Gli scrittori della porta accanto

«Sono nato in America»: ritratto di Italo Calvino

«Sono nato in America»: ritratto di Italo Calvino

Professione scrittore Di Davide Dotto. Da Sono nato in America, un ritratto di Italo Calvino: la dimensione della realtà e quella del fantastico, il caos e l'ordine trasversali. Uno sguardo diagonale, di scorcio, mai frontale.

Nel 2012 per la Mondadori è uscito, a cura di Luca Baranelli (introduzione di Mario Barenghi), Sono nato in America. È un grande cantiere autobiografico che contiene una serie di interviste (101 per l'esattezza), un modo interessante per fare il punto su Italo Calvino.

Certo, una raccolta di interviste è spesso problematica, ben si comprende l’ansia dell’intervistato che non aveva molta simpatia per la "parola parlata".

Parlando mi sento molto svantaggiato e ogni volta che io dico una parola penso di cancellarla e di correggerla. A ogni frase che dico vorrei mettere un inciso per precisare meglio quello che penso. Comunque, insomma, spero che non ci sia un magnetofono che registra quello che dico… Tutto quello che verrà registrato non vale. Non lo riconosco e non lo firmo. Italo Calvino, Sono nato in America... Interviste 1951-1985
A proposito dell’esattezza, affermava: «Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale e sbadato, e trovo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso», Lezioni americane.
Il problema più rilevante è legato alla ricerca della giusta intonazione.

Si scrive pure per correggere il tiro, gli sbalzi incontrollati della penna, eliminare le pause che non servono, le indecisioni e i lapsus che svelano troppo.

Non per niente le interviste che riempiono le seicento e più pagine di Sono nato in America sono state riviste e corrette, tanto nelle risposte quanto – a volte – nelle domande. Forse si è inteso stroncare sul nascere l'azzardo di chi un giorno le avrebbe raccolte, fissando per sempre ciò che, in fondo, non ha mai finito di dire. Cosa che ha molto in comune con la sorte dei classici.
Un’altra preoccupazione non da poco è legata ai riflettori. Averli puntati addosso significa diventare prigioniero dell’immagine pubblica di se stessi, a scapito del proprio temperamento. Coglie nel segno chi precisa: «In un’epoca in cui l’impegno dello scrittore costituiva un imperativo alla moda, Calvino è sfuggito alla trappola del didattismo e dell’edificazione in cui sono caduti tanti scrittori», Jean Starobinski.

Leggi anche Davide Dotto | Recensione: Marcovaldo, di Italo Calvino


Sono casi in cui la scrittura si separa dallo scrittore, costringendolo a divenire altro, perché il mondo si è appropriato di lui.

Quella che appare una scorciatoia, l'eventualità di potenziare con l’immagine di sé il proprio messaggio, alla fine è una trappola: la "parola parlata" e soprattutto improvvisata non cede il passo all’artigianalità del testo meditato, editato con perizia.
Gli autori non andrebbero mai incontrati. La persona reale non corrisponde mai all’immagine derivata dai libri, e non è detto debba corrispondervi per forza. Tuttavia se incongruenza ci fosse, non deve essere tale da porre nel nulla la propria opera, o ciò che costituisce l’identità dello scrittore. Si fa presto, poi, a procedere lungo un campo minato, che è quello biografico o autobiografico, come insegna il caso di Emmanuel Carrère.
In parte è per questo che Calvino «si fa distante, fino a divenire una figura anomala nel panorama letterario, non inquadrabile in una cornice soddisfacente» – così Claudio Milanini, L’utopia discontinua. Saggio su Italo Calvino (Garzanti 1990).
Non sono necessarie grandi distanze. Basta un piccolo passo indietro (anche dal proprio presente) per guardare più lontano.
Io credo comunque che sia necessario un certo distacco dalla realtà storica del nostro tempo, non perché senta il bisogno d’evaderne, ma perché per vederla veramente bisogna che ci mettiamo dal punto di vista di chi contempla una prospettiva di secoli. Italo Calvino, Sono nato in America... Interviste 1951-1985

Allontanarsi dal mondo conosciuto per studiarlo, e giudicarlo, potrebbe significare mettere il piede in uno scenario tanto strabiliante da irretire a sua volta (così in T con zero).

È un rischio, tuttavia, che spesso il lettore è ben lieto di correre: quello di ritrovarsi in un luogo che si apra alla dimensione del fantastico e attiri la sua attenzione.
Nel caso del Barone rampante chi abita negli alberi potrebbe tralasciare di osservare ciò che capita sulla terra, subendo il fascino del merlo di cui non si è accorto e gli è volato via da sotto il naso; di quella specie di piante mai vedute; oppure incontrando i piccoli ladri di frutta accampati con lui; per non parlare dei nobili ed esuli spagnoli, fintanto che dura il decreto che li confina.
Insomma: tutto dipende da dove si direziona lo sguardo. Se verso la realtà trasfigurata dal fantastico, o verso il fantastico in sé (vero viaggio di evasione).
Nelle intenzioni non si tratta di abdicare al terreno della razionalità, anzi. Si entra, in fondo, nello stesso edificio. Non dalla porta, ma dalla finestra. Da una supposta e momentanea evasione può discendere una vera e propria rifondazione della realtà, sondando il terreno delle possibilità.
È qui che prende forma il labirinto: l’immaginazione permette di distanziarsi dalle cose per osservarle meglio, squadrarle da cima a fondo, e rientrarvi per altre strade. Ogni direzione è una strada verso una via d’uscita.



Qualcuno ha affermato, non a torto, che Italo Calvino sia, per la letteratura, un operatore cartesiano ortogonale. La relazione tra realtà e fantastico è la stessa che corre tra una dimensione orizzontale (la x) e una verticale (la y).

È in questo incontro-scontro che si situano le ascisse e le ordinate di alcuni procedimenti immaginativi calviniani. Silvio Perrella, Calvino (La terza 1999)
La cosa, almeno chiara in Calvino, è un instancabile mutare di prospettiva. In fondo, Cosimo Piovasco di Rondò può permettersi di non scendere dall’albero perché con i piedi ben fissati a terra c’è il fratello Biagio, senza il quale la figura del Barone rampante sarebbe impossibile da tratteggiare.
Va da sé che questo attraversare il mondo in diagonale significa mettere i piedi in dimensioni che si sostengono e si influenzano a vicenda. Fare a meno dell’una o dell’altra vuol dire segare la realtà in due, pretendere che le parti ottenute stiano in piedi e non manchino, invece, di qualche cosa.
In questo incontro-scontro, prendendo spunto dalla prima conferenza delle Lezioni americane, si gioca il rapporto tra leggerezza e pesantezza, con l’ovvio rimando a un romanzo di Milan Kundera. È un genere di leggerezza che lo scrittore crea contro l'opacità del mondo sottostante: ci si libra in volo, leggeri, si sta sugli alberi o a bordo di una mongolfiera.
Per vie diverse l'aveva compreso anche Jean-Paul Sartre, che – come abbiamo visto altrove – ha usato quasi le stesse parole.

Leggi anche Davide Dotto | Recensione: Parole, di Jean-Paul Sartre


Concludendo, la narrativa di Italo Calvino è un'inesauribile evasione e un continuo ritorno. Con la realtà mantiene un legame fortissimo e indissolubile, non se ne distacca perché non può.

Essa è il fatidico punto “0” da cui originano i binari e le direzioni intraprese dal narratore. Il punto “0” non è una cosa da niente, è quella da cui origina il neo-realismo dal quale, tuttavia, Il sentiero dei nidi di ragno già non sta più di stanza. È quella in cui i ragazzi, appena ventenni, «hanno vissuto il ricatto delle autorità tedesche e repubblichine che prendevano in ostaggio i genitori dei giovani che non si presentavano alla chiamata alle armi», Mario Lavagetto, Dovuto a Calvino (Bollati Boringhieri, 2001).
Italo Calvino non abbandonerà il suo sguardo duplice e oscillante: quando di fronte ha la dimensione del fantastico, si muove in diagonale verso la realtà, quando davanti ha i problemi del reale, li trasfigura con la lente del fantastico.


Se con Il sentiero dei nidi di ragno guarda di scorcio al fiabesco partendo dal reale, con le Fiabe italiane compie il percorso contrario; riconduce infatti la tradizione orale alla realtà del suo e nostro tempo, e tiene aperta la porta tra due dimensioni.
È come vivere in due mondi saltandoci dentro e sgattaiolando via di corsa, senza farsene irretire. È, in altre parole, un continuo guardare in su e in giù, dentro e fuori.
La dimensione della realtà e quella del fantastico si muovono nelle direzioni del caos e dell’ordine trasversali. L’idea è quella di uno sguardo diagonale, di scorcio e mai frontale. Un po’ come Perseo che non rivolge direttamente lo sguardo a Medusa e tuttavia le taglia la testa.





Davide Dotto
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