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In primo piano

[I luoghi dei libri] Dal Brennero a Roma con J.W. Goethe, di Ilaria Biondi



Dal Brennero a Roma con J.W. Goethe, "Viaggio in Italia. 1786-1788." 

“Il viaggiatore nordico crede di venire a Roma per trovarvi come un’appendice della sua esistenza, per completare ciò che gli fa difetto; ma a poco a poco finisce con l’accorgersi … che per questo dovrebbe trasformare completamente il suo modo di sentire e incominciare tutto daccapo.”
da J. W. Goethe, Viaggio in Italia. 1786-1788, Milano, BUR, 1995

Con questa affermazione J.W. Goethe, che quando giunge in Italia nel 1786 è già un artista di fama (ha pubblicato il Götz di Berlichingen e I dolori del giovane Werther), uno studioso raffinato di botanica e mineralogia e ha al suo attivo una lunga collaborazione con il piccolo Stato di Weimar in qualità di ministro, si dissocia dalla figura dei Grandtourists, quei giovani di estrazione aristocratica e borghese, soprattutto inglesi, che fra il XVI e il XVIII secolo intraprendono un viaggio didattico nel continente, in Francia e in Italia in modo particolare, per completare la loro educazione, acquisendo competenze e conoscenze utili all’esercizio di una futura libera professione o all’assunzione di incarichi nella pubblica amministrazione.
Goethe parte da Karlsbad alla volta dell’Italia il 2 settembre 1786 e qui rimane per più di un anno e mezzo, fino al 28 aprile 1788. Durante questa lunga permanenza egli lavora a opere importanti come Ifigenia in Tauride ed Egmont e al contempo riempie pagine e pagine di lettere, appunti e note di viaggio che confluiscono, a distanza di anni, nel Viaggio in Italia, una testimonianza viva e palpitante costruita a posteriori con grande perizia, un testo denso, colto e raffinato che va ben oltre il diario di viaggio, per sconfinare nella scrittura saggistica, nell’autobiografia e nel Bildungsroman.
Goethe lascia la Germania alla volta del Bel Paese mosso da lucida consapevolezza, con l’intento di approfondire e verificare esperienze e convinzioni già acquisite, tanto in ambito artistico che scientifico:

“Lasciatemi dunque suggere il miele dove lo trovo; l’ordine verrà più tardi. Io non sono qui per godere a modo mio, io voglio darmi anima e corpo alle cose grandi; istruirmi ed educarmi, prima che il quarantunesimo anno mi raggiunga.” 

“Il mio studio ostinato della natura, e il fervore con cui mi son dedicato all’anatomia comparata mi mettono ora in grado di comprendere, in tutto il loro complesso, sia nella natura che nell’arte antica, quello che gli artisti non riescono a vedere, nei singoli casi, se non a gran fatica.” 

L’Italia goethiana è una terra fortemente idealizzata, una realtà filtrata dalla sua soggettività di intellettuale classico che, sulla scia del Winckelmann, nel nostro paese vede la realizzazione di un’unità armonica tra Arte e Natura e tra Natura e Società. Goethe si muove seguendo un programma di viaggio ben preciso, che prevede la visita di determinate città e monumenti, privilegiando l’Antico. Roma, con i musei, le ville e i siti archeologici è considerata all’epoca la culla della cultura europea. Per Goethe la Città Eterna rappresenta la meta principe del suo lungo soggiorno e il luogo nel quale trascorre grandissima parte del suo tempo, immergendosi nello studio delle opere d’arte e frequentando intellettuali e artisti suoi conterranei che vivono stabilmente lì.

“Poter contemplare coi propri occhi tutto un complesso, del quale già si conoscevano interiormente ed esteriormente i particolari è, direi quasi, come incominciare una vita nuova. Tutti i sogni della mia giovinezza ora li vedo vivi; […] tutto ora mi sta raccolto dinnanzi agli occhi, e dovunque io vada, trovo un’antica conoscenza in un mondo forestiero. Tutto è come lo immaginavo, e tutto è nuovo. […] Non ho trovato nulla di completamente estraneo a me, ma i pensieri antichi mi sono diventati così precisi, così vivi, così concatenati l’un l’altro, che veramente posson passare per nuovi.” 

“Se al mio arrivo in Italia ero come rinato, adesso comincio ad essere come rieducato.” 

“Quando ci si trova di continuo in presenza di lavori di plastica antica, come avviene a Roma, ci si sente, come al cospetto della Natura, davanti a qualche cosa di infinito, di imperscrutabile. L’impressione del bello, del sublime, per quanto benefica, turba […].”

Gli paiono invece trascurabili città come Venezia e Firenze, che meno si avvicinano ai suoi principi estetici (benché nella città lagunare egli rimanga profondamente colpito e affascinato dal canto dei gondolieri, che conosce attraverso i versi del Tasso e dell’Ariosto), perciò le tappe in entrambi i casi sono di breve durata (la sosta nella capitale toscana si riduce addirittura a poche ore).
Il Sud del paese con il suo clima caldo e luminoso, i suoi colori e profumi, i paesaggi lussureggianti, il popolo e i suoi costumi rappresenta quell’ideale a lungo vagheggiato e inseguito di vita spontanea e libera in cui gli uomini vivono a stretto contatto con la natura, forza suprema che scandisce con le proprie leggi il ritmo dell’umana esistenza. Gli rimane particolarmente nel cuore Napoli, la cui spensieratezza contrasta fortemente con la solenne austerità romana.

“Una gita in barca fino a Pozzuoli, delle piccole escursioni in carrozza, allegre scampagnate attraverso la regione più meravigliosa del mondo. Sotto il cielo più puro, il terreno più infido. Rovine d’un opulenza appena credibile, tristi, maledette. […] Si vorrebbe meditare, ma non ci sentiamo capaci. Intanto chi vive continua a vivere allegramente.” 

E ancora:

“ Tutto fa comprendere che una terra beata e fornita copiosamente di che soddisfare i primi bisogni, esprime dal suo grembo anche uomini dal temperamento felice, i quali possono tranquillamente aspettare che l’indomani loro porti quello che ha portato l’oggi e vivono perciò senza alcuna preoccupazione.” 

Dalla città partenopea un postale lo conduce poi in Sicilia, terra feconda che lo accoglie con un tripudio di sfumature, aromi e fiori indimenticabili e un clima carezzevole, che al suo temperamento di uomo del nord pare quasi impossibile.

“Come essa ci abbia accolti […], non ho parole per esprimere: gelsi, d’un verde appena nato; oleandri sempre verdi; spalliere di agrumi, ecc.; in un giardino pubblico, grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L’aria è dolce, mite, profumata, il vento tiepido.” 

Goethe non manca di apprezzare i frutti di questa terra beata, baciata dal sole.

“Gli ortaggi sono squisiti; l’insalata in particolare ha la delicatezza e il sapore del latte: ora capisco perché gli antichi la chiamavano lactuca. L’olio, il vino, ottimi […]. Pesci della qualità più fine e prelibata.” 

Se la purezza del cielo, il respiro del mare, l’aspetto esotico e opulento della natura lo lasciano estasiato, la tradizione ellenica della Magna Grecia, nella quale egli ha modo di verificare in concreto la bontà del suo ideale estetico di bello come armonia e unità, come superamento del frammentario, dell’effimero e del contingente, gli fa proferire le seguenti parole:

“Senza vedere la Sicilia, non ci si può fare un’idea dell’Italia. È in Sicilia la chiave di Tutto.” 

La “regina delle isole”, che inizialmente non rientra nel suo itinerario (così come non è meta consueta per coloro che si cimentano nel Grandtour), imprime a fuoco sensazioni d’inaudita e inaspettata potenza nel suo animo e nei suoi pensieri, tanto da fargli dimenticare alcune disavventure occorse e le non poche difficoltà legate agli spostamenti.

“Che se del mio pellegrinaggio ho anche sofferto poco i molto disagi, gli è che in questa terra sovranamente classica mi son trovato in una così poetica disposizione di spirito, che m’ha permesso di far tesoro di tutto e di custodire in me, come in un’urna di gioia, ciò che ho provato, ciò che ho veduto, ciò che m’è accaduto.”

All’occhio disincantato dell’artista, del viaggiatore e dell’uomo Goethe non possono sfuggire infatti aspetti ed esperienze negative, che inevitabilmente costellano il suo lungo soggiorno. La solarità del popolo italiano, che egli interpreta deterministicamente come una diretta conseguenza del clima radioso e benevolo di cui gode la penisola, ha come contropartita un atteggiamento sguaiato e un fastidioso disordine che stridono con la sua compostezza nordica e con la sua visione armoniosa dell’esistenza. Questo spiega perché Goethe esprima un giudizio inclemente su una celebrazione popolare che vanta una lunga tradizione come il Carnevale di Roma, che offre ai partecipanti gioia e divertimento ma nel quale egli vede soprattutto un momento di follia collettiva dominato dal caos e dal rumore.

“Il carnevale di Roma non può offrire un’impressione completa né piacevole, né rallegrare propriamente gli occhi, né soddisfare lo spirito del forestiero che lo veda per la prima volta […]. Il movimento è sempre quello, il frastuono assordante, e la serata finisce con una sensazione di scontento.” 

VIAGGIO IN ITALIA
BUR
ISBN 978-8817168205
cartaceo 11,50€  Acquista

La disarmonia di cui questa festa si fa portavoce, Goethe la riscontra anche in altri aspetti della vita quotidiana: la sciatteria e la pigrizia degli italiani si rivelano tanto nella scarsa praticabilità delle vie di comunicazione quanto nella sporcizia e assenza di comodità delle abitazioni. La trascuratezza e la poltroneria, che possono risultare sgradevoli e incomprensibili a chi abbia uno stile di vita completamente differente, sono il segno di un legame intimo e profondo tra questo popolo e la natura, del loro primitivismo.

“Di questo popolo non saprei dire se non che è un popolo allo stato di natura e che, pur vivendo in mezzo alla magnificenza e alla maestà della religione e delle arti, non è dissimile d’un capello da quel che sarebbe, se vivesse nelle caverne e nelle selve.” 

Per quanto deplorevoli possano apparire agli occhi di Goethe tanti aspetti della quotidianità del nostro paese, l’Italia rimane per lui il paese che possiede il genio delle cose grandi e belle e che riesce a far rivivere nelle proprie opere d’arte la bellezza dell’arte degli antichi.
L’Italia si congeda dall’intellettuale e artista tedesco con un’immagine sublime, quasi a lasciare impresso nei suoi pensieri un ricordo di indelebile splendore.

“La mia partenza doveva essere preceduta da un avvenimento particolarmente solenne: per tre notti consecutive brillò nel cielo più terso la luna piena. L’incanto magico, diffuso sulla immensa città, per quanto da me già esperimentato più volte, mi fece in quelle notti un’impressione profonda.” 



Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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