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L'incipit "Una specie di felicità" di Francesco Carofiglio | #76



Una specie di felicità
di  Francesco Carofiglio
Piemme

cartaceo 17,50€
ebook 9,99€
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La prima volta che incontrò il Professore era una bella giornata di fine ottobre.
Percorse il viale di ghiaia che attraversava il boschetto di platani, l’edificio era grande, con ampie vetrate. Si fermò qualche istante a osservare la facciata. Poi entrò e salì al quinto piano, la luce morbida nei corridoi rendeva il posto lieve, ignara delle vite che dentro quelle stanze si consumavano, lentamente.
Quando arrivò davanti alla camera guardò attraverso il vetro: il letto, un armadio, una piccola libreria e uno scrittoio. La finestra prendeva un’intera parete e si affacciava sul giardino.

Il professore aveva settantacinque anni. L’amnesia dissociativa e la fuga dalla realtà erano sintomi correlati alla diagnosi effettuata prima del suo ricovero in clinica, peraltro voluto da lui stesso. Dario Moretti era un uomo brillante, aveva diretto la scuola di specializzazione che
Giulio aveva frequentato, molti anni prima. Le sue lezioni erano sempre affollate.
Adesso lo vedeva dietro il vetro, seduto su una poltrona, con una camicia bianca e una giacca scura. Guardava fuori.
Giulio sentì una stretta allo stomaco, poi bussò ed entrò. L’uomo rimase seduto, sul davanzale della finestra un libro con un segnalibro nel mezzo.
«Buongiorno, Professore.»
L’uomo si girò lentamente. Giulio si avvicinò e gli tese la mano. «Sono Giulio d’Aprile.»
Lo guardò e non mostrò alcuna reazione. Non si ricordava di lui.
Giulio tolse la giacca e la appese, aveva con sé una borsa a tracolla. Tirò fuori un taccuino e una penna. Poi avvicinò la poltroncina e si mise a sedere.
«Sono il dottor Giulio d’Aprile, sono uno psicoterapeuta, collaboro con questo Istituto da qualche settimana e, come saprà, in accordo con la direzione, abbiamo deciso di avviare un programma di terapia riabilitativa.»
L’uomo guardava gli alberi. Come se da qualche parte dovesse scorgere qualcosa, da un momento all’altro. Giulio provava un’inquietudine leggera, per quel luogo, per il senso di estraneità, per l’inadeguatezza stessa delle sue parole.
«...avremo due incontri settimanali, al mattino, della durata di un’ora. Il martedì e il giovedì. So che il direttore l’ha già messa al corrente e che lei si è mostrato disponibile.»
Ma non c’era nulla, dietro gli alberi. Solo il profilo indistinto delle case, più lontane. Nulla dietro le prime nuvole che si affollavano all’orizzonte.
«Ci vedremo dalle undici a mezzogiorno, oggi è venerdì, possiamo cominciare martedì prossimo. Può andar bene anche per lei?»
L’uomo si voltò, nuovamente. Fece un cenno col viso. Poi rivolse la sua attenzione ai platani.


Rientrò molto tardi. Pioveva.
Le ringhiere che affacciavano sull’androne ondeggiarono nel buio. Salì le scale senza accendere la luce, come di abitudine. Cercò la chiave, e la infilò nella toppa, la porta non si aprì. La chiave era quella giusta. Dopo diversi tentativi, smise di provarci. La serratura era rotta, la porta non si sarebbe aperta.
Si lasciò scivolare sui gradini. Pensò che era davvero un bel periodo. Mise a fuoco il fregio che chiudeva la cornice dell’arco, un piccolo gargoyle con il corpo di leone e il becco d’aquila. Nel buio sembrava muoversi appena. Chiuse gli occhi, ascoltò il suono cadenzato della
pioggia.
Avrebbe potuto passare la notte sulle scale, oppure bussare alla porta dei vicini chiedendo ospitalità. Erano molto anziani, e sulla porta avevano appeso una piccola immagine sacra, una santa un po’ torva che invitava i testimoni di Geova a non bussare. Oppure avrebbe potuto
chiamare i vigili del fuoco, sarebbero arrivati, avrebbero forzato la serratura con un trapano, e svegliato tutto il palazzo. Con un po’ di fortuna alle quattro del mattino sarebbe entrato in casa.
Si alzò. Scese le scale e uscì.
L’Hotel Victoria era a cinque minuti da casa sua. Un palazzo degli anni Settanta, ristrutturato da poco. Sotto la pioggia l’insegna diffondeva un bagliore azzurro.
Suonò il campanello e la porta scorrevole si aprì. Al banco lo attendeva il portiere di notte, aveva la cravatta slacciata. Giulio accennò un sorriso.
«Salve... ho bisogno di una stanza, sono rimasto chiuso fuori di casa.»
Non rispose. Gli chiese un documento.
«Rischiavo di spezzare la chiave, la serratura era rotta... ho anche il cellulare scarico.»
«Ha una carta di credito?»
«Sì.»
«Il pagamento è anticipato.»
Firmò la liberatoria e l’uomo gli consegnò una scheda, stanza 303.
«Sono centosettanta euro.»
«Centosettanta?»
«Le ho fatto uno sconto, vista l’ora. Sarebbero centonovanta.»
«Centosettanta. Va bene, grazie.»
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Si avviò all’ascensore e tornò indietro.
«Scusi, c’è la possibilità di avere qualcosa di caldo? Tipo una camomilla, non lo so... Sono completamente zuppo. E se ci fosse una T-shirt, sarebbe perfetto.»
«Il bar è aperto tutta la notte, ma serviamo soltanto bevande in bottiglia. Lo trova in fondo al corridoio dopo la specchiera. Non abbiamo T-shirt.»
«Un phon?»
«Lo trova in camera, ma la gente dorme, a quest’ora.»
«Ho capito. Un’ultima cosa, posso avere un kit spazzolino dentifricio? Sono sprovvisto di tutto, come vede.»
«No, mi dispiace. Nel bagno trova il lucido per scarpe, cuffia per capelli e bagnoschiuma. Lo spazzolino no.»
«Grazie.»

Entrò in ascensore, la luce soffusa ammorbidiva i contrasti, e l’immagine nello specchio, sfumata, avrebbe potuto essere di chiunque.
Nel corridoio i passi non fecero rumore. Infilò la tessera e la porta si aprì. La stanza era stretta, il letto addossato a una parete, un mobile basso su quella opposta. La moquette puzzava di fumo.
Si tolse la giacca e la camicia e le appese a una gruccia, poi i pantaloni e le scarpe. Si strofinò i capelli con una salvietta e infilò l’accappatoio. Poi si stese sul letto.


Quarta di copertina. La vita di Giulio d’Aprile cambia in una bella giornata di fine ottobre, mentre percorre il viale alberato che lo condurrà all’Istituto dove lavora come psicoterapeuta.
Varcata la soglia di quel luogo, in cui il tempo sembra essersi fermato, Giulio incontra l’uomo che molti anni prima era stato il suo maestro. La persona geniale, brillante, autorevole ha lasciato però il posto a un vecchio stanco. La memoria vacilla e gli occhi sembrano perdersi altrove.
Da quel giorno il Professore sarà un suo paziente. Da quella mattina di ottobre avrà inizio un duello. I due uomini dovranno fare i conti con una verità dolorosa che entrambi nascondono, in un progressivo e incalzante ribaltamento dei ruoli.
La vita di Giulio entra ed esce da quella stanza, il matrimonio fallito, la perdita del padre, il senso di inadeguatezza nei confronti dei figli, il mondo perfetto di un passato confezionato in un’esistenza senza slanci.
Fino a quando appare qualcuno e qualcosa accade. E inverte bruscamente la rotta, tra il buio e la luce. Come una crepa nel muro.
Come una specie di felicità.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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