Libri al cinema: Todo modo, di Leonardo Sciascia

Libri al cinema:  Todo modo, di Leonardo Sciascia

Cinema Recensione di Davide Dotto. Todo modo è un romanzo di Leonardo Sciascia, intriso di politica e cultura, portato sullo schermo da Elio Petri, con Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni e musiche di Ennio Morricone.

In apparenza Todo Modo di Leonardo Sciascia ha un intreccio semplice. Un pittore entra per caso in un curioso albergo-eremo. Programma di assistere – senza prendervi parte – agli esercizi spirituali dei suoi ospiti. Si prevedono quattro turni. Il più importante riguarda ministri, deputati, sottosegretari, notabili. Gli eventi, a causa di una serie di morti violente, non tardano a precipitare.
L’opera, pubblicata nel 1974, è una denuncia contro il potere e il modo di servirsene. Dal libro è stato tratto il film della regia di Elio Petri.

Profondamente incardinate nella attualità e nella storia politica degli anni Settanta, romanzo e pellicola sembrano imprigionate nell’epoca in cui sono state concepite. 

Sono la presa diretta di un presente fattosi storia; in sottofondo il compromesso storico; la crisi petrolifera; la legge sul divorzio; il disastroso referendum inteso ad abrogarla; il terrorismo, culminato più tardi nel rapimento Moro.
Venisse oggi scritto o girato, Todo Modo necessiterebbe di un lessico diverso. Quello utilizzato è troppo legato all’ideologia del tempo. È un inconveniente non da poco per autori politicamente impegnati.

Todo modo di Leonardo Sciascia è un testo breve con riferimenti colti. Cita una novella di Boccaccio, Origene, lo Pseudo Dionigi e soprattutto sant’Ignazio di Loyola.

Il rapporto tra potere e cultura è strettissimo. Non per nulla, si diceva, Luigi XIV aveva la stessa istruzione di Racine.
Il film di Elio Petri è una trasposizione piuttosto libera del racconto di Sciascia. Ciò che nel libro è taciuto, viene reso esplicito, l’aderenza all'attualità si fa totale, radicale e stridente. I personaggi ritratti richiamano correnti politiche precise, il Presidente interpretato da Gian Maria Volonté rievoca Aldo Moro. Cosa che, a seguito del drammatico epilogo che conosciamo, rese la pellicola non proiettabile.

Todo modo
Libri al cinema: Todo modo, di Leonardo Sciascia

Todo modo

REGIA Elio Petri
SOGGETTO Leonardo Sciascia
SCENEGGIATURA Elio Petri, Berto Pelosso
PRODUTTORE/PRODUZIONE Daniele Senatore, Cinevera
DISTRIBUZIONE PIC
MUSICHE Ennio Morricone
FOTOGRAFIA Luigi Kuveiller
ANNO 1976
CAST Gian Maria Volonté, Franco Citti, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato

Le differenze tra film e romanzo sono marcate.

Se nelle pagine prevalgono il ragionamento e la riflessione filosofica, nel film prende piede un registro severo, quasi fondamentalista. La relazione tra la classe dirigente e la Chiesa si fa più stretta. I linguaggi (religioso e politico) si confondono insieme ai ruoli: l’uomo di potere si trasforma in predicatore, l’uomo di Chiesa (don Gaetano, interpretato da Marcello Mastroianni) ha le mani in pasta nei pubblici affari.
Di lui il regista ha accentuato l’aspetto volitivo, inquietante, a tratti demoniaco. Se ve ne fosse stato bisogno, a sottolineare la corruzione diffusa, non fa difetto un blasfemo furto di ostie consacrate. Né manca una tesi complottista che individua un messaggio cifrato tra le sigle delle società pubbliche di cui le vittime sono presidenti (todo modo para buscar la voluntad divina).
Gli esercizi spirituali valgono una maratona e raccolgono meditazioni sulla colpa: «Ora io vi chiedo qual è il vostro peccato personale, il peccato di un uomo del potere?» domanda don Gaetano.
La risposta non rimane sottintesa: è il potere e il suo esercizio. Senza di esso non sussisterebbe nemmeno il peccato. Sarebbe facile costruirvi intorno un alibi, ben espresso nel monologo di Toni Servillo nel film Il Divo di Paolo Sorrentino, il quale vede nel potere una mostruosa e inconfessabile contraddizione.


Nel film di Elio Petri, l’invito a restituire il maltolto non significa cambiare rotta o optare per il buon governo.

Vi si aggiunge la pesante rinuncia alle insegne del potere: una pretesa insostenibile quanto la coscienza che obbliga a rispondere e non tanto «a parlar difficile solo se non si ha niente da dire».
Elio Petri porta alle estreme conseguenze il romanzo di Sciascia.
L’incapacità di abdicare al potere implica la difficoltà di arrestare la crisi che partiti e correnti vogliono risolvere, ma anche l’impossibilità di sfuggire al proprio supplizio. Inutile abbandonare l’eremo, luogo in cui vengono alla luce misfatti e si commettono inquietanti delitti. 
Superfluo, nel contesto del giallo, persino individuare un colpevole (o dei colpevoli) in carne e ossa.

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Davide Dotto

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