SanPa: la serie TV Netflix sulla comunità di Vincenzo Muccioli

SanPa: la serie TV Netflix sulla comunità di Vincenzo Muccioli

Serie TV Di Elena Genero Santoro. SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano: interviste e immagini d'archivio, una serie TV Netflix sulla comunità di riabilitazione per tossicodipendenti fondata e gestita da Vincenzo Muccioli.

Siamo nel 1978. Basaglia sta chiudendo i manicomi e si scaglia contro ogni forma di contenzione. Nessuno può decidere di trattenere una persona in una struttura contro la sua volontà.


Ma in Italia l'eroina dilaga. I "tossici" sono zombie in giro per le piazze e le strade delle città e lo stato non ha soluzioni. La psichiatria circa il trattamento delle dipendenze è agli albori. Il metadone è l'unico palliativo, ma non basta.

In questo panorama desolante, dove gli unici che si occupavano dei casi umani erano i preti, un uomo laico, un romagnolo grande, grosso e carismatico, decide di fare qualcosa e fonda una comunità per il recupero dei tossicodipendenti.

A Coriano, vicino a Rimini, in collina, pone le basi di quella che sarebbe diventata presto un punto di riferimento per il recupero dalle dipendenze. Lui è Vincenzo Muccioli ed è deciso a ridare dignità alle vite dei ragazzi eroinomani. La sua filosofia è molto pratica: queste persone devono ritrovare uno scopo e farle lavorare nella sua fattoria, affidare loro compiti concreti, come la cura degli animali, è un modo per riabilitarli.
All'inizio Vincenzo Muccioli segue qualche decina di ragazzi. Si occupa di loro da quando li raccoglie per strada a quando li inserisce nella vita di comunità.
Li cura personalmente durante le crisi di astinenza. Muccioli non crede negli psicofarmaci, nel metadone, nelle terapie sostitutive. Somministra infusi di erbe e pratica massaggi. Contiene i ragazzi in stanze separate finché la crisi di astinenza non è passata. E poi li affida ad altri ragazzi, ad altri ex tossicodipendenti, affinché li seguano. Un po' come in un gruppo di autoaiuto.

Vincenzo Muccioli è convinto che quella disciplina non possa che essere positiva. Non fa mistero di usare qualche scappellotto rieducativo con i suoi ragazzi, come farebbe un buon padre di famiglia.

E quando i tossici scappano (e scappano), lui corre a riprenderli, come Gesù pastore delle pecore smarrite. Perché, e questo è il primo assunto che pone dubbi etici, è vero che non si può costringere una persona a restare rinchiusa da qualche parte contro la propria volontà, ma è anche vero che un drogato non è in grado di intendere e di volere. Che se prosegue nella strada che ha intrapreso, incontrerà solo la morte. Invece Muccioli vuole dare valore a tutte le vite che gli chiedono aiuto. Non solo, i tossici li avvisa prima. Dice loro prima cosa farà se si affideranno a lui. Se vorranno vivere e uscire dalla tossicodipendenza, se sono realmente motivati, dovranno lasciarlo fare.
Il metodo funziona. Ha successo. Comunque, in giro non ce ne sono di migliori.

Le famiglie degli eroinomani vedono in lui il Salvatore.

Le madri e i padri sfiniti gli affidano quei figli che paiono ormai irrecuperabili. E lui li recupera. Tutti o quasi. Quindi pazienza se qualcuno si lamenta, se le catene impiegate in alcune situazioni non sono state gradite da qualche ospite. Muccioli riesce comunque, in tribunale, a difendere la sua posizione: a mali estremi, estremi rimedi. Il fine ha giustificato quei mezzi. L'alternativa era la morte certa di quei giovani.
La sua popolarità cresce ancora. Gianmarco e Letizia Moratti sono tra i suoi primi sostenitori. Credono in lui ciecamente.
Sembra tutto bellissimo. Lo è. Migliaia di giovani salvati. Pochi scontenti. La comunità cresce, si gonfia. Anche Muccioli, che arriva a pesare 160 chili. E, pare, anche il suo ego diventa delle stesse dimensioni. Si espone molto per avere finanziamenti per una struttura sempre più grande.

Il documentario Netflix SanPa di Fabio Cantelli, scrittore, filosofo, ex tossicodipendente, ex portavoce di San Patrignano e oggi vicedirettore del Gruppo Abele di Don Ciotti, racconta l'iperbole della comunità di recupero più famosa d'Italia tra il 1978 e gli anni Novanta.

Lo fa con uno spirito critico, anche se durante i suoi interventi non riesce a nascondere acrimonia e risentimento. Tuttavia dà spazio anche ad altre voci, come quella di Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo, o quella di Red Ronnie, che hanno sempre difeso Vincenzo a spada tratta. O a quella di Antonio Boschini, ex tossicodipendente, divenuto medico a San Patrignano, dove esercita tutt'ora da quarant'anni. O la voce di Walter Delogu, padre della presentatrice Andrea, ex tossico, fedelissimo di Muccioli nel primo periodo (era il suo autista e guardia del corpo), ma divenuto critico nella seconda parte della gestione, fino a entrare in conflitto profondo con Vincenzo.
E lui, Vincenzo Muccioli, ottimo oratore, sempre presente in tv: in un'epoca in cui non esistevano social né telefonini, compare in mille filmati, coi suoi occhi scuri, magnetici e la sua parlata rassicurante.

E poi tutto cambia. I novanta ospiti, diventano mille, duemila. Vincenzo Muccioli non può più seguire personalmente i suoi ragazzi, non può più massaggiar loro le gambe durante le crisi di astinenza, e delega.

La disciplina che lui tiene, come un buon padre di famiglia, a suon di scappellotti affettuosi, viene delegata ad altri, a ex tossici, che sono meno affettuosi di lui. Che hanno ancora tanti problemi da risolvere prima di poter diventare un sostegno per altri.
La comunità è divisa in gruppi, in settori chiusi, rigidi, che fanno parte di una struttura piramidale al cui vertice c'è sempre Vincenzo Muccioli.
Ed è allora che accadono i fattacci. Prima due suicidi a distanza di pochi giorni. In seguito l'omicidio di Roberto Maranzano, nel reparto macelleria, compiuto da Alfio Russo. Omicidio da cui Muccioli ha sempre preso le distanze e di cui, in un'organizzazione dove vigeva un iper-controllo, non poteva non sapere. Il corpo di Maranzano fu ritrovato a seicento chilometri di distanza, nel napoletano e fu fatto passare per un delitto di camorra. Poteva Muccioli non sapere che i suoi ragazzi avevano preso la macchina per un viaggio del genere? Poteva Muccioli pensare che per il bene della comunità fosse lecito ed etico sacrificare qualcuno troppo scomodo?
I processi assolsero Muccioli, ma lo fiaccarono completamente e da quelli non si riprese più.
Un uomo come lui, abituato a catturare le telecamere, si era contraddetto troppe volte. Ma lui non era uno che amasse le critiche o mettersi in discussione.

E forse l'errore più grande di San Patrignano, che Cantelli contesta, è stato non aver voluto prendere coscienza dei propri errori e non ammettere le colpe.

Cantelli, portavoce della comunità al tempo dei processi per omicidio, entrò in crisi perché non riusciva più a difendere l'indifendibile.
Bisognava ammettere che affidare dei tossici a gente come Alfio Russo, un povero ragazzo siciliano con personalità borderline e incline all'ira, era stato un errore. Che sarebbe stato meglio scegliere del personale qualificato. Che il metodo Muccioli funzionava solo quando a praticarlo c'era Muccioli stesso. E che comunque ciò che va bene per molti, non necessariamente va bene per tutti. Che non tutti i drogati sono uguali, che ci possono essere patologie psichiatriche dietro a un abuso di sostanze, e che servono i medici per curarle, non solo disciplina e buona volontà.

La San Patrignano di oggi, diretta da Letizia Moratti, è molto diversa.

Le crisi di astinenza non vengono più gestite internamente, ma dai SERT di competenza. Oggi ci sono medici, educatori, personale qualificato. Ci sono meno eroinomani, ma molti cocainomani, perché le dipendenze sono di genere diverso.
Resta a Vincenzo Muccioli, pioniere della lotta alle tossicodipendenze, il merito di aver dato il via a un'opera grandiosa che nonostante gli errori ha salvato molte famiglie. E come sempre, «fa più rumore un albero che cade che un'intera foresta che cresce» (Lao Tzu).


Elena Genero Santoro

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