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In primo piano

[Libri] "Felice come un cane" di Julie Barton, incipit #127

Libr-Felice-come-un-cane-Julie-Barton-incipit

Dalla fermata della metropolitana al mio appartamento bisognava camminare solo per sei isolati, ma non ero sicura di farcela.

Felice come un cane

di Julie Barton
Piemme
ebook 9,99€
cartaceo 15,73€



Mi concentrai su dove mettevo i piedi: il pavimento rigato della linea numero 4 della metropolitana, i gradini costellati di gomme da masticare che salivano fino all’86th Street, la pozzanghera scura all’angolo fra la Lexington e l’85th. Mi ero trasferita a Manhattan da quasi un anno, una settimana dopo essermi laureata in Ohio. E avevo trascorso quell’anno lavorando nella redazione di una casa editrice di SoHo. Il mio nome appariva nei ringraziamenti di due libri. Il mio capo diceva che ero la migliore redattrice che avesse mai avuto. Riuscivo a guadagnare abbastanza da pagare in tempo affitto e bollette. Avevo amici affettuosi, genitori amorevoli che desideravano solo il meglio per me. E stavo per crollare.
A un paio di isolati dalla fermata della metropolitana, ecco i soliti pensieri maledetti: Attraversa la strada a quel taxi che accelera su Lexington Avenue. Buttati sotto l’autobus. Non erano voci nella mia testa. Erano pensieri, pensieri terribili che non sapevo come controllare.
Se mi aveste incrociata, vi sarei apparsa come una ventenne stanca. Avreste pensato che forse ero reduce da una sbornia o che non mangiavo verdura da mesi: ipotesi, quest’ultima, piuttosto fondata. Sono alta e di solito mi vestivo con una camicia sformata, una lunga gonna nera e un paio di logore Doc Martens con la punta d’acciaio. I capelli, che una volta portavo lunghi e biondi, ora erano tagliati sotto le orecchie ed erano sbiaditi in un marrone che nel riflesso delle vetrine sembrava quasi grigio: il risultato dell’imprudente acquisto di una tinta al supermercato.
Svoltai l’angolo sulla 82nd Street, superai le case in arenaria con le loro finestre a bovindo e i pesanti portoni, oltrepassai la scuola P.S. 290, dove raramente incrociavo qualche alunno. Salii i gradini davanti al mio appartamento, aprii due porte blindate, poi altre tre serrature e mi infilai dentro, finalmente sola. Chiusi la porta dietro di me. C’era puzza di polvere e latte rancido. Come primo appartamento dopo la laurea non era male: due stanzette collegate da una ripida scala di legno. Di sopra, una piccola cucina d’angolo guardava un muro di mattoni a vista. Sotto, erano riusciti a ricavare abbastanza spazio per un bagno e una camera da letto, sempre bui e umidi, con le finestre a un metro e mezzo dal pavimento, che lasciavano intravedere i piedi e le gambe di chi passeggiava sul marciapiede.
Nel soggiorno non c’erano mobili, solo il mio stereo, quello che avevo sin dai tempi del liceo. Accanto erano sparpagliati cd e cassette di Van Morrison, Ani DiFranco, Tori Amos, Big Star, Ella Fitzgerald, Metallica. I compagni delle mie ore più buie, quando mi sparavo la musica nelle orecchie, perché nel silenzio avrei sentito solo i pensieri che mi frullavano nella testa. Pensieri che comparivano all’improvviso e che non riuscivo a mettere in dubbio, pensieri che dicevano che non valevo niente, che ero stupida, brutta e debole. Sbagliata. Troppo sbagliata per continuare a vivere.

Misi a bollire l’acqua per la pasta.

Accesi il fornello elettrico, riempii la pentola e l’appoggiai sul fuoco. Un gesto apparentemente banale, ma mi sentivo come se avessi appena sollevato un macigno. Anche i compiti più semplici negli ultimi tempi mi sembravano difficilissimi. Infilare le scarpe. Abbottonare la camicia. Svegliarmi la mattina. Rimasi davanti al fornello con gli occhi chiusi.
Poi mi sedetti sul pavimento, con il cucchiaio di legno in mano. Non so se fossi consapevole di quello che stavo facendo. Ma me lo ricordo, se questo può significare qualcosa. L’acqua cominciò a bollire. Alcune gocce schizzarono fuori dalla pentola sfrigolando sul fornello elettrico. Sbattei le palpebre, premetti il palmo sul pavimento di legno polveroso e mi lasciai andare fino a trovarmi sdraiata sulle assi consumate. La palpebra sinistra si contrasse.
Immaginai di essere un robot con le batterie scariche o una marionetta con i fili tagliati. Avevo bisogno di raggiungere il telefono. Avevo bisogno di aiuto. Qualcosa non andava. Mi resi vagamente conto che il pavimento della cucina era un posto strano dove addormentarsi. Poi notai una vecchia macchia di pomodoro sullo sportello del frigorifero, una goccia secca. La studiai, perché era fuori posto lì. Io ero fuori posto lì. Con la testa appoggiata sul braccio, sentii una fitta nella schiena e mi spensi.
Tutti i rumori si trasformarono in un’enorme eco: i clacson delle macchine, il frullio dei piccioni, la gente che camminava e parlava, il ronzio del frigorifero. Giacevo intontita a terra, pensando: Crollo nervoso, crollo nervoso, crollo nervoso. Le parole mi riecheggiavano nella testa come una triste cantilena, una filastrocca per bambini. Sei sempre così melodrammatica, continuavano i pensieri. Non stai avendo un crollo nervoso. Sei solo una fallita. Ammazzati e basta. Prendi una corda, legatela al collo e buttati.
Prima di trasferirmi a New York avevo sempre vissuto in Ohio ed ero stanca del Midwest, con i suoi orizzonti lontani e le sue notti buie e silenziose. Qualcosa non tornava. Per gran parte del liceo e dell’università ero stata convinta di essere semplicemente nata nel posto sbagliato.
Guardavo un sacco di televisione e avevo deciso che ero una ragazza di città, non di campagna. Ero finita lì per colpa di un semplice errore geografico. Non potevo attribuire il mio malessere ai miei genitori, che erano una coppia felice. Io e mio fratello litigavamo ferocemente, certo, ma era normale, pensavo. Ci sarebbero voluti quel crollo e parecchi anni di terapia per capire che non era così.
Il mio progetto di vivere in città aveva subito il primo intoppo quando una conoscenza mi aveva detto che Will, il ragazzo con cui uscivo sin dal primo anno di università, andava a letto con altre ragazze mentre io ero ancora al college. Ero convinta che mi stesse aspettando a New York, dove avremmo cominciato a vivere insieme. Così lo avevo affrontato; avevamo litigato per settimane e poi ci eravamo lasciati. Lui faceva parte di una band e diceva di aver bisogno di concentrarsi sulla sua musica. Sapevo che era banale, ma la fine della nostra storia mi aveva fatta soffrire moltissimo. Will era il mio punto di riferimento e ora se n’era andato. Ero una donna che aveva bisogno dell’amore di un uomo per stare bene. E quell’uomo doveva essere Will. Nessun altro. Gli altri uomini mi spaventavano. Vagabondavo per la città da sola, con l’impressione di non avere più un luogo sicuro dove andare.
Poi, dopo settimane di silenzio, Will aveva cominciato a chiamarmi alle tre di mattina per chiedermi se poteva venire da me a parlare. Io gli rispondevo sempre di sì e finivamo ogni volta a letto insieme. L’attrazione che provavo per lui era così intensa da sentirla quasi premere sotto la pelle. E quando la nostra storia si era deteriorata, diventando emotivamente instabile, io avevo rischiato di implodere.

Lo shock culturale provocato dalla vita in una grande città e questa difficile rottura avevano rivelato che c’era qualcos’altro di grave che non andava in me.

Non ero solo una ragazza giovane, insicura, ingenua e sentimentalmente a pezzi. Non era solo il fatto che il mio ragazzo avesse preferito altre donne e la sua band a me. C’era qualcosa di oscuro e immobile nella mia testa.
La mia coinquilina, Leah, se n’era andata da Manhattan alcune settimane prima dell’inizio di questa storia e all’epoca ero certa che la sua repentina partenza fosse colpa mia. Ci eravamo conosciute all’università ed eravamo andate a vivere insieme a New York: non perché fossimo grandi amiche ma perché era il momento giusto. Era carina, aggraziata, bionda e con due profondi occhi azzurri. Aveva anche un fidanzato, che si era laureato un anno prima di lei e che viveva in città. Qualche mese dopo il nostro trasferimento a Manhattan, anche loro avevano rotto, ma sembrava che lei non ne avesse risentito molto. Era andata avanti con la sua vita, come se a perderci, da quella rottura, fosse stato lui. Quando ci eravamo lasciati noi, invece, io ero sprofondata nella disperazione. Ero ossessionata da quello che Will faceva, da chi frequentava, ed ero diventata distratta e inaffidabile, due difetti terribili in un’amica.

Quando mi svegliai, avevo la vista appannata. Attorno a me era tutto grigio. Mi portai le mani davanti alla faccia per verificare che non ci vedessi più davvero. Le mie dita si distinguevano a malapena dentro quella fitta nebbia. Tossii violentemente. Mi sembrava di avere i polmoni pieni di cotone caldo. E c’era una strana puzza, come di carbone acceso. Agitai un braccio e con le nocche urtai il frigorifero. La goccia di pomodoro era ancora lì.
Puzza di fumo. Arrancai dal frigorifero al fornello, ansimando. Se nel mio appartamento ci fosse stato un impianto antincendio funzionante avrebbe suonato a tutto volume. Spensi il fornello elettrico e ascoltai la pentola che crepitava, prima di sdraiarmi e precipitare di nuovo nell’oscurità.
Quando mi risvegliai c’era il sole. I clacson suonavano. Era mattino.
Casa. Devo chiamare casa.
Nell’aria ancora fumosa mi accorsi che stavo singhiozzando. Ero rimasta sdraiata sul pavimento della cucina tutta la notte. Tossii e ansimai. Battevo i denti. Il dolore divampò così feroce che lo immaginai polverizzarmi in milioni di minuscole molecole. Il sentimento terribile, solitario e indescrivibile che avevo avvertito sotto la pelle aveva finalmente preso il sopravvento. Mentre piangevo, ecco di nuovo quei pensieri: Sei così stupida. Alzati e vai a lavorare come tutti gli altri. Cosa ti fa pensare di essere tanto speciale da potertene stare sdraiata sul pavimento tutto il giorno?
Mi svegliai di nuovo, senza ricordare di essermi addormentata. Strisciai sul pavimento, trascinandomi sui gomiti, fermandomi per piangere e tossire. Poi caddi ancora nel sonno. Una benedizione. Ero così stanca.
A metà mattina il fumo si era quasi completamente diradato e raggiunsi il telefono. Mi riaddormentai tenendolo stretto al petto e mi svegliai di soprassalto quando la cornetta cadde. Premetti il tasto, ascoltai il segnale e chiamai mia madre al lavoro, cosa che facevo di rado. Insegnava al liceo: lasciai un messaggio per lei alla segretaria. «Per favore, le dica che sono sua figlia e che è un’emergenza.»

Mi svegliai scioccata dallo squillo del telefono.

«Mamma?» dissi, con la voce roca di fumo.
«Julie? Cosa succede?» Attese. «Julie?» chiese di nuovo, già in allarme. La sua voce era come un balsamo. A qualcuno importava. Grazie a Dio a qualcuno importava.
«È successo qualcosa» dissi. Mi sfuggì un singhiozzo stridulo. «Penso di avere avuto un collasso o qualcosa del genere.» Ero sdraiata per terra in un appartamento quasi vuoto, con i capelli arruffati, gli occhi pesti e le gambe che non mi sorreggevano. Volevo farla finita.
«Vengo a prenderti» disse. «Salgo subito in macchina.
Sarò lì tra nove ore. Torni a casa.» Lasciai andare il telefono, che ruzzolò sul pavimento.
«Grazie, mamma» bisbigliai, prima di scivolare ancora nel sonno.
Mia mamma mi ha raccontato che a quel punto entrò nell’ufficio del preside dicendo: «Devo andare. È un’emergenza di famiglia». Poi corse a casa, preparò una borsa e si sedette al volante per nove ore, da Columbus, Ohio, fino a Manhattan. La preoccupazione la tenne sveglia fino a metà Pennsylvania. Quando rischiò di addormentarsi al volante, uscì dalla statale e si fermò in un motel, dormì vestita e alle sette di mattina mi chiamò per avvisarmi che sarebbe arrivata prima di mezzogiorno. «Torni a casa» ripeté. Io non ero in condizione di discutere.
Avevo ventidue anni, mi ero laureata da uno e avevo un futuro pieno di prospettive, eppure non riuscivo a funzionare. Oggi ho imparato a chiamare quei pensieri depressione, ma allora non avevo un nome per identificarli. Erano una presenza, una persecuzione, e avevano preso il sopravvento. Si accovacciavano sul mio petto per dirmi di fare un favore a tutti e andarmene.

Quarta di copertina
"Felice come un cane" di Julie Barton, Piemme, 2017.

Quando Bunker mi vedeva, inarcava il corpo come un apostrofo di felicità: gli piacevo. Ero sempre stata piuttosto insicura, non ero convinta di piacere molto. Ma sapevo che Bunker non aveva motivo di prendermi in giro, di mentirmi o giudicarmi. E liberarmi dal peso di quel dubbio mi faceva sentire così leggera, che avrei potuto volare fino ai rami più alti degli alberi e trascorrere la mia giornata lì.
Il giorno in cui Bunker è nato, in una fattoria in Ohio, secondo di una cucciolata di golden retriever, in un appartamento a New York le tenebre della depressione, che da un po' si stavano infittendo, inghiottono Julie. All'improvviso, a poco più di vent'anni, si trova sola e disperata, bisognosa di aiuto e di qualcuno che si occupi di lei. Come Bunker.
Tornata dai genitori, sembra che nulla la possa aiutare. L'idea di adottare un cane è l'ultima spiaggia. Qualche tempo dopo, come era destino, le vite di Julie e Bunker si incrociano. Con il suo amore incondizionato, la sua capacità di vivere l'istante e la felicità che esprime in ogni gesto, Bunker insegna a Julie a tenere a bada i brutti pensieri e a stare nel presente. Nel suo sguardo, come in quello degli amici più veri, anche nei momenti più cupi, Julie trova sempre la stessa risposta: «Io credo in te e non ti lascio sola».

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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