Libri al cinema: Frankenstein, l'amore immortale di Mary Shelley

Libri al cinema: Frankenstein di Mary Shelley

Cinema Recensione di Davide Dotto. Frankenstein è il celebre romanzo di Mary Shelley, portato al cinema dalla regista Haifaa al-Mansour in un film che lo racconta attraverso gli occhi della scrittrice: Mary Shelley. Un amore immortale.

Sono settimane che piove così, rischiamo di diventare pazzi, non vi viene in mente niente per passare il tempo?
Mary Shelley, un amore immortale, regia di Haifaa al-Mansour (2017)
Mary Shelley, un amore immortale, per la regia di Haifaa al-Mansour, ha il merito di approfondire la dimensione biografica della scrittrice inglese e il contesto storico in cui è nato il celebre romanzo.
Sono aspetti ai quali i lettori pensano di rado: il rapporto con il libro risulta fin troppo spesso contaminato da parodie, trasposizioni letterarie, teatrali e cinematografiche, di seconda mano.
Protagonista della pellicola è Ellen Fanning, che abbiamo apprezzato nei film Maleficient (2014 e 2019) e Un giorno di pioggia a New York (2019).


Mary Shelley ama la lettura, le storie di fantasmi, «tutto ciò che fa gelare il sangue nelle vene e accelera il battito del cuore».

Mary Shelley, figlia di due scrittori – di Mary Wollstonecraft, prima paladina dei diritti delle donne e del filosofo illuminista William Godwin – ama la lettura, le storie di fantasmi, «tutto ciò che fa gelare il sangue nelle vene e accelera il battito del cuore».
È il secondo decennio del XIX secolo, epoca in cui si sviluppa il mercato editoriale e, con esso, la letteratura di consumo. Si legge molto, si chiedono romanzi a puntate.
Mary ha sui sedici anni quando incontra il poeta Percy Bysshe Shelley, ventunenne.
È un periodo di grandi rivolgimenti. Siamo in pieno Romanticismo, quando si raccolgono le vestigia della Rivoluzione Francese e l’avventura napoleonica è in fase di conclusione.
Ci si confronta con il pericolo (e il fascino) dei propri abissi. Si riflette sull’origine della potenza creatrice, ci si domanda se essa si trovi nelle mani della natura o dell’uomo. Vi è un modo completamente diverso di guardare la realtà.


Mary Shelley, un amore immortale

Libri al cinema: Frankenstein di Mary Shelley

Mary Shelley, un amore immortale

REGIA Haifaa al-Mansour
SCENEGGIATURA Emma Jensen, Haifaa al-Mansour
PRODUTTORE/PRODUZIONE Amy Baer, Ruth Coady, Alan Moloney
DISTRIBUZIONE Notorious Pictures
MUSICHE Amelia Warner
FOTOGRAFIA David Ungaro
ANNO 2017

CAST Elle Fanning, Douglas Booth, Tom Sturridge, Bel Powley, Stephen Dillane, Ben Hardy, Maisie Williams

Di essa si scorgono gli aspetti più misteriosi e meno consueti.

Il mondo stesso appare incomprensibile, da esplorare. È una reazione forte al pensiero illuminista, soprattutto ai limiti della ragione che non ha dato buona prova di sé.
Si recuperano i sentimenti, la necessità di un linguaggio nuovo con cui esprimerli. È qui che nel panorama culturale emergono poeti come Keats, Byron e Shelley.
Non è da sottovalutare l’interesse di Mary per gli esperimenti sui fenomeni elettrici (in particolare il galvanismo) e le scoperte che si fanno strada, tanto da considerare Frankenstein – come precisa un articolo di linkiesta.it «un libro scientifico». In fondo quello appena iniziato era «il secolo in cui tutto era meraviglioso», destinato a culminare nella “Seconda industrializzazione”.
Illuminante, nel film del 2017, la ricostruzione dell’incontro avvenuto a villa Diodati, non lontano da Ginevra, nel giugno del 1816, a un anno dalla battaglia di Waterloo nel quale, tra gli altri, venne alla luce Il vampiro di John William Polidori.

Cosa racconta il Frankenstein di Mary Shelley?

Frankenstein segue uno schema non nuovo: ha un inizio e una fine epistolare. In mezzo vi è il lungo resoconto delle traversie dello scienziato e della sua creatura.
Non una, ma due se non addirittura tre storie emergono tra le pagine:
  1. Robert Walton ha l'ambizione di conquistare una nuova strada verso il Polo Nord. Raccoglie in salvo un uomo, un certo Victor Frankenstein, dopo aver intravisto muoversi tra i ghiacci una figura gigantesca e inquietante.
  2. Victor Frankenstein sogna di tracciarne una di tipo diverso.
  3. Si raccontano i primi momenti e le traversie dell'essere a cui Frankenstein ha dato vita: da quando si accorge di avere coscienza, fino ai tentativi di entrare a far parte del mondo, prendendo contatto con chi ritiene simile.
All’inizio assomiglia al buon selvaggio di Rousseau, incarna l’Adamo non caduto, innocente, puro e ingenuo, capace di pietà, di immedesimazione e commozione.
In esse non pochi elementi in comune tra cui l’amicizia, la persona su cui riporre una fiducia incondizionata, pronta a tendere la mano in caso di bisogno. Il capitano Walton la vede nell'uomo tratto in salvo; Victor Frankenstein la riconosce in Henry Clerval.
Le cose non sono così scontate nel caso della creatura.
Anche il mostro conosce il significato dell'amicizia: senza farsi vedere osserva una famiglia oppressa dalla povertà. A suo modo si rende utile, mitigando lo stato di bisogno dei vicini. Per essi sarà (finché non lo vedranno) uno spirito buono e meraviglioso.

Chi è Victor Frankenstein? 

Non ha il “culto della ragione”, è interessato a cose tipo la pietra filosofale, l'elisir di lunga vita. È con questo bagaglio culturale che l’uomo si applica ai propri esperimenti. Si tratta pur sempre di conoscenze millenarie, ripudiate dall'Illuminismo ma recuperate dal Romanticismo.
Victor appare riluttante a rinunciare alle sue antiche letture per quelle nuove: «Mi si chiedeva di cambiare chimere di infinita grandezza per realtà di poco conto».
Insomma, se Prometeo ha regalato il fuoco agli uomini, e per questo è incatenato e punito per l’eternità, Victor Frankenstein si è impossessato di un fuoco ancora più sacro. Dimostra di dominare il segreto della vita animando la materia inerte, diventando il Prometeo moderno.

Victor Frankenstein ha creato un essere che ha abbandonato a se stesso. Il mostro non ha avuto il tempo di aprire gli occhi che già il suo artefice, pentito, l’ha maledetto, senza attribuirgli alcun nome.

Lo scienziato ha commesso un sacrilegio destinato a non restare impunito. Possiamo rivoltare le cose come vogliamo. Ma Victor fino all'ultimo vive ancora in un'età «illuministica e scientifica» – lo si dice a chiare lettere nel capitolo III – è un discepolo di Alberto Magno e di Paracelso.
Buon Dio! La sua pelle gialla copriva a malapena il lavoro dei muscoli e delle arterie sottostanti; i suoi capelli erano fluenti, neri, lucenti; i denti erano bianchi come perle; ma questa rigogliosità formava solo un contrasto ancora più terribile con i suoi occhi timidi, che sembravano quasi dello stesso colore smorto delle orbite bianche in cui erano inseriti, la sua pelle era raggrinzita e le labbra erano nere e diritte.
Mary Shelley, Frankenstein

L'orrore non deriva dalle scoperte scientifiche alle quali si è giunti con il metodo ipotetico-deduttivo, ma dal coinvolgimento di forze oscure.

Da principi primi di cui le dottrine millenarie sono portatrici e delle quali Victor aveva qualche infarinatura.
Frankenstein si rivela per quello che è: una storia di abbandono, il «miserabile spettacolo di un’umanità naufragata» e dei suoi «terribili sbagli».
Date tali premesse, non è ammesso alcun lieto fine, nonostante le esortazioni di Percy Bysshe Shelley (interpretato nel film da Douglas Booth).


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