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In primo piano

[Cinema] Le recensioni di Ornella Nalon: "Freeheld"







FREEHELD
Peter Sollet REGISTA
Ron Nyswamer SCENEGGIATORE
Hans Zimmer MUSICA
2015 ANNO
Summit Entertainment DISTRIBUZIONE

CAST
Jiulianna Moore, Elle Page, Michael Shannon, Steve Carell





Anno 2002, stato del New Jersey.
Laurel Hester ha alle spalle oltre venti anni di onorata carriera nella polizia e lavora in coppia con Dane Wells, con cui intrattiene anche una buona amicizia, ma non fino al punto di confidargli la sua omosessualità, per il fondato timore di essere oggetto di ulteriori discriminazioni, oltre a quello, tangibile, costituito dal solo fatto di essere donna. Lo farà solamente dopo che avrà conosciuto Elle Page, una ragazza molto più giovane di lei, con la quale instaurerà una forte relazione sentimentale.
Decidono di comprare casa, andare a convivere e ufficializzare la loro unione di fatto.
Tutto potrebbe continuare così all’infinito, se non fosse che a Laurel viene diagnosticato un cancro ai polmoni al quarto stadio. Le speranze di sopravvivenza sono scarse e allora si pone il problema di ottenere la reversibilità della sua pensione a favore della compagna, in maniera tale che non perda la casa per cui hanno lavorato tanto. Presenta la sua richiesta al consiglio dei Freehelds, i funzionari della contea con potere giurisdizionale, ma viene rigettata.
Da quel momento, inizierà un’estenuante campagna rivolta a ottenere la parità dei diritti con le coppie legalmente sposate, sostenuta dalla convivente e aiutata dal collega/amico Dane e da Steven, grande attivista nella lotta per la legalizzazione del matrimonio tra i gay.

Doveroso precisare che il film è tratto da una storia realmente accaduta e che è la trasposizione cinemtografica del cortometraggio, diretto da Cinthya Wade, il quale ha vinto il premio Oscar per il miglio cortometraggio-documentario, nel 2008.
Una buona parte iniziale, ci fa assistere all’esordio della storia d’amore tra le due protagoniste e al suo evolversi, sino a diventare un amore intenso e coinvolgente. Tutto il resto è prevalentemente impegnato a raccontare quanto è fatto per ottenere giustizia.
La malattia di Laurel è descritta in modo marginale; non dunque come mezzo per fare leva sulla sensibilità del pubblico rivolto, come spesso succede, a guadagnare consensi, bensì come supporto per l’intera struttura narrativa. Ciò nonostante, sfido chiunque a non bagnare almeno un fazzoletto.
L’interpretazione di Jiulianne Moore (Laurel) è fantastica. E’ riuscita a rappresentare, in modo magistrale, la donna forte, giusta e determinata che dev’essere stata la vera protagonista. Credibilissima nella parte della poliziotta dura, della tenera innamorata e della malata terminale, tenace e battagliera. La sua figura, la sua personalità, giocano un ruolo assolutamente primario.
Brava anche la giovane Elle Page (Elle), che ammetto di non avere mai visto prima d’ora. Il ruolo da lei rappresentato è dicreto, tendenzialmente di spalla alla protagonista. Elle non vorrebbe essere al centro dell’attenzione mediatica, non le interessa neppure acquisire la pensione di Laurel, vorrebbe solo rimanere accanto a lei, in pace, per il tempo che le resta. Ciò nonostante, vince le sue ritrosie e la sostiene per il solo fatto che la ama e desidera assecondare le sue volontà.
Interessante sapere che la giovane attrice, da poco, ha fatto coming out e questo mi porta a pensare che sia stata facilitata nel suo ruolo e immagino quanto possa essersi immedesimata nella parte da lei interpretata.


Michael Shannon (Dane) ha l’aspetto da duro e anche il suo personaggio lo è. Duro nel senso di tenace, di una persona che se ne infischia di andare controcorrente, di far sparlare i colleghi alle spalle. Lui crede all’amicizia e questo è quanto. Combatte, a fianco di Laurel, la sua stessa battaglia e si attiva, con il massimo impegno, per farle ottenere una vittoria.
Infine c’è Steve Carrel che impersona, con simpatica ironia, l’attivista Steven Goldstein. Questi è omosessuale, lo sbandiera con orgoglio e vuole appoggiare la causa di Laurel per portare avanti anche la sua. Poco importa se il loro fine ultimo non coincida esattamente; ogni obiettivo raggiunto, nella rivendicazione dei diritti dei gay, è anche una sua vittoria.

Che dire, il film mi è piaciuto moltissimo, tanto da aggiudicargli quattro stelle piene. L’ho trovato molto tenero, senza giungere alla sdolcinatezza, intenso senza mai arrivare a essere pesante.
Nella mia valutazione personale, un elemento indicativo consiste nel tenere conto di quante volte riesco ad assentarmi mentalmente dalla proiezione, perché non troppo coinvolta. In questo caso non mi è mai successo. La mia attenzione è sempre stata vigile, la mia partecipazione emotiva costante.
Ottimo giudizio per Peter Sollet, giovane regista, a uno dei suoi primi lavori importanti. Se questi sono gli esordi, non oso immaginare quali saranno i livelli che riuscirà a raggiungere con una maggiore maturazione. Sarà un nome che terrò d’occhio e difficilmente mi farò sfuggire il suo prossimo lavoro.
Va senz’altro menzionato anche lo sceneggiatore Ron Nyswamer, il quale è stato candidato all’Oscar per la sua opera prestata nel film Philadelphia, altro valido contributo per la tematica affrontata anche in questo caso. Non ho difficoltà a ritenere che la sua candidatura fosse legittima.
E che dire della sigla finale ”Hands of love” di Miley Cyrus? La ascolti e ti viene voglia di riprendere posto sulla poltrona e riguardarti il film da capo.
Termino consigliando la visione a tutti, anzi, raccomandandola a tutte le persone di orientamento eterosessuale che ritengono di essere le uniche “portatrici sane” del vero amore. La visione di questo film potrebbe renderle più tolleranti e condurre la nostra società a compiere un passo in avanti verso una libertà autentica, in cui, della parola “omofobia”, possa rimanere soltanto il ricordo di una grettezza mentale superata.






Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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