Gli scrittori della porta accanto

The week: focus sugli eventi tra il 24 ottobre e il 6 novembre

The week: focus sugli eventi tra il 24 ottobre e il 6 novembre

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 24 ottobre e il 6 novembre? La crisi politica ed economica nel Regno Unito, le elezioni in Brasile, Israele e Stati Uniti, la guerra in Ucraina ed Etiopia.

Questo The Week racconta la crisi politica nel Regno Unito, le elezioni brasiliane e israeliane, le votazioni di midterm negli Stati Uniti, per concludere con alcuni flash su Ucraina ed Etiopia.



Regno Unito: cambi di governo e recessione

Il governo di Liz Truss è durato appena quarantacinque giorni, confermando le previsioni di alcuni, come The Economist, che l’aveva soprannominata “The Iceberg Lady”, ovvero colei che non sarebbe durata più di un cespo d’insalata.
Non ha convinto il mercato e l’opinione pubblica il pacchetto economico iperliberista, che prevedeva tagli fiscali ai redditi alti e sostegni a famiglie e imprese da finanziare con nuovo debito pubblico. Si prevedeva un taglio alle tasse mai visto dal 1972, nella prospettiva di innescare una crescita economica che ripagasse il debito, ma anche il FMI aveva invitato il governo a ritirare la manovra. La sterlina era scesa al livello più basso di sempre rispetto al dollaro e la Bank of England era intervenuta per salvare fondi e società finanziarie. Le dimissioni del ministro dell’Economia, Kwasi Kwarteng, e della ministra dell’Interno, Suella Braverman, non sono state sufficienti, e Liz Truss ha infine rassegnato le proprie dimissioni.

Il nuovo governo, il primo nominato da re Carlo III, è ora guidato da Rishi Sunak, ex ministro dell’Economia del governo Johnson.

Nato da genitori indiani migrati in Africa orientale, Sunak si è laureato a Oxford, ha lavorato per Goldman Sachs e ha raggiunto un patrimonio superiore persino a quello del sovrano. Sposato con Akshata Murty, erede di una ricca famiglia di imprenditori tecnologici indiani, è anche il primo premier non bianco del Regno Unito. Entrato in politica nel 2014, ha acquisito popolarità durante la pandemia.
Si discute invece l’influenza dell’ex premier Boris Johnson, che ha dichiarato di avere ancora molto da offrire, ma che questo non fosse il momento opportuno per i personalismi. Non si esclude che, al momento giusto, possa far cadere il governo Sunak.

Il premier si trova alle prese con un’inflazione superiore al 10%, in un Paese che nel 2023 sarà ultimo tra le economie del G7.

Le recenti dichiarazioni della Bank of England hanno fatto crollare di nuovo la sterlina sul dollaro: la BoE ha alzato i tassi di interesse di 75 punti base, che porterà il tasso bancario al 3%. Il potere d’acquisto delle famiglie inglesi si è ridotto a causa dell’aumento del 10,1% dei prezzi, soprattutto a causa della crisi energetica. La BoE prevede che l’inflazione raggiungerà un picco dell’11%, per poi diminuire bruscamente dalla metà del 2023, anche grazie al rallentamento della domanda di beni e servizi, che produrrà un ribasso sui prezzi. L’ente ha sottolineato che la recessione sia già iniziata nel terzo trimestre del 2022, con un PIL in calo dello 0,5%. Non stupisce che Johnson abbia voluto attendere tempi migliori. Sul Regno Unito – ispionline.it, bbc.com, theguardian.com, ispionline.it e milanofinanza.it

Tempo di elezioni: Brasile, Israele e USA

  1. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio contro Jair Bolsonaro, con il 50,9% dei voti.

    L’ex presidente tornerà in carica nei prossimi mesi, in un risultato alle urne al fotofinish, che per un momento aveva visto in testa Bolsonaro. Inoltre, alcuni suoi sostenitori avevano alzato la tensione, con blocchi stradali e dichiarazioni che ricordavano il giorno dell’assalto a Capitol Hill negli Stati Uniti.
    Non a caso, nel suo primo discorso dopo i risultati, Lula ha promesso di riunificare il Paese e che sarà il presidente di tutti i brasiliani. Ha affermato che il Brasile non ricoprirà più il ruolo di paria globale e che combatterà fame e povertà. Lula ha anche avanzato la proposta di raggiungere la parità di retribuzione tra uomini e donne e la “deforestazione zero”.
    Sono giunte le congratulazioni da molti presidenti del Sud America e dell’America Latina, alcune entusiastiche: c’è chi ha parlato – come il presidente messicano – di una vittoria dell’uguaglianza e dell’umanesimo. Con circa 9,6 milioni di brasiliani che vivono sotto la soglia di povertà e con tassi di alfabetizzazione e frequenza scolastica che si sono abbassati nella fase 2019-21, il lavoro di Lula si prospetta molto delicato.

  2. In un clima di crescente incertezza per il Medio Oriente, con l’Iran sempre più aggressivo e vicino alla Russia, l’apertura del premier Yair Lapid al Libano e la firma dell’accordo sui confini marittimi non è servita a rassicurare gli elettori.

    Il primo novembre, Israele è tornato ai seggi, portando alla vittoria l’ex premier Benjamin Netanyahu. Il suo partito, Likud, è seguito dall’ultradestra, rappresentata dal Religious Zionism di Bezalel Smotrich e da Potere ebraico di Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo è molto popolare tra i giovani e il suo disprezzo per i palestinesi lo ha portato a quarantasei accuse di fomentazione di disordini, vandalismo, istigazione al razzismo e sostegno a un’organizzazione terroristica, incassando ben otto condanne. Il fronte arabo si è invece presentato diviso, non riuscendo a riunire il 20% di cittadini palestinesi in Israele: il principale partito, Tajammo/Balad, non ha raggiunto la soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento.
    Un dato positivo è l’affluenza: il 55% dei palestinesi in Israele è andato alle urne, un risultato sopra le aspettative, ma il fatto che ci fossero tre blocchi palestinesi divisi ha frammentato il voto. L’affluenza degli ebrei israeliani ha invece superato il 70%. Ora, spetta al presidente Isaac Herzog condurre le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Israele è tornato alle elezioni per la quinta volta in meno di quattro anni: in quanto democrazia parlamentare, i partiti devono coalizzarsi per formare la maggioranza, anche perché nessun partito singolo ha mai ottenuto la maggioranza assoluta.

  3. In vista delle elezioni statunitensi di midterm, avvenute l’8 novembre, il presidente Joe Biden ha parlato di un rischio per la democrazia, in riferimento a quei candidati repubblicani trumpiani che aderiscono alla “Big Lie”, la teoria cospirazionista secondo cui le elezioni del 2020 non furono vinte di Biden.

    D’altra parte, le tensioni interne agli USA sono cresciute in queste settimane, tanto che un uomo di idee trumpiane ha aggredito il marito della speaker della Camera Nancy Pelosi, dopo essersi introdotto a casa loro in cerca della donna.
    Gli ultimi sondaggi prospettano la perdita della Camera dei Rappresentanti da parte dei democratici, mentre al Senato tutto si giocherà sui risultati di pochi Stati in bilico. I democratici hanno incentrato la campagna elettorale su temi sociali come aborto e diritti delle minoranze, ma le preoccupazioni legate all’economia hanno spostato l’asticella dei voti verso i repubblicani. Secondo Gallup, l’indice di gradimento per Biden è passato dal 57% del febbraio 2021 al 40%; simile l’indice di approvazione per Donald Trump, attestato al 43%, mentre Obama ottiene un 45%. Non a caso, nelle fasi finali della campagna elettorale, i democratici hanno inserito al centro del dibattito la figura dell’ex presidente.
    Gli americani sono stati chiamati a votare per rinnovare i 435 seggi delle Camere, i 35 del Senato, gran parte delle Assemblee parlamentari, 36 governatori, 27 Segretari di Stato. Se vincessero i repubblicani, il Congresso subirebbe uno stallo a livello legislativo e aumenterebbero le divisioni interne, con politici che darebbero seguito legale alla teoria della “Big Lie”.
Sulle elezioni brasiliane – cnn.com e ispionline.it | Sulle elezioni israeliane – aljazeera.com, time.com, ispionline.it e ispionline.it | Sulle elezioni di midterm negli Stati Uniti – cnn.com, tg24.sky.it e ispionline.it
Ucraina. Storia, geopolitica, attualità

Ucraina
Storia, geopolitica, attualità.

di Argyros Singh
PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Saggio
ISBN 979-1254581933
Saggio
ebook 4,99€
Cartaceo 15,00€

Due flash dal mondo: Ucraina ed Etiopia

  1. In queste settimane, tra i temi più ricorrenti nel conflitto ucraino c’è stata la cosiddetta “bomba sporca”, un ordigno convenzionale arricchito con materiale radioattivo.

    La Russia ha mosso accuse nei confronti dell’Ucraina al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ribadendo che considererà l’utilizzo di queste armi come un atto di terrorismo nucleare. Le accuse di Mosca rientrano nella strategia di disinformazione, che mira invece a giustificare una nuova escalation militare russa. Invitati dallo stesso governo ucraino, gli esperti dell’Aiea hanno potuto valutare l’infondatezza delle parole del Cremlino.
    La Federazione ha continuato a lanciare missili cruise e a impiegare i droni iraniani Shahid, sia contro obiettivi civili che verso le infrastrutture energetiche. Kherson è stata invece evacuata e ci si prepara allo scontro decisivo tra i due eserciti.

    Resta significativo, a livello simbolico, l’attacco ucraino al porto di Sebastopoli, ultima azione sul Mar Nero, che nei mesi scorsi ha portato a importanti risultati, tra cui l’affondamento della nave ammiraglia Moskva.

    Sembra che gli obiettivi ucraini fossero due sottomarini classe Kilo, ma che l’attacco, condotto con un barchino comandato da remoto, abbia colpito solo unità ausiliarie. In questo modo, l’Ucraina, grazie a missili prodotti in loco – i Neptune – e agli Harpoon forniti dall’Occidente, riesce a tenere alta la guardia dei russi e a far spendere risorse al nemico per la sicurezza sul mare. In seguito all’attacco, la Federazione aveva sospeso l’accordo sul grano, rientrandoci poco dopo per la probabile pressione turca: l’intesa, mediata proprio dalla Turchia, scadrà comunque il 19 novembre e non è sicura una sua estensione.

    Sul fronte diplomatico, il presidente francese Emmanuel Macron ha incoraggiato papa Francesco a chiamare il patriarca di Mosca Kirill, Vladimir Putin e Joe Biden.

    Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha detto che i russi sono pronti a discutere con americani, francesi e con il pontefice. Altri attori sono per una linea più intransigente, sostenendo che la politica di appeasement con la Russia porterebbe alla vittoria di quegli Stati disposti a usare la forza per dirimere le questioni internazionali. Su questa linea si sono espressi di recente il premier polacco Mateusz Morawiecki e la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen. Intervistato dal Corriere della Sera, il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha dichiarato che i russi, con il pretesto di voler difendere i russofoni, hanno perpetrato le violenze peggiori proprio in città russofone come Kharkiv e Mariupol’: «Sin dall’inizio non è stato un dialogo, ma una lunga serie di ultimatum imposti con la forza da Putin. […] Io ho sempre voluto parlare, ma non con la pistola puntata alla tempia».
    Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha parlato invece di un nuovo Piano Marshall per il XXI secolo, e la Banca Mondiale ha annunciato l’erogazione di cinquecento milioni di dollari per l’Ucraina.
    Restano però dirimenti due questioni sul campo: la già citata battaglia per Kherson e l’impiego delle nuove reclute russe in una nuova offensiva.

  2. La guerra del Tigray è scoppiata nel novembre 2020, con le forze regionali che si sono contrapposte all’esercito federale etiope, supportato dall’Eritrea.

    Gli schieramenti hanno vissuto sorti alterne, prima con le truppe del Tigray in avanzata sulla capitale etiope, poi con l’esercito regolare che aveva conquistato almeno tre città nella parte settentrionale del Tigray. In due anni sono morte migliaia di persone e milioni sono stati gli sfollati. In questi giorni, il governo etiope e i rivoltosi del Tigray sono giunti a un accordo di pace, firmato in Sud Africa.
    Si tratta di un primo passo, importante, che ora apre a nuovi negoziati relativi al disarmo, alla riappacificazione e alla gestione degli aiuti umanitari. Tra i mediatori dell’accordo, l’Unione Africana, il Sud Africa e il Kenya. Come ha sottolineato Naomi Kikoler, studiosa esperta del Museo dell’Olocausto degli Stati Uniti: «Dobbiamo rimanere vigili nei giorni e nelle settimane a venire. Troppo spesso, i civili rimangono vulnerabili ai crimini di atrocità di massa mentre gli accordi di pace vengono attuati. Garantire l’attuazione dell’accordo, inclusa la partenza delle forze eritree, il cui governo non ha preso parte ai negoziati, è fondamentale».
Sull’Ucraina – ansa.it e ispionline.it | Sull’Etiopia – aljazeera.com e ispionline.it

Argyros Singh
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