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Coco: la recensione

Coco: la recensione

Cinema | Di Stefania Bergo. Da Pixar-Disney, un viaggio onirico a tempo di musica messicana dalla grafica psichedelica e colpo di scena finale, per parlare di famiglia, sogni e dell'importanza di non scordare le proprie radici.

Coco, per la regia di Lee Unkrich (Toy Story 3, Alla ricerca di Nemo, Monsters&Co.), con la colonna sonora di Michael Giacchino (lo stesso di Inside Out), è stato il film di Natale della migliore tradizione Pixar-Disney (produzione Pixar, distribuzione Disney).
Originariamente intitolato Día de los muertos, accusato di plagio per la vicinanza tematica con il Libro della vita, lungometraggio d’animazione del 2014 tratto dalla stessa leggenda popolare che però non raggiunge la stessa profondità emozionale, Coco è stato preceduto da Le avventure di Olaf, un lungo corto (perdonatemi il gioco di parole, ma è così, essendo stato concepito per la tv; negli Stati Uniti, proprio per la sua lunghezza, è stato rimosso dalle sale), 21 minuti senza una trama precisa, un mini musical con eventi alla rinfusa che cavalca l’onda del successo di Frozen del 2013. A parer mio, solo una forzatura, un rispolverare vecchi fasti per rivendere tutta una serie di gadgettistica altrimenti non più spendibile. Ho amato Frozen e lo rivedo ancora con emozione, ma è tempo di andare oltre il ghiaccio e la magia.
Come risposta, Coco si apre in un assolato, coloratissimo, caldo giorno dei morti, in un ridente paese messicano, Santa Cecilia. I colori violenti che spingono sui toni dell’arancione, rosso e giallo, e la musica folk dei mariachi mi hanno fatto venire una terribile voglia di tornare in Messico, altro che neve! Grazie alla collaborazione di Adrian Molina, co-regista e co-sceneggiatore di origini messicane, infatti, Unkrich riesce a rendere perfettamente l’ambientazione e la cultura del paese sudamericano, grazie proprio al colore, alla musica e alla solita risoluzione digitale della Pixar che fa fluttuare i petali dei fiori e li rende magici grazie a un alone luminescente che ricorda tanto l’aura di Gioia.

Il film inizia con il racconto di Miguel, 12 anni, e di come sia nata l’attività di famiglia: creare scarpe. 

Un’attività decisamente coi piedi per terra, concreta, da contrapporsi al sogno del capostipite, che un tempo lontano, inseguendo la sua passione per la musica, abbandona moglie e figlioletta di pochi anni, Mamà Coco, la bisnonna del presente, per andare in giro per il mondo a cantare le sue canzoni. La trisavola Imelda, rimasta sola, ferita e abbandonata con una figlia a carico, ma anche indipendente e combattiva, sbatte la porta in faccia alla musica, si tira su le proverbiali maniche e si mette a fabbricare scarpe per mantenersi, tramandando l’impresa familiare.
Il tema della famiglia, delle tradizioni e delle origini è davvero molto forte, in Coco, che coraggiosamente affronta anche il tema dell’aldilà, della dipartita, dell’importanza di mantener vivo il ricordo dei nostri cari, anche attraverso il racconto, perché solo in questo modo non se ne andranno mai davvero, ma resteranno sempre con noi.
Contravvenendo alla tradizione di casa, che rifugge la musica, Miguel ne è invece fortemente attratto: il suo sogno è diventare un musicista, come il suo idolo e orgoglio nazionale Ernesto de la Cruz, una sorta di Elvis Presley messicano. La cosa è ovviamente ostacolata dall’intera famiglia che pare più concentrata sul vendicare il gesto del trisavolo che sull’accorgersi dell’urgenza del ragazzino di fare musica ed esprimere tutto il suo talento, oltre al suo cuore. Abuelita, tanto per dire, è la classica nonna sanguigna, burbera ma esilarante che incontriamo anche nel nostro sud, con le mani rugose e consumate da una vita di duro lavoro, con il grembiule perenne protagonista dell’outfit e la ciabatta pronta al lancio, soprattutto quando si tratta di scacciare cani randagi o mariachi tentatori che insidiano l’integrità di Miguel.





Coco

REGIA Lee Unkrich, Adrian Molina
PRODUZIONE Darla K. Anderson, John Lasseter, Pixar Animation Studios
DISTRIBUZIONE Walt Disney Studios
SCENEGGIATURA Lee Unkrich, Adrian Molina, Jason Katz, Matthew Aldrich
MUSICHE Michael Giacchino
ANNO 2017

CAST (doppiatori ita)
Luca Tesei, Simone Iuè, Emiliano Coltorti, Fabrizio Russotto, Doriana Chierici, Mara Maionchi, Saverio Moriones, Mauro Gravina, Valentina Lodovini






È il día de los muertos e per tradizione tutta la famiglia si prepara ad accogliere gli spiriti degli avi, indicando loro la strada fino all’altare di casa con petali arancioni, offrendo prelibatezze gastronomiche. 

Deciso a partecipare a un talent show musicale ma privato della sua chitarra, distrutta da un’Abuelita inferocita che pare decidere per la sua intera famiglia, Miguel la ruba dalla cappella del suo trisavolo fuggitivo, che solo da poche ore ha realizzato essere proprio il cantante Ernesto de la Cruz: sull’ altar de muertos di casa, la foto di Imelda è strappata, quindi non compare il volto del marito, ma la sua chitarra è ancora lì, appoggiata al muro, solamente nascosta dalla cornice, ed è quella che il ragazzino riconosce. Per Miguel, fare due più due diventa, a questo punto, fonte di immenso orgoglio e una spinta a prendere una decisione sofferta: inseguire la propria passione anche se questo significa andare contro la propria famiglia, allontanandosene, sacrificare gli affetti rischiando di fare del male a chi ci ama (mi è parso subito non propriamente positivo, come messaggio, pur dando fiducia alla poesia della Disney... e il colpo di scena finale metterà a posto le sfumature, fidatevi).
A sorpresa, al primo accordo con la chitarra trafugata, Miguel si ritrova nel regno dei morti...
E inizia un secondo film in una colata di luci e colori psichedelici, in un clima carnevalesco che è tipico della tradizione messicana e che serve per alleggerire ai bambini l’idea della morte. La creatività Pixar mescola i quadri di Frida Kahlo (cui è dedicato più di un delizioso cameo) con le coreografie di Busby Berkeley e con le tonalità al neon degli alebrijes, spiriti-guida, in una sorta di viaggio onirico che lascia senza fiato. La morte non fa paura, in Coco, malgrado gli abitanti dell’aldilà siano scheletri, manca la teatralità di Tim Burton, il suo cinismo spettrale e cupo, sebbene geniale. C’è spazio per l’allegria, le gag e la serenità di chi riesce ad attraversare il ponte meraviglioso che unisce i due mondi, a raggiungere i propri cari, riportandosi dal mondo dei vivi i doni da dichiarare alla frontiera, in un clima di viavai tipico di un aeroporto internazionale. Lì, incontra tutti i membri defunti della sua famiglia, perfettamente riconoscibili.


Con un po’ di trucco nerofumo attorno agli occhi e una finta cucitura attorno alle labbra, che lo fanno assomigliare a Jack Skeleton di The Nightmare Before Christmas (inutile, Tim Burton c’è), Miguel, che morto non lo è affatto ma lo deve sembrare, intraprende una corsa contro il tempo per tornare tra i vivi entro la fine del giorno, altrimenti non tornerà mai più. Ma per far questo, deve ricevere la benedizione di un parente, come a dire: senza l’appoggio della famiglia, i sogni non si realizzano mai interamente. Per ottenerla, si fa aiutare da Hector, uno scheletro che appare dimenticato e rischia di scomparire per sempre perché nessuno si ricorda più di lui. È un po’ un tema che ritorna, questo, come già accaduto in Inside Out ( Gli scrittori della porta accanto - Inside Out: le 5 emozioni che formano la personalità), con la morte di Bing Bong che scompare tra i ricordi perduti, uno dei momenti di grande pathos del film (ho pianto con i singhiozzi per almeno due minuti). Anche in Coco il momento più terribile è proprio non tanto la morte, quanto la scomparsa assoluta, come accadrà a uno dei personaggi.

Coco: il calore della musica messicana e tante commoventi emozioni nel viaggio onirico della Pixar.

Coco travolge con una musica che ricrea perfettamente le atmosfere sudamericane, sebbene la Disney, per scelta aziendale, traduca tutto, canzoni comprese, che però così facendo perdono la loro caratteristica linguistica, in questo caso preponderante. Una musica che è qui funzionale alla narrazione, così come in Sing ( Gli scrittori della porta accanto - Sing: la recensione), e non mero musical.
Ma in Coco trovano spazio anche le emozioni, non più stratificate, a mio avviso. Il messaggio del film è universale, comprensibile e interpretabile allo stesso modo da grandi e piccini: inseguire i nostri sogni è quasi un dovere verso chi non ha la libertà di farlo, ma non rinnegare le nostre radici lo è altrettanto. La risposta non è la fuga dai legami, tanto meno la negazione dei propri talenti, ma il restare e lottare per farsi comprendere, per far cogliere tutta la passione che si ha dentro. Inseguire effimeri successi porta solo a un isolamento che non può essere fonte di vera felicità, che «è tale solo se condivisa».
Infine, un grazie al binomio Pixar-Disney per aver riportato i papà sotto i riflettori, quelli a volte fuggevoli, apparentemente concentrati solo su se stessi, quasi insofferenti ai legami, ma che invece sanno tornare sui loro passi. O che non se ne sono mai andati davvero, perché basta una fotografia, il ricordo di una canzone, ed eccoli lì, a vegliare su di noi, come quando eravamo piccoli (nel momento di maggior pathos, la mia bimba ha stretto forte il suo papà e lui, l'ho sgamato, aveva gli occhi lucidi... ).



VOTO 8 E MEZZO


Stefania Bergo

Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.

Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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