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In primo piano

[Libri] "Volevo solo andare a letto presto" di Chiara Moscardelli, incipit #95

«È permesso?»
La porta della villa era socchiusa.

incipit-volevo-solo-andare-a-letto-presto

Volevo solo
andare a letto presto

di  Chiara Moscardelli
Giunti

ebook 8,99€
cartaceo 11,90€
Acquista

Avevo zoppicato fino a lì perché un tacco era rimasto incastrato tra due maledetti sampietrini, la via Appia ne era costellata. Nel cercare di liberarlo, avevo tirato con così tanta forza che si era staccato dalla suola ed era rimasto lì, affogato nel fango. Allora mi ero chinata per riprenderlo, ma un tuono si era abbattuto in lontananza facendomi sobbalzare.
Ovvio. Tardo pomeriggio, posto lontano, temporale. La storia della mia vita.
Lo avevo lasciato lì e mi ero incamminata lungo il viale alberato con una scarpa rotta e il vestito sgualcito per il viaggio in macchina. Nel giro di poco mi sarei anche bagnata.
Accelerai il passo, per quanto possibile in quelle condizioni.
Le ottobrate romane sono così, ci sono giorni in cui puoi andare al mare a farti il bagno, altri in cui i temporali improvvisi trasformano la città in Saigon.
E in quel momento Roma era Saigon.
Avevo un incontro importante. Non era mai capitato che mi mandassero a fare sopralluoghi da sola, di solito con me veniva Schwarz, che però in quel momento aveva di meglio da fare: un viaggio di lavoro o un bagno alle terme. Schwarz è il mio capo, il responsabile del dipartimento di arte moderna e contemporanea alla Mercy’s, la casa d’aste dove lavoro. Uno svizzero nervoso e ipercinetico. Più di una volta mi aveva sfiorato il sospetto che si drogasse. Con qualcosa di forte, però.
Bussai di nuovo e la porta si spalancò.
La villa sembrava disabitata. Non c’erano macchine parcheggiate fuori e dall’interno non provenivano rumori.
Controllai l’indirizzo che avevo scritto sull’agenda e alzai gli occhi per cercare di leggere il civico, poi li riabbassai sull’agenda. Guardai di nuovo in alto e in basso almeno tre volte e, prima di farmi venire il torcicollo, stabilii che il posto era giusto. La pioggia stava aumentando e decisi di rompere gli indugi.
Mi lisciai la gonna del tailleur e controllai che i capelli fossero a posto, almeno quelli.
Prima di uscire dall’ufficio avevo chiesto a Martina, collega e amica: «Come sto?».
«Sembri mia suocera.»
Non le avevo dato retta, tanto più che Martina non si è mai sposata.
E poi i miei vestiti non le sono mai piaciuti. Non che io abbia uno stile particolare, indosso sempre tailleur e camicia. A volte cambio il colore della camicia, però.
Respirai profondamente e mi guardai intorno.
«Sto entrando...»

Avanzai zoppicando con il tacco che mi rimaneva e mi lasciai la porta alle spalle.

In fondo era stato Gennaro Papadopoulos, il proprietario, a raccomandare la massima puntualità. Quindi doveva essere in casa.
Ero partita dall’ufficio quasi tre ore prima. Adoro la mia città, ma non quando si tratta di attraversarla in macchina. Da Campo de’ Fiori alla via Appia ci si può impiegare anche un giorno intero. Qualcuno per sopravvivere si munisce di beni di prima necessità, come acqua, panini e dolci vari.
Papadopoulos era italo-greco: il padre veniva da Folegandros, la madre da Latina. Persona educata e un tantino eccentrica, non lo avevo mai visto indossare due capi dello stesso colore, ma pantalone arancione a righe gialle e giacca viola, magari a pois blu, quelli sì. Ci eravamo incontrati in più di un’occasione, per visionare le fotografie di alcuni dipinti e oggetti di sua proprietà da mettere all’asta, e alla fine avevamo deciso di fissare un sopralluogo per stabilire il reale valore di quello che ci aveva mostrato.
Appena dentro, la prima cosa che feci fu accendere la luce.
Tossii.
«Sono entrata!»
Silenzio.
«C’è qualcuno? Signor Papadopoulos?»
Mi guardai intorno. Il salone era enorme, le pareti, con mattoni a vista, erano interrotte dalle grandi finestre e da un camino. Le poltrone e i divani erano ricoperti da teli bianchi. La villa doveva essere disabitata da parecchio tempo. Le statue e i quadri posati a terra contrastavano con l’antichità del mobilio. Erano tutti pezzi di arte contemporanea, come il mosaico incorniciato fatto con i tasti del computer e i lecca-lecca a forma di spazzoloni del water.
Un quadro in particolare attirò la mia attenzione, un dipinto appoggiato alla parete con noncuranza. Mi avvicinai per osservarlo meglio: una famiglia e un gregge di pecore attraversano un lago a bordo di una piccola imbarcazione. Il modo in cui erano stese le pennellate, frammentarie, mosse, l’uso dei colori complementari, mi fece subito pensare a Giovanni Segantini. Poteva mai un quadro di Segantini trovarsi in quella casa e per giunta incustodito?
Rimasi a guardarlo per qualche minuto, incantata.
Stavo per allungare una mano per toccarlo quando un rumore sordo, come il colpo secco di qualcosa sbattuto a terra con violenza, mi fece voltare di scatto.
Solo allora notai un corridoio che prima non avevo visto. Forse il signor Papadopoulos non mi aveva sentita entrare.
Forse era sordo, anche se quando lo avevo incontrato mi era sembrato che ci sentisse benissimo.

Avanzai claudicante lungo il corridoio, maledetti sampietrini.

«Signor Papadopoulos? È permesso?»
Lo percorsi tutto senza smettere di guardarmi intorno.
Arrivata in fondo, una folata di vento mi fece rabbrividire. La portafinestra della veranda era spalancata.
Mi avvicinai per chiuderla e lo sguardo mi cadde su uno splendido secrétaire. Non sono un’esperta di mobili ma conosco bene questo tipo di scrittoi, sono la mia passione. E quello sembrava olandese, dell’Ottocento.
Mi avvicinai, abbassai la ribalta e sbirciai all’interno, aveva sei cassetti, tre per lato.
In realtà sapevo che ce n’erano molti di più, bisognava solo scoprire il congegno. Ognuno ha un proprio marchingegno per nascondere scomparti e cassetti, unico e sofisticato. A volte si tratta di un pulsante, altre di una leva.
Una folata di vento fece sbattere la portafinestra e mi distrasse dallo scrittoio. Fu quando mi precipitai a chiuderla che notai due persone salire su una macchina.
Era buio e aveva cominciato a piovere molto fitto quindi non riuscii a distinguerle. Feci in tempo però a scorgere delle scarpe gialle prima di vederle scomparire all’interno della vettura. E solo un uomo poteva indossare delle scarpe di quel colore: Papadopoulos.
Perché stava andando via?
Lo stavo per chiamare quando un braccio mi aveva cinto la vita ed ero stata attirata verso un corpo. Inequivocabilmente il corpo di un uomo. E anche bello massiccio.
Aprii la bocca per gridare, ma una mano me lo impedì.
«Sst. Sta’ zitta.»
Fui sollevata da terra e allontanata dalla finestra, in direzione del secrétaire.
Ero impietrita. Non potevo credere a quello che mi stava succedendo.

Cercai di divincolarmi, ma la stretta era ben salda.

Mi mancava il respiro.
È curioso come in alcune circostanze saltino in mente le cose più strane, alcuni fanno testamento o pregano, altri pensano ai mariti e ai figli. Dal momento che io non avevo nulla da lasciare, non ero credente e non avevo marito né figli, pensai a Olivia Benson, quella di Law & Order - Unità vittime speciali.
E pensare a Olivia Benson voleva dire pensare a maniaci, serial killer e stupratori.
Ecco, quell’uomo voleva uccidermi o violentarmi, o entrambe le cose, magari non in quest’ordine.
«Devi stare calma» continuava a bisbigliarmi, ma ormai ero nel panico.
Povero Olsi. Olsi era il mio insegnante di krav maga. Di origine russa, a ogni lezione sembrava appena rientrato da una missione in Cecenia. Anni di allenamenti buttati al vento. Eppure non potevo arrendermi senza neanche combattere e feci l’unica cosa che mi venne in mente: gli morsi la mano con violenza.
Quello gridò e io affondai ancora di più i denti nella carne.
Fu allora che mi passò tutta la vita davanti. Nella parte finale giacevo nel mio letto, moribonda. Gli amici intorno a me piangevano e io capivo che stavo morendo. Era troppo tardi, avevo contratto un virus letale. Ebola, Aids, febbre tifoide o una più banale cirrosi epatica.
Mollai immediatamente la presa.
Sentivo l’infezione che già stava entrando in circolo, ma non cedetti e con il tacco destro, l’unico rimasto, premetti forte sul suo piede. Più igienico.
Con l’ultimo affondo riuscii a farlo allontanare da me.
Allora mi girai di scatto e continuai a colpirlo agli stinchi. Dovevo averlo preso alla sprovvista perché non si difendeva.
«Non mi toccare! Faccio krav maga, io!»
«Calma, non voglio farti niente.»
«Non è vero! Tu vuoi violentarmi! Aiutooo!» gridai.
«Macché violentarti! Sta’ zitta, porca miseria!»
«Ah, no?»
«No.»

Perché? Pensai, ma riuscii a non dirlo ad alta voce, tanto più che ormai il suo corpo premeva contro il mio. E la cosa non mi dispiaceva affatto.

Bastò quell’attimo di distrazione perché lui ne approfittasse. Con una mano mi bloccò le braccia dietro la schiena e con l’altra mi tappò di nuovo la bocca.
«Ora sei più tranquilla?»
No che non lo ero! Allora pensai a Olsi e alla sua ultima lezione.
Annuii con la testa, sentii che allentava la presa.
«Devi ascoltarmi, capito?»
Annuii di nuovo e lui mi liberò le braccia ma non si mosse. I nostri corpi erano attaccati e, che dio mi perdoni, la cosa mi procurava un’insolita euforia.
O si trattava della sindrome premestruale o dovevo cambiare psicologo.
«Bene» cominciò, «così ragioniamo. Complimenti per il krav maga, ma ora dobbiamo assolutamente...»
Fu allora che lo colpii, con il palmo della mano, dal basso verso l’alto. Dritto sul setto nasale.
Lo vidi sgranare gli occhi e portarsi le mani al viso. Mi spaventai.
«Oddio scusa, scusa!»
Macché scusa, quello era uno stupratore!
«Porca miseria, mi hai quasi rotto il naso.»
«Te l’avevo detto che facevo krav maga!» dissi, e ne approfittai per dargli una spinta violenta e allontanarlo.
Questo mi diede un piccolo vantaggio e una grande eccitazione. Ero riuscita a difendermi, non potevo crederci.
Mi allontanai dallo scrittoio, imboccai il corridoio, lo attraversai zoppicando senza voltarmi finché non raggiunsi la porta.
«Scusa, scusa, non volevo!» gli gridavo, senza smettere di correre però.
Uscii e mi ritrovai di nuovo nel viale alberato.
Il mio tacco era ancora lì tra i sampietrini e per un attimo pensai di riprendermelo, ma capitolai quasi subito e proseguii nella corsa.
«Aiutooo, aiutooo! Vogliono violentarmi!»
Percorsi tutto il viale fino alla strada principale, dimenticandomi della macchina parcheggiata proprio davanti all’ingresso.
Ormai diluviava.
Ecco perché non mi accorsi della moto.
La botta fu fortissima.
L’unica cosa a cui pensai prima di perdere i sensi fu che il mio aggressore era un gran bell’uomo. Somigliava a Christian Bale, quello di Batman, e mi aveva tramortita.
Anche se in quel momento a tramortirmi fu ben altro.


Quarta di copertina
"Volevo solo andare a letto presto" di Chiara Moscardelli, Giunti, 2016.

Ipocondriaca, ossessiva, maniaca del controllo e sfegatata di telenovelas brasiliane: del resto che cosa aspettarsi dopo un'infanzia trascorsa in un borgo hippy, senza tv, con una mamma fissata con la cristalloterapia, un padre non ben identificato e tanti amici che danzano in giro, spesso senza vestiti? È comprensibile che a trentacinque anni Agata Trambusti voglia avere il pieno controllo di ogni aspetto della sua vita e detesti qualsiasi fuoriprogramma. Inclusa la pioggia, e quella mattina si è messo a piovere sul serio, mentre in tailleur e chignon Agata varca il cancello di una villa sull'Appia per valutare alcuni quadri che il proprietario vuole mettere all'asta. Ma la pioggia non è niente rispetto a quello che la aspetta: in meno di un minuto la sua tranquilla esistenza si trasforma in un rocambolesco film d'azione, a partire dall'uomo misterioso - terribilmente somigliante a Christian Bale! - che Agata mette ko con due abili mosse di krav maga prima di darsela a gambe. Ma che cosa sta cercando quell'uomo? E perché le sta improvvisamente alle calcagna? Tra una fuga nei vicoli più sordidi di Barcellona, le minacce di uno strozzino di quartiere e un losco traffico di falsi d'autore, Agata dovrà per una volta dar ragione al suo psicologo e lasciarsi risucchiare dal vortice impazzito degli eventi. E delle emozioni. Perché sarà proprio questa la partita più dura.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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