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[Libri] "Io prima di te" di Jojo Moyes, recensione (spoiler) di Elena Genero Santoro

Io-prima-di-te-Jojo-Moyes-recensione

"Io prima di te" di Jojo Moyes, Mondadori, seconda edizione 2016. In uscita a settembre il film tratto dal libro, un romanzo realistico che parla d'amore, disabilità ed eutanasia.

Mi sono approcciata a questo libro per puro caso e confesso che, lette le prime pagine, ho temuto che si trattasse della solita storia sentimentale dal gusto british, lunga, affollata di personaggi minori che rallentano la narrazione e di dettagli inutili e noiosi. Ma superato l’impasse iniziale ho capito che mi ero imbattuta in qualcosa di ben più complesso.
La narrazione in effetti è lenta e raramente diventa adrenalinica, con qualche piccola eccezione in alcuni passaggi del finale. Si tratta di un libro abbastanza corposo, con pochi colpi di scena. Non troverete nemmeno metafore roboanti e frasi a effetto. La scrittura è decisamente semplice. Nonostante ciò ne raccomando la lettura, perché è un romanzo dal taglio non scontato, dal quale sento di avere imparato molto.
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La trama è questa. In una cittadina inglese, Louisa Clark è una ragazza di ventisei anni priva di ambizioni che perde il lavoro di barista e si ritrova a fare da badante, senza alcuna esperienza, a un giovanotto di trentacinque, Will Traynor, rimasto completamente paralizzato a seguito di un incidente. L’uomo non ha più voglia di vivere, ha già tentato il suicidio una volta. La vicinanza di Louisa lo farà rifiorire e ovviamente i due si innamoreranno. Prima di allora Louisa si libererà di un fidanzato esageratamente noioso e parecchio meschinello, concepito per suscitare l’antipatia del lettore dalla prima riga.
Questa è la promessa del libro, ma i risvolti, in realtà, sono più complicati. Il lieto fine, il “vissero felici e contenti” che ci si aspetta quasi automaticamente leggendo la quarta di copertina non arriverà.

Tra Louisa e Will c’è un crescendo di intimità e di confidenza. 

Ovviamente non ci si può aspettare che tra i due scoppi la passione, (Will a stento muove le dita delle mani), benché Louisa si renda presto conto che un corpo, seppur paralizzato, sia qualcosa di vivo che emana calore e umori e suscita emozioni. Quello che accade a conti fatti tra i due è un unico bacio, ma sarà solo alla fine, poco prima del precipitare degli eventi.
Non si assiste a un amore travolgente, perché il sentimento tra Will e Louisa rimane sempre sospeso, sottinteso. Non si sviluppa mai pienamente. Se il lettore si augura che i due innamorati godano almeno di un periodo di relativa serenità, verrà deluso, perché l’amore tra Will e Louisa viene troncato sul nascere e non gli viene data la possibilità di sbocciare.
Will infatti ha in mente di morire in una clinica svizzera. Non accetta la sua nuova vita e richiede un suicidio assistito. Lui era una promessa della City, un avvocato brillante e pieno di interessi costosi. Will Traynor ha avuto una vita intensa, prima. Di più: non si è fatto mancare proprio nulla. Dai viaggi su e giù per il mondo, agli sport estremi, dalla moto alle donne, Will Traynor ha provato veramente tutto. Ha persino scalato il Kilimangiaro. Ora quella che vive adesso non è una vita degna e lui vuole porvi fine.
Louisa capisce presto di essere stata assunta dalla madre di Will, Camilla, per uno scopo preciso: fargli cambiare idea. E lei si caricherà di questa missione, cercando di coinvolgere Will in viaggi, gite, divertimenti di ogni tipo, pur di restituirgli la voglia di vivere. Riuscirà a fargli trascorrere dei bei momenti. Will ammetterà che è stato molto felice. Eppure non cambierà opinione. Questa nuova esistenza per lui non è comunque abbastanza e non vuole che Louisa gli rimanga legata perdendo altre occasioni di essere felice.

Will era un uomo abituato a decidere e non ha perso questa abitudine: morire è l’unica cosa di cui può ancora disporre. 

A lei resterà ciò che Will le ha lasciato: la voglia di imparare, di studiare, di crescere, di migliorarsi. Ogni volta che Will si metteva in gioco per forzarsi a fare qualcosa, anche lei era costretta a uscire dal guscio. Will aveva proprio quell’obiettivo: far sì che Louisa non sottovalutasse la propria intelligenza e ritrovasse la fiducia in se stessa.
Struggente il momento in cui Louisa e Will vanno ad assistere insieme a un concerto di musica classica. Louisa, che non era mai stata a un concerto, scopre un mondo e Will, sulla poltrona come tutti gli altri, si sente quasi una persona “normale”. Al ritorno, quando lei si ferma davanti a casa, lui le dice: "Aspetta un attimo. Dammi solo qualche minuto. Voglio sentirmi come un ragazzo che è uscito con una ragazza".
Per Will, infatti, ogni frammento che lo riconduce a una vita “normale” è estremamente prezioso. L'idea di due corpi sui sedili anteriori di un'auto gli dà una pia illusione.

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Questo per quanto riguarda i sentimenti e le decisioni dei protagonisti.
Ma ci sono poi gli aspetti che conferiscono a questo libro un realismo notevole che lo distanzia nettamente dai romanzi di puro sentimento.
C’è il dibattito sempre attuale sull’eutanasia, ovviamente, che viene presentato in modo delicato, dando voce a tutti i punti di vista. La richiesta di Will contro la disperazione di sua madre che non accetta di perdere suo figlio e non può approvare la sua decisione. La rassegnazione dell’infermiere Nathan e il suo profondo rispetto per le scelte del suo assistito: "Io sono affezionato a Will e voglio che viva, ma solo se lui lo desidera veramente".
C’è una perfetta rappresentazione della società inglese, classista come poche. Will e la sua famiglia fanno parte dell’alta borghesia. Sono ricchi, anzi, straricchi. Staccano assegni a quattro zeri come fossero spiccioli. Will ha avuto la vita che ha avuto anche grazie alla disponibilità economica dei genitori. Louisa e la sua ingombrante famiglia fanno parte del basso ceto. Per Louisa e sua sorella Katrina solo lo studio può rappresentare un modo per elevarsi e riscattarsi. I due mondi (alto e basso ceto) sono separati e non si toccano. Louisa, assunta dal magistrato Camilla Traynor, pur avendo una missione importante, rimane sempre una servetta, una stipendiata da manovrare col denaro che, chissà, potrebbe aver anche delle mire sul patrimonio. L’avvicinamento tra Louisa e Will incrina e intacca pure questo schema. E quindi “questo matrimonio non s’ha da fare” anche per un motivo sociale.

Ultimo ma non ultimo, c’è la disabilità di Will e tutti i risvolti che ciò comporta all’atto pratico. E questa è sicuramente la parte più istruttiva del libro.

Ovviamente ci sono le barriere architettoniche. Il mondo per chi gira in carrozzina è pieno di ostacoli e no, non è possibile andare dappertutto. Ogni spostamento, al cinema, a teatro, deve essere preventivamente pianificato e concordato. La macchina non si può parcheggiare ovunque. E poi ci sono zone obiettivamente inagibili. I primi tentativi di Louisa di fare uscire di casa Will sono dei veri fiaschi. A questo aspetto, lo dico con sincerità, ero già sensibile. Alla facoltà di ingegneria edile la progettazione per il superamento delle barriere architettoniche era un cardine. È da quando avevo vent’anni e poco più che giro per le strade e guardo i marciapiedi delle città e dei paesi con occhio critico, giudicandole impraticabili per i passeggini, figuriamoci per una carrozzina. Sono più di vent’anni che attraversando la strada immagino come rifarei in modo consono un raccordo. Un ragazzo che conoscevo, in carrozzina dall’età di diciotto anni, diceva che, nonostante le leggi in materia di edilizia, non esiste un bagno realmente adeguato alle esigenze di una persona disabile. E con la striscia gialla dei parcheggi non c'è mai da scialare. Figuriamoci se poi le altre auto sono parcheggiate dove non dovrebbero. Lui per giunta era benestante, forse non come Will, ma si era rifatto la casa su misura. E adesso che con Gli Scrittori della Porta Accanto sostengo la battaglia #vorreiprendereiltreno patrocinata da Iacopo Melio, so di cosa si sta parlando (Iacopo Melio difende i diritti dei disabili: caro #testaapinolo, io #vorreiprendereiltreno!).

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Poi c’è la parte medica e questa ha sconcertato anche me. Nell’immaginario collettivo il disabile è un essere inerme e inerte che, è vero, non può muoversi, ma tanto che altro ha da fare? 

Nulla di più sbagliato e lontano dal vero, almeno per un paziente come Will che è diventato “tetraplegico C5/6” a seguito di un trauma. Will ha dolori continui, spasmi che lo costringono a prendere medicine tutti i giorni. Deve fare cicli di antibiotici quando cambia il catetere. Il suo sistema termico è andato in tilt e lui non si accorge nemmeno di avere caldo: semplicemente gli sale una febbre altissima. E cosa accade quando il suo corpo ha un disagio, tipo che il suo catetere non è stato cambiato al momento giusto? Tutto il suo organismo va in crisi. Lo spauracchio peggiore però è la polmonite, che può arrivare da un momento all’altro, poiché i polmoni sono compromessi. E infatti arriva, proprio alla vigilia del viaggio, organizzato da Louisa, che avrebbe dovuto cambiare la prospettiva di Will. L’incubo peggiore di Will è quello di morire soffocato da una polmonite.
Ora, è vero che c’è disabile e disabile. Non voglio dire bestialità mediche, ma un paraplegico che ha perso “solo” l’uso delle gambe, probabilmente se la cava meglio e ha anche meno patologie associate. Ne ho conosciuti un paio nella mia vita e per loro fortuna sono riusciti a condurre esistenze con poche limitazioni (quelle legate alle barriere architettoniche, più che altro). Uno di essi era il conoscente a cui accennavo sopra, che a parte tutto godeva di buona salute e aveva una vita attiva. È morto nel 2008, all’età di trentasei anni, per un motivo che non immaginereste, pensando a un disabile. Dato che, nonostante la paralisi, non rinunciava a niente, aveva l’hobby di guidare aerei monoposto. Faceva parte di una squadra di disabili chiamata i Baroni Rotti. Purtroppo per un’avaria del motore il suo aereo è caduto dall’altezza di cinquanta metri.
Ogni tanto penso a lui con malinconia, per la giovane età a cui ha perso la vita. Tuttavia sono contenta che se la sia goduta fino in fondo e che non sia morto a causa della sua disabilità.

Invece per un tetraplegico come Will Traynor, impossibilitato a muovere anche solo un muscolo, con tutto l’organismo compromesso, la sofferenza fisica è perenne e l’infezione è sempre in agguato.

Quindi la decisione di Will di accelerare la sua fine e di farlo a modo suo ha comunque una ragione pratica: evitarsi ulteriori e inutili sofferenze. Will da un canto non riesce ad accettare di dover fare delle rinunce, ma dall’altro non riesce a trovare un lato positivo nella sua nuova situazione perché sta troppo male. Tutti ricorderanno il triste caso di Christopher Reeve, l’attore che aveva interpretato Superman e che era rimasto completamente paralizzato dopo una caduta da cavallo. È vissuto otto anni in immobilità, ma poi non ce l’ha fatta.
Eppure alcune domande rimangono sospese. Poteva esserci un finale diverso o questo in fondo è il migliore dei finali possibili? Poteva esserci una speranza in più che tenesse in vita Will Traynor? C’è più amore nello scegliere di morire velocemente sgravando se stesso e i propri cari da una vita infame, oppure nel tentare di restare vivi ad ogni costo per non abbandonare le persone amate? Will poteva lasciare che la natura facesse il suo corso e cercare nel frattempo di coltivare un po’ di felicità? Non c’è un giudizio, solo la constatazione di una grande sofferenza, eppure il gusto amaro rimane.


Mentre scrivevo questa recensione ho scoperto che il 1° settembre uscirà il film tratto dal libro. 

Ho guardato i trailer (ce n’è più d’uno) su internet e da quello che ho colto il film sembra ben fatto. I personaggi sono esattamente come me li immaginavo e anche le battute sono state riportate fedelmente. Ma sarò curiosa di vedere tutto il film perché voglio capire se sono riusciti a rendere quelli che per me sono gli aspetti più importanti.



Io prima di te

A ventisei anni Louisa Clark sa tante cose. 
Sa esattamente quanti passi ci sono tra la fermata dell'autobus e casa sua. Sa che le piace fare la cameriera in un locale senza troppe pretese nella piccola località turistica dove è nata e da cui non si è mai mossa, e probabilmente, nel profondo del suo cuore, sa anche di non essere davvero innamorata di Patrick, il ragazzo con cui è fidanzata da quasi sette anni. 
Quello che invece ignora è che sta per perdere il lavoro e che, per la prima volta, tutte le sue certezze saranno messe in discussione.

A trentacinque anni Will Traynor sa che il terribile incidente di cui è rimasto vittima e che l'ha inchiodato su una sedia a rotelle gli ha tolto la voglia di vivere. Sa che niente può più essere come prima, e sa esattamente come porre fine a questa sofferenza. Quello che invece ignora è che Lou sta per irrompere prepotentemente nella sua vita portando con sé un'esplosione di giovinezza, stravaganza e abiti variopinti.

Nessuno dei due, comunque, sa che la propria vita sta per cambiare per sempre.

di Jojo Moyes | Mondadori | Romance
ISBN 9788804662655 | cartaceo 11,05€ Acquista | ebook 7,99€ 

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag
L’occasione di una vita, ebook Lettere Animate
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.
Il tesoro dentro, 0111 Edizioni.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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