scrittore in erba, consiglio di seguire dei corsi di tecniche narrative o scrittura creativa, sia dal vivo nella propria città sia online, anche in comode lezioni registrate (come il Corso intensivo di scrittura creativa dello scrittore Piergiorgio Pulixi per Gli scrittori della Porta Accanto sempre disponibili).
Ma anche questi semplici manuali brevi possono essere d'aiuto per dare spessore ai personaggi, definire la trama e i punti salienti, suddividere i capitoli e trovare gli escamotage adatti per mantenere alto l’interesse del lettore (uno non è più disponibile per l'acquisto ma ve lo segnalo lo stesso in attesa che torni acquistabile, gli altri si trovano in tutti gli store online).


To write. Manuale per scrittori esordienti

di Sara Lee
Vib Books
Gratis su Amazon con Kindle Unlimited o a 2,99 in ebook


Poco più di una quarantina di pagine (ma molto intense) in cui troviamo le regole per scrivere un romanzo. Si apprende così come: dare spessore ai personaggi, definire la trama e i punti salienti, suddividere i capitoli e trovare gli escamotage adatti per mantenere alto l’interesse del lettore. Il tutto contenuto in tanti brevi capitoli ricchi di consigli e di dritte indispensabili.
Quindi una veloce lettura (ma non per questo meno interessante).


La Bibbia della scrittura creativa

di Jan Novak
Non più disponibile per l'acquisto, ma se mai dovessero ripubblicarlo...


Un manuale di un centinaio di pagine che spiega i rudimenti della scrittura. Ovvio, considerato il numero di pagine è palese che non possa approfondire ogni singola tematica ma ne fornisca solo un’infarinatura. Eppure va a toccare tutti gli aspetti essenziali sull’argomento, quali: sviluppare l'idea di base, definire le peculiarità di un personaggio, elaborare l'ambientazione e dare spessore ai dialoghi. Tocca anche brevemente tematiche secondarie, quali: come scrivere una sceneggiatura, approcciarsi a un editore o autopubblicarsi.
In definitiva, un manuale veloce da leggere e scritto in modo semplice ma al tempo stesso con consigli interessanti per lo scrittore principiante. Certamente ci sono libri che approfondiscono meglio l’argomento ma questo potrebbe essere un buon inizio.


Scrivere ganzo! Consigli per comunicare alla grande dal romanzo on-line

di Marianna Martino e Marco Alfieri
Zandegù (2015)
Gratis su Amazon


Dai due editori della Casa Editrice Zandegù, un ebook di una settantina di pagine in cui, in modo leggero ma non per questo meno professionale e istruttivo, fornisce le basi per chi si vuole cimentare nell'arte di scrivere romanzi (e non solo). Così si passa dallo stilare una scaletta della trama a ciò che bisogna evitare di scrivere, dagli strafalcioni più comuni all'impaginazione, da come impostare un post on-line allo scrivere una mail o un curriculum.
Come per La Bibbia della scrittura creativa, essendo un manuale breve non può certo approfondire ogni aspetto sulla scrittura ma resta un buon punto di partenza e soprattutto vi si possono ottenere delle informazioni e dei consigli interessanti. Senza contare che è scaricabile gratuitamente, quindi una lettura se lo merita a prescindere.


Scrivere un romanzo in 100 giorni

di Morgan Palmas
Marcovalerio (2009)
Disponibile in cartaceo a 15,00€


Tra tutti, il manuale che ho trovato più interessante in quanto fornisce veramente parecchi suggerimenti e dritte per scrivere un libro in cento giorni.
Pur avendo avuto già ottimi consigli dai manuali letti in precedenza, in questo ho trovato altre idee e spunti indispensabili sia per chi si approccia al suo primo romanzo sia per chi ne ha già scritto uno ma vuole comunque migliorare il proprio stile. Senza contare che alcuni suggerimenti li ho trovati personalmente molto utili e interessanti per il suo bagaglio di scrittore in erba. Il tutto diviso in tanti brevi capitoli di un paio di pagine l’uno. Ovviamente ognuno di questi spiega un elemento diverso di questa nobile arte, abbracciando non solo il come scrivere ma anche lo stato mentale in cui porsi. In più, fa notare i tanti errori in cui un esordiente potrebbe incappare durante la stesura.
Senza contare che l’autore tira in ballo esempi e opere di scrittori famosi per avvalorare certi suoi concetti e spiegazioni. Ciò dimostra anche la sua vasta cultura e notevole sensibilità letteraria.
Un libro quindi decisamente utile che sviscera tutti gli aspetti dello scrivere un romanzo, da quando è in stato embrionale a quando viene sviluppato.
Vivamente consigliato.


Andrea Pistoia
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Claudio Pelizzeni presenta: Il silenzio dei miei passi

Claudio Pelizzeni presenta: Il silenzio dei miei passi

Claudio Pelizzeni presenta: Il silenzio dei miei passi

Presentazione Libri Intervista a cura di Andrea Pistoia ed Elisa Aggio. Dopo L'orizzonte ogni giorno un po' più in là, Il silenzio dei miei passi (Sperling & Kupfer), il nuovo romanzo di Claudio Pelizzeni sul Cammino di Santiago.

Claudio Pelizzeni alcuni anni fa ha rivoluzionato la sua vita: da stressato bancario ha scelto di diventare un instancabile viaggiatore. Ha così girato il mondo per quattro anni senza usare aerei. Da quell’impresa ha scritto il suo primo libro L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là. Dopo il successo del romanzo, e dopo un seguente viaggio zaino in spalla, ha pubblicato Il silenzio dei miei passi, incentrato sul Cammino di Santiago e su come l’ha affrontato in completo silenzio.

Il silenzio dei miei passi

di Claudio Pelizzeni
Sperling & Kupfer
Memoir di viaggio | Non-fiction
ISBN 978-8820067182
cartaceo 14,36€
Ebook 9,99€

Sinossi

«Sono un pellegrino sul Cammino di Santiago di Compostela. Ho scelto di percorrerlo facendo voto di silenzio: pertanto tu parlami, ma io potrò comunicare con te solo scrivendo.» Con questo biglietto, scritto in cinque lingue, Claudio Pelizzeni ha percorso a piedi gli oltre duemila chilometri che separano Bobbio, nell'Appennino piacentino, da Santiago di Compostela. Tantissime sono le persone che ogni anno intraprendono «il Cammino», il viaggio per eccellenza: c'è chi lo fa come pellegrinaggio della fede e chi lo affronta in chiave laica, come tappa simbolica di un percorso personale o, più semplicemente, come esperienza immancabile nel curriculum di un viaggiatore che si rispetti. Per Claudio il Cammino di Santiago ha rappresentato un ritorno alla purezza del viaggio: «gli incontri, le persone, la vita, quella vera. Camminare lento, secondo le stagioni e il ritmo del sole». È stato un disconnettersi dal mondo virtuale che ormai segna le sue - e le nostre - giornate, per tornare ad ascoltare se stesso, il suo corpo e i suoi pensieri. Senza parlare, per aprirsi totalmente agli altri: pronto ad accogliere le storie di chi avrebbe incontrato lungo la strada. Se è vero che il viaggio è metafora della vita, nel Cammino la vita ritrova la sua essenza: affrontare la solitudine ma anche condividere col prossimo; accettare la sofferenza del corpo ma anche emozionarti per le cose più semplici; metterti in dubbio e credere in te stesso, cadere e rialzarti mille volte, pur di raggiungere quella meta, quel sogno che ti guida come un faro. «Perché la forza non è nei tuoi passi, ma dentro di te.»



L'autore racconta



Ciao Claudio, partiamo innanzitutto con qualche domanda generica legata al fatto che sei stato, prima di un pellegrino sul Cammino di Santiago, un viaggiatore che ha attraversato gran parte dei continenti e paesi del mondo. Quali paure avevi (durante il giro del mondo e il Cammino), che si sono rivelate infondate o che ti si sono inaspettatamente presentate?

Premetto che non bisogna avere paura della paura, dato che a volte ti fa persino prendere le decisioni migliori e ti salvaguarda dai pericoli, ma farsela amica.
Devo però ammettere che, per quanto riguarda il mio viaggio in giro per il mondo, più che altro la mia era paura che mi sarebbe successo qualcosa, specialmente quando mi trovavo all’altro capo del mondo o in città particolarmente pericolose (sul momento mi viene in mente il nord del Brasile e in special modo Belém). Invece il Cammino l’ho affrontato senza particolari paure o apprensioni.


Ci sono state delle città che ti hanno trasmesso un’emozione forte? Ad esempio, a quale assoceresti la parola “felicità”?

Sicuramente Sidney, in quanto per me rappresenta un modello ideale di città; c’è tanta natura, rispetto per l’essere umano, buona qualità della vita e un sistema politico e sanitario funzionante. Ma l’associo anche per un traguardo personale, dato che, durante il mio giro del mondo senza spostarmi con gli aerei, è stato il paese più difficile da raggiungere.

In quale nazione (esclusa l’Italia) o città passeresti stabilmente la tua “vecchiaia”?

Come città sceglierei appunto Sidney. Ma, in tutta onestà, prediligo di più la natura al caos cittadino. Quindi il mio sogno sarebbe quello di mollare tutto il prima possibile e ritirarmi nei boschi della Patagonia, seguendo i ritmi della natura e riducendo al minimo i ritmi caotici di questa società, deleteri per lo spirito e il corpo.

Nei tuoi viaggi suppongo ti siano accaduti episodi che non hai potuto raccontare in L'orizzonte ogni giorno un po' più in là e Il silenzio dei miei passi per esigenze editoriali o per altre ragioni. Ce n’è uno particolarmente curioso e originale che ti piacerebbe condividere con i nostri lettori?

Nel romanzo sul Cammino ho raccontato praticamente tutto, dato che durante il pellegrinaggio ho passato il tempo perlopiù a camminare.
Per quanto invece riguarda il giro del mondo, un episodio divertente che mi è accaduto è stato nella giungla. In pratica, un tatuatore una mattina ha deciso di voler realizzare un tatuaggio sul mio braccio usando una foglia di banana e collegando la macchinetta al motore della jeep. Ma ciò che rende il tutto ancora più comico e surreale è stato che il ragazzo era sotto effetto di funghi allucinogeni e me l’ha realizzato senza neppure fare prima uno schizzo a penna sulla pelle. A conti fatti non è uno dei tatuaggi più belli che possiedo ma è certamente uno dei più significativi.


Hai girato per le scuole condividendo ciò che sei e ciò che hai vissuto. Oltre a raccontare le tue avventure, cosa ci tenevi a trasmettere loro?

Ho avuto l’onore di parlare con studenti di ogni età, dalle elementari all’università, e la mia priorità è sempre stata quella d’insegnare loro a porsi sempre domande scomode ma soprattutto l’importanza di realizzare i propri sogni e di coltivare i propri talenti. Questo perché ognuno di noi possiede un talento ma spesso è difficile scoprirlo e coltivarlo, specialmente a causa di questa società che ci spinge ad accantonare i nostri desideri.

Claudio Pelizzeni, passiamo adesso al tuo ultimo libro Il silenzio dei miei passi e al Cammino di Santiago. Quando hai deciso di scriverlo? Era già il tuo obiettivo prima d’intraprendere il pellegrinaggio o l’hai maturato durante o una volta concluso?

L’avevo deciso prima. Anzi, vi dirò di più, ho affrontato questa nuova avventura già con l’ottica che sarebbe diventata un libro. Tutto ha avuto inizio quando mi ero prefissato l’obiettivo di scrivere una storia forte e ricca di significato ma sotto forma di diario. Riprendendo la mia lista dei desideri da realizzare, mi è saltato all’occhio il Cammino di Santiago da compiere in silenzio. Quando poi ho visto che tutti gli impegni s’incastravano perfettamente per rendere questo mio sogno realtà, allora ho capito che quella era la strada giusta da seguire.

Ti eri imposto di scrivere durante il Cammino o ti sei preso solo pochi appunti e poi hai messo tutto nero su bianco quando sei tornato in Italia?

Tre quarti del libro, ovvero fino a Pamplona, è stato scritto sul campo. Quando però mi sono trovato sul Cammino francese con altre persone ma soprattutto con vari imprevisti, fisici e di maltempo, è diventato improponibile portare avanti questo fioretto in quanto, arrivavo in albergo, ero stanco morto!
Senza contare che, dato il mio voto di silenzio, dovendo comunicare tutto il giorno attraverso la scrittura, ero veramente stanco di protrarre il tutto anche durante la serata. Di conseguenza, l’ultima parte del manoscritto l’ho conclusa una volta rientrato in Italia.

Come mai, tra tanti cammini che ci sono al mondo (pensiamo anche solo, stando in Italia, alla Via Francigena), hai scelto proprio quello di Santiago? Non t’incuriosiva affrontarne uno sconosciuto ai più o alternativo?

Ho conosciuto tante persone che hanno compiuto il Cammino di Santiago. Erano rimaste entusiaste, tanto dal pellegrinaggio in sé quanto da ciò che aveva insegnato loro, a livello interiore. Tutto questo mi ha incuriosito e spinto ad affrontare questa esperienza per assaporare le stesse sensazioni ed emozioni.
Senza contare che ho conosciuto alcuni pellegrini saccenti e arroganti, i quali si credevano dei tuttologi di viaggio solo perché l’avevano concluso. Di conseguenza volevo metterci il naso per farmi un’opinione soggettiva del tutto.
Infine, compiere il Cammino ormai è un must, un classico, un qualcosa che si deve fare almeno una volta nella vita in quanto è un’esperienza intensa che ti arricchisce profondamente.

Qual è stato il più bel pensiero durante il Cammino?

In realtà erano più pensieri: la consapevolezza che mi avvicinavo un po’ di più alla meta, che stavo affrontando e superando ogni ostacolo guidato solo dalla mia forza di volontà ma soprattutto che il Cammino è sì un percorso di fede ma soprattutto verso se stessi e le proprie capacità.

Hai affrontato il Cammino in silenzio per ascoltare meglio te stesso e il mondo. Ma in tutto questo silenzio, qual è stato il suono più bello che hai udito?

Ce ne sono tanti, in un Cammino del genere. Ma sopra ogni cosa, direi l’acqua che scorre, perché sapevo che potevo ricaricare la borraccia [n.d.r. Claudio scoppia a ridere di gusto]. Sembra incredibile, ma solo ascoltando il suo rumore mi sentivo già dissetato!

Parliamo anche del tuo sempre presente problema: il diabete. Che difficoltà hai trovato durante il Cammino? E quali sono i “miti da sfatare” per un diabetico che lo affronta in solitaria?

Di problemi ne ho avuti tanti.
Rispetto al giro del mondo, il Cammino è impegnativo perché è uno sforzo continuo e prolungato per dieci ore al giorno. Quindi il tuo pensiero fisso è il diabete e come tenerlo sotto controllo.
Anche se per l’ennesima volta ho dimostrato che non è un limite, ammetto che sia stata una bella seccatura.
Sia chiaro, il Cammino lo puoi affrontare anche se hai il diabete; non è che rischi di morire. Semplicemente hai un problema e un pensiero in più degli altri. Certo è che ti spinge a prestare molta più attenzione all’alimentazione, a prediligere una dieta equilibrata e ad ascoltare più a fondo il tuo corpo e le sue esigenze.

Claudio Pelizzeni ha già in cantiere un altro libro?

Sì, ed è in dirittura d’arrivo. Uscirà a Natale e sarà un manuale di viaggio dove io condividerò tutti i trucchi appresi e gli errori commessi ma al tempo stesso racconterò episodi accaduti e mai riportati nei libri precedenti. In più troverete citazioni di altri blogger e scrittori famosi in una veste grafica accattivante.

Vuoi fare un saluto alla tua maniera ai lettori degli Scrittori della Porta Accanto?

Certo, e lo farò salutando con la frase che ormai è diventata il mio marchio di fabbrica.
Ciao Mondo!


Andrea Pistoia
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Amsterdam: 10 (inaspettati) motivi per visitarla

Amsterdam: 10 (inaspettati) motivi per visitarla

Amsterdam: 10 (inaspettati) motivi per visitarla

Viaggi Di Andrea Pistoia. Dieci motivi per visitare Amsterdam, alcuni inaspettati: non solo coffee shop, ma anche ospitalità, atmosfere fiabesche, buona cucina e attenzione all'ambiente.

Legati da una decennale amicizia, tre ragazzi furono separati dal trasferimento del più intraprendente di loro in quel di Amsterdam. Mesi dopo, il caso ha voluto che gli altri due avessero le ferie nella stessa settimana. Quale miglior coincidenza per farli ricongiungere? E tra una passeggiata in centro e una visita ad Haarlem, il sottoscritto non ha potuto far a meno di notare come, al di là di ciò che di famoso e bello presenta questa grande città (musei, piazze, chiese, ecc), Amsterdam nasconda centinaia di altre meraviglie da scoprire. Di queste, ne ha estrapolate alcune che lo hanno particolarmente colpito.

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Tre amici ad Amsterdam

Ecco quindi a voi la lista dei dieci motivi inaspettati per visitare Amsterdam.

  1. Chi dice che gli olandesi siano freddi e distaccati non è mai venuto a contatto con la loro ospitalità e gentilezza, facendo sentire il turista a proprio agio persino quando non erano tenuti a farlo. Ad esempio facendogli trovare nell’appartamento che aveva prenotato una bottiglia di vino, dei dolcetti e una cartolina di augurio di buona permanenza. E se questo non è un ottimo benvenuto, ditemi voi quale potrebbe essere!
  2. Trovare in un tipico coffee shop un ricco assortimento di tisane e, volendo fare “il trasgressivo”, ordinare solo un tè ai frutti di bosco. E mentre lo si sorseggia, accorgersi che intorno a sé non ci sono i classici stereotipi dei “fattoni”, tutti occhi spenti e sensi alterati dalle allucinazioni ma ragazzi e adulti, donne e uomini, che si vogliono solo ritagliare un momento di relax quotidiano mantenendo sempre un self control e una consapevolezza della realtà ineccepibile.
  3. Amsterdam è un punto di partenza, non certo di arrivo. Perché il fascino dell’Olanda è che presenta paesi adorabili, all’avanguardia ma al tempo stesso rurali. Basta salire su un treno ed ecco raggiungere in mezz’ora o poco più luoghi da favola, tra mulini a vento, case colorate, monumenti antichi e strade tempestate di fiori. C’è solo l’imbarazzo della scelta: Rotterdam, Utrecht, Eindhover, Leiden, Haarleem, Muiden, Alkmaar e Zaanse Schans sono solo alcuni dei luoghi meritevoli di una visita. Basta solo prendere e partire!
  4. Dieci motivi per visitare Amsterdam: non solo coffee shop, ma anche ospitalità, atmosfere fiabesche e negozi monotematici
  5. Qui il sesso fa da padrone incontrastato. Sono esempi palesi tutti quei negozi che vendono oggetti di piacere, indumenti trasgressivi e leccornie da usare nei momenti d’intimità. Di conseguenza, non ci si stupisce più di tanto nel trovare negozi decisamente particolari e fuori dall’ordinario, persino monotematici, come quello che vende solo condom di ogni dimensione, colore, sapore e chi più ne ha più ne metta!
  6. Può sembrare quasi un paradosso in una città di “perdizione” come questa, eppure l’Olanda è famosa anche per un’altra cosa, che non ha niente a che fare con il sesso o le sostanze psicotrope: ed è il formaggio! Ovunque si trovano negozi che vendono il Gouda, il Leyden, il Leerdammer, l’Edam e il Nagerlkaas. Infatti in ogni via spuntano alimentari in cui fanno bella mostra di sé decine, centinaia di forme, persino accatastate su più piani. Non resta altro che assaggiarle, no?
  7. Basta veramente poco a rendere fiabesca una città. E non solo riempiendola di fiori che inebriano i sensi con i loro profumi delicati ma anche, al calar del sole, illuminando le piante attraverso minuscole lampadine che fanno piombare Amsterdam in un’atmosfera quasi natalizia (ma senza quel caos che contraddistingue questa festività). Resta solo l’incanto di ammirare interi viali alberati illuminarsi di tante lucciole artificiali.
  8. Ad Amsterdam basta perdersi nelle vie del centro, o poco oltre, per trovare dei luoghi caratteristici e poco conosciuti che meritano almeno una visita, tanto sono curiosi e affascinanti. Ad esempio, ci si può spingere fino al mercato Albert Cuyp, uno dei più lunghi d’Europa, per immergersi nella vera atmosfera rionale olandese oppure andare a fare uno spuntino al Food Hallen, un quartiere multietnico dove si trova una stazione dei tram riqualificata in modo da renderla un condensato di stand alimentari che offrono per pochi euro dell’ottimo cibo da tutto il mondo (Italia compresa).
  9. Ammettiamolo senza false ipocrisie: Amsterdam è famosa anche per essere il paese della droga legalizzata, ovvero la cannabis. Quello però che non ci si aspetterebbe è come, anche al di fuori dei coffee shop, si trovino delle attività commerciali che sfruttano la fama di questa sostanza per invogliare i clienti all’acquisto. Ad esempio, è quantomeno curioso andare in un minimarket e trovarvi birra, drink analcolici e succhi di frutta alla cannabis o nei negozi di souvenir imbattersi negli accessori più disparati per realizzare perfetti spinelli o in simpatici gadget con la famosa foglia come emblema.
  10. Dieci motivi per visitare Amsterdam: non solo coffee shop, ma anche buona cucina e attenzione all'ambiente.
  11. Paese che vai… Italia che trovi. Già, perché gli italiani sono giunti fino a qui e hanno “colonizzato” la città con ciò che sanno fare meglio: cucinare. Ecco perché dietro ogni angolo si trova un ristorante o una pizzeria nostrana. Ma niente panico perché ai fornelli ci sono i nostri connazionali, quindi la qualità del cibo e la cura nella preparazione sono impeccabili. E mentre state gustando le loro pietanze, scambiate quattro chiacchiere con i cuochi per farli sentire come a casa. Ve ne saranno grati.
  12. Amsterdam è famosa anche, o soprattutto, per il rispetto verso l’ambiente. E come ve lo dimostrano? Ovviamente girando sulle due ruote per la città. Già, perché ovunque si è circondati da ciclisti, bici e enormi parcheggi adibiti solo a questi mezzi. È ormai così parte integrante della loro cultura che fin dalla più tenera età vengono cresciuti con questo stile di vita ecologista. Ecco perché nei negozi di giocattoli non possono mancare le bici per i più piccoli, tassativamente di legno, dai colori tenui e dalle forme delicate. Perché il rispetto verso la natura s’insegna fin dalla più tenera età.



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Andrea-Pistoia

Andrea Pistoia
Nasco in una solare giornata di luglio a Vigevano. A dodici anni scoppia l’amore per la letteratura. Affronto la scuola come un condannato a morte. In compenso la mia cultura extra-scolastica cresce esponenzialmente. Dopo due anni vissuti a Londra, torno in Italia come blogger, giornalista, recensore di fumetti e sceneggiatore di un fumetto online per una nota casa editrice. Chitarrista dei ‘Panama Road’, direttore editoriale di una fanzine online.
Ancora e mai più (nelle mutande), Youcanprint.
Di donne, di amori e di altre catastrofi, Youcanprint.
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Night Market of Ghosts, il progetto musicale di Graziana Mirabella e Federico Mele

Night Market of Ghosts, il progetto musicale di Graziana Mirabella e Federico Mele

Night Market of Ghosts, il progetto musicale di Graziana Mirabella e Federico Mele

People A cura di Andrea Pistoia. Intervista ai Night Market of Ghosts, il progetto musicale di Graziana Mirabella e Federico Mele: il punk rock per parlare di società, immigrazione e precariato.

I Night Market Of Ghosts nascono come progetto post punk parallelo dopo una lite di coppia su chi avesse lasciato i piatti sporchi nel lavello per giorni.
I Night Market of Ghosts nascono come progetto musicale di Graziana Mirabella e Federico Mele, entrambi residenti a Milano.

Benvenuti a Graziana Mirabella e Federico Mele, innanzitutto parlateci un po’ di voi. Ovvero chi siete, qual è stata la vostra crescita artistica personale e quali i vostri esordi.

Ciao, prima di tutto grazie per l’invito.
Il nostro progetto nasce nei primi mesi del 2017, quando abbiamo deciso di raccogliere tutte le varie idee e i pezzi che avevo abbozzato e di dare loro un’impronta più seria e attuale. All’inizio scrivevo principalmente musica acustica, dopo aver provato inutilmente a formare una band dopo l’altra. Ma vuoi per divergenze artistiche, vuoi per differenti priorità, mi sono ritrovato con in mano la chitarra acustica.

Fino al momento in cui avete deciso di realizzare un progetto insieme. Com’è nato questo vostro sodalizio?

Beh, il fatto di vivere insieme ha indubbiamente aiutato. Passavo molto tempo nello studio a provare i miei pezzi, e Graziana ha iniziato a dare consigli e pareri molto interessanti, fino a quando abbiamo capito e deciso che il progetto funziona meglio come duo, dove ognuno porta le sue idee ed il proprio bagaglio di esperienza.

Come avete scelto il nome del gruppo, Night Market of Ghosts? Cosa volevate comunicare?

In realtà il nome del progetto è nato in maniera abbastanza casuale. Pensavamo a qualcosa che riassumesse quelli che sono i temi trattati dalle nostre canzoni, ma non trovavamo la chiave corretta. Un giorno ci venne in aiuto Werner Herzog, che in un suo documentario parlava di questo “mercato notturno di spettri” e la definizione ci ha colpito tanto da decidere di utilizzarla come nome della band.

Graziana Mirabella e Federico Mele, siete un duo. Ma, mi chiedevo, ognuno ha una sua mansione, un suo ruolo specifico, o vi interscambiate a seconda dell’ispirazione del momento?

Sostanzialmente entrambe le cose! Ovviamente io sono molto più ferrato sulla parte musicale. I riff di chitarra e i vari giri di accordi sono in genere un compito mio, Graziana ha scritto molti dei nostri testi e ha contribuito molto agli arrangiamenti. Non possiamo non citare il nostro produttore Gabriele che con la sua esperienza e il suo gusto ha dato un suono molto più completo e definito a tutto l’album.

Parliamo adesso del vostro EP, interamente auto prodotto: si può ricondurre a un genere specifico? In tal caso, sieste stati influenzati da qualche gruppo musicale o artista? È stata una scelta voluta o ‘scoperta’ solo a lavoro terminato?

Inquadrarci in un unico genere mi risulta difficile (ride, NdR). In realtà ci siamo trovati a partire dal classico rock acustico, ma con il tempo durante le registrazioni ci siamo accorti che quello non era proprio il sound che stavamo cercando; così abbiamo fatto degli esperimenti, contaminato con altri generi, fino a raggiungere il risultato che potete sentire.

C’è un messaggio di fondo nel vostro album? Lo si scopre ascoltando una canzone specifica o bisogna ‘leggere tra le righe’ per scoprirlo?

Ovviamente sì, quando scrivi lo fai sempre per dare una tua interpretazione di un argomento, e noi non facciamo eccezione.
Le nostre canzoni parlano delle condizioni in cui si trova la società oggigiorno. Principalmente ci siamo concentrati sulla condizione dei lavoratori, e su come il fatto di essere solo dei numeri sacrificabili e sacrificati al profitto influisca sulle vite delle persone: dal mero trattamento economico alla gabbia vestita da libertà che è la vita quotidiana, alle ripercussioni che questo ha sui rapporti interpersonali, fino alla brutalizzazione che subiamo dai social, usati come sedativo e valvola di sfogo per le nostre frustrazioni. Tutto teso a scollarci dalla realtà per essere lavoratori sempre più produttivi e consumatori sempre più influenzabili e controllabili.

Restiamo sempre sulla ‘genesi’ di una canzone: realizzate prima la musica e poi il testo oppure non avete un iter fisso?

Non esiste un percorso specifico per scrivere una canzone, tutto dipende dall’idea. Se ad esempio Graziana scrive un testo a proposito di un argomento, a seconda del tema trattato e dell’idea alla base del testo io cerco di dare alla musica un’atmosfera che rafforzi le parole e le emozioni che queste devono suscitare in chi ascolta. Viceversa nel momento in cui io presento un giro di accordi o una traccia musicale, ci sediamo e riflettiamo su quello che la musica ci suscita, e da quel punto ragioniamo sul tema da trattare per rendere il brano più efficace possibile.

Ogni pezzo è come un figlio per l’autore, ma ce n’è uno (o più di uno) in particolare che identifica i Night Market of Ghosts, che vi mette a nudo e che sentite particolarmente vostro? Una canzone, insomma, in cui ci avete messo il cuore?

Non credo ci sia un brano che sentiamo più nostro di altri, sinceramente. Ogni canzone è nata dal momento in cui è stata scritta, e porta dentro quello che eravamo nel momento del suo concepimento. È come una fotografia; quando riguardi le vecchie foto raramente ne hai una alla quale sei più affezionato, perché ognuna ti riporta al momento in cui è stata scattata, a quelle sensazioni e alla situazione nella quale ti trovavi. Ecco, per i nostri brani sento qualcosa di simile.


Veniamo ai brani che possiamo già ascoltare: volete parlarcene un po’?

Per il momento sono usciti solo un paio di singoli. Il primo lo abbiamo intitolato Famagosta M2 perché tratta proprio dell’argomento di cui discutevamo prima, cioè il senso di alienazione e la paradossalità in cui la società attuale ci costringe a vivere. Per farti un esempio da scritta sul muro: ti trovi un lavoro per comprarti la macchina per andare al lavoro; questo è il paradosso di cui ti parlo, un continuo stimolo a guadagnare di più per poterti permettere uno stile di vita che in realtà non potresti comunque mantenere, perché sacrificherai la maggior parte del tempo al lavoro che ti permetta il denaro per sostenere quello stesso stile di vita che brami. Anche solo dirlo è paradossale, un cane che si morde la coda. Prova a controllare tutte le pubblicità delle auto che trovi in tv o sui giornali: distese sconfinate e solo tu alla guida del tuo SUV lungo una strada tortuosa verso la libertà… poi dozzine di quegli stessi SUV sono incolonnati in tangenziale alle 8 del mattino e il concetto di libertà viene relegato al sabato, magari, o a quei quindici giorni di ferie dove sarai comunque incolonnato con altri come te ansiosi di sfuggire dalla città e che alla fine si ritroveranno come te nello stesso caos ma in posti diversi, stressati dal fatto di dover spremere al massimo quelle poche ore che sono concesse per essere davvero se stessi. Il risultato non cambia.
Il secondo singolo, DOA – Born in the wrong part of sea, tratta di un altro argomento che ci sta molto a cuore: il fenomeno migranti. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere alcuni ragazzi che hanno effettuato questi viaggio e abbiamo iniziato a immaginare come possa essere prendere una decisione del genere: abbandonare la propria casa, i propri affetti, e partire consapevoli che se siamo fortunati potremo non morire durante il viaggio, in mano a gente senza alcun rispetto per la vita umana. Il protagonista del brano lascia una casa in fiamme per mettere la propria vita su una di quelle maledette bare galleggianti che solcano il mediterraneo. Abbiamo deciso di trattare questo argomento perché ci siamo stancati di vedere queste vite prese e sfruttate in ogni circostanza. Sono sfruttati quando sono nelle loro case, vittime di guerre decise da altri, o da politiche che svendono le risorse delle loro nazioni per puro tornaconto personale senza investire sul benessere del popolo; sono sfruttati dai delinquenti che li spingono a vendere ogni cosa, o magari a promettere anni di lavoro per pagarsi traversate che durano spesso anni, non mesi ma anni, per raggiungere una speranza; sono sfruttati anche da chi li utilizza come bandiera o slogan elettorali, e nel dire questo non sto accusando una sola parte politica o dell’opinione pubblica, ma l’intero carrozzone, da destra a sinistra. Noi ci siamo limitati ad immaginare una storia, che di immaginario ha ben poco, basandoci sui racconti dei ragazzi che abbiamo conosciuto, e di portarla in musica, e speriamo che questa canzone non venga strumentalizzata da nessuno, ma aiuti a comprendere la situazione di questi ragazzi.

Ho apprezzato molto i video che avete realizzato per far conoscere i brani su youtube. Raccontateci un po’ la loro genesi e tutto ciò che ci sta intorno.

Volevamo fare qualcosa di nuovo, fondamentalmente. Il video di Famagosta M2 è a tutti gli effetti un videogioco, un classico platform in stile retrogaming. Abbiamo pensato a quello che la canzone dice, e abbiamo strutturato il gioco in modo tale che trasmettesse le sensazioni che il pezzo suscita. Su YouTube abbiamo caricato il video di una sessione di gioco, ma il platform è caricato e giocabile sul nostro sito www.nightmarketofghosts.com.
Per quanto riguarda il video di DOA – Born in the wrong part of sea, semplicemente ci siamo limitati a ribaltare le parti, con le immagini di un piccolo profugo italiano che lascia casa e affetti in cerca di un futuro migliore. Tutto questo viene raccontato attraverso la pagina di un social network, dove personaggi “inventati” che si scambiano like e commenti sotto i vari post. Ci siamo ovviamente limitati a rappresentare tre. Grandi macro categorie di utente social, ma che crediamo rappresentino abbastanza fedelmente la situazione italiana attuale; si parte da quello che oggi viene definito “radical chic”, persona che si ritiene di pensiero libero e aperto ma che non indugia mai a far notare e mettere in risalto l’alta opinione che ha di se, cercando sempre di ridicolizzare le idee altrui, e si arriva al classico “leone da tastiera” che non aspetta altro che di sfogare le proprie frustrazioni attraverso i social, preferibilmente dando la colpa a qualcun altro, e cercando di dare un’immagine di se come quella di persona retta e di buon cuore, quando poi i suoi commenti e le sue azioni social rivelano l’esatto opposto. Ovviamente tra queste figure spicca quella che per noi rimane la peggiore e più pericolosa e dannosa: l’uomo di potere, il politico che sfrutta queste vicende per accaparrarsi voti, da un lato e dall’altro.

Passiamo all’album: dateci qualche informazione in più a riguardo.

Per ora stiamo finendo di registrare le ultime parti, credo che entro la fine di novembre saremo pronti a rilasciarlo. Comprenderà i due singoli di cui abbiamo parlato e altri tre o quattro brani; forse anche una cover, ma questo sarà un elemento da valutare a registrazioni finite. Per ora purtroppo non posso dire di più.

Abbiamo parlato del presente ma non del futuro: cosa succederà nei prossimi mesi ai Night Market of Ghosts? Avete già qualche data o progetto inerente all’album?

Per ora la priorità è quella di finire l’EP, ma stiamo prendendo contatti per suonare dal vivo. Comunque anche per quanto riguarda i live, cercheremo di mettere in piedi uno spettacolo che non sia il solito concerto, ma è troppo presto per dirlo. Per ora ci godiamo il momento dell’uscita del disco e della preparazione del tour, ma faremo avere nostre notizie!

Graziana Mirabella e Federico Mele, grazie e in bocca al lupo per il vostro progetto.

Grazie a te per la chiacchierata, alla prossima.



Andrea-Pistoia

Andrea Pistoia
Nasco in una solare giornata di luglio a Vigevano. A dodici anni scoppia l’amore per la letteratura. Affronto la scuola come un condannato a morte. In compenso la mia cultura extra-scolastica cresce esponenzialmente. Dopo due anni vissuti a Londra, torno in Italia come blogger, giornalista, recensore di fumetti e sceneggiatore di un fumetto online per una nota casa editrice. Chitarrista dei ‘Panama Road’, direttore editoriale di una fanzine online.
Ancora e mai più (nelle mutande), Youcanprint.
Di donne, di amori e di altre catastrofi, Youcanprint.
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New York: 10 (insoliti) motivi per visitarla

New York: 10 (insoliti) motivi per visitarla

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Viaggi Di Andrea Pistoia. Dieci buoni (insoliti) motivi per visitare New York, metropoli caotica ed immensa, ricca di angoli di poesia e pace, maestosità e imponenza, creatività e follia.

Perché proprio lei? Perché andare a visitare questa città e non un’altra?
Bè… Uhm… Innanzitutto perché... cavoli, ragazzi, stiamo parlando di New York
Al di là di quanto vi possa venire l’orticaria ad immergervi in una metropoli caotica ed immensa, ciò non toglie che aver passato tutta la vita a guardare film e telefilm aventi questa città come ambientazione la renda una meta quasi obbligata. È innegabile, quindi, avere una curiosità di fondo (grande o piccola che sia, ma pur sempre presente). E poi, ammettiamolo, New York per un occidentale è come la Mecca per i mussulmani: almeno una volta nella vita la si deve visitare!
Di lei si sa di tutto e di più, sappiamo quali siano i monumenti e i musei da visitare e quali siano le tappe obbligate da fare (Central Park, la Fifth Avenue, Times Square, la Statua della libertà, il ponte di Brooklyn). Ma cosa è che non sappiamo? Quali sono i 10 motivi più insoliti per cui vale la pena visitare la Grande Mela? Cosa vi ho trovato io di così (più o meno) inaspettato? Leggete e scopritelo!

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Dieci buoni motivi per cui vale la pena visitare New York.

  1. Le dimensioni della città.
    Non basterebbe un anno intero per visitarla tutta. Non solo a causa dei mille e più monumenti che offre ma anche per quei piccoli angoli di poesia e pace, maestosità e imponenza, creatività e follia, che arricchiscono una città già ricca di suo. E tra opere di eccentrici pittori o di semplici commercianti che hanno voluto dare un tocco originale alla propria attività, si trovano anche luoghi che per i fan di certi film cult degli anni ottanta sono una tappa essenziale, da toccare con mano.
  2. Gli artisti di strada. 
    Ovunque si trovano persone che allietano la giornata suonando, ballando, rappando o più semplicemente condividendo con i passanti ciò che sanno fare meglio. Sono relegati al ruolo di artisti di strada ma mantenendo una propria dignità e voglia di esibirsi. Senza contare che alcuni di loro darebbero filo da torcere a coloro che calcano le scene dei teatri più rinomati.
  3. La stravaganza
    Tutto è esagerato, portato all’estremo e fuori dagli schemi.
    Avete presente quando guardate un film di azione e pensate: ‘E’ proprio un’americanata’? Poi andate a New York e vi accorgete che… bè, il film corrisponde alla realtà! Da noi c’è un grattacielo alto duecento metri? Loro ce l’hanno di cinquecento. Noi abbiamo un negozietto di caramelle di due metri quadri? Loro hanno un negozio di cento metri quadri, su due piani, straripante di centinaia di gadget e di dolciumi. E il tutto per un monomarca!



  1. La polizia. 
    Poliziotti che, alla faccia dei luoghi comuni sul “con loro non si scherza” e sul “sempre pronti ad usare modi bruschi per ottenere le cose” (ehi, siamo cresciuti con i polizieschi americani: non potete farcene una colpa!), sono più umani, sensibili e gentili di tanti pacifisti nostrani. Infatti, quando si ha bisogno di qualcosa (fosse anche solo un’indicazione) sono i primi a venire in aiuto, offrendo una mano e un sorriso amichevole.
  2. L'arte. 
    Scorgere delle vere e proprie opere d’arte, ovunque rivolgi l’attenzione. Che sia in una stazione della metropolitana o su un palazzo di un quartiere decadente, c’è sempre qualcosa che toglie il fiato e che spinge a fare foto su foto, dimostrando quanto ci siano più opere nascoste (e sconosciute ai più) meritevoli di essere scoperte ed immortalate di tante opere ritenute capolavori da fantomatici critici.
  3. Gli italiani. 
    Trovarvi così tanti italiani. Non solo giovani affascinati dal sogno americano ma anche uomini di mezza età e donne felicemente pensionate interessate ad ammirare una metropoli con la “M” maiuscola. Spuntano ovunque: dai monumenti più gettonati ai fast food, dalle strade più caotiche alle viuzze più isolate, dai parchi che trasudano quiete a Times Square nell’ora di punta. Ovunque, eccetto alla New York Public Library, la libreria più grande della città. Coincidenza? Non credo proprio.


  1. Ground Zero.
    Sono passati ormai anni ma l’undici settembre lo si respira ancora nell’aria. Non solo perché a Ground Zero si trova sempre qualche fiore incastonato tra i nomi delle vittime presenti sul bordo delle due vasche realizzate in loro onore ma anche in giro per la città, a testimoniare coloro che hanno perso la vita per salvare eroicamente completi sconosciuti. E sono tanti, troppi. Ecco perché chi è stato loro amico, collega o parente li ricorda così, con una targhetta commemorativa o un messaggio ai posteri. Per non dimenticare.
  2. La bandiera americana. 
    Questo sfrenato senso di patriottismo che permea ogni cosa, dai grattacieli ai luoghi di culto, dalla metropolitana ai chioschetti di hotdog, dai monumenti classici ai negozietti di souvenir. Un patriottismo che nel nostro paese è un lontano ricordo (eccetto durante i mondiali di calcio…) ma che in America è una forma di vanto e di forza (con i pro e i contro che inesorabilmente ne derivano).
  3. Usi e costumi americani. 
    Ciò che in Italia non mi aspetterei mai di trovare, qui sono all’ordine del giorno dato che “Paese che vai, usanza che trovi”. Ecco perché non mi resta che accettare questo paese ricco di opportunità ma anche di contraddizioni, le quale hanno la loro degna capitolazione in certi cartelli affissi fuori dai monumenti e dai locali. 
  4. Le persone.
    Persone strambe e folkloristiche, locali assurdi e oggetti inaspettati sono un marchio caratteristico di questa città. Ma ci sono cose che le superano tutte e per questo stupiscono piacevolmente, strappando un sorriso. Certo, avranno anche un senso di essere o una loro comprovata utilità, ma certo è che mi sorprende vedere, tra grattacieli enormi, ragazze con abiti griffati e Maserati come se piovessero, certi paradossi al servizio della legge o della comunità.

Cosa ascoltare a New York?

Quale canzone sceglierei per descrivere questa città? Ce ne sono a bizzeffe che calzerebbero a pennello, ma se ripenso a New York, la prima cosa che mi viene in mente e che mi ha toccato nel profondo è Ground Zero. Sfiorando sulle due vasche, ovvero ciò che resta delle torri gemelle, i nomi di coloro che hanno perso la vita in quell’attentato non posso che concludere come, a prescindere che sia una vittima dell’11 settembre o di Auschwitz o di un villaggio africano dimenticato da Dio e dai mass media, strappare una vita innocente sia sempre una sconfitta per l’intero genere umano. E come queste stragi non ci abbiano mai veramente spronato a elevarci per rendere il mondo un posto migliore. Forse perché non poniamo mai le domande giuste e di conseguenza non troviamo neppure le risposte adatte per considerarci finalmente tutti figli della stessa Terra. Ecco perché ho scelto "Where is the love?" dei The Black Eyed Peas.



Cosa leggere a New York?

Quanti sono i romani che parlando di questa città? Tantissimi. Lasciando da parte la storia e gli eventi, per celebrarne la sua dinamicità e, a volte, frivolezza, suggerisco "I love shopping a New York" di Sophie Kinsella. Perché, in fondo, chi è che non amerebbe fare shopping a New York?

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I love shopping a New York

di Sophie Kinsella
Mondadori
ISBN 978-8804667469
cartaceo 10,20 €

Per Becky Bloomwood la vita non potrebbe essere migliore: ha un fidanzato che la adora e un entusiasmante lavoro come consulente in una trasmissione televisiva, e sta anche scrivendo il suo primo libro. E come se ciò non bastasse, le si offre la possibilità di trasferirsi a New York. È l'occasione che aspettava da anni, l'inizio di una nuova vita, l'avverarsi di un sogno. Becky non sta più nella pelle: il Museo d'Arte Moderna, il Guggenheim... e soprattutto le mille luci sfavillanti dei negozi. Bloomingdale's, Tiffany, la Quinta Avenue: ovunque ci sono offerte sensazionali. Basta comprare solo quello che serve, questo è il suo motto. Certo che quando si tratta di un vero affare...

Andrea-Pistoia

Andrea Pistoia
Nasco in una solare giornata di luglio a Vigevano. A dodici anni scoppia l’amore per la letteratura. Affronto la scuola come un condannato a morte. In compenso la mia cultura extra-scolastica cresce esponenzialmente. Dopo due anni vissuti a Londra, torno in Italia come blogger, giornalista, recensore di fumetti e sceneggiatore di un fumetto online per una nota casa editrice. Chitarrista dei ‘Panama Road’, direttore editoriale di una fanzine online.
Ancora e mai più (nelle mutande),
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Valencia: 10 motivi per visitarla

Valencia: 10 motivi per visitarla

Valencia: 10 motivi per visitarla

Viaggi Di Andrea Pistoia Dieci buoni motivi per visitare Valencia: atmosfera frizzante e vitale, abitanti che vivono la città di giorno e, soprattutto, di notte, connubio perfetto tra natura e urbanesimo.

Valencia. Me ne hanno parlato sempre bene: l’atmosfera sempre frizzante e vitale, i suoi abitanti, i quali vivono la città di giorno ma soprattutto di notte, quel senso di pace che si respira ovunque, quel connubio tra natura e urbanesimo (dove, per fortuna, la prima domina sul secondo), quella sensazione di essere sì in una metropoli straniera ma per tanti versi familiare, la possibilità di avere tutte le attrazioni a portata di mano e di godersi ogni vicolo, ogni strada, ogni piazzetta della città, evitando quegli asettici spostamenti sui mezzi pubblici.
Per queste ragioni, e per un altro migliaio (che non sto ad elencare per lasciare a voi, miei cari lettori, l’onore di scoprirlo vivendola), Valencia è tra le mete più apprezzate del panorama europeo. Ergo, era inevitabile che io, viaggiatore non per caso ma per passione, approdassi qui.
È così che, sul finire di ottobre, io e il mio amico abbiamo affrontato un week-end lungo per goderci una città che riesce sapientemente a miscelare passato, presente e futuro in un cocktail esplosivo fatto di gente cordiale, parchi sterminati, monumenti da immortalare in una foto e momenti di completo relax da assaporare insieme alle prelibatezze culinarie che offre. Io, che ho viaggiato molto nella mia vita e che "ne ho viste di cose (tra cui capitali brutte o insignificanti) che voi umani non potreste neanche immaginare", posso senza alcun dubbio asserire che Valencia è una di quelle città in cui ho lasciato il cuore.

Scorci di Valencia

10 buoni motivi per cui vale la pena visitare Valencia.

  1. Dove meno te lo aspetti, persino nella stazione nord, ti si para davanti qualcosa d’incantevole che ti resta impresso nella mente.
    Che sia un palazzo fatiscente, un mercatino della frutta o anche solo una viuzza, ovunque c’è qualcosa che attira l’attenzione con il suo stile spagnoleggiante e spensierato, il quale strappa un sorriso o un ‘Ohhhh’ di meraviglia.
  2. In mezzo a costruzioni futuristiche e palazzi postmoderni si scoprono edifici della migliore letteratura fantasy.
    Palazzi medievali e statue dalle forme originali e aggraziate. Anche solo girando per il centro a piedi, ogni angolo di strada vi può riservare delle sorprese. Come il ‘Mercato de Colon’, il quale mi ha ricordato, per le sue forme, la Sagrada Familia, a Barcellona.
  3. È un paradiso per i golosi, con decine di "tentazioni".
    Evitate le solite, collaudate, standardizzate, caffetterie stile Starbucks e lasciatevi invece sedurre dalle piccole pasticcerie che offrono, in un ambiente tranquillo ed intimo, dolci prelibati (da provare quelli tipici valenciani: la coca de Llanda, il bunuelos e il farton) accompagnati da un caffè, un succo o un’ottima horchata (una bevanda analcolica preparata con acqua, zucchero e latte di tubercolo ipogeo).
  4. Trovate nelle vie più insospettabili murales tra il sacro e il profano o serrande abbassate dipinte in modo originale o stravagante da geniali artisti di strada.
    Provate ad esplorare la città prima dell’apertura dei negozi (o dopo la chiusura) e osservate come tutto appare diverso. Perché queste opere non sono state realizzare per deturpare la città ma per renderla ancora più viva e spumeggiante.
  5. I locali sono dei piccoli gioielli di design ed originalità.
    Che sia un bar, un ristorante o un take away a conduzione famigliare, che sia in pieno centro o in riva al mare, scoprirete quanto i proprietari siano stati abili a renderli unici ed accattivanti. Valencia è sì ricca di monumenti ed opere d’arte da fotografare, ma vi assicuro che certi locali non sono da meno. Perché è vero che ciò che conta è la bontà del cibo, ma anche l’occhio vuole la sua parte!
  6. In quale altra città puoi trovare una mostra dedicata alle Tapas?
    Parti aspettandoti di perderti nel solito museo con quadri di natura morta e mezzibusti muscolosi e invece ti ritrovi in un salone straripante di opere d’arte, dal dipinto alla scultura a proiezioni su maxischermo, inerenti a questi tipici stuzzichini della città. Però vi avviso: non andateci prima di pranzo perché la fame si fa sentire anche solo passando accanto a queste opere!

Scorci di Valencia

  1. Qui il futuro si può toccare con mano, tanto da non riuscire a credere come una città così antica possa riservare sorprese avveniristiche di tale bellezza.
    Già, perché quando si raggiunge la Città delle arti e della scienza si resta a bocca aperta. Un attimo prima si è circondati da cattedrali, mercati costruiti nel 1900 e torri del 1800 mentre un istante dopo si è trasportati in uno scenario da città del futuro, con cinque edifici così fuori dall’ordinario da non credere ai propri occhi.
  2. Ogni luogo è quello giusto per fare festa e per gustarsi una buona cerveza (birra) con dell’ottima musica in sottofondo.
    Questo perché Valencia è innanzitutto una città di universitari, quindi non solo troverete locali aperti ad oltranza ma ogni via pullula di ragazzi che vogliono far baldoria. E come in ogni città che si rispetti, nel week end lei prende vita e offre divertimento di ogni genere e a tutte le ore.
  3. Gli incontri ravvicinati con gli animali ti fanno sentire finalmente parte della natura.
    Che tu sia all’Oceanografico (il più grande acquario d’Europa), al Bioparc (uno zoo dove non ci sono gabbie ma solo barriere naturali) o anche solo ai Giardini del Turia (il più grande giardino urbano della Spagna, costruito su ciò che resta del letto di un fiume), troverai sempre qualche animale curioso che vuole fare la tua conoscenza e che t’intenerirà con la sua dolcezza.
  4. Sopra ogni cosa, è bello condivide con un buon amico non solo la ricchezza architettonica e naturalistica della città ma anche e soprattutto i momenti di relax, fatti di spuntini a base di tapas e di cerveza, pranzi con tortillas accompagnati da un bicchiere di Tinto de Verano (vino rosso mischiato a fanta o gazzosa), cene con l’immancabile paella abbinata ad un’ottima sangria e serate a divertirsi con i valenciani a suon di musica spagnola e bevendo l’Agua de Valencia (un cocktail alcolico a base di arancia, vodka, gin e vino frizzante).

Cosa ascoltare a Valencia?

Difficile decidere: come canzone opterei certamente per una spagnola che trasmetta l’entusiasmo e la vivacità di questa città. Vi stuzzicherò la curiosità proponendovene una che adoro e che (quasi) sicuramente non conoscete. S’intitola Cuidate dei La Oreja de Van Gogh (un gruppo famoso in Spagna).



Cosa leggere a Valencia?

Tra  romanzi che ho letto, mi viene in mente Quattro amici di David Trueba.
Moderni moschettieri su uno scassato furgoncino, quattro amici in crisi da maturità si lanciano in un improbabile viaggio per strappare un po' di tempo all'esistenza e riaffermare la propria voglia di ribellione e divertimento…
Da Madrid a Valencia, da Saragozza ancora a Madrid, attraverso una scia di risse, ubriacature, cuori infranti e amplessi frettolosi, rinsalderanno la propria amicizia in una tardiva fine dell'adolescenza…
In pratica, un libro leggero, ma a tratti anche riflessivo, sulla voglia di divertirsi e di godersi la vita fino in fondo, fra feste mondane ed incontri ravvicinati col gentil sesso. In pratica, tutto ciò che troverete a Valencia!

Quattro amici

di David Trueba
Feltrinelli
Narrativa
ISBN 978-8807891618
cartaceo 9,00€
ebook 6,99€

Sinossi

I quattro amici sono: Solo, ventisettenne oppresso da genitori troppo perfetti e dal ricordo di una ex, che sta per convolare a nozze; Blas, grasso e goffo, alla frustrata ricerca di un amore; Claudio, tombeur de femmes che vive solo per l'amicizia; Raul, precipitato dalle fantasie sadomaso a un "tranquillo" menage familiare con due gemelli a carico. Su un furgoncino di seconda mano che olezza di formaggio, i quattro decidono di concedersi un agosto da leoni, come illusoria fuga dalla quotidianita. Da Madrid a Valencia, da Saragozza di nuovo a Madrid, attraverso una serie di avventure, risse, sbornie, cuori infranti e amplessi frettolosi, rinsalderanno la loro amicizia in una tardiva fine dell'adolescenza.

Andrea Pistoia
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