Gli scrittori della porta accanto
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Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Libri Recensione di Davide Dotto. Le Désespoir des singes et autres bagatelles di Françoise Hardy (Robert Laffont, edizione francese). Una testimonianza preziosa e a tutto tondo della vita d'artista.

"Le Désespoir des singes" indica una pianta conifera del Cile (la Araucaria du Chili) con foglie pungenti a forma di squame che scoraggiano chiunque dal tentare di arrampicarsi, persino le scimmie (les singes). Tante sono le sfide da affrontare, ma nel tempo si può diventare qualcosa di simile a un albero dotato di una forza e di una resistenza tali da diventare “la disperazione” di chi aspira a una facile scalata.
"Les autres bagatelles” invece richiamano senz’altro le passeggiate al Parc de Bagatelle di Parigi.

Come immagine è potente, se si riferisce a una autobiografia che, senza filtri, confida sfide personali, vita («Je suis née pendant une alerte, le 17 janvier 1944») e carriera di Françoise Hardy.

Françoise Hardy, cantante e cantautrice francese, scomparsa di recente, è conosciuta in Europa e in Italia per brani come Tous les garçons et les filles (Quelli della mia età, interpretata anche da Catherine Spaak).
Il suo è un discorso molto intimo che non indugia in alcun modo all'autocelebrazione. La lettura di Le désespoir des singes et autres bagatelles, pubblicato nel 2008, rivela una forte predilezione per la scrittura e la lingua francese, un tutt'uno con l’aspirazione di cercare testi, musiche e arrangiamenti adeguati al proprio mondo di emozioni e sensibilità.

Proveniente da una famiglia piccolo borghese, Françoise Hardy ha sofferto di essere il bersaglio preferito del sarcasmo di sua nonna, sviluppando un’insicurezza di fondo e complessi di inferiorità ingiustificati, dai quali non si è mai completamente liberata.

Questo ha portato a un costante sentimento di precarietà, in bilico tra diverse direzioni. Nella sua professione artistica infatti non ha premeditato nulla, e un po' tutto è stato  un tuffo in acqua prima di imparare a nuotare.
Tuttavia, ha trovato spazio per muoversi in una "zona grigia" dove ha potuto diventare, essere e fare qualsiasi cosa desiderasse. Françoise Hardy si avvicinava agli altri con cautela e con segrete attese spesso deluse. La tardiva consapevolezza che non tutto si può o si riesce a comunicare la portò a realizzare che «mieux valait n’ouvrir son cœur qu’aux véritables âmes sœurs…»
Malgré leur banalité, mes chagrins d’enfant furent si profonds que chaque séparation que j’ai été amenée à vivre à l’adolescence puis à l’âge adulte m’a dévastée de la même façon. Françoise Hardy, Le Désespoir des singes et autres bagatelles

Inconsapevolmente, ha prodotto una serie di antidoti contro ciò che poteva anche solo ricattarla emotivamente, accentuando un intuito affine a un prezioso sesto senso.

Qualità che avrebbe condiviso con la sua anima gemella (âme sœur) per antonomasia: Jacques Dutronc.
Grazie alla radio, matura una passione per le canzoni in cui può esprimere il suo mondo, i suoi stati d’animo.
Arrivano le contestazioni del 1968, e l’aspirazione a ottenere ulteriori conferme in campo musicale. È in un'occasione che, invitata dal suo editore, Françoise Hardy è alla ricerca di qualche brano da interpretare, ma nessuno attira la sua attenzione, finché non esamina, con la dovuta calma, la copia strumentale meno triste di quelle a disposizione: It hurts to say good bye. Questo brano è diventato la sua interpretazione più popolare nella versione dal titolo Comment te dire adieu.

La sua è un’esistenza all’insegna di una fragilità preziosa che le consente di tenere i piedi per terra e la testa tra le nuvole quanto basta. 

Dotata di una natura sedentaria, le circostanze l’hanno spinta comunque a viaggiare senza sosta e a lasciare Parigi: è stata quindi anche in Italia, molti i brani cantati in italiano.
Sono altri tempi, ci sono scuole ma non social né reality, gli artisti non hanno confidenza con la propria immagine o con la propria voce. In tutto questo l’inesperta Françoise Hardy intuisce – percependone dispetto – «la médiocrité des orchestrations et des musiciens», correndo ai ripari quando è in grado di farlo. Nel 1962  si rivela al pubblico con Tous les garçons et les filles, sopraffatta dal successo tanto inaspettato quanto simultaneo in Europa.

La ricerca è spirituale oltre che estetica, ed è questa la direzione in cui si muovono, fin dall’origine, la sua lucidità, il suo intuito, la marcata introspezione, che la portano a voler rincorrere piccoli frammenti di verità.

Comincia col seguire corsi di psicologia di cui non rimane soddisfatta, venendo attratta dalla astrologia, senza avere all'inizio idea di cosa si tratti, diffidente verso chi vede in essa nient'altro che un'arte predittiva e non una complessa scienza umana, utile per scavare dentro di sé. Tutto sta, a un certo punto, nel porsi le domande giuste al momento giusto, senza la pretesa di risolvere tutti i problemi («il faut savoir que tous les problèmes ne sont pas à résoudre»), che siano i propri, o altrui.

A causa di questi "frammenti di verità" non apprezza melodie troppo prevedibili (tipiche), mentre adora canzoni di ben altro livello, se non più sofisticate, più affini.

Ciò potrebbe spiegare perché, ascoltato Il ragazzo della via Gluck, pezzo con il quale Adriano Celentano si  presenta a Sanremo nel 1966, venendo eliminato dopo la prima serata, fa di tutto per registrarne una versione francese: La maison où j'ai grandi.
Sempre nel 1966, ha interpretato la canzone di Mina, Se telefonando, nella versione Je changerais d'avis.


La carriera di Françoise Hardy non si ferma al periodo d’oro della musica anni Sessanta, ma si ritaglia uno spazio considerevole nel panorama non solo canoro, ma culturale.

Non sono molti, infatti, gli artisti che nel corso dei decenni si impegnano in un percorso di costante evoluzione, sperimentando diverse strade, ma sempre con particolare attenzione alla qualità dei testi, delle melodie, degli arrangiamenti, scegliendo con cura autori, parolieri e collaboratori, senza abbandonare testi introspettivi e malinconici.



Le Désespoir des singes et autres bagatelles

di Françoise Hardy
Robert Laffont
Autobiografia
ISBN: 978-2221111635
Cartaceo 22,50€
Ebook 9,99€

Quarta

Voix sans pesanteur, beauté intemporelle, silhouette élancée? Françoise Hardy était surtout une auteur-compositeur-interprète exigeante, appréciée dans le monde entier, qui a inspiré plusieurs générations depuis son premier succès,Tous les garçons et les filles, en 1962.
Pour la première fois, elle livre les clefs de sa vie. Elle raconte son enfance en vase clos qui ne la préparait en rien à une célébrité totalement inattendue, évoque ses amours avec Jean-Marie Périer, puis avec Jacques Dutronc, son mari, et naturellement parle de leur fils, Thomas.
Françoise Hardy revient aussi sur ses chansons, ses collaborations et ses rencontres. Au gré des années, on croise Dali, Stockhausen, Ionesco, Bob Dylan, Mick Jagger, Elvis Presley, Pauline Réage, Hélène Grimaud ou Michel Houellebecq, ainsi que tous ceux qui ont le plus compté pour elle : Mireille et Emmanuel Berl, Patrick Modiano, Michel Berger, Serge Gainsbourg, Gabriel Yared, Etienne Daho...
Écrit avec sincérité, lucidité et tendresse, son récit permet de revivre des épisodes connus, d'en découvrir d'autres, et surtout de rire, de rêver et de s'interroger avec elle sur ce qui fait le sens de nos existences, joies et souffrances mêlées. Mieux qu'un livre de souvenirs, une grande traversée des apparences, où l'on découvre, depuis l'enfance à nos jours, l'itinéraire intérieur, artistique et amoureux d'une artiste profondément singulière.


Davide Dotto

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Recensione: Shakespeare's Sisters, di Ramie Targoff

Recensione: Shakespeare's Sisters, di Ramie Targoff

Recensione: Shakespeare's Sisters, di Ramie Targoff

Libri Recensione di Davide Dotto. Shakespeare's Sisters. Four Women Who Wrote the Renaissance, di Ramie Targoff (riverrun | Quercus Publishing Plc). Storia di quattro donne che sfidarono il Patriarcato con la penna.

La scrittura non richiede solo talento e ispirazione, occorrono almeno altre due cose: risorse e una stanza tutta per sé, che è il titolo di una raccolta di conferenze tenute da Virginia Woolf e pubblicata nel 1929. La scrittrice inglese, in una di esse, si interrogava sul motivo per cui le donne avessero scritto così poco rispetto agli uomini, contribuendo in misura minore alla letteratura.
La ragione è dovuta alle numerose sfide incontrate lungo il cammino, a tutta una serie di difficoltà che bussano alla porta, di lacci e aspettative che rubano tempo alla scrittura e ogni opportunità per farlo: l’accesso limitato alla cultura, ai libri, le estenuanti lotte per conquistare una propria indipendenza intellettuale.

Eppure, nonostante gli ostacoli, il periodo storico vissuto, le sanguinosissime guerre di religione, lo spauracchio dell'Armada Invencible, i processi per stregoneria, ci sono almeno quattro scrittrici che hanno lasciato il segno nell'Inghilterra del XVI e del XVII secolo.

Le loro vite e disavventure sono raccontate con dovizia e cura da Ramie Targoff nel suo recente Shakespeare’s Sisters, Four Women Who Wrote the Renaissance.
Anne Clifford (1590-1676) i cui Diari, pubblicati nel 1923, raccontano la storia di chi – potendo contare su qualche privilegio di nascita e di ricchezza – ha lottato una vita intera per far valere i propri diritti ereditari alla morte del padre.
Aemilia Lanyer (1569 – 1645), riconosciuta come la prima donna inglese a pubblicare un libro di poesie, Salve Deus Rex Judaeorum, proveniva dalla piccola nobiltà. Grazie alla letteratura ha tentato di migliorare la propria condizione e la propria posizione sociale.
Mary Sidney Herbert, in seguito Contessa di Pembroke (1561 – 1621), curatrice ed editrix delle opere del fratello Philip, portò a termine la traduzione dei Salmi, noti come The Sidney Psalm. Proveniva dall'alta aristocrazia inglese ed era ben introdotta a corte.
Elizabeth Cary (1585 – 1639), autrice dell’opera teatrale The Tragedy of Mariam, faceva parte della ricca borghesia, in accesa competizione con la nobiltà.

C’è un quinto personaggio che non va assolutamente ignorato, e con il quale un po’ tutte, per ovvie ragioni, ebbero a che fare, e con le quali fa gruppo.

Elisabetta I (1533-1603), anch'essa scrittrice, traduttrice,  autrice di poesie.
No one would ever have imagined she would rule for as long as she did. Ramie Targoff, Shakespeare's Sisters.
Le donne inglesi condividevano molto poco con la regina, apparendo la sua figura fuori dalla  loro portata. Ma proprio per questo, se non incarnò un esempio da seguire, fu un faro, un punto di riferimento («Non rimproveratemi più di non avere figli, perché ognuno di voi, e tutti quelli che sono inglesi, sono miei figli»).
"Reproach me so no more that I have no children”, she declared, “for every one of you, and as many as are English, are my children”. Ramie Targoff, Shakespeare's Sisters.

Le loro storie sono tanto diverse quanto rappresentative di un'epoca.

Ciascuna, a suo modo, è un'antesignana che ha portato avanti iniziative e idee insolite per quei tempi, o senza precedenti («pioneer in women's writing»). Recano una testimonianza preziosa delle rispettive esistenze, trasformandole in testo e portando avanti battaglie e ragioni dinastiche contro i parenti uomini (come le vicende legali di Anne Clifford immortalate nei suoi diari), con l'obiettivo di avere un ruolo definito da recitare nel palcoscenico del mondo.
Si trattava nell'insieme di opere non destinate a un pubblico generalizzato (non esisteva), ma a circolare privatamente, non oltre una cerchia ristretta. Ciò significa che poco è stato conservato, molto è andato perduto.
Cosa contengono mai, queste opere?

Un tentativo non solo di far sentire la loro voce, ma di dire la propria sulla cultura e le rigide convenzioni sociali del tempo, strappando momenti di reciprocità.

Denunciando l’insostenibilità di dover anteporre al proprio l’interesse di un marito, mettere al di sopra la propria coscienza. Esprimono la sfida radicale a uno status quo e il tentativo di capire fino a che punto ci si potesse spingere verso un punto di vista alternativo. Un po' tutte sono  il moderno riflesso, l’eco di Antigone e del suo buon senso.





Shakespeare's Sisters
Four Women Who Wrote the Renaissance

di Ramie Targoff
riverrun | Quercus Publishing Plc
ISBN: 978-1529404890
Cartaceo 20,18€
Ebook 14,99€

Quarta

In an innovative and engaging narrative of everyday life in Shakespeare's England, Ramie Targoff carries us from the sumptuous coronation of Queen Elizabeth in the mid-16th century into the private lives of four women writers working at a time when women were legally the property of men. Some readers may have heard of Mary Sidney, accomplished poet and sister of the famous Sir Philip Sidney, but few will have heard of Aemilia Lanyer, the first woman in the 17th century to publish a book of original poetry, which offered a feminist take on the crucifixion, or Elizabeth Cary, who published the first original play by a woman, about the plight of the Jewish princess Mariam. Then there was Anne Clifford, a lifelong diarist, who fought for decades against a patriarchy that tried to rob her of her land in one of England's most infamous inheritance battles.
These women had husbands and children to care for and little support for their art, yet against all odds they defined themselves as writers, finding rooms of their own where doors had been shut for centuries.

   

Davide Dotto
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Recensione: Literary Theory for Robots, di Dennis Yi Tenen

Recensione: Literary Theory for Robots, di Dennis Yi Tenen

Recensione: Literary Theory for Robots, di Dennis Yi Tenen

Libri Recensione di Davide Dotto. Literary Theory for Robots: How Computers Learned to Write di Dennis Yi Tenen (W W Norton & Co Inc.). Le radici profonde dell'Intelligenza Artificiale nella storia e nella cultura umana attraverso i secoli.

Literary Theory for Robots, pubblicato da W W Norton & Co Inc., è una storia accurata e lineare dell’Intelligenza Artificiale. Scritto da Dennis Yi Tenen, professore associato di inglese presso la Columbia University ed ex ingegnere software di Microsoft, il volume tratta un argomento impegnativo e complesso per le sue implicazioni tecniche, morali e sociali.

Non sono poche le pubblicazioni che approfondiscono lo scenario in cui è nata quella che chiamiamo Intelligenza Artificiale, la quale non si è affermata all’improvviso.

L’approccio delle varie opere è diverso e possono prevalere, pertanto, istanze etiche, sociologiche, talvolta fantascientifiche se non distopiche (quando e se si parla di un avvenire trans-umano o post-umano), oltre che questioni di carattere tecnico-scientifico. I libri che vale la pena di ricordare sono almeno due.
Il primo, Il confine del futuro. Possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale? di Francesca Rossi (Feltrinelli) è scritto da una delle maggiori esperte in materia. Il secondo, 12 Bytes. Come siamo arrivati fin qui, dove potremmo finire in futuro, della scrittrice americana Jeannette Winterson (Mondadori) esplora gli aspetti più affascinanti che possono interessare chi voglia farsi un’idea di un argomento che riguarda un domani non facile da immaginare.

Sono innumerevoli le attività coinvolte, come interi processi e professioni soggetti all'automazione.

E non si parla solo di compiti ripetitivi, ma di operazioni complesse che richiedono l’analisi di grandi quantità di dati, di quella che viene chiamata e-learning, le tecniche di apprendimento automatico che consentono alla IA di migliorare le proprie prestazioni fino ad assumere decisioni rilevanti.
Il punto a cui siamo giunti oggi è il frutto di secoli, se non millenni, di progresso culturale e intellettuale. Il tutto ha contribuito a formare un corpus di conoscenze adeguatamente trasmesso alle generazioni che via via si sono succedute.


Nella vita di tutti i giorni possiamo fare a meno di compiere con penna e calamaio conti complicati, o di tenere a mente una gran mole di informazioni: per questo ci sono fogli di calcolo, libri, enciclopedie e biblioteche.

A questi si aggiungono appositi software o gestionali, («smart device») per organizzare ed elaborare dati.
Il tempo risparmiato ci consente o ci dovrebbe consentire di dedicarci ad altro. Ma anche questo altro alla fine e a poco a poco è entrato nell’alveo di dispositivi, in un percorso che il libro di Dennis Yi Tenen ricostruisce con meticolosità. È importante infatti comprendere il motivo di un certo stato di cose, senza darlo per scontato. È la risposta articolata a una domanda che in parte è il sottotitolo del libro di Jeannette Winterson («Come siamo arrivati fin qui»).

L'evoluzione della IA si radica a pieno titolo – presupponendola – in tutta la storia umana, nei suoi progressi, i suoi fallimenti, in tutte le discipline umanistiche.

Il modo di rapportarci oggi con le informazioni, i dati, così come la loro “estrazione”, “(ri)elaborazione”, solleva un problema di “selezione”, o persino di “decimazione” per la loro sovrabbondanza indiscriminata (Umberto Eco - L'abbondanza dell'informazione).
La questione di chi legga, selezioni, estragga dal "mare magnum" delle informazioni ciò che di volta in volta ci serve, è centrale: è lo studioso, il lettore o anche questa attività viene automatizzata e affidata al "chatbot"? Da tempo si è riflettuto sul modo di "estrarre" o di "selezionare" ciò di cui abbiamo bisogno in modo "automatico". Si è iniziato con le mappe mentali, escogitando stratagemmi in grado di passare senza sforzo da una proposizione all'altra, agevolando il ragionamento, la scoperta, lo studio.

Dennis Yi Tenen ci ricorda la figura di Raimondo Lullo e la conoscenza racchiusa e sintetizzata in tabelle e ruote.

Si tratta di un metodo non dissimile al lato pratico – con le dovute proporzioni – dalla consultazione di un “oracolo”. Non per niente Lullo era scrittore, filosofo, astrologo, alchimista e mistico, noto per la sua “arte” o “fantasia” combinatoria, colui che con la sua immaginazione aveva preconizzato qualcosa come un "Excel" prima di "Excel".
The table captures a disembodied intellect. There, from each cell (camera) of a column, it derives (abstrahitur) a calculation (una ratio) – or perhaps, the English ratio, in the sense of a “quantitative relation between amounts”. Dennis Yi Tenen, Literary Theory for Robots

Non arrivano all’improvviso, quindi, nemmeno le intuizioni di Ada Lovelace.

Figlia di Lord Byron, matematica di notevole talento, la prima programmatrice in senso moderno («imagined an engine that could manipulate any symbolic information whatsoever, not just numbers»), vissuta nel contesto della Rivoluzione Industriale, quando si realizzavano le prime macchine e si sognavano automi meccanici costituiti da ingranaggi e rotelle.
È nota in particolar modo per il suo contributo all’idea della macchina analitica di Charles Babbage, di fatto il primo computer della storia che, per la tecnologia del tempo, non poté essere realizzato, ma vi sono già le premesse per gli sviluppi futuri dell'informatica. Il primo computer – piuttosto ingombrante – in fondo vide la luce soltanto nel 1944 (Colossus), un secolo dopo.

Vi è come una corsa alla scoperta dei segreti e delle connessioni che permettano di organizzare le varie branche del sapere.

E in fondo già il tentativo sistematico di Aristotele ne è la comprova. Le sue categorie possono essere considerate i mattoni di un sapere universale, alla base dei rudimentali tentativi di chatbot. Per non parlare della quaestio medievale e del suo più insigne rappresentante, Tommaso d'Aquino, il quale tentò di armonizzare la filosofia aristotelica con la teologia cristiana. Attraverso il metodo della “quaestio” (una rigorosa investigazione basata sulla ragione, sulla logica e la riflessione) si interrogò – con un approccio enciclopedico – su tutti i temi cruciali dell’epoca, compiendo un’importante opera di “sistemazione” e “organizzazione” del sapere: la natura dell’essere umano, il suo rapporto con Dio, il ruolo della ragione nella comprensione della verità dietro la quale vi è un ordine, un principio universale di conoscenza, un’intelligenza che sovrasta e guida tutte le cose.

Fin dagli inizi della storia del pensiero si discute dell'unità del molteplice, di una "intelligenza" che sovrintende il tutto.

Una causa sui che in quanto tale non presupponga una coscienza essendo eterna, ma sia un principio supremo e trascendentale (così già nel pensiero di Plotino).
Verrebbe da domandarsi se l'Universo che abitiamo non funzioni proprio in questo modo, sulla base di un imponente modello, che via via andiamo scoprendo. Un algoritmo universale che si è andato – e si va – alimentando e costituendo particella dopo particella, contemplando un'intelligenza creatrice che è sì origine di tutto, ma che va oltre l'idea stessa di coscienza, ma talmente precisa e perfetta da replicarsi, una sorta di matrice essa stessa.

Nelle riflessioni contenute nel libro Literary Theory for Robots, Dennis Yi Tenen scopre una Intelligenza Artificiale che, lungi dal rivaleggiare con l’essere umano o con la sua coscienza, è una “intelligenza collettiva”.

Nata dal lavoro congiunto (sinergia) di filosofi antichi e moderni, matematici, letterati, ingegneri, linguisti e dagli aggiornamenti che aggiungono costantemente mattoni, tasselli, correggendo e perfezionando un che di prodigioso. Dall’altro lato però, grazie all'avanzamento della tecnologia informatica, si assiste a una crescita esponenziale della capacità computazionale e della velocità di elaborazione, che consentono il machine learning.
A questo punto la IA può apparire “trascendentale”, quasi un “oracolo” via via che la verifica e il controllo dei risultati e dei processi cessano di essere alla portata dei comuni mortali o, meglio, dei singoli individui. Questo probabilmente è l’aspetto nuovo e inedito che spaventa di più.


Literary Theory for Robots
How Computers Learned to Write

di Dennis Yi Tenen
W W Norton & Co Inc
ISBN: 978-0393882186
Cartaceo 20,00€
Ebook 14,56€

Quarta 

Literary Theory for RobotsIntelligence expressed through technology should not be mistaken for a magical genie, capable of self-directed thought or action. Rather, in highly original and effervescent prose with a generous dose of wit, Yi Tenen asks us to read past the artifice—to better perceive the mechanics of collaborative work. Something as simple as a spell-checker or a grammar-correction tool, embedded in every word-processor, represents the culmination of a shared human effort, spanning centuries.Smart tools, like dictionaries and grammar books, have always accompanied the act of writing, thinking, and communicating. That these paper machines are now automated does not bring them to life. Nor can we cede agency over the creative process. With its masterful blend of history, technology, and philosophy, Yi Tenen’s work ultimately urges us to view AI as a matter of labor history, celebrating the long-standing cooperation between authors and engineers.



Davide Dotto
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Recensione: No Ordinary Assignment, di Jane Ferguson

Recensione: No Ordinary Assignment, di Jane Ferguson

Recensione: No Ordinary Assignment, di Jane Ferguson

Libri Recensione di Davide Dotto. No Ordinary Assignment: A Memoir di Jane Ferguson (Mariner Books). Un viaggio nel giornalismo di guerra che esplora gli stereotipi e svela la complessità morale e umana dietro la documentazione di eventi bellici.

No Ordinary Assignment di Jane Ferguson va ben oltre la mera narrativa di guerra a cui siamo abituati, quella che fa meticolosamente il punto sul fatto del giorno, tra miriadi di aspetti e questioni che richiedono una comprensione profonda.

Il memoir di Jane Ferguson è ciò che dovrebbe essere: un viaggio intimo nell’animo di chi ha scelto di narrare i conflitti del nostro tempo.

Prima ancora di avventurarsi nel suo percorso, solleva una questione cruciale: come si racconta una guerra, e perché? Mette in discussione da subito, e non rinuncerà mai a farlo, il proprio ruolo di giornalista cercando, tra le pieghe degli eventi, di porsi le domande giuste ed essenziali: su etica, politica, la natura dell’essere umano.
Il percorso di Jane Ferguson avviene per gradi, dal richiamo invincibile di diventare una corrispondente di guerra, con il desiderio impellente di ricoprire un ruolo ben definito – «I just needed to act».
Affinché ciò sia possibile, mette da parte ogni legame, persino ogni “senso di appartenenza” per poterne acquisire uno completamente nuovo e diverso. Ciò le consente di partire senza guardarsi indietro, senza avere restrizioni o limiti, potendo quindi trasferirsi ovunque.
I had never asked anyone for permission to do anything in my life – not out of selfishness, but because I had never belonged anywhere, to any place of group or family. I had figured out how to use this trait as a strength, I could do whatever I wanted. Jane Ferguson, No Ordinary Assignment: A Memoir

Questo implica anche l’assenza di una sfera privata da conciliare con il lavoro, il ritrovarsi sola di fronte a sfide imponenti.

Tra queste, in quanto donna, colloquiare e interagire con generali, figure di potere in nazioni conservatrici al limite con il fondamentalismo religioso.
Tuttavia, questa situazione offre l'opportunità di esplorare la realtà circostante; di entrare nelle case, luoghi inaccessibili ai colleghi maschi, dialogare e raccogliere storie, confidenze dalle donne del posto.
Si confronta con i modelli che hanno influenzato la scelta di una professione particolare. Impara a interrogarsi sulla logica dietro le controversie e le divisioni che generano le guerre.
Fin dall'infanzia vissuta nelle campagne dell'Irlanda del Nord – in un periodo di disordini sociali e violenze, di scontri tra soldati britannici e membri dell'IRA – ha conosciuto ostilità e confronti armati.

Nelle vene già scorre l’esigenza di capire non solo chi possa raccontare gli eventi, ma soprattutto come, e con quale cuore.

Il “senso di non appartenenza” si veste a poco a poco di una prospettiva nuova, cercando di posizionarsi al di là e al di fuori di chi fa la guerra e la documenta, al di là e al di fuori di uno sguardo parziale e semplificato, e di cosa si recepisce dalle notizie di giornali e reti televisive.
Chi sono, quindi, i corrispondenti – anzi, le corrispondenti – di guerra? Come vengono visti e viste dalle popolazioni locali? Sono testimoni a cui affidare immagini e storie, in modo che emergano e non restino imprigionate ai confini di un territorio devastato dai conflitti interni. Il compito, delicato e prezioso, deve mettere da parte ogni forma di spettacolarizzazione: «Le persone riconoscono la vera empatia, unico comportamento decente nel reportage di guerra».

Quale atteggiamento mantenere, quindi? In che modo rapportarsi?

Jane Ferguson ricorda come, da bambina, sfogliando il National Geographic, si interrogasse sul perché chi fotografava le donne anziane sofferenti in Bosnia non le avesse aiutate. Se lo chiede ora anche lei, quando emergono inevitabili domande su responsabilità e impossibilità di offrire un aiuto tangibile all’altrui dolore: non è una militare, non è una pilota, né un'ingegnera o una medica, ma una narratrice.
Preda di un senso di smarrimento profondo, si rende conto che oltre non può andare: non è solo un momento che puoi mettere da parte, ma una sensazione che rimane cucita addosso: si diventa testimoni di qualcosa cui, come giornalisti, non si può rendere giustizia.
What was my role here? Was I helping at all? Jane Ferguson, No Ordinary Assignment: A Memoir

Ci si confronta con una realtà non facile da digerire.

Il lavoro di cronista si inserisce in un meccanismo paradossale, non sempre legato all’informazione più autentica, bensì alla propaganda di una fazione; indipendentemente dalla qualità del proprio contributo, è necessario apparire, comunicare in un certo modo, al punto in cui la parlata e l'accento – “No foreign accents” – possono costituire un ostacolo. Per poter lavorare ci si deve adattare fino o cambiare qualcosa di sé.



Diventano chiare anche altre cose. Ad esempio la consapevolezza che le regole che governano ciascun conflitto sono le stesse, come le “conseguenze non intenzionali”.

La carenza di assistenza medica e di farmaci per le popolazioni colpite; ospedali – se presenti e funzionanti – al limite e spesso inaccessibili per alcuni – i “ribelli”. A cambiare è l’attenzione mediatica che relega alcune crisi in secondo piano, tanto che ora si parla molto meno dell’Ucraina, la cui situazione non è certo meno complessa.
Può non apparire scontato capire che non ci si trova davanti a “un set cinematografico”, né che ci si deve concentrare sulla competizione tra le rispettive fazioni, ciascuna diretta a eclissare le istanze di quella avversaria. È altrettanto inappropriato individuare a tutti i costi “il buono”, “il cattivo” al fine di rimanere ancorati a un unico punto di focalizzazione (da quale parte stare), e da lì non spostarsi mai – «Prima ancora di documentare i conflitti come giornalista, ho capito da tempo che spesso non ci sono lati buoni e cattivi, che la realtà è un insieme composito e crudele di verità. La stessa moralità si piega a essa».
I have known since long before covering wars as a reporter how there are often no good and bad sides, and that reality is a complex and harsh collection of truths. Morality bends. Jane Ferguson, No Ordinary Assignment: A Memoir

Alla fine, si riscontra la difficoltà di andare oltre la pur importante ed estenuante ricostruzione dei fatti, fino a scoprire cosa provano le popolazioni che vivono tali situazioni.

Da qui discende il bisogno di comprendere, condividere, avere il coraggio di affacciarsi alla lingua e alla cultura altrui e porsi una domanda ulteriore: in quali modi l’essere umano (indipendentemente da ogni provenienza e appartenenza) ha contaminato se stesso, innescando malanni difficili da debellare, perché radicati nelle sue origini.


No Ordinary Assignment
A Memoir

di Jane Ferguson
Mariner Books
Memoir | Versione inglese
ISBN 978-0063272248
Cartaceo 29,81€
Ebook 14,49€

Quarta 

Jane Ferguson has covered nearly every war front and humanitarian crisis of our time. She reported from Yemen as protests grew into the Arab Spring; she secured rare access to rebel-held Syria, where foreign journalists were banned, to cover its civil war. When the Taliban claimed Kabul in 2021, she was one of the last Western journalists to remain at the airport as thousands of Afghans, including some of her colleagues, struggled to evacuate.
Living with sectarian violence was nothing new to Ferguson. As a child in Northern Ireland in the 1980s and ‘90s, The Troubles meant bomb threats and military checkpoints on the way to school were commonplace. Books by Dervla Murphy and Martha Gellhorn offered solace from her turbulent family, and an opportunity to study Arabic in Yemen came as a relief—and a ticket to the life in journalism she imagined.
Without family wealth or connections, she began as a scrappy one-woman reporting team, a borrowed camera often her only equipment. Networks told her she had the wrong accent, the wrong appearance, not enough “bang-bang shoot-‘em-up.” Still, Ferguson threw herself into harm’s way time and again, determined to give voice to civilian experiences of war. In the face of grave violence and suffering, this seemed a small act of justice, no matter the risks.
Ferguson’s bold debut chronicles her unlikely journey from bright, inquisitive child to intrepid war correspondent. With an open-hearted humanity we rarely see in conflict stories, No Ordinary Assignment shows what it means to build an authentic career against the odds.


Davide Dotto
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Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Recensione: Sur la dalle, di Fred Vargas

Libri Recensione di Davide Dotto. Sur la dalle un noir in lingua originale di Fred Vargas (Flammarion). Una nuova indagine del commissario Adamsberg, lo spalatore di nuvole.

Come è noto, il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, nato dalla penna di Fred Vargas, si distingue per la particolare tecnica investigativa.
Contrariamente a un approccio convenzionale, Adamsberg si affida in modo sorprendente all'istinto e all'intuizione più spinti, tanto che chi non lo conosce può sentirsi sopraffatto.
Questo stile “non lineare” è in fondo famigliare: abbiamo spesso visto il tenente Colombo cogliere un dettaglio insignificante e seguire un disegno già chiaro in testa, fino alla chiusura dell’indagine.
Nel caso di Adamsberg, però, tale disegno non c’è, o ve ne è uno intricatissimo. Non è nemmeno un disegno, ma una serie indefinita di cause prime, seconde e terze, date dalle “causali convergenti”, dallo “gnommero” che toglie il sonno al dottor Ingravallo, il commissario di Polizia di Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana.

La mente visionaria del commissario Jean-Baptiste Adamsberg (lo spalatore di nuvole), la capacità di avvertire qualcosa oltre l’evidenza immediata della ragione, sono un “unicum” nel suo genere.

I suoi percorsi tortuosi si inoltrano negli strati profondi e inaccessibili della psiche, e in nessun caso – contrariamente a Sherlock Holmes – gli consentono di appoggiarsi alla ragione o al metodo deduttivo.
C’è piuttosto una forma di estraniazione, qualcosa di simile a uno stato di “trance”, perché lasciarsi prendere da una di queste intuizioni significa quasi essere assente a se stesso.
«Torni tra noi commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca miseria?»
«Nella nebbia ci vedo benissimo.» Fred Vargas, Il morso della reclusa (Einaudi)
I momenti migliori sono le lunghe camminate dedicate alla meditazione e a mettere insieme i pensieri; il tempo trascorso a scarabocchiare e disegnare, in attesa di qualche illuminazione; infine le pause di riflessione davanti al menhir nei dintorni di Combourg, in Bretagna, scenario di Sur la dalle.

Un po’ tutti i suoi collaboratori hanno peculiarità che rendono la squadra del commissario fuori dal comune.

Tra costoro c’è il capitano Adrien Danglard, che «ama la carta fino alla nevrosi, e lo scritto in ogni sua forma, e i suoi rapporti sono curatissimi». Figura speculare rispetto al commissario (che evita quanto gli è possibile le scartoffie burocratiche, le relazioni, gli inventari e gli elenchi) è noto per l'ostinata razionalità catalogatrice, che si accompagna a una memoria formidabile, tanto che ci si domanda se abbia tre cervelli in più nascosti con cura («si son adjont n'était pas doté de trois cerveaux supplémentaires soigneusement dissimulés»).

Non tutti i lettori affezionati sembrano entusiasti dell’ultima avventura di Adamsberg, forse perché supera le cinquecento pagine, oppure perché, a metà di una storia intricata e ricca di deviazioni, è difficile pensare a cosa possa venire dopo senza che la trama diventi ancora più ingarbugliata.

Ecco alcuni degli elementi presenti in Sur la Dalle:
  • Un probabile diretto discendente del visconte François-René de Chateaubriand
  • Una serie di delitti che richiamano leggende locali
  • Un assassino che è mancino, o forse no (un faux gaucher)
  • Un branco di adolescenti scapestrati
  • Una pericolosa organizzazione criminale
  • Un rapimento

L’edificio creato a qualcuno è parso farraginoso per via di piste che sulle prime sembrano non condurre a niente, elementi di un gioco a scatole cinesi di cui si tirano le somme solo da un certo momento in poi.

Con il numero impegnativo di pagine, ciò contribuisce a una certa lentezza del romanzo, almeno nella prima metà.
Insomma: Sur la Dalle è di fatto un movimentato intreccio di diversi casi polizieschi che si collegano a quello principale, ciascuno con la sua vittima, il suo colpevole, e soprattutto il suo movente. Per comprendere a fondo un tale groviglio, il lettore ha bisogno di assimilare il tutto e prepararsi a ulteriori sorprese e colpi di scena. Ci vuole un po’ per capire che l'intrico deriva dalla sovrapposizione di interi universi esistenziali.
Il difficile è comprendere – tra i tanti elementi raccolti – quale sia rilevante, quale no. In tali universi, per via di qualche congettura di troppo, uno Sherlock Holmes non brillerebbe affatto. La ragione infatti non arriva dappertutto, ma uno come Adamsberg diventa piuttosto pericoloso. E infatti a un certo punto arrivano i riscontri, le prove incontrovertibili davanti alle quali non si può più scappare.

Il romanzo decolla davvero, superata la metà. Tutto si incastra alla perfezione in un mosaico dettagliato e composito.

Sur la dalle di Fred Vargas richiede alla fine una soglia di attenzione superiore, maggiore pazienza e una lettura accorta.
La particolarità del romanzo – cui non siamo troppo abituati – è una sorta di azzardo: smantella dall'interno la struttura tipica del giallo per poi ricomporlo, non prima di aver concluso un bel po' di storie secondarie e smontato false piste. Tutto con l'aiuto di un filo d'Arianna sui generis: quello che orienta in un labirinto intricato le cui stanze sono i misteri che si intersecano tra loro, i collegamenti nascosti, e dove, da qualche parte, attende la soluzione, qualcosa di simile al Minotauro.


Sur la dalle

di Fred Vargas
Flammarion
Giallo | Noir
ISBN 978-2080420503 [ed. francese]
Cartaceo 23,00€
Ebook 14,99€

Quarta 

- Le dolmen dont tu m'as parlé, Johan, il est bien sur la route du petit pont ?
- A deux kilomètres après le petit pont, ne te trompe pas. Sur ta gauche, tu ne peux pas le manquer. Il est splendide, toutes ses pierres sont encore debout.
- Ca date de quand, un dolmen ?
- Environ quatre mille ans.
- Donc des pierres pénétrées par les siècles.
C'est parfait pour moi.
- Mais parfait pour quoi ?
- Et cela servait à quoi, ces dolmens ? demanda Adamsberg sans répondre.
- Ce sont des monuments funéraires. Des tombes, si tu préfères, faites de pierres dressées recouvertes par de grandes dalles. J'espère que cela ne te gêne pas.
- En rien.C'est là que je vais aller m'allonger, en hauteur sur la dalle, sous le soleil.
- Et qu'est-ce que tu vas foutre là-dessus ?
- Je ne sais pas, Johan.


Davide Dotto
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Recensione: Death of an Author, di Aidan Marchine

Recensione: Death of an Author, di Aidan Marchine

Recensione: Death of an Author, di Aidan Marchine

Libri Recensione di Davide Dotto. Death of an Author di Aidan Marchine (Pushkin Industries). Un romanzo giallo, scritto dall'Intelligenza Artificiale, che solleva importanti interrogativi sul futuro della scrittura.

Death of an Author è un romanzo giallo scritto con l'aiuto dell’Intelligenza ArtificialeAidan Marchine, pseudonimo del giornalista canadese Stephen Marche, incarna in pieno questa sinergia.

È, innanzitutto, un esperimento che solleva importanti interrogativi sul futuro della scrittura.

Quanto rivoluzionario possa essere, è presto per dirlo. Il racconto è costruito a tavolino e opportunamente congegnato, il ritmo è quello giusto, calcolato al millimetro, con esattezza e approccio ingegneristico-matematico. I dettagli sono centellinati ma prevedibili, la figura di Peggy Firmin – vittima designata e autrice di successo – si precisa poco a poco, grazie a Gus Dupin, critico letterario e improvvisato detective. Il suo punto di vista privilegiato ci guida nel mondo narrativo, in contesti, ambientazioni, personaggi.
Della protagonista viene menzionato God, Inc., un bestseller internazionale che tratta di una macchina che si spegne una volta raggiunta una certa soglia di sensibilità, o autocoscienza. Questo fa di Peggy Firmin una pioniera dei “cybernetic novels”, l’anello di congiunzione tra il mondo tecnologico e quello letterario (a link between the tech world and the literary world).

Death of an Author non ha pretese di originalità, poiché elabora e prende a prestito un plot di tutto rispetto, tratto dal racconto di Arthur Conan Doyle, The Problem of Thor Bridge, che vanta già più di una riscrittura.

(E di cui vale la pena ricordare la notevole interpretazione di Jeremy Brett).
Può sorprendere che Gus Dupin non colga il collegamento tra questa storia e l'omicidio di Peggy Firmin (“Why are you telling me a Sherlock Holmes story?). Lui stesso, in fondo, ha raccolto, tra gli altri, questo indizio. Si potrebbe pensare che il fitto ricorso agli easter egg abbia provocato qualche incongruenza.

Il romanzo, sul filo dell'arte della combinazione di dati, informazioni e possibilità, crea un prodotto a misura di androide che, di per sé, suscita un certo senso di inquietudine.

Per esempio il temuto, ineluttabile volta pagina che dovrebbe condurre dalla semplice "Intelligenza Artificiale" (AI) alla "Intelligenza artificiale generale" (AGI), ovvero alla “singolarità”. Cosa accadrebbe se – nella forma di un avatar - l'AI interagisse con gli esseri umani e si presentasse in questo modo?
The artificial specific intelligence is me. You’re talking to it. Aidan Marchine, Death of an Author

E se creasse una realtà alternativa indistinguibile da quella che l'umanità ha conosciuto finora?

Questo è ciò a cui, nel romanzo, mira il misterioso progetto Sibilla (Project Sibyl).
Inquietante è il desiderio di Peggy Firmin nel suo saggio The Ravens (che richiama Edgar Allan Poe, come Gus Dupin) a che il suo corpo venisse esposto a cielo aperto, nella sua proprietà, “to be eaten by scavenging animals”. Ebbene: a chi si può attribuire una volontà del genere? A un autore "umano", al programma che ha elaborato il racconto? A un personaggio reale come Peggy Firmin, a un software? In altre parole: chi è il soggetto che emerge, chi l'artista? Chi è l'assassino? Chi complotta contro chi? C’è qualcuno o nessuno dietro questa “anima artificiale”?
Porsi un interrogativo del genere non è da poco: un computer potrà mai considerare (o desiderare) di avere una coscienza?
Ma la protagonista del romanzo si pone un ulteriore problema: alla propria morte non sarebbero più pubblicate opere a suo nome, a meno che qualcun altro – o qualcos’altro - non ne erediti il ruolo, portando avanti i suoi progetti. Si intravede, tra le righe, il desiderio di vivere per sempre, ancorché in una forma differente, lasciandosi alle spalle il corpo fisico (dandolo persino in pasto agli uccelli), "to pursue a life beyond my body, a life as a writer". Un modo particolare di aspirare all'immortalità di sé e delle proprie opere.

L'Intelligenza Artificiale si pone a servizio dell'opera letteraria.

L'Intelligenza Artificiale può essere considerata come un insieme di leve e bottoni, ma non una semplice macchina per scrivere. In chi vi ricorre servono solide conoscenze narratologiche.
In Death of an Author ci troviamo di fronte a una trama complessa, a un’opera ingegneristica che gioca molto con strutture e linguaggi. Vi è anche un uso eccessivo di "coincidenze" che rendono il tutto prevedibile e scontato. Né mancano imperfezioni, come personaggi che appaiono e scompaiono, recitano il loro ruolo secondo uno script fisso, e poi si eclissano. L'intero racconto assume una piega unidimensionale che sa di artefatto, a tratti onirica e irreale. Non umana.
È importante notare che, sebbene il romanzo Death of an Author sia in gran parte (per il 95%) generato da un computer, il risultato finale è influenzato dall'utilizzo di almeno tre software principali: ChatGPT, Sudowrite e Cohere.

Se il contributo di Stephen Marche rappresenta "appena" il 5%, non si può dire sia marginale, poiché rimedia qua e là ai difetti di coerenza di una AI che procede a briglie fin troppo sciolte.

Nel migliore dei casi l'intervento dell'autore è il carburante senza il quale il motore non si avvia, e nessun viaggio è possibile, mentre il restante 95% rischia di essere solo materiale grezzo e informe. Questo carburante comprende in parte codici e algoritmi che penetrano il mistero delle cose, in un mondo digitale e alternativo fatto di pulsanti da premere.
Vi rientra un massiccio intervento di revisione per evitare effetti indesiderati, e riportare l'opera a un minimo di armonia intrinseca. È un po' come un regista che accoglie e gestisce, tra un ciak e l'altro, le improvvisazioni dell'attore sulla scena, intervenendo poi sul montaggio finale.

La creatività dell'AI, tanto discussa, precede e segue il suo funzionamento.

È l'abilità di farla lavorare per ottenere il risultato desiderato, su cui l'autore ha e deve avere l'ultima parola. Il romanzo nasce, infatti, da un mare di dati e informazioni organizzati, selezionati e raccolti sfruttando lo sviluppo esponenziale delle capacità computazionali. Se non fosse soddisfacente, le istruzioni dovrebbero essere modulate in maniera diversa.
Ciò apre prospettive nuove sulla missione letteraria, e offre un terreno fertile per esplorare diverse frontiere creative. L'autore non ha più la penna in mano, ma ha davanti una vasta scacchiera di cui studia i segreti per ricavarne, passo dopo passo, se non riga per riga, parole, personaggi, discorsi e storie, mantenendo controllo e responsabilità dell'intero processo.
Una grande incognita è data dal copyright, argomento a cui i giuristi stanno dedicando molta attenzione. Nel caso di Death of an Author si potrebbe parlare di diritti d'autore solo per le opere da cui il romanzo attinge a piene mani, la maggior parte delle quali ormai di pubblico dominio.


Death of an Author

di Aidan Marchine
Pushkin Industries
Narrativa
Ebook 3,99€

Quarta

When Gus Dupin, literary critic and scholar, finds himself invited to the funeral of Peggy Firmin, celebrated novelist and now murder victim, he is determined to find out who killed her and why. As his investigation gets underway, it is not long before he finds himself at the center of an experiment at Marlow AI, a large language model company.
Why was he included in this experiment and what role did Firmin play? Further, why is Dupin suddenly a suspect in Firmin's murder? And worse: is he the next victim? As Dupin attempts to unravel the mystery of the death of his favorite author, readers find themselves in an alternate reality that raises a sinister question: what is the appropriate relationship between humans and machines and is murder the consequence when it goes too far?
A revolution in narrative and an unprecedented use of Artificial Intelligence, Death of an Author is a masterful and stunning examination of the nature of storytelling and the power of language.

Davide Dotto
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Recensione: Enter Ghost, di Isabella Hammad

Recensione: Enter Ghost, di Isabella Hammad

Recensione: Enter Ghost, di Isabella Hammad

Libri Recensione di Davide Dotto. Enter Ghost di Isabella Hammad (Grove Press). Tra passato e presente, il racconto della "questione palestinese" e del fantasma di Amleto che intimidisce, rivela, e parla alla coscienza.

Enter Ghost, secondo romanzo di Isabella Hammad, uscito di recente negli Stati Uniti e non ancora tradotto in italiano, è un romanzo che invita a uno sguardo multiprospettico. Tra affetti e politica, passato e presente, si pone all’esterno di eventi e situazioni, ma non troppo. Si muove come un drone in modo da cogliere la realtà dall'alto, e cercare di rappresentarla nella sua totalità.
Enter Ghost racconta di Sonia Nasir che, dopo undici anni di assenza, torna a Haifa, in Israele, dove vivono la sorella maggiore Haneen e altri parenti.

Sonia Nasir ha il passaporto britannico ed è di origine palestinese.

All'ingresso, è sottoposta a un controllo meticoloso che sfiora l’interrogatorio. Il rientro, sotto ogni aspetto, è traumatico.
I hadn’t prepared myself for this bodily impact, the memory of my senses. Isabella Hammad, Enter Ghost
In Gran Bretagna è attrice e insegnante, ha calcato le scene e recitato in qualche serie TV, tanto basta per capire che il teatro ha i suoi alti e bassi, è spietato con gli attori, e non è tenero nemmeno con quelli più intraprendenti. In questo mondo parallelo, in apparenza più congeniale, la “Palestina” è un discorso messo da parte.

A Haifa Sonia Nasir è in vacanza, in pausa da se stessa e dai grandi dilemmi che bussano alla coscienza.

In Israele, e in Cisgiordania, ci sono molte questioni irrisolte, ma anche il teatro, di tradizione e lingua araba. Sonia, a poco a poco, verrà trascinata in una riproposizione dell’Amleto dietro la regia di Mariam, un’amica di Haneen. Manca Gertrude, la regina di Danimarca. Perché non impersonarla?
Tutto in una volta entrano in gioco, oltre la questione palestinese, la sua vita, i parenti, la famiglia. Ciò la avvicinerà a una realtà che ha guardato da lontano, rifletterà su un certo modo di ritrasporre Shakespeare e il suo Amleto, sulla possibilità di attingere a qualche fantasticheria salvifica e dare un senso a quel particolare presente.

Perché dietro il genio di Shakespeare c’è sempre la Gran Bretagna e la tentazione (o la necessità) di una rivisitazione politica forte, inevitabile e indispensabile.

C'è tuttavia molto altro, perché un po’ tutti sono fuori sincrono, persi nel tempo e nello spazio, nessuno è al suo posto. È quasi indifferente trovarsi in Inghilterra («England is awful») o a Haifa (in vacanza, a trovare i parenti). Finché prevalgono «stanchezza, straniamento», noia e apatia, finché ci si sforza di mantenere un difficile distacco per tenersi lontani dalla cronaca e dalla violenza degli scontri, e non si trova un centro, le audizioni e le prove dell’Amleto ne soffrono, la recitazione ne risente.

Tra vita reale, pièce teatrale, qual è il proprio ruolo, il proprio spazio, il proprio tempo? Quale identità affermare o negare, quale passaporto, quale cittadinanza?

Il senso della realtà da recuperare (o recuperato) dipende da troppi punti di vista, e non ve ne sono di privilegiati. Vi è quello israeliano, quello palestinese, ma anche quello occidentale.
Molto dipende dalla vicinanza geografica: hanno voce in capitolo le strade, gli odori, i ricordi («il ritorno alle atmosfere dell’intifada della propria adolescenza»). Si seguono le notizie alla TV e non ci si parla. Se si discute, si abbassa il volume, che bastano le immagini.
With the intifada coming to a end, the television was on even more than usual. We watched the developments like the sequence of a soap opera. Isabella Hammad, Enter Ghost
Al senso di straniamento può seguire una sorta di risveglio, con la consapevolezza che vi siano un “dentro” e un “fuori”, una terra di confine, né un qui, né un là. Ecco trovato il “centro”, una “borderland”, e un altro genere di reminiscenze.

In che modo Amleto ha a che fare con il conflitto arabo-israeliano? Qual è il suo sotto testo?

Tra le righe si disegna l’Amleto che conosciamo: un personaggio chiamato ad affrontare la propria tragedia (prima ancora che le proprie responsabilità), e con essa a consumare una vendetta che gli chiede di essere “crudele” e velenoso. La crudeltà e il veleno covati dentro di sé dovranno esplodere all’esterno. Ma per far questo, l’attore dovrà rivestirsi di un odio implacabile, e da qualche parte estrarlo, respirarlo e ributtarlo fuori, in una difficile catarsi.
Il fantasma che entra sulla scena («enter Ghost») deve essere riconosciuto come proprio.
Sonia, grazie alle sue “fantasticherie”, si immedesima in Gertrude, la regina di Danimarca che rappresenta il territorio occupato, il territorio nemico, il territorio devastato e conteso tra popoli in guerra.

Ci riesce accedendo (con facilità e sofferenza) ai sentimenti che servono («I needed them, to manipulate without emotional cost the material of my self»).

Manipola nello sforzo creativo la propria coscienza, evoca qualcosa dal nulla fino a crederci e averne paura. Così faranno gli altri interpreti, non senza difficoltà.
Non si nasconde che la rivelazione (o la illuminazione) che ne discende è devastante quanto l’apparizione del fantasma di Amleto: perché produce la tragedia, mostra il punto di non ritorno, ma anche una lucidità assoluta non lontana dalla follia , come accade in Midhat Kamal protagonista di Il parigino, primo romanzo di Isabella Hammad.
Je suis complètement lucide. Une lucidité absolue. Qu’est-ce que c’est, qu’est-ce que c’est cette folie? Isabella Hammad, Il parigino

Amleto è chiunque permetta l’ingresso sulla scena del “fantasma”, che cambia le carte in tavola e assume le sembianze di un indeclinabile destino.

Per forza di cose è il regista chiamato ad allestire una messinscena di attori di passaggio, ma è anche l’attore che rappresenta se stesso, al centro del palco (non fa così Mariam?).
Ciascuna figura ha la sua centralità, il pubblico non è estromesso dal dramma, ma protagonista assoluto e destinatario, se non di un messaggio, di una nuova consapevolezza.
L’Amleto stesso di Shakespeare è il fantasma che entra e parla alla coscienza; e fantasma è il dramma portato in scena, qualcosa che intimidisce e rivela.
Sono, nell’insieme, presenze che si riassumono in un unico verbo (acting, to act) che, in un gioco di parole tutto in inglese, indica e trascende una volta di più il mestiere dell’attore.
“Right. It’s the time for acting”
“Acting, yes” he said.” In English it is a nice play to words.
Isabella Hammad, Enter Ghost


Enter Ghost

Enter Ghost

di Isabella Hammad
Grove Press | Vintage Publishing
Narrativa EN
ISBN 978-0802162380
Cartaceo 23,73€
Ebook 14,99€

Quarta 

After years away from her family's homeland, and reeling from a disastrous love affair, actress Sonia Nasir returns to Haifa to visit her older sister Haneen. While Haneen made a life here commuting to Tel Aviv to teach at the university, Sonia remained in London to focus on her acting career and now dissolute marriage. On her return, she finds her relationship to Palestine is fragile, both bone-deep and new.
When Sonia meets the charismatic and candid Mariam, a local director, she joins a production of Hamlet in the West Bank. Soon, Sonia is rehearsing Gertrude's lines in classical Arabic with a dedicated group of men who, in spite of competing egos and priorities, all want to bring Shakespeare to that side of the wall. As opening night draws closer and the warring intensifies, it becomes clear just how many obstacles stand before the troupe. Amidst it all, the life Sonia once knew starts to give way to the daunting, exhilarating possibility of finding a new self in her ancestral home.
Timely, thoughtful, and passionate, Isabella Hammad's highly anticipated second novel is an exquisite story of the connection to be found in family and shared resistance.

Davide Dotto
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