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Viaggio in Amazzonia: Tambo Blanquillo e ritorno a Cusco

Viaggio in Amazzonia: Tambo Blanquillo e ritorno a Cusco

Viaggio in Amazzonia: Tambo Blanquillo e ritorno a Cusco

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Amazzonia, ultimo tratto di un emozionante viaggio nel Parco del Manu: Tambo Blanquillo e ritorno a Cusco, dove tutto ha avuto inizio.



27 maggio: Tambo Blanquillo.

Oggi giornata in barca, ridiscendiamo il Manu fino al Madre de Dios e poi giù fino al Tambo Blanquillo. Lungo le rive alberi fioriti di giallo e di arancio, niente giaguaro questa volta e anche pochi caimani, in compenso il solito spettacolo offerto dagli uccelli, un gruppo di grosse anatre su una riva sabbiosa, una sussiegosa cicogna dal collo rosso – è un jabiru, indica Darwin, e quello è un arauco – e quelli che volano a pelo d’acqua? – sono pico tijera, arano col becco l’acqua per prendere i pesci in superficie.
Sosta alla stessa spiaggia dell’andata, nessun caimano in vista ma – no, non ci allontaniamo.
Quattro ore di barca, a Boca Manu il cellulare prende – sì sono ancora vivo –, tranquillizzo mia moglie. Pranzo e siesta in barca tutti intabarrati, fa freddo.
Dall’attracco sulla riva al Tambo Blanquillo c’è un quarto d’ora di camminata – il fiume si è spostato, si scusa il ragazzo del lodge che è venuto a riceverci. Un’ora di relax poi via di nuovo in barca verso il Cocha Camungo – c’è una piattaforma su un albero altissimo, ci dice il nostro accompagnatore, sarà la solita esagerazione penso, ma l’albero c’è e la piattaforma è davvero alta, 50 e passa metri, uccellini vari tra i rami, tre coppie di pappagalli ara che tornano al nido, scatto una foto ma manco li ho inquadrati, e in basso la lanca del Cocha Camungo.


Avete visto un tapiro su nel Manu? 

No? Stasera lo vedrete – ci preannuncia una guida del lodge e il tapiro arriva davvero col buio, era un trovatello cresciuto dal personale del tambo, adesso è un maschio poderoso, se lo accarezzi sembra di toccare una massa di ferro, viene a mangiare qualche frutto dalle mani della guida – è stato attaccato da un giaguaro – e ci mostra il segno di una graffiata sul dorso – ma adesso ha messo su famiglia, la femmina e il piccolo non osano venire qui ma gironzolano nei paraggi.
Tutti stanchi, a letto presto – cos’è questo rumore? – è il tapiro che è entrato in camerata, Chen gli sta simpatico, tocca a lui portarlo fuori.



28 maggio, lo spettacolo della natura: 20 specie di pappagalli, falchetti, caimani e lontre giganti

Il moroso di Stefanie deve avere un peso specifico particolare perché affonda nel fango della riva e non c’è mezzo di schiodarlo ma alla fine anche lui arriva alla collpa dei pappagalli, una falesia argillosa alta cinque o sei metri che corre lungo la riva di una lanca abbandonata. Basta avere pazienza ma lo spettacolo è assicurato, ci garantisce la guida, tutti nel lungo capanno su palafitte di fronte alla falesia in attesa dei pappagalli, più di 20 specie sono quelle dipinte su un cartellone per l’identificazione.
Ore 6:30, niente in vista.
Ore 7:30, una ventina di pappagalli verdi con spalle rosse e altri dalla testa blu su un albero rinsecchito.
Ore 8:00, non scendono a beccare l’argilla, volano via, in cielo poco dopo volteggia un grande rapace.
Ore 8:30, arrivano i primi macao, Ara chloropterus secondo il tabellone, bellissimi, rossi e blu.
Ore 10:00, saranno almeno una cinquantina sui bambù e sulle palme sopra la falesia, sembra di vedere una decorazione natalizia, ma non scendono, c’è un falchetto in basso che aspetta.
Ore 10:30, il falchetto se n’è andato e il primo ara scende a beccare l’argilla, in dieci minuti sono tutti giù in un tripudio di rossi e di blu.
Ore 10:45, non so cosa sia successo, tutti volano via assieme, una virata davanti al nostro capanno e poi scompaiono dietro gli alberi della foresta.
Pazienza messa a dura prova ma ne è valsa la pena: uno spettacolo!


Pomeriggio sul Cocha Blanc. 

Il vecchietto che custodisce il riparo della zattera vive lì da solo, ogni tanto gli portano da mangiare e una volta sono andati in barca a recuperarlo quando il fiume in piena ha inondato il lago ed è arrivato al tetto di foglie di palma. Adesso sotto il tetto un gruppo di pipistrelli aspetta la sera, su un ramo un halcòn murcielaguero – falco dei pipistrelli, ce lo indica il vecchietto – aspetta i pipistrelli, in alto sull’albero, lì di fianco una famiglia di scimmie urlatrici aspetta che noi ci si muova. Un martin pescatore dal petto rosso sfreccia sull’acqua, coppie di cardinali gola rossa svolazzano tra le canne, quattro arauco passeggiano sui tappeti galleggianti, un airone impettito risplende bianchissimo, un piccolo caimano ci attraversa la strada, lontane due lontre giganti rientrano alla tana: sicuramente la cocha più bella che abbiamo visto.





29 maggio, l'ultimo giorno del nostro viaggio in Amazzonia: il ritorno a Cusco.

Oggi si torna a Cusco – ma sull’autostrada, ci informa Darwin. Prima dell’autostrada in barca nella nebbia fino a Boca Colorado, poi un’ora di fuoristrada attraverso campi e pascoli dall’aria triste, altra barca per attraversare il Rio Inambari un grande affluente del Madre de Dios – più in su ci sono miniere che stanno devastando il fiume e la foresta, dice Darwin (*), ma noi non ci passiamo – e finalmente l’autostrada, la Interoceanica Sur che, in realtà, è una strada asfaltata a due corsie con un certo traffico di camion.
La foresta è già un ricordo.
Ci hanno promesso un grande spettacolo, basta, ancora una volta, aspettare. La strada sale con tornanti infiniti tra montagne sempre più brulle e colorate, un branco di lama sull’altro versante della valle, sono tutti là tranne uno che si para all’improvviso davanti al pulmino quasi volesse fare una rapina. A che altezza siamo? Mi indicano il cartello, "Abra Pirhuayani 4.725 msnm", praticamente in cima al Monte Bianco, poi giri lo sguardo e resti a bocca aperta: le nevi immacolate del Nevado Ausangate (6.384 metri) si stagliano contro il cielo blu e si riflettono nelle lagune sotto il passo, lo spettacolo c’è davvero. Ed è splendido!




* Il disastro ambientale è descritto nel film River of Gold della Amazon Aid Foundation




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Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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Viaggio in Amazzonia: il fiume Manu, tra giaguari, caimani e indigeni Matsigenka

Viaggio in Amazzonia: il fiume Manu, tra giaguari, caimani e indigeni Matsigenka

Viaggio in Amazzonia: il fiume Manu, tra giaguari, caimani e indigeni Matsigenka

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Amazzonia, lungo il fiume Manu, tra giaguari, caimani, lontre giganti e gli indigeni Matsigenka.

Tutti in barca, abbiamo sei ore di risalita lungo il fiume, il Manu finalmente. Il Madre de Dios è come il Ticino ma più grande, un fiume turbolento, acque chiare, rapide e greti sassosi, il Manu invece è come il Po in piena, acqua marrone che fila via liscia, mulinelli e tronchi galleggianti, la differenza fa impressione.


25 maggio: il fiume Manu in Amazzonia, tra giaguari e caimani

Il motore spinge contro la forte corrente, dieci minuti ed ecco sulla riva, immobile, il primo caimano – caimano bianco, dice Darwin, al massimo arrivano ai due metri, poca roba. Le rive franate sono un intreccio di radici esposte e di tronchi caduti, ogni tanto un raggio di sole illumina il muro verde della foresta – là – indica Darwin al timoniere, tutti guardano ma nessuno vede niente, la barca accosta piano, motore al minimo – silenzio e nessun movimento brusco – io non vedo ancora niente, agitazione in barca, Stefanie lo ha visto – là, un giaguaro! Sdraiato tra i cespugli ci osserva tranquillo, la barca scivola indietro e lui si alza e ci segue lungo la riva, adesso è incuriosito, poi attento, valuta la situazione, troppo distanti, ci osserva freddo, si gira e si perde nella foresta.

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Una vera fortuna, capita molto raramente di vedere un giaguaro, si scaldava al sole dopo il friaje dei due giorni scorsi, dice Darwin. Dopo il giaguaro tutto diventa banale: sì quella è una aninga, quelle sono oche dell’Orinoco, aironi cocoi, egrette, ok quella specie di tacchino è un arauco, belle le tartarughe… ci pensa il primo caimano nero di quattro metri a ridestare l’attenzione, poi un altro e un altro ancora che si immerge nell’acqua marrone gli occhi puntati sulla barca. Sosta per motivi fisiologici su una spiaggia sabbiosa – non allontanatevi – non ci pensiamo proprio.
Pomeriggio in zattera su Cocha Otorongo, una lanca abbandonata, uccelli e uccellini colorati ma soprattutto scimmie, scimmie ragno dalle zampe lunghissime, scimmie scoiattolo indiavolate tra le foglie, scimmie urlatrici immobili su in alto tra i rami. Per oggi basta, visto fin troppo.

Caimano e tartarughe sul fiume Manu

Giaguaro sul fiume Manu

26 maggio: gli indigeni Matsigenka

Piove a dirotto ma non è un problema, ombrelli, giacche più o meno impermeabili e arriviamo al Cocha Salvador – prima o poi dovremmo vederle – auspica Darwin, il desiderio si materializza esattamente dopo un’ora e tre minuti di attesa sul pontile: le lontre giganti stanno attraversando il lago! Una coppia coi piccoli, una si avvicina alla nostra zattera, ci controlla, poi sotto gli alberi della riva c’è tutto un trepestio di tuffi e sbuffi – possono arrivare a due metri con la coda i lobos de rio (lupi di fiume) e in gruppo attaccano anche i piccoli caimani – e in effetti i canini si vedono bene. Sul sentiero del ritorno alberi giganteschi e orme di giaguaro, così almeno dice Ricardo, il nostro capitano che, scopriamo, è un indio dei Matsigenka, al pomeriggio visita a casa loro.
Due tettoie su basse palafitte, questa è l’abitazione di un paio di famiglie Matsigenka che si danno il turno per accogliere i turisti, in realtà il villaggio è molto più in su lungo il Manu e dentro la selva, nell’area a protezione integrale a cui è proibito l’accesso. Intanto che Carlito, l’aiutante di barca, anche lui dei Matsigenka, si mette il poncho a righe bianche e nere che sembra il vestito tipico del gruppo, Ricardo organizza il tiro con l’arco, frecce lunghissime, per bersaglio un frutto marrone per terra a una quindicina di metri, le nostre donne non sanno nemmeno come si impugna l’arco, Chen sembra il più bravo ma io faccio centro (lo so nessuno ci crede, ho mollato la freccia praticamente a caso perché l’arco mi tremava tutto per lo sforzo…). Carlito è pronto, suona una nenia sull’unica corda di un piccolo arco tenuto fermo tra i denti, il suono è molto debole ma immagino che di sera davanti al fuoco nel silenzio della foresta faccia un certo effetto. A proposito di fuoco, l’avevo visto solo nei documentari ma Carlito e un suo cugino ci danno una dimostrazione pratica di come si accende il fuoco sfregando due legnetti, una questione di abilità e pazienza ma alla fine abbiamo una fiammella, per noi una dimostrazione interessante, per quegli indios che pare ancora vivano nella foresta del Manu senza aver avuto contatti con l’uomo bianco un’abilità indispensabile alla sopravvivenza.

Gli indigeni Matsigenka e una lontra gigante


Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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Amazzonia peruviana: viaggio nel Parco Nazionale del Manu

Amazzonia peruviana: viaggio nel Parco Nazionale del Manu

Amazzonia peruviana: viaggio nel Parco Nazionale del Manu

Viaggi Di Luigi Lazzaroni. Il Parco Nazionale del Manu, nell'Amazzonia Peruviana: Cusco, Ninamarca e Paucartambo e il cock-of-the-rock, l’uccello simbolo del Perù.

Il Parque Nacional del Man in Perù, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1987, ha una superficie pari a quella del Lazio e un range altitudinale che parte da oltre 4.000 metri sulle Ande e scende a 300 metri in Amazzonia, non ci sono strade, forse c’è la mitica Paititi, la città perduta degli Incas, di sicuro ci sono più specie di piante, mammiferi, uccelli, rettili, pesci, farfalle e così via di quanti non ce ne siano in tutta Europa. Solo una piccola parte del parco è aperta al turismo e solo otto agenzie vi hanno accesso con un numero controllato di turisti.

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20 maggio, Amazzonia peruviana: Cusco

Ho prenotato questo viaggio al Parque Nacional del Man via internet presso un’agenzia scozzese che si appoggia a un tour operator gestito da una olandese. Ed eccomi qui seduto per terra davanti alla porta dell’agenzia peruviana di Cusco assieme a una coppia di pensionati nordamericani, lei ginecologa lui radiologo, in attesa che qualcuno si faccia vivo dopo la siesta. Ogni tanto sento la terra traballare – è l’effetto dei 3.400 metri di Cusco, mi dice lei, un altro tè alla coca e passa tutto, forse. Questa mattina ho fatto un giro per il centro città: ho visto i van dei turisti in partenza per Machu Picchu da Plaza de Regocijo, poi la Catedral e la Iglesia de la Compañía (di Gesù), ho incrociato nelle stradine bianche di calce donne con vestiti variopinti, più sono colorate e più sono povere, ho fotografato la pietra dei dodici angoli in Calle Hatun Rumiyu, il Convento di Santo Domingo costruito sopra ciò che resta del Coricancha, il tempio del dio Sole, e una scolaresca che studiava storia davanti a un grande murale dove i buoni Incas venivano ammazzati dai cattivi Conquistadores (questo almeno è quello che il murale racconta). Ho finito il giro salendo, con calma, le scalinate fino alla piazza di San Cristobal dove un’india vendeva bamboline di stoffa colorata e il panorama della città è da cartolina. Bella Cusco? Sicuramente sì ma un po’ troppo turistica.

Cusco - Calle Hatun Rumiyuq

Cusco - Santo Domingo

21 maggio, Amazzonia peruviana: Ninamarca e Paucartambo

Siamo in 12 sul pulmino che sta salendo a 4.000 metri per superare la cordigliera e scendere verso il Parco del Manu: quattro americani, tre olandesi, due tedeschi, due peruviani (la guida e l’autista) e un italiano.
Prima sosta ai chullpas di Ninamarca – sono torri funerarie costruite prima dell’arrivo degli Incas, ci spiega Michel, la nostra guida –, lontano, all’orizzonte, i ghiacci del Salcantay, più di 6.000 metri, sotto, nella valle, appezzamenti coltivati – cosa cresce qui, a 3.000 metri? – patate, mais, quinoa… – la quinoa va di moda in Italia – non solo in Italia ed è una rovina perché adesso si guadagna di più a venderla per l’esportazione che non alla gente del posto.
Mai essere troppo curiosi.
Seconda sosta a Paucartambo, un ponte di pietra su un torrente carico d’acqua che non sa ancora quanta strada le manca per arrivare all’Oceano Atlantico, case bianche, porte blu, quattro donne a fare mercato, dieci turisti ansiosi di ripartire – a luglio c’è la famosa festa della Virgen del Carmen, cinque giorni di processioni, fuochi d’artificio e baldoria, devi prenotare almeno un anno prima se vuoi trovare posto, dice Michel, sembra incredibile, così tranquillo.

Ninamarca e i tipici tessuti peruviani

Si scende, si fa per dire, fino ai 2.800 metri di Challabamba e si risale ai 3.560 metri di Acjanago, la porta del Manu, l’Amazzonia è la in basso, sotto il mare di nuvole.

La strada sterrata non finisce mai, una curva dopo l’altra nella nebbia che copre gli infiniti costoni delle Ande, foresta compatta, strada bagnata, poi – tutti giù, andiamo a vedere il cock-of-the-rock, dice Miguel – il cock di che? – è l’uccello simbolo del Perù, aspetta e vedrai. Tutti schierati sul ciglio della strada in attesa che qualcosa si materializzi sugli alberi lì davanti, io intanto fotografo farfalle dalle ali trasparenti su fiorellini bianchi, ciuffi di fiori rosso fuoco su esili liane e un uccello occhigiallifacciablupettoneronucabiancapanciagiallaaliverdi (vedere per credere) anche lui aspetta l’apparizione. Venti minuti di attesa ma ne valeva la pena, un lampo rosso tra il verde delle foglie, eccolo il cock-of-the-rock, fermo su un ramo si lascia fotografare, sa di essere al centro dello show.

Fiori di liana - cock-of-the-rock

Dopo otto ore di viaggio siamo scesi nella nebbia ai 1.600 metri della Posada San Pedro, quando la nebbia si alza la foresta ci inghiotte, dormiremo qui questa notte. Mi hanno assegnato la capanna più lontana dalla mensa e dai servizi però mi hanno dato una candela perché il generatore è già spento. Dentro la luce di una fiammella vacillante, fuori il buio di una notte sconosciuta, si sente solo il gorgogliare di un torrente invisibile.



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Luigi Lazzaroni

Luigi Lazzaroni
Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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Stazione biologica Wayqecha, il centro di ricerca sulle Ande

Stazione biologica Wayqecha, il centro di ricerca sulle Ande

Stazione biologica Wayqecha, il centro di ricerca sulle Ande

Viaggi Di Luigi Lazzaroni I colori delle orchidee, le ombre della foresta, la nebbia sulle montagne, tre spettacoli della natura che mi hanno sempre affascinato e cosa c’è di meglio, allora, della Estaciòn Biològica Wayqecha?

Wayqecha è uno dei tre centri di ricerca gestiti dalla ACCA (Asociation para la Conservacion de la Cuenca Amazonica) situata a 2.950 metri sulle Ande all’ingresso del Parque Nacional del Manu in Perù.

Primo giorno

Ho concordato un passaggio sul pulmino che porta un gruppo di turisti da Cusco giù al Parco del Manu e dopo cinque ore di curve cieche e controcurve a gomito, salite che non finiscono mai e discese su sterrati da rally, mi ritrovo solo col mio zaino sul ciglio della strada in mezzo al nulla, più sotto, nella nebbia che va e che viene, si intravedono i tetti verdi della Estaciòn Biològica.
La mia camera, che definire spartana è un eufemismo, sta sotto il pavimento della sala pranzo, è quella più in basso di tutte, esci e preparati a salire dovunque tu debba andare. Il passaggio per arrivarci è largo meno di un metro, se di notte non guardi dove metti i piedi, e devi avere una torcia visto che la corrente viene tolta alle dieci, precipiti di sotto tra rovi e cespugli. L’arredamento è costituito da una finestra due letti e due sedie. Nient’altro. Ci sono anche camere con bagni privati ma la Estaciòn è piena, mi spiega Robinson, il manager, sorry.
In effetti c’è un gruppo di studenti universitari statunitensi e peruviani guidati da un giovane professore svizzero-peruviano, stanno preparando la loro tesi con una ricerca sulla diffusione della chitidriomicosi, una malattia fungina, tra le rane delle Ande. C’è con loro anche un altro prof della San Francisco State University che sta cercando di mettere a punto una qualche cura. In pratica gli studenti ogni sera salgono oltre i 3.000 metri, dove inizia la puna andina, cercano con le torce le rane tra erbe, cespugli e ruscelli, strofinano la loro pelle con un tampone poi il giorno dopo fanno la ricerca del DNA del parassita, e purtroppo lo stanno trovando.

Io sono qui per le orchidee, a Wayqecha ne sono state censite più di 200, praticamente il doppio di tutte quelle italiane.

Ma il mese migliore è novembre, mi dice il prof perusvizzero che parla italiano, francese, tedesco, inglese e spagnolo. Secondo Robinson invece, che parla solo inglese, spagnolo e portoghese, ce ne sono di più a febbraio-marzo, adesso è giugno, troppo tardi o troppo presto.
Nel pomeriggio primo sentiero, Trocha Canopy. Una nebbia silenziosa striscia fra tronchi sottili sommersi da festoni di licheni, foresta degli elfi la chiamano, si traballa sulla passerella aerea, la zip line vanto della Estaciòn che sfida il vuoto sopra gli alberi di una valletta cupa. Rami carichi di bromeliacee si protendono verso l’alto, il gorgoglio di un torrente giù in basso, il sentiero si perde sotto grandi felci arboree, sembra una foresta preistorica, mi mette l’ansia. Ritorno traballando sulla passerella. Nebbia a Wayqecha, l’Amazzonia è da qualche parte sotto le nuvole là in basso.

Stazione biologica Wayqecha: biodiversità

Secondo giorno

Questa mattina ho fotografato una banda di uccelli coloratissimi, testa nera-dorso blu-pancia gialla-occhi rossi, stavano piluccando delle bacche proprio di fronte alla mia finestra, qualche scatto e sono volati via.  Oggi Trocha Oso (sentiero dell’orso), che non si chiama così per caso. Ho visto le foto scattate da una guida della Estaciòn appena sotto il lodge, ci sono anche i puma ripresi dalle trappole fotografiche poste lungo il sentiero, mi piacerebbe, o forse no, incontrarne uno. Il sentiero scende, temo per il ritorno, raggi di sole rompono la nebbia ma le farfalle sono ancora intorpidite dal freddo della notte, 12°C la temperatura media annuale di Wayqecha, i fiori luccicano di rugiada tra i rami bassi carichi di licheni. Niente orso e niente puma, solo una specie di pollo azzurrastro che scappa lungo il sentiero e voli brevi di uccellini. A proposito, di uccelli, anche se la lista di quelli osservati a Wayqecha supera i 400, in pratica come tutti gli uccelli che popolano l’Italia dalle Alpi a Lampedusa ma qui vivono in cinque o sei chilometri quadrati, io riesco a distinguere solo due categorie: quelli che si vogliono far vedere e ti riempiono gli occhi con colori sgargianti e subito scappano, e quelli che non si vogliono far vedere, non li vedi ancora quando partono a un metro da te, non li vedi più non appena si posano cinque metri più avanti, li cerchi nelle foto, sai che ci devono essere, alla fine li trovi, non sempre. Sole a Wayqecha, l’Amazzonia è da qualche parte sotto le nuvole là in basso.

Stazione biologica Wayqecha: biodiversità

Terzo giorno

Ultima mattina, devo fotografare i colibrì che ronzano come mosconi attorno alla Estaciòn e lungo i sentieri. Ne sono state censite 13 specie, vuoi che non ne becchi almeno una? Ti metti vicino a qualche cespuglio fiorito e aspetti, prima o poi senti il ronzio, cerchi di capire dov’è, quando stai per scattare non c’è più. Pazienza tanta, fortuna tanta, ma qualche foto l’ho fatta.
El bus? Oggi c’è di sicuro – mi dice Robinson - sale da Pillcopata e va a Cusco, passa verso le undici. Ore dieci, zaino ai piedi sono pronto sul ciglio della strada, non si sa mai. Ore undici, del bus nemmeno l’ombra ma un po’ di ritardo ci può stare, siamo sulla Carretera a Manu mica in città. Ore dodici, due dello staff passano per andare a piedi non so dove. El bus? Arriva, arriva, mi assicurano. Ore tredici, mi portano un panino. Ore quattordici. El bus? Non è arrivato? Mi fa il cuoco della Estaciòn. Ore quindici, i due prof mi danno un passaggio se trovo posto nel casino del sedile posteriore della loro macchina, devono andare a Cusco a comprare materiale per la ricerca. Ore venti, dopo una sosta per decidere se si può andare avanti anche senza una grossa vite caduta dall’avantreno sinistro, arrivo a Cusco.
Le orchidee? Ne ho fotografate una ventina sulle 200 censite ma non era la stagione giusta, troppo tardi o troppo presto.

Luigi Lazzaroni

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Non credo nell’astrologia ma mi ritrovo in alcune caratteristiche del mio segno, ovviamente quelle che mi fanno più comodo: l’Acquario ama sentirsi libero e sente il bisogno di spostarsi continuamente, adora viaggiare, è attratto da tutto ciò che è nuovo, ha idee continue che gli girano in testa, gli Acquario sono sognatori. Confermo al cento per cento. Per il resto studi classici, laurea scientifica giusto per cambiare, pittura nei periodi di meditazione, fotografia sempre, in montagna da solo o con gli amici, in giro per il mondo con una moglie che mi tiene nel mondo reale tranne che in Amazzonia dove non vuole proprio venire.
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