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In primo piano

[Inediti d'autore] "Figlia di un Amore", racconto di Stefania Bergo

racconto-inedito

FIGLIA DI UN AMORE

Stava per chiudere la busta, leccando il bordo per inumidire la colla. Ma ebbe un ripensamento. L'ennesimo.
Erano trascorsi mesi da quando, in modo del tutto casuale, aveva recuperato l'indirizzo del destinatario. Suo fratello. Fratellastro. Era stata la sua migliore amica, curiosando su Facebook, a rintracciarlo, confrontando i nomi delle amicizie in comune, la città natale e ricercando quei tratti somatici che erano il marchio di famiglia, una somiglianza seppur vaga, ma reale, tra consanguinei. Già, di fatto lo erano, anche se molto probabilmente lui ignorava la sua esistenza.
Estrasse la pagina scritta a mano, un'usanza ormai perduta ora che con un click si può arrivare dall'altro lato del pianeta. Certo, non era più giovane e forse con la tecnologia non dialogava con disinvoltura, ma la sua scelta era stata dettata dal fatto che voleva ci fosse una sua traccia, in quelle parole, una presenza fisica, anche solo per l'inchiostro e la carta che odorava di libri mai aperti, ma conservati gelosamente su uno scaffale impolverato, pronti a trasportarla indietro nel tempo, non appena avesse avuto il coraggio per intraprendere il viaggio.
Si accomodò in veranda, sulla sua poltrona preferita, quella proprio sotto la finestra che dava sul mare. Era una mattina tiepida di fine estate e la pioggia della notte aveva intensificato ancor più il profumo di salsedine nell'aria. Estrasse gli occhiali, posò le chiavi della macchina sul tavolino, e decise di rileggerla ancora, prima di portarla alla posta.

Caro Marco,
penso che tu non abbia mai sentito parlare di me. 

Eppure una volta ci siamo visti a casa tua. Avrai avuto circa cinque anni e io quasi undici. Un parente aveva incaricato proprio me per una commissione... volevano proprio che entrassi in quella casa. Ricordo che indossavi un grembiulino a quadretti bianchi e blu e tenevi in mano un panino. Forse eri appena tornato da scuola. Avevi la bocca spalancata, sporca di cioccolata e mi fissavi interrogativo. Chissà che pensavi. Magari ti sarai chiesto chi fossi. Credo che nessuno ti avesse detto che ero tua sorella. 
Già, sono la primogenita di tuo padre, nostro padre. Sono nata nel '46, a febbraio, abbracciata solo dal grande amore di mia madre, Adele. 
Non è facile per me scriverti ma lo faccio per rompere quel muro di silenzio creato attorno a me, malgrado i miei vari e discreti tentativi di farmi sentire. State tranquilli, non cerco né soldi né un cognome, sto bene così. Ma non voglio nemmeno che il mio passaggio su questa terra sia ignorato proprio da miei consanguinei.

Ebbe un fremito alla bocca dello stomaco. Chissà perché, si era costruita l'immagine di quella famiglia, unita, in piedi a leggere la sua lettera, con sguardo accigliato e già pronti sul piede di guerra temendo che lei potesse avanzare delle pretese. Ora, dopo settant'anni. 

Voglio raccontarti un po' di me e se vorrai riferirai anche agli altri fratelli, Gabriella e Tiziano.
Il 25 aprile del '45 è stato un giorno meraviglioso per tutti gli italiani che hanno dovuto subire le crudeltà della guerra. Chissà quanta gioia quel giorno, in piazza. Canti, balli, campane a festa, baci, abbracci, sole, profumo di primavera e tanta voglia di tornare a vivere, a sperare, ad essere liberi. 
In mezzo a quella folla gioiosa, si sono conosciuti mia madre e mio padre, Tommaso. Ed è sbocciato l'amore. Bellissimi tutti e due. Lui appena ventunenne, lei li avrebbe compiuti il giorno dopo. 
Quanta felicità in un così breve periodo. Mio padre era pieno di attenzioni per mia madre, si amavano davvero tanto. E quel grande sentimento mi ha dato la vita.
Progettavano il loro futuro, sai? Me lo raccontava sempre mia madre. "Ti insegnerò ad allevare le mucche, mi aiuterai al caseificio", diceva lui. "Sì, imparerò anch'io", rispondeva lei con entusiasmo. 
Ma tutto è durato, per mio padre, solo pochi mesi e, malgrado il pancione, un giorno le disse che era finita. Mia madre, invece, lo amò fino all'ultimo dei suoi giorni, le sue ultime parole sono state per lui, delicate. Ed è solo per questo grande amore, che io non sono mai riuscita ad odiarlo.
Qualche tempo dopo la loro separazione, mia nonna Antinesca gli fece conoscere Mariele, tua madre. E si sposarono.
Io intanto crescevo e cominciavo a subire le discriminazioni sociali sulla mia pelle. Ricordo che, alle elementari, l'appello veniva fatto precisando anche il nome del padre e quando la maestra arrivava a me, sentivo echeggiare in classe "figlia di n.n.". "Ma io lo so chi è mio papà!", mi dicevo tutte le volte. 
Per mia madre, invece, le differenze iniziarono fin dal mio battesimo. La mia madrina entrò in chiesa da sola, con me in braccio. A mia madre non fu permesso entrare, perchè non era sposata.

Deglutì, mentre le lacrime le solcavano silenziose il viso.

Quante sofferenze e umiliazioni ha dovuto subire. 

In occasione della mia prima comunione pensò per la prima e unica volta di chiedere un aiuto economico a mio padre, perché voleva che io avessi il mio bel vestitino bianco, nuovo, come le altre. Lui le mandò a dire: "Se comincio ora, poi non è più finita". Con coraggio, allora, mia madre comprò il vestitino più bello che c'era in vetrina nel negozio più in vista del paese, usando per la prima volta il pagamento rateale che onorò puntualmente malgrado le sue modeste risorse. 
Non avevo l'amore di mio padre, ma avevo l'Amore immenso di mia madre e quando mi stringeva tra le sue braccia mi sentivo appagata di tutto. Ma mi capitava spesso di pensare a mio padre e mi chiedevo se anche lui pensasse a me. Almeno una volta, però, so che lo ha fatto. Mio marito si ricorda benissimo che, quando eravamo fidanzati, si era incontrato al Bar Sport con Tommaso, che lì aveva venduto due biliardi, e gli chiese: "Tu fai l'amore all'Adriana, vero?". E lui rispose di sì. Non seguirono altre parole, forse non voleva esporsi, ma a me piace pensare che avrebbe voluto aggiungere: "Mi raccomando, non farla soffrire come ho fatto io con la sua mamma."

Non riuscì a trattenere un singhiozzo e rivolse gli occhi al cielo, con il solo desiderio di abbracciare sua madre Adele.

Quanto avrei voluto conoscere i suoi pensieri. 
Ho sempre sognato un suo spontaneo avvicinamento, avrei voluto sentirlo chiedere almeno scusa. Ma così non è stato. Siamo tutti adulti da un bel pezzo ormai, e sappiamo benissimo che gli amori possono anche finire, purtroppo. Ma i figli restano. E non si possono ignorare. Mio padre mi ha sempre ignorata. Probabilmente per difendere la propria famiglia da spiacevoli ingerenze. 
Anche tua madre Mariele era al corrente della mia esistenza, in paese le voci corrono. Ma lui ha sempre negato. E, infatti, comunque si sposarono.
Tu sei nato solo qualche anno dopo e così, nell'attesa, mia zia Nina confidò ad una comune amica: "Se fossi sicura che Tommaso e Mariele non possono avere figli, andrei a prendermi Adriana".

Certo, un pacco. Per riempire un vuoto. E il vuoto lasciato nel cuore di sua madre Adele?

Non ho mai pensato di creare problemi a qualcuno.

Ma ho sempre sperato, e con me anche mia madre, che un giorno mio padre si sarebbe avvicinato, dicendomi: "Ormai le cose sono andate così. Ti chiedo, però, perdono per le sofferenze causate.". Chissà se l'ha mai pensato davvero. Credo che ora piacerebbe anche a lui, da lassù, vederci tutti insieme. Almeno per una volta. Magari un giorno, forse...
Abbiamo un appartamentino carino al lido di Jesolo e saremmo ben lieti di ospitare te e la tua famiglia, se mai ti venisse voglia di conoscere me e i miei cari. Sono nonna di una nipotina di sei anni, Anna, e so che sia tu sia i tuoi fratelli avete dei figli, tra cui Sonia, ormai una donna. Che coincidenza, anche noi abbiamo avuto una bambina di nome Sonia, morta nel '70, a venti mesi, a causa di una malattia genetica. Per fortuna, poi, è nata Federica, sana, che ormai ha 44 anni. Ha scritto anche un libro, sulla sua bellissima esperienza in Africa, dove anche noi siamo stati per un paio di settimane. 
Avrei così tanto da raccontarti. Spero un giorno di poterlo fare personalmente. Vorrei tanto che almeno tu, mio fratello, mi porgessi quella mano che invano ho atteso da mio padre. 

Immaginò gli occhi di Marco, umidi quanto i suoi, di un verde chiaro, quasi azzurro, come quelli di suo padre Tommaso. Chissà cosa avrebbe pensato arrivando alla fine della lettura. C'era tutto il suo cuore, in quelle parole. Tutta la sua sofferenza. Anzi, la sofferenza di sua madre Adele. Sì, era per una forma di giustizia nei suoi confronti che voleva spedire quella lettera. 
Leccò il bordo della busta. La chiuse. Prese le chiavi della macchina e guidò, tra i singhiozzi, fino alla posta. La imbucò. E si sentì finalmente in pace con se stessa.

***

L'auto si fermò nel vialetto, proprio sotto un pino marittimo. L'aria fresca tradiva l'avanzare dell'autunno, volto ormai al termine. Ma il sole non ne voleva sapere di lasciare il posto alla nebbia della pianura. Scesero quattro persone e si guardarono intorno, confabulando tra loro. Un uomo e tre donne. Alzarono gli occhi e per un attimo le sembrò che incrociassero i suoi, dietro le tende. Suonarono il campanello e si misero, composti, in attesa.
Lei aprì la porta, al rallentatore, come fosse un film. 
"Adriana? Sono Marco... ", disse, tendendole la mano.



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib (seconda edizione).

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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1 commenti:

  1. Mi sono commossa. Bello, scritto con sensibilità e attenzione. Grazie per avercelo donato. Grazie per averlo potuto leggere

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