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In primo piano

[Libri] The Hate U Give. Il coraggio della verità, di Angie Thomas, incipit #132

"The Hate U Give. Il coraggio della verità " di Angie Thomas - banner

Non sarei dovuta venire a questa festa.

The Hate U Give. Il coraggio della verità  - Copertina

The Hate U Give
Il coraggio della verità

di Angie Thomas
Giunti
ebook 7,99€
cartaceo 11,90€



Non sono neanche sicura di appartenere a questo ambiente. E il mio non è un pregiudizio da borghese di merda. È che ci sono certi posti dove essere me stessa non basta. In nessuna delle due versioni. La festa per le vacanze di primavera di Big D è uno di questi.
Mi faccio largo tra i corpi sudati e seguo Kenya, i suoi capelli ricci che ballonzolano fin sotto le spalle. Nella sala aleggia una foschia puzzolente di erba e la musica fa tremare il pavimento. Un rapper incita tutti a ballare il nae nae, seguito dal coro di «Hey» di quelli che si lanciano nelle loro versioni personali. Kenya tiene sollevato il suo bicchiere di plastica e si fa largo tra la calca a passi di danza. Tra il mal di testa per la musica martellante e la nausea per il tanfo di erba, sarà un miracolo se riesco ad attraversare la sala senza versare il mio drink.
Solchiamo la folla. La casa di Big D è piena zeppa di gente. Ho sempre sentito dire che alle sue feste di primavera ci andavano tutti (be’, tutti tranne me), ma cavolo, non immaginavo che ci sarebbe stata una simile ressa. Le ragazze hanno i capelli tinti, arricciati, stirati, fatti su. Mi fanno sentire banalissima con la mia coda di cavallo. I ragazzi, con le loro scarpe nuove e i jeans cadenti, gli si strofinano addosso al punto che farebbero meglio a mettersi il preservativo. Mia nonna dice che in primavera sboccia l’amore. A Garden Heights non sempre fa sbocciare l’amore, ma promette neonati in inverno. Non sarei sorpresa se molti di loro venissero concepiti alla festa di Big D. Lui la organizza sempre il venerdì prima della pausa primaverile, perché c’è bisogno del sabato per riprendersi e della domenica per pentirsi.
«Piantala di seguirmi e va’ a ballare, Starr» dice Kenya. «La gente comincia già a dire che te la tiri.»
«Non sapevo che a Garden Heights sapessero leggere nel pensiero.» O che la gente sappia altro di me oltre al fatto che sono “la figlia di Big Mav che lavora al negozio”. Bevo un sorso del mio drink e lo risputo nel bicchiere. Sapevo che non era solo Hawaiian Punch, ma è molto più forte di quello a cui sono abituata. Non dovrebbero neanche chiamarlo punch. Liquore, punto e basta. Poso il bicchiere sul tavolino e dico: «Mi fanno
ridere, se credono di sapere cosa penso».
«Ehi, io te lo sto solo riferendo. Ti comporti come se non conoscessi nessuno solo perché vai in quella scuola.»
Sono sei anni che me lo sento ripetere, da quando i miei mi hanno iscritta alla Williamson Prep. «Comunque» borbotto.
«E faresti meglio a non vestirti...» Kenya storce il naso facendo risalire lo sguardo dalle scarpe da ginnastica alla felpa troppo grande «così. Non è la felpa di mio fratello, quella?»
La felpa di nostro fratello. Kenya e io abbiamo un fratello maggiore in comune, Seven. Ma lei e io non siamo sorelle. Seven è figlio di sua madre e di mio padre. Strano, lo so. «Sì, è la sua.»
«Tipico. Sai già cos’altro dirà la gente. Certi pensano che sei la mia ragazza.»

«Ti sembra che mi importi di cosa pensano gli altri?»

«No! Ed è proprio questo il problema!»
«Me ne frego.» Avessi saputo che venire con lei a questa festa significava partecipare a Extreme Makeover: Starr Edition, me ne sarei rimasta a casa a guardare le repliche di Willy, il principe di Bel-Air. Le mie Jordan sono comode, e sono anche nuove. Al contrario di quelle di certi altri. La felpa è enorme, ma a me piace così. Tra l’altro, se mi abbasso il cappuccio sul naso non sento più l’odore dell’erba.
«Be’, non ho intenzione di farti da baby-sitter per tutta la sera, per cui datti una mossa» dice Kenya, perlustrando la sala con lo sguardo. A dirla tutta, Kenya potrebbe fare la modella. Ha una pelle marrone scuro senza un solo difetto (non credo che abbia mai avuto un foruncolo in vita sua), occhi castani all’insù e lunghe ciglia naturali. Ha anche l’altezza perfetta, ma è un po’ più in carne di quegli stecchini da passerella. E non porta mai due volte lo stesso vestito. A garantire questo è suo padre, King.
Kenya è più o meno l’unica persona che frequento a Garden Heights: è difficile fare amicizie quando vai in una scuola a tre quarti d’ora di distanza, a casa sei spesso da sola e nel quartiere ti si vede solo nel negozio di famiglia. Kenya mi viene facile frequentarla per via del collegamento con Seven. Però a volte è complicata di brutto. È molto litigiosa, e le piace dire che suo padre la farà pagare a questo o quello. È vero, ma vorrei tanto che non attaccasse briga per poi calare il suo asso. Ne avrei uno anch’io, di asso vincente. Tutti sanno che non si scherza con mio padre, Big Mav, e men che meno con i suoi figli. Eppure io non me ne vado in giro a provocare nessuno.
Come adesso, alla festa di Big D: Kenya si è messa a lanciare occhiatacce a Denasia Allen. Non ricordo molto di Denasia, ma so che è dalla quarta elementare che lei e Kenya non si sono simpatiche. Stasera sta ballando con un tipo sul lato opposto della sala, senza prestare la minima attenzione a Kenya. Ma ovunque ci spostiamo, lei la intercetta di nuovo. E il problema delle occhiate in tralice è che a un certo punto le avverti, senti l’invito a menare o a farti menare.
«Aaah, non la reggo!» esclama rabbiosa Kenya. «L’ altro giorno eravamo in coda alla mensa, okay? Lei era dietro di me a dire stronzate. Non ha fatto il mio nome, ma so che stava parlando di me, dicendo che avevo cercato di farmi DeVante.»
«Sul serio?» chiedo, come da copione.
«Nah, lui non mi piace.»
«Lo so.» Sarò sincera: non so neanche chi è, questo DeVante.
«E tu cos’hai fatto?»
«Cosa credi che abbia fatto? Mi sono girata e le ho chiesto se aveva un problema con me. E lei, la stronza: “Non stavo nemmeno parlando di te”, quando invece era evidente il contrario. Sei fortunata a essere in quella scuola di bianchi e non avere a che fare con puttane del genere.»
Che roba, eh? Nemmeno cinque minuti fa me la tiravo perché vado alla Williamson, e adesso sono fortunata? «Credimi, le puttane ci sono anche nella mia scuola. La puttanaggine è universale.»
«Sta’ a guardare, stasera le diamo una lezione.» L’ occhiataccia di Kenya raggiunge il massimo livello. Denasia ne sente il pungiglione e si volta a guardarla. «Hmm-hmm» conferma Kenya come se potesse sentirla. «Sta’ a guardare.»
«Aspetta. Le diamo? È per questo che mi hai implorata di venire? Per avere un’alleata?»
Kenya ha anche il coraggio di fare l’offesa. «Non mi pare che tu avessi molto altro da fare! O qualcun altro con cui uscire. Ti sto facendo un favore.»
«Dici sul serio, Kenya? Tu sai che ho anch’io delle amiche, giusto?»
Rotea gli occhi in modo plateale. Per qualche secondo si vede solo il bianco. «Le borghesucce della tua scuola non contano.»
«Non sono borghesucce, e contano.» Almeno penso. Io e Maya siamo amiche. Con Hailey, negli ultimi tempi non so cosa stia succedendo. «E sinceramente, se trascinarmi in una rissa è il tuo modo di contribuire alla mia vita sociale, sto meglio così. Maledizione, con te c’è sempre qualche dramma.»
«Ti prego, Starr.» Kenya allunga a dismisura quel «ti prego». Anche troppo. «L’idea è questa: aspettiamo che si stacchi da DeVante, okay? E a quel punto...»
Sento il telefono che mi vibra contro la coscia, e controllo il display. Visto che ho ignorato le sue chiamate, Chris mi ha inviato un messaggio.

Possiamo parlare?
Non volevo che finisse così.

Chiaro che non lo voleva. Avrebbe voluto che finisse in modo ben diverso, ieri, e il problema è proprio questo. Mi rinfilo il telefono in tasca. Non so bene come voglio rispondere, ma preferisco farlo dopo.
«Kenya!» grida qualcuno.
Una ragazzona dalla pelle chiara e i capelli liscissimi si fa strada nella folla verso di noi. La segue un ragazzo alto con i capelli mezzo neri e mezzo biondi tirati su in una specie di cresta afro. Tutti e due abbracciano Kenya e le fanno i complimenti sul suo aspetto. Io non esisto nemmeno.
«Perché non mi hai detto che venivi?» chiede la ragazza, e subito dopo si ficca il pollice in bocca. Deve farlo spesso, visto che i denti superiori le sporgono sopra quelli inferiori. «Potevamo darti uno strappo.»
«Nah, sono passata a prendere Starr» risponde Kenya. «Siamo venute a piedi.»
È a questo punto che notano la mia presenza, a non più di una decina di centimetri da Kenya.
Il ragazzo mi squadra con gli occhi socchiusi. Per un rapido istante aggrotta la fronte, ma io me ne accorgo. «Non sei la figlia di Big Mav, quella che lavora al negozio?»
Visto? È come se fosse quello, il nome sul mio certificato di nascita. «Sì, sono io.»
«Aaah!» esclama la ragazza. «Mi sembrava di averti già vista. Eravamo compagne in terza elementare, nella classe della signora Bridges. Io ero nel banco dietro il tuo.»
«Oh.» Immagino che dovrei ricordarmela, ma non è così. A quanto pare ha ragione Kenya: non conosco proprio nessuno. Le facce sono familiari, ma mentre gli stai insacchettando la spesa non è che la gente si presenta e ti racconta i fatti suoi.
Però sono in grado di mentire. «Certo che mi ricordo di te.»
«Non dire balle» interviene il ragazzo. «Non la conosci per niente.»
«Why you always lying?» cantano Kenya e l’altra: perché menti di continuo? Lui si unisce al coro, poi scoppiano tutti e tre a ridere.
«Bianca, Chance, non siate cattivi» si ricompone Kenya. «È la prima festa di Starr. I suoi non la lasciano mai uscire.»
Le lancio un’occhiataccia. «Alle feste ci vado, Kenya.»
«Per caso l’avete vista, voi, a qualche festa in zona?» domanda lei ai due.
«No!»
«Appunto. E prima che tu dica qualcosa, le festicciole di quartiere dei ragazzi bianchi non contano.»
Chance e Bianca ridacchiano. Cavolo, vorrei tanto scomparire del tutto dentro questo cappuccio.
«Si calano un sacco di paste, vero?» mi chiede Chance. «Ai ragazzi bianchi piace impasticcarsi.»
«E ascoltare Taylor Swift» aggiunge Bianca, succhiandosi il pollice.
Okay, è abbastanza vero, ma non ho intenzione di ammetterlo davanti a loro. «Nah, in realtà le loro feste sono una figata» ribatto. «Una sera al compleanno di uno ha suonato J. Cole.»
«Ma dai. Sul serio?» chiede Chance. «Caaazzo, la prossima volta invitami. Ci esco io, con quei bianchi.»
«Comunque» interviene Kenya in tono deciso. «Stavamo parlando di dare una lezione a Denasia. La stronza che balla con DeVante.»
«Quella vacca» sbotta Bianca. «Va in giro a dire stronzate su di te, lo sai, vero? L’altra settimana ero alla lezione del professor Donald, e Aaliyah mi ha detto...»
Chance rotea gli occhi. «Bleah, il professor Donald.»
«Ce l’hai con lui solo perché ti ha cacciato dalla classe» dice Kenya.
«Cavolo, sì!»
«In ogni caso, Aaliyah mi ha detto...» riprende Bianca.
Perdo di nuovo il filo mentre loro discutono di compagni di classe e insegnanti che non conosco. Non posso dire la mia, ma non fa alcuna differenza. Sono invisibile.
Mi sento spesso così, tra di loro.
Nel bel mezzo delle lamentele su Denasia e sui loro professori, Kenya lancia l’idea di andare a prendere qualcos’altro da bere, e il terzetto si allontana senza di me.
Tutt’a un tratto sono Eva nel Giardino dell’Eden appena dopo che ha mangiato il frutto proibito: è come se mi rendessi conto all’improvviso di essere nuda. Mi ritrovo sola a una festa a cui non avrei nemmeno il permesso di partecipare e dove non conosco praticamente nessuno. E dove l’unica che conosco mi ha appena scaricata.

Quarta di copertina
"The Hate U Give. Il coraggio della verità " di Angie Thomas, Giunti, 2017.

Starr si muove tra due mondi: abita in un quartiere di colore dove imperversano le gang ma frequenta una scuola prestigiosa, soprattutto per volere della madre, determinata a costruire un futuro migliore per i suoi figli. Vive quasi una doppia vita, a metà tra gli amici di infanzia e i nuovi compagni. Questo fragile equilibrio va in frantumi quando Starr assiste all'uccisione di Khalil, il suo migliore amico, per mano della polizia. Ed era disarmato. Il caso conquista le prime pagine dei giornali. C'è chi pensa che Khalil fosse un poco di buono, perfino uno spacciatore, il membro di una gang, e che, in fin dei conti, se lo sia meritato. Quando appare chiaro che la polizia non ha alcun interesse a chiarire l'episodio, la protesta scende in strada e il quartiere di Starr si trasforma in teatro di guerriglia. C'è una cosa che tutti vogliono sapere: cos'è successo davvero quella notte? Ma l'unica che possa dare una risposta è Starr. Quello che dirà - o non dirà - può distruggere la sua comunità. Può mettere in pericolo la sua vita stessa.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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