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La stanza numero cinque, di Stefania Bergo: incipit

La stanza numero cinque, di Stefania Bergo: incipit

Incipit #171 Camminava spedita, nascondendosi dentro il cappotto nero.


La stanza numero cinque

di Stefania Bergo
Narrativa | Fiction | Romanzo breve
Gli Scrittori della Porta Accanto
ebook 0,99€
cartaceo a fine agosto


Non aveva chiuso occhio tutta la notte e solo per questo aveva inforcato un paio di grandi occhiali scuri. Non per il sole. Il sole non c’era. Era una fredda e lugubre mattinata di novembre. Le foglie rimaste a terra avevano perso il tipico crepitio che fa tanto impazzire i bambini quando le calpestano. Già, i bambini. Scacciò quell’immagine dalla sua mente con tanto vigore che quasi perse l’equilibrio. Svoltò l’angolo e si ritrovò davanti una donna che spingeva un passeggino. La bambina dormiva, infagottata come un baco da seta, con un palloncino dalle inequivocabili fattezze di un personaggio dei cartoni animati legato al polso. La sua manina era così lieve che il palloncino gliela teneva sospesa a mezz’aria. Eva passò oltre, scontrandosi con quel palloncino che pareva osservarla, giudicandola senza pietà. Lo scostò con fermezza, affranta e adirata, come se prendesse a schiaffi la sua stessa coscienza. La bambina ebbe un sussulto e aprì gli occhi un istante, mentre la madre chiese scusa. Non si era nemmeno accorta che il gesto di stizza di Eva era sovradimensionato, altrimenti si sarebbe indispettita e l’avrebbe ripresa. Ma che ne poteva sapere quella donna. Che ne sapeva dei ragni neri che l’opprimevano calandosi da ragnatele pesanti in terrificanti spirali fino al punto più profondo della sua anima. Da fuori era solo una che andava di fretta e pareva in collera col mondo intero, anche se non erano nemmeno le otto.
Affrettò il passo, alzando ancor più il bavero del cappotto, per non vedere il mondo, più che per il freddo. In pochi minuti raggiunse il numero 27 di via W. A. Mozart, proprio al centro della città.
Si pentì di aver avuto tanta fretta di arrivare, avrebbe voluto avere più tempo. Ma tempo non ce n’era più, ormai aveva fatto la sua scelta. La sua scelta? Era stata davvero una scelta?
L’ultimo interrogativo le si era aggrappato allo sterno e rischiava di trascinarla verso un tombino immaginifico. Ricordava ogni sogno infranto di quell’incontro con Davide, ogni parola che le aveva banalmente trafitto il cuore.
«Non penserai di tenerlo, vero?»
No, certo, non le era stato concesso di pensare.
«Lo sai che saresti sola, io non potrei fare nulla per te.»
Sola.
Del resto lo era sempre stata.
E forse per questo si era lasciata sedurre da quell’uomo brizzolato con gli occhi algidi, cristallini. Gli sguardi la imbrigliarono inizialmente, poi fecero tutto le sue mani. Sul pianoforte. Lo aveva visto suonare in un locale sul lago, in una serata estiva, mentre un vento caldo faceva vibrare le fiammelle di citronella poste lungo il vialetto. Un uomo, finalmente, non uno dei tanti coetanei che volevano solo infilarle le mani sotto le gonne cortissime che di solito indossava. Le lunghe gambe di Eva, gli occhi verdi, i capelli del colore delle ciliegie mature, le labbra carnose con una deliziosa fossetta al centro, i modi eleganti, erano sempre stati un inconsapevole richiamo per ragazzini, che non andavano oltre la superficie, non ne avevano intenzione. Sarebbe stato troppo impegnativo confrontarsi con un intelletto vivace e colto. Ma era finito quel tempo, era stanca di essere ciò che gli altri volevano fosse, non era più disposta a farsi plasmare. E Davide sembrava l’unico davvero affascinato dalla sua essenza. Sapeva ascoltarla. E cercava di andare a fondo, non solo nel suo sesso, ma anche nella sua sostanza, per raggiungere quel territorio ancora vergine che nessuno aveva mai voluto profanare.
Glielo aveva presentato un’amica comune. «L’ho conosciuto in tribunale l’anno scorso. Un bell’uomo, vero? Peccato che sia sposato.»
Sposato.
Quello avrebbe dovuto essere un deterrente, uno scrigno da non aprire, un viaggio da non intraprendere, un libro da non leggere, un frutto da non assaggiare. Ma quegli occhi ipnotici l’avevano già in pugno. C’era stato un primo appuntamento, un innocente caffè. E poi una cena. E una serata a teatro. E tanta passione, un coinvolgimento tale da serrare il respiro in petto e dare le vertigini.
Fino a quel giorno, quando erano comparse due lineette rosa verticali. Piccole, insignificanti, si sarebbe detto. Ma tremendamente dense come buchi neri. Non c’era stata nemmeno una vera e propria discussione, nemmeno un’ipotesi alternativa remota. Tutto era fluito fin da subito verso quella che sembrava l’unica logica conseguenza di una storia nata per caso, di un amore – amore? – senza futuro, di una vita mai preventivata.

«Non penserai di tenerlo, vero?»

La sola frase che le risuonava dentro, rimbalzando nel suo deserto arido di sassi e spine minacciose. Insieme al ricordo di quegli occhi, non più seducenti, ma ancora algidi, taglienti come sferzate di vento dall’Artico, sciabole che la spaccavano in due. Intenzionalmente cattivi, per fugare dalla mente di Eva ogni remoto istinto materno e assicurarsi salvo il culo di marito devoto, padre amorevole, amante appassionato. Il resto, erano solo interferenze non ammesse. Mise radici fendenti nella sua fragilità di madre appena abbozzata, per domarla, violentarne la libera volontà, spaventarla, facendole credere di non avere altra scelta se non quella dell’aborto. Ci aveva lavorato per almeno una settimana, arrivando anche alle minacce, bluffando, ovviamente, perché l’unico in bilico era proprio lui.

Eva si fermò davanti alla porta a vetri del Centro ambulatoriale e alzò lo sguardo, tenendosi il berretto di feltro con una mano.
Quella si spalancò senza nemmeno chiederle se fosse pronta. «Dovrebbero pensare a delle sliding doors più rispettose», si disse. Ma subito dopo il suo senso di colpa vide quella indelicata apertura come una giusta punizione e le sembrò addirittura che, una volta varcata la soglia, la porta la spingesse dentro con disprezzo.
Si fermò sul grande tappeto cremisi. Per istinto si portò una mano sul ventre. E quando se ne accorse, quella mano divenne pugno, pronto a colpire con rabbia. Lei, in piena faccia.
Le avevano spiegato dove andare, così non dovette affrontare il ragazzo della reception dicendogli di avere un appuntamento per un aborto. Salì le scale, voleva evitare di trovarsi in ascensore con quei pancioni ingombranti che aveva intravisto nella hall d’attesa. Voleva evitare di trovarsi con chiunque l’avrebbe potuta squadrare con sufficienza alimentando il suo senso di colpa.
Salì due piani. Sentì le gambe talmente pesanti che sembrarono almeno il doppio. Subito, sulla sinistra, si trovò davanti il lungo corridoio di cui le avevano parlato, già brulicante di pazienti. Cercò il numero 22 e vi si sedette davanti. Chissà se questo è un ambulatorio specifico, pensò. Individuò subito quello oculistico, quello pediatrico, persino quello dermatologico, per via di un uomo fulvo che continuava a grattarsi un braccio quasi con rabbia, soffiando di tanto in tanto su chiazze talmente rosse da sembrare incandescenti. Individuò anche l’ambulatorio ostetrico. Non solo per i pancioni che aspettavano davanti la sua porta, ma anche per quelle coppie dall’espressione ebete e sognante che ne uscivano. Le sopraggiunse un conato di vomito per rigettare quell’immagine. Ma forse era solo la sua nausea mattutina. «Ecco, questo mi resterà come ricordo: un gran senso di vomito», disse affranta.

Quarta di copertina
"La stanza numero cinque" di Stefania Bergo, Gli Scrittori della Porta Accanto, 2018.

Un racconto nato a maggio 2018, in occasione dei 40 anni dall’entrata in vigore della Legge 194. Sei donne si ritrovano a raccontare la loro storia in una stanza d’ospedale in attesa dell’intervento programmato per la mattina seguente. Si tratta di Liliana e della giovane figlia Chiara, di Miriana, futuro amministratore delegato di una multinazionale, Daniela, architetto e madre di quattro figli, Valeria, editor in una casa editrice, ed Eva. Cinque di loro sono in lista per un aborto. Ma condividere le loro storie l’una con l’altra crea un cerchio di confronto ed empatia in grado anche di mettere in discussione la loro scelta. Forse.
Un racconto volutamente incompiuto perché al lettore è lasciato il libero arbitrio di scegliere l’epilogo, dopo aver conosciuto ognuna delle protagoniste. Un esperimento letterario, ciò che conta è provare a mettersi nelle scarpe degli altri, con empatia, e stringere un cerchio di comprensione, non un cappio di condanna.
I capitoli finali inviati all’autrice saranno inseriti nella seconda edizione prevista per maggio del 2019 secondo le modalità indicate sul sito www.gliscrittoridellaportaaccanto.com.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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