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In primo piano

[Libri] "Florence" di Nicholas Martin e Jasper Rees, incipit #96

Che cosa sa il mondo di Wilkes-Barre?


Florence

di  Nicholas Martin
Jasper Rees

Piemme

cartaceo 15,73€
ebook 9,99€

Gli occhi di tutti gli americani si sono puntati sulla città carbonifera della Pennsylvania solo una volta. Nel 1926 il celeberrimo giocatore di baseball Babe Ruth batté quello che allora si pensava fosse il fuoricampo più lungo di sempre. La palla finì così lontana che lui chiese fosse misurata la distanza. Risultò che l’aveva spedita a circa 198 metri. Da allora, Wilkes-Barre ha registrato perlopiù calma piatta.
La città è entrata in punta di piedi nella cultura americana come sinonimo di Ordinaryville, usa. Se ascoltate con attenzione Eva contro Eva, a un certo punto Bette Davis fa proprio quel nome. «Ma quel mal che l’uomo fa... com’era, sposo? E il bene che si lascia dietro. L’ho recitato una volta in provincia, a Wilkes-Barre.» L’attrice sta citando Marco Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare. Wilkes-Barre era distante anni luce dall’antica Roma, motivo per cui il grande regista Joseph Mankiewicz, più volte vincitore dell’Academy Award e originario di quella città, inserì la battuta nella sceneggiatura.
Wilkes-Barre è rievocata in un musical romantico di Broadway da tempo dimenticato risalente al 1963 e intitolato Tovarich. Adattato da un’opera teatrale degli anni Trenta che ironizzava sul comunismo, il musical include 16 una canzone intitolata Wilkes-Barre, Pa. La canta un giovane innamorato della cameriera, che si dà il caso sia una contessa in fuga dalla Rivoluzione russa. Dipinge la propria città natale come un paradiso tutto americano.

Take me back where I belong
Tell my baby I was wrong,
Never should have gone away
Wilkes-Barre, Pa!

Nel ruolo della contessa, Vivien Leigh vinse un Tony Award come migliore attrice di un musical. Non può essere stato per le sue doti canore: al pari della figlia più celebrata di Wilkes-Barre, non riusciva ad azzeccare una nota.
Il nome della città affonda le radici nel percorso del paese verso l’indipendenza. John Wilkes era un membro del parlamento britannico acceso di tale zelo riformatore da essere incarcerato con l’accusa di sedizione; in seguito sposò la causa dei ribelli americani. Lo stesso fece Isaac Barré, nato a Dublino da un ugonotto francese, che perse un occhio nella battaglia di Québec: è uno dei personaggi immortalati nell’epico dipinto di Benjamin West intitolato La morte del generale Wolfe. Oratore appassionato, definì i coloni «figli della libertà». Uniti da un trattino, e nell’Ottocento spesso fusi in una sola parola, Wilkesbarre, questi due uomini diedero il loro nome alla città natale di Florence Foster.

Wilkes-Barre sorge sulla sponda meridionale del fiume Susquehanna, nella valle del Wyoming. 

I primi bianchi giunsero qui nel 1769. Le scaramucce e gli scontri che presto si verificarono nella valle sono una rappre sentazione su scala locale delle battaglie che diedero forma alla nazione, tra coloni e nativi americani, tra coloni e realisti. Il primo giornale di Wilkes-Barre fu pubblicato nel 1795. L’anno seguente l’«Herald of the Times» uscì con il suo primo articolo importante quando dalla città passò il duca d’Orléans in esilio, che più tardi ascese al trono di Francia con il nome di Luigi Filippo. Nel 1806 la città ebbe un’altra visita degna di nota, sotto forma di uno spettacolo itinerante con gli elefanti. Fu costruito un ponte sul Susquehanna, che gelava oppure straripava ma presto fu navigabile dai battelli a vapore. Nel 1831 partì da Wilkes-Barre diretta a Philadelphia la prima chiatta carica, tra le altre cose, del minerale che avrebbe reso ricca la valle.
La scoperta dell’antracite fece crescere velocemente Wilkes-Barre, che si riempì di manodopera costituita soprattutto da immigrati provenienti dalle comunità minerarie del Galles. Si pensa sia stato il primo luogo della Terra in cui l’antracite venne usata per il riscaldamento domestico. Wilkes-Barre si guadagnò un soprannome: la città dei diamanti. In un solo decennio, gli anni Sessanta dell’Ottocento, la popolazione superò le diecimila persone (toccando le ottantasettemila anime nel 1930). Quando nacque Florence Foster, Wilkes-Barre era una potenza e i padri fondatori si erano stabilmente insediati sui gradini più alti della società della Pennsylvania.

Tra i discendenti dei coloni la genealogia era motivo di una serrata competizione. In un paese così giovane le radici avevano la loro importanza. 

Florence e sua madre erano membri a vita della Società genealogica e biografica della città e di numerosi altri circoli patriottici. Un profilo di Florence comparso sul «New York Times» nel 1916 diceva che era «nata in Pennsylvania e discendeva da illustri antenati americani». Era il prodotto, da entrambi 18 i rami della famiglia, di uomini salpati alla volta delle colonie americane negli anni Trenta del Seicento. Ma la rivendicazione di sangue puro e radici altolocate risaliva a parecchi secoli prima; il ramo paterno vantava una discendenza diretta dalla conquista normanna dell’Inghilterra: i discendenti di Sir Richard Forester sostenevano che l’antenato era cognato di Guglielmo di Normandia, anche se genealogisti e storici non sono d’accordo. Ma sicuramente a sedici anni aveva preso parte alla battaglia di Hastings. Si dice che un altro antenato avesse salvato la vita a Riccardo Cuor di Leone durante la Terza crociata. Sulla base di quel legame, in seguito Florence sarebbe entrata a far parte di un circolo chiamato Order of the Three Crusades (Ordine delle tre crociate).

Suo padre, Charles Dorrance Foster, era nato nel 1836, unico figlio del matrimonio tra Phineas Nash Foster, un agricoltore della contea di Jackson, e Mary Bailey Bulford (nata Johnson), una vedova con tre figli più grandi. 

Finché era andato a scuola aveva trascorso le vacanze nella fattoria di famiglia. In seguito aveva fatto l’insegnante sia nei pressi di casa sua sia in Illinois. Nel 1861, allo scoppio della guerra civile, non si era arruolato, ma era invece stato ammesso all’ordine degli avvocati della Pennsylvania. Di lì a poco aveva un ampio giro di clienti. Nel 1870, a trentatré anni, disponeva di un patrimonio immobiliare stimato in 42.000 dollari e beni mobili per 10.000. Quando il padre morì, nel 1878, ereditò due fattorie nei distretti di Dallas e Jackson, a nord-ovest di Wilkes-Barre. Ai fratellastri, che di cognome facevano Bulford, non andò niente. Quell’eredità inattesa ebbe un impatto demotivante sulla sua vita professionale. Ad appena cinque anni di distanza, una storia contemporanea della contea di Luzerne riferiva che «ben presto arrivarono i clienti, ma [...] lui riteneva i suoi possedi- 19 menti sufficienti a occupargli la maggior parte del tempo e del tutto soddisfacenti, quindi si interessò solo marginalmente alla pratica legale». Invece si mise ad acquistare e vendere immobili, terreni agricoli e bestiame e a sporgere querele continue sulle questioni più disparate: dalla distribuzione degli utili del carbone ai cartelloni teatrali molesti che pullulavano nella strada davanti a casa sua. Una volta pubblicò un annuncio sul giornale: «Ricompensa di 3 dollari a chi mi dice il nome della persona che mercoledì pomeriggio mi ha rotto il vetro della finestra giocando a palla».
La posizione di Foster nella società di Wilkes-Barre gli attirò il commento acido di un altro storico locale: «Possiede ricchezza sufficiente ad appagare qualunque desiderio eccetto la più sordida avarizia. Pochi uomini godono, a un’età così giovane, di simili vantaggi materiali, economici e sociali».

Charles D. Foster era un importante membro della chiesa episcopale e un leale repubblicano. 

Acquistò una proprietà al 124 di South Franklin Street, in un quartiere dove l’élite conservatrice di Wilkes-Barre tendeva a far gruppo in dimore eleganti e spaziose. Non lontano c’era la chiesa episcopale di Saint Stephen e poco più distante il Westmoreland Club; Foster era membro di entrambi. Era il genere di ricco pilastro della comunità che le persone volevano nei loro consigli di amministrazione; così era presidente della prima linea tramviaria, direttore di una società di pedaggi, tesoriere di un’altra, direttore della Wyoming National Bank, membro di un assortimento di associazioni massoniche, bancarie, genealogiche e storiche. A questi successi locali aggiunse la carriera politica: sconfitto al primo tentativo alla Camera bassa della Pennsylvania, nel 1882, fu eletto due anni dopo; rimase in carica per un unico mandato.
Le fotografie di Foster mostrano un uomo ben vestito con capelli chiari, sopracciglia folte, un viso pieno contornato da una mascella forte e ornato da un paio di baffi notevoli. In un ritratto da giovane ha la bocca curvata all’ingiù. In un’immagine più tarda, invece, sorride.
Charles D. Foster sposò Mary Jane Hoagland di Hunterdon, New Jersey, il 4 ottobre 1865. Non è possibile stabilire con certezza la data di nascita della moglie; quattro censimenti danno quattro versioni diverse, suggerendo una punta di vanità. Nel 1860, quando viveva ancora con i genitori, l’anno della sua nascita era il 1838. Dieci anni dopo, ormai sposata, si era chissà come tolta sette anni e risultava quindi nata nel 1845. Altri dieci anni ed era ringiovanita ancora, risultando nata nel 1846. Nei due censimenti seguenti non si registrarono altre variazioni. Ma dopo la morte del marito perse all’improvviso altri quattro anni.

Una foto di Mary Foster nella mezza età mostra una donna affascinante con un abito a collo alto, capelli castani raccolti e un viso proporzionato con una bocca decisa. 

Quanto a cosa uscì da quella bocca, si hanno poche testimonianze. Chiaramente, però, era orgogliosa delle ascendenze inglesi e olandesi, visto che si iscrisse a un numero prodigioso di quelle associazioni genealogiche che pullulavano negli Stati Uniti. A un certo punto entrò in possesso o acquistò una proprietà che aveva un significato nel folklore americano: il cosiddetto castello di Fleming nella contea di Hunterton, dove suo padre aveva fatto il giudice. In realtà era una modesta taverna rivestita in legno costruita nel 1756 dall’irlandese Samuel Fleming; la sua importanza derivava da un riferimento a una «tappa da Fleming» nel diario del generale George Washington.
Il 19 luglio 1868 Mary Foster diede alla luce una bam- 21 bina, anche se non è chiaro dove perché non è stato trovato alcun certificato di nascita. Il certificato di morte di Florence dichiara che era nata a Wilkes-Barre, mentre nel 1945 St Clair Bayfield inoltrò un’istanza legale dichiarando che Florence era nata a Flemington, New Jersey, il che non è improbabile; prima che si diffondesse la pratica di partorire in ospedale, non era raro che le donne tornassero a casa per mettere al mondo i figli. La bambina fu battezzata Narcissa Florence. Narcissa non era un nome comune; nel 1868 i giornali di tutta America riportano solo undici donne che si chiamavano così. Forse la scelta fu ispirata a Narcissa Whitman, la missionaria pioniera che nel 1836 fu la prima bianca ad attraversare le Montagne Rocciose. Più probabilmente i capelli biondi e gli occhi azzurri fecero venire in mente alla madre un fiore della famiglia delle giunchiglie. Non era il nome con cui Florence Foster Jenkins sarebbe divenuta nota in seguito, ma condensava in modo appropriato qualcosa della sua personalità.

Quarta di copertina
"Florence" di Nicholas Martin e Jasper Rees, Piemme, 2016.

Da questo libro il film evento con Meryl Streep e Hugh Grant diretto da Stephen Frears, regista di Philomena e The Queen.
Il 25 ottobre 1944, mentre sul Pacifico americani e giapponesi si fronteggiano nel più grande scontro navale della storia, a New York tremila persone affollano la Carnegie Hall e almeno altre duemila rimangono accalcate fuori per esaurimento biglietti. Persino Cole Porter è tra il pubblico, insieme a molte personalità dello spettacolo e della stampa, tutti accorsi ad assistere all'attesissimo evento: il concerto di Florence Foster Jenkins, la soprano più stonata del mondo.
Per Florence, quel concerto è la rivincita sul padre che, a suo dire, le ha precluso la brillante carriera nella musica a cui era destinata. Una volta ereditata la fortuna di famiglia, la donna si dedica a coltivare il suo sogno: prende lezioni di canto, fonda un club musicale e sostiene molti giovani musicisti, che devono a lei l'avvio della loro carriera. Ma soprattutto, aiutata dal suo fedele compagno St Clair Bayfield, inizia a tenere piccoli concerti. Nonostante la sua mancanza di talento, anzi proprio per quello, diventa sempre più famosa. Convinta di essere apprezzata per la sua bravura, Florence decide di allestire la propria apoteosi nel tempio della musica americana...
Una storia divertente e delicata, con un personaggio femminile che conquista il cuore. La storia di una donna determinata e indipendente che non si è fermata davanti a niente. Tanto meno alla realtà.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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