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In primo piano

[Libri] "Cuore delicato, lavare a mano" di Simona Morani, incipit #120

A sessantadue anni Rina non si vedeva né bella né brutta.

Cuore-delicato-lavare-a-mano-Simona-Morani-incipit

Cuore delicato
lavare a mano

di Simona Morani
Giunti
cartaceo 10,97€
ebook 7,99€

Non che si fermasse a lungo a osservare i segni che il tempo aveva inciso sul suo corpo, né che si confrontasse con le clienti che passavano nel suo negozio. Non ci pensava nemmeno quando sua sorella Ada o la parrucchiera Maria distribuivano impietosi giudizi sulle donne del quartiere, e misuravano a occhio e croce la gonna stretta di una passante, o l’atteggiamento frivolo di una mamma.
Tu ci saresti andata in giro conciata come quella là? Allora in quei momenti pensava che no, non sarebbe uscita con colori così sgargianti nemmeno da ragazza, ma poi la riflessione si esauriva lì. Non lo sentiva un problema suo.
Certamente se avesse curato di più il suo aspetto, seguendo le mode o lasciandosi ispirare dalle protagoniste delle serie televisive che seguiva con assiduità, avrebbe potuto dimostrare anche dieci anni di meno.
A suo favore giocavano lineamenti poco marcati, un naso piccolo e lucido, tondi occhi nocciola, capelli corti di un biondo cenere che armonizzava con gli spruzzi d’argento sulle tempie.
L’ alluce valgo le imponeva di indossare calzature basse e dalla punta larga per cui, anche nelle poche occasioni mondane, non si elevava mai oltre il metro e sessantatré. In cosmetici non avrebbe speso nemmeno un centesimo, e l’armadietto del bagno traboccava di lozioni di ogni tipo solo grazie all’amica Giovanna, che abitava al piano di sopra, e le portava campioni gratuiti dall’erboristeria. L’ unico vezzo, di tanto in tanto, era un filo di rossetto rosso. E se per ogni sera della settimana aveva il suo sceneggiato da non perdere – che fosse storico, d’amore, poliziesco, non importava – era per puro intrattenimento, per fatua evasione momentanea, e non certo per trasferire sdolcinatezze e passioni impossibili nella sua quotidianità. Ah no, le pulsioni amorose erano la piaga della vita e già in gioventù aveva capito che bisognava respingerle come si scacciano le zanzare nelle sere afose d’agosto.
Direttamente proporzionali ai desideri stavano, infatti, i dispiaceri, le rinunce, le disillusioni e non era solo un’idea nella sua testa, ma proprio un dato di fatto accertato e innegabile, come l’esistenza del bene e del male, dell’ombra e della luce.

Che fosse ben chiaro: lei non era disfattista come Ada. 

Anzi, amava i suoi semplici rituali, vedere spuntare il sole tra i tetti di Modena mentre assaporava il caffè alla finestra, andare al mercato del Novi Sad, cercare nuove ricette da cucinare al figlio Samuele, camminare all’aria aperta dal parco Ducale fino a piazza Grande. Ma al punto più in alto della lista, prima di qualsiasi altra cosa, veniva sempre lei: la sua piccola lavanderia.
Aveva lottato per averla, da giovane, e anche se in realtà per molti anni era stata un tugurio in cui passava gran parte della giornata, aveva pur sempre rappresentato un simbolo di libertà, di emancipazione dalla vita coniugale.
E quando il marito Osvaldo aveva smesso di metter becco nei suoi affari – non perché si fosse arreso, ma perché era defunto – si era dovuta fermare a riflettere: continuare o lasciare? Si era consultata in famiglia: Ada, soffiando con trombettìo spropositato nel fazzoletto, le aveva fatto notare due cose: la prima, che la sua età non era più freschissima e avanzava ad ampi galoppi verso la pensione; la seconda, che ormai la vita non aveva niente da offrire e non era che un’attesa paziente al ricongiungimento ultraterreno con i loro cari. Samuele aveva subito dichiarato le sue intenzioni, a breve, di riprendere gli studi abbandonati a metà, e che l’idea di gestire la lavanderia in cui girava fin da quando era neonato gli procurava un certo senso di nausea. Quindi Rina avrebbe fatto meglio a venderla, così com’era già successo per la tipografia di Osvaldo.
Dopo avere ascoltato attentamente i pareri di entrambi, Rina scelse di non dare retta a nessuno. Si decise a fare ciò di cui a volte aveva parlato con leggerezza a Giovanna, uno di quei discorsi che si fanno pourparler, tanto per sognare a occhi aperti: trasformare la lavanderia a secco in una lavanderia self-service, modernizzarla, ridipingerla, rendere lo spazio più accogliente per i clienti, con i cestoni colorati, le panchine imbottite, le riviste per chi rimane ad aspettare, un distributore di bevande. E sul retro, un piccolo angolo stireria dove avrebbe potuto dedicarsi anche a piccoli lavori di sartoria.
E così fu. Dopo mesi di ristrutturazione, la riapertura del negozio aveva significato per Rina la realizzazione di un altro sogno e l’inizio di una nuova fase della sua vita.

Un nuovo cliente

Il nuovo anno era appena cominciato. Rina aveva da poco riposto negli scatoloni gli addobbi di Natale. Del candore dell’ultima nevicata erano rimasti cumuli di neve sporca ai bordi dei marciapiedi e delle aiuole. Dopo il caffè che aveva bevuto ancora intorpidita dal sonno, era scesa in lavanderia di fretta, con i capelli scarmigliati e le ciabatte rosa. Era in ritardo con la consegna di tovaglie e tovaglioli per la trattoria all’angolo, e una delle ragazze sarebbe passata a ritirarli entro le nove e mezza.
Accese la radiolina sulla mensola, sul canale che trasmetteva musica classica ventiquattro ore al giorno. Non s’intendeva molto di quel genere, ma mentre stirava le conciliava fantasticherie a occhi aperti e riflessioni esistenziali. Si concentrava per non fare pieghe tra i tessuti, e man mano che il ferro seguiva percorsi vaporosi sulla stoffa, i pensieri prendevano vita propria.
Si preoccupava per Samuele. Sebbene ne avesse proclamato l’intenzione, non aveva ripreso a studiare, e i colloqui di lavoro si erano sempre più rarefatti, come se, a forza di collezionare rifiuti, avesse perso il giusto animo per continuare a cercare. Bighellonava per ore davanti al computer, si teneva in contatto tramite il cellulare con amici ed ex colleghi per eventuali occasioni lavorative, spesso se ne usciva con idee bislacche che duravano il tempo di un’infatuazione, per poi buttarsi sul divano o sul cibo, oppresso dalla noia. L’ultima idea era stata quella di aprire un centro scommesse calcistiche in zona stazione, ma gli investimenti iniziali e la burocrazia lo avevano fatto desistere rapidamente.
Rina sentì la porta chiudersi e dei passi muoversi nella lavanderia.
«Arrivo!» Si affrettò a imbustare tovaglie e tovaglioli ma quando uscì dalla stireria trovò un giovane che non aveva mai visto, in cappotto lungo e completo elegante, che si guardava intorno con curiosità. Era alto, imponente, dritto e sebbene il negozio non fosse particolarmente grande ma nemmeno uno sgabuzzino, la sua presenza riempiva tutta la stanza con l’aura elettrica di una notorietà. Senza un reale motivo, Rina si sentì lievemente in soggezione. Notò che portava a tracolla una borsa nera da palestra in dissonanza con l’abbigliamento aziendale e che ricordò subito a Rina quella che Samuele portava a casa piena di tute puzzolenti e magliette sporche di erba e fango dalle partite di calcetto.

«Buongiorno» lo salutò e gli passò davanti veloce per liberarsi delle tovaglie e appoggiarle sul bancone.

«Che buon profumo…» disse lui facendole un sorriso educato. Rina, meravigliata, si accarezzò d’istinto il collo. Aveva provato una nuova crema idratante al ginkgo prima di scendere in negozio ma non l’aveva particolarmente colpita per la fragranza.
«Era dai tempi dell’università che non entravo in una lavanderia self-service» spiegò lui. «Avevo dimenticato questo accogliente profumo di detersivo.»
«Ah!» Rina rise di se stessa nervosamente e annuì.
«Avrei delle camicie da lavare e stirare.»
«Certo, dia a me» e fece cenno di allungargliele sul banco.
Mentre frugava a testa bassa nella borsa ed estraeva i capi, Rina poté osservarlo meglio da vicino. L’abito distinto contrastava con la capigliatura folta e spettinata che ricadeva sul viso dagli zigomi alti, occhi vivaci e attenti, un naso lungo e stretto che gli dava un’aria importante, e le labbra schiuse in un sorriso quasi infantile. Era difficile per Rina individuare un’età esatta. Trentacinque anni? Al massimo trentotto, non di più.
«Quando sono pronte? Riesce a farmele per questa sera?» domandò.
Rina scosse la testa, decisa. «No, questa sera è proprio impossibile. Ce la faccio per giovedì.»
«Giovedì?» ripeté il giovane, sgomento. Si girò a guardare oltre la vetrina, mordendosi il labbro. «Non potrebbe fare un’eccezione? Sono arrivato da poco, e tra il trasloco ancora in corso e il lavoro non so più da che parte girarmi.»
«Capisco, ma…»
«Ho un meeting dopo l’altro in azienda e, come lei ben saprà, l’aspetto è importante. Non posso certo andare in giro con le camicie tutte sudate, a maggior ragione essendo l’ultimo arrivato, quindi se potesse venirmi incontro…»
«Al massimo posso fargliele avere per domani sera, ma è davvero un’eccezione. In genere chiedo sempre due giorni.»
«Davvero? È veramente gentile!» i suoi occhi si accesero di gratitudine. «Sa, io sono bravo nelle faccende domestiche. Sono anni che faccio tutto da solo» ci tenne a rimarcare lui, «cucino, lavo i pavimenti, riparo i guasti. Anche ai vestiti ci penso io. Ma le camicie devono essere perfette, e devo ammettere che non mi vengono tanto bene. Oltre al fatto che non ho proprio un secondo libero per stirare e nemmeno le energie quando torno dall’ufficio.»

Rina si addolcì. Era chiaro che il giovane abitava da solo e che non aveva una donna né una madre nelle vicinanze che potessero sopperire ai suoi bisogni.

«Allora ieri pomeriggio, ero in ufficio che sorseggiavo un caffè americano – perché sa, dopo la laurea in economia qui a Modena ho fatto un master negli Stati Uniti e mi è rimasta questa brutta abitudine di bere il caffè col filtro –, e insomma, dicevo, ieri mi affaccio alla finestra, guardo oltre la strada e zac! Mi salta all’occhio questa bella vetrina colorata. Pratico, no? Meglio di così, non mi poteva capitare.»
Rina sorrise di nuovo, piacevolmente colpita dalla loquacità del ragazzo. Aveva una voce limpida, educata, e si esprimeva con linguaggio chiaro, senza accenti.
Iniziò a compilare il buono di consegna.
«Ma è nuova?» la interruppe lui all’improvviso. «Dico, questa lavanderia. Sembra tinta di fresco.»
«Figuriamoci!» rise Rina. «Ci ho passato una vita qua dentro.»
Si spostò un ricciolo dietro l’orecchio. Già, quanti anni erano passati? Era meglio non contarli. «Ma l’abbiamo messa a posto da poco, io e Samuele.» E senza nemmeno rendersene conto, d’istinto si affrettò a chiarire: «Mio figlio».
«Be’, complimenti, si vede che è tinta di fresco. Questa tonalità di azzurro ci sta bene. E quelle belle bolle di sapone poi…» indicò la parete dipinta. Rina arrossì di colpo.
«Le ho fatte io con l’effetto spugnato. Mio figlio, però, dice che sembra un cielo con le nuvole…»
La risata riecheggiò nella stanza. «Ma quale cielo! È chiaro che, trattandosi di una lavanderia, non può essere che acqua con bolle di sapone.»
«Sì, ma non vede che le macchie sono così confuse… e sfumate… è stato un esperimento maldestro, non sono molto brava a dipingere…» cercò di controbattere, ripetendo le critiche del figlio.
Il giovane scosse la testa, deciso. «Non sono d’accordo. È sfumato perché è uno stile un po’ impressionista. A me piace molto, invece. Complimenti, davvero.» La fissò con due occhi così convinti che a lei non restò che ammirarli senza proferire parola. Dovevano essere passati lunghi secondi perché a un tratto la risvegliò la voce dell’uomo che esclamava: «Mamma mia, quanto è tardi! Mi sono perso in chiacchiere, ho un meeting tra esattamente un minuto e mezzo. Quanto le devo?»
«Mi pagherà al ritiro delle camicie. A proposito…» si schiarì la gola, e dopo una breve titubanza cancellò con la matita un appunto sul taccuino. Si accorse che la mano le tremava leggermente. «Visto che è così urgente… forse riesco a fargliele per questa sera.»
«Come? Dice sul serio?»
Rina annuì, compiaciuta e confusa dalla sua stessa decisione.
«Posso spostare una commissione meno importante a giovedì. Provi a ripassare questa sera o domani mattina.»
«Grazie infinite! Lo farò.» Rispose lui ormai già sulla porta.
«Aspetti, le lascio la ricevuta. Il suo nome?» Rina rimase con la penna ferma a mezz’aria, vibrante di attesa.
«Manicardi.»
Ne fu quasi delusa. Chissà perché, a quel punto si sarebbe aspettata che le dicesse Humphrey Bogart o Dean Martin, e non un ordinario Manicardi.

Quarta di copertina
"Cuore delicato, lavare a mano" di Simona Morani, Giunti, 2017.

Nel cuore di Modena, all’ombra dei portici che disegnano la città, Rina, un’energica signora di sessantadue anni, ha appena finito di rinnovare la sua vecchia lavanderia.
La morte del marito Osvaldo, dispotico e brontolone per natura, ha coinciso per Rina con una vera e propria rinascita. Così, pennello e colori alla mano, il vecchio negozio “Osvaldo e Rina” si è trasformato in un’ariosa e moderna lavanderia self-service, con tanto di bolle di sapone alle pareti, distributore del caffè e un piccolo angolo stireria.
I nuovi clienti non tardano ad arrivare e fra questi Donato, un giovane spigliato che un bel giorno fa il suo ingresso con una batteria di camicie da lavare. Una brusca e pericolosa ventata di vitalità travolge Rina e le sue fantasie.
Donato è bello e gentile, si ferma spesso a fare due chiacchiere e persino a mangiare i prelibati manicaretti che Rina gli sottopone con totale nonchalance.
Nessuno le aveva mai fatto tanti complimenti: né per l’appretto al profumo di mela, né per le sue sfogliate. Davanti agli occhi sconcertati di sorella e vicini di casa, che la vorrebbero accasare con un noiosissimo ottantenne, Rina arrossisce e nega qualsiasi coinvolgimento.
E allora perché passa ore davanti allo specchio indecisa su cosa indossare? Ma che scandalo... Donato potrebbe essere suo figlio!

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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