Gli scrittori della porta accanto

The week: focus sugli eventi tra il 13 e il 26 febbraio

The week: focus sugli eventi tra il 13 e il 26 febbraio

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 13 e il 26 febbraio? L'anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina e la strage di migranti sulle coste calabresi.

In questo The Week, scrivo di due tematiche europee al centro dei dibattiti dell’Ue.
A un anno dall’inizio del conflitto in Ucraina, si sono susseguiti i discorsi dei presidenti Zelens’kyj, Biden e Putin; la Cina ha proposto un suo piano di pace in dodici punti, che però ha lasciato scettiche le parti coinvolte, dato il legame tra Pechino e Mosca, che potrebbe ora allargarsi all’invio di droni militari. Oltre a questo, è tornata nel vivo la questione migranti, che coinvolge non solo l’Italia, ma l’intera Ue, sempre più intenzionata a sviluppare una strategia unitaria per rendere il Mediterraneo una frontiera tanto aperta quanto sicura.



Un anno dall’invasione russa

Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2022, la Federazione russa, guidata da Vladimir Putin, ha invaso su larga scala l’Ucraina, in quella che venne definita dai vertici russi un’“operazione militare speciale”. Sarebbe dovuta durare poche settimane, o giorni, ma la resistenza ucraina, con il supporto occidentale, ha tenuto duro per dodici mesi, riuscendo, a cavallo tra l’estate e l’autunno, a realizzare una controffensiva. Ora, la situazione è critica nella zona di Bakhmut, che i russi cercano di conquistare da oltre sei mesi, con avanzamenti di poche centinaia di metri e un numero enorme di morti su entrambe gli schieramenti.

A un anno di distanza, non si vede ancora la fine del conflitto, eppure molto è cambiato nei rapporti tra l’Occidente, Mosca e Pechino.

Innanzitutto, per noi europei è caduto il tabù della guerra, l’idea che, dopo decenni di pace continentale, il mondo si avviasse a una cooperazione senza fine. È stata un’illusione nostrana, e abbiamo invece scoperto un pianeta molto più grande e caotico: l’Africa contesa tra russi, cinesi, turchi e indiani, a mano a mano che gli europei ritiravano le proprie missioni umanitarie; il Medio Oriente, dove l’Iran finanzia una guerra in Yemen da anni, e gli scontri tra israelo-palestinesi hanno conosciuto un’escalation significativa; il Sudest asiatico, tra la minaccia cinese alla sovranità degli Stati dell’area e la loro richiesta di una tutela militare da parte degli Usa; l’Artico, con la crescente contesa delle grandi potenze per il controllo delle zone artiche, sempre più accessibili alle navi a causa dello scioglimento dei ghiacciai.
Insomma, noi europei ci siamo accorti che la storia non era finita con la caduta dell’Urss e che, sul piano della difesa e del controllo della supply chain, eravamo e siamo rimasti indietro. Da cui, per esempio, il massiccio investimento tedesco nella difesa, fatto inedito dai tempi della seconda guerra mondiale. E noi italiani abbiamo ripreso coscienza della nostra posizione strategica, nel mezzo del Mar Mediterraneo, e della necessità di tenere lontano le navi russe che fanno pressione dalle coste siriane all’Adriatico, con unità sempre più numerose e pericolose.

In questo anno, abbiamo anche scoperto che l’arma delle sanzioni non può, da sola, far vincere le guerre, e che queste richiedono tempo, anni, talvolta.

Come accadde all’Italia fascista, sanzionata negli anni Trenta per l’invasione dell’Etiopia, e che finì per portare nella seconda guerra mondiale mezzi vecchi e inadatti, sia a causa della corruzione interna di gerarchi e industriali, che grazie alle sanzioni.
Gli eserciti russi – perché se ne dovrebbe parlare al plurale – si contendono le risorse a disposizione, con il gruppo mercenario Wagner che fa la voce grossa e accusa persino di alto tradimento il ministro della Difesa, reo di non aver fornito l’equipaggiamento necessario, favorendo l’esercito regolare.

La Wagner, che aveva reclutato migliaia di carcerati, mandandoli al fronte come carne da macello, sta spingendo in questi mesi per allargare il reclutamento anche ai lavoratori migranti provenienti dai Paesi dall’Asia centrale.

Secondo un reportage della Bbc, abitanti della vasta regione centroasiatica verrebbero presi dai reclutatori russi e mandati al fronte senza consenso: tra loro lavoratori uzbeki, tagiki e kirghisi.
Secondo le ultime statistiche del ministero dell’Interno russo, nella Federazione lavorerebbero circa dieci milioni e mezzo di migranti provenienti da questi Paesi. Un numero non indifferente per un Paese in forte calo demografico, con una popolazione autoctona che nell’ultimo anno è fuggita per evitare l’arruolamento, riparando in Finlandia, Georgia, Israele e nella Penisola arabica. Tra questa fuga, che include anche la perdita dei cosiddetti “cervelli”, e le nuove ondate di leva obbligatoria, la Russia sta perdendo un gran numero di lavoratori e di personale formato e questo si ripercuoterà sul Pil nei prossimi anni. A ciò si aggiungeranno gli effetti di un aumento della spesa militare e della trasformazione repentina in un’economia di guerra. In questa direzione va il discorso di Putin all’Assemblea federale del 21 febbraio, in cui ha annunciato che la Russia interromperà la propria partecipazione all’accordo sugli armamenti strategici Start, un trattato con gli Usa che riguardava il controllo reciproco sull’arsenale atomico. In realtà, si è trattato di una non notizia, perché la Federazione non rispettava l’accordo già dal 2014, anno dell’invasione della Crimea.

Come europei, abbiamo poi dimostrato di poterci emancipare dalla dipendenza energetica russa.

E in maniera molto più semplice rispetto alla crisi del petrolio degli anni Settanta, che ci costrinse a forti limitazioni, esemplificate dalle famose “domeniche a piedi”. Nel 2022, al contrario, l’Europa ha trovato alternative per l’approvvigionamento, con l’Italia che si propone di diventare un hub gasiero per il continente, facendo da intermediario tra l’Europa e i Paesi africani come l’Algeria. Siamo anche rimasti uniti, contro le aspettative russe, pur con mille tensioni interne. Alcuni giorni prima dell’anniversario del 24 febbraio, le visite separate a Kyiv del presidente statunitense Joe Biden, della premier italiana Giorgia Meloni e del primo ministro Mateusz Morawiecki hanno ribadito l’unità del fronte occidentale contro la minaccia russa.
Sulla guerra in Ucraina – ilsole24ore.com, ilpost.it, cnn.com, linkiesta.it, podcast.ilsole24ore.com, agi.it, bbc.com e ansa.it
Ucraina. Storia, geopolitica, attualità

Ucraina
Storia, geopolitica, attualità.

di Argyros Singh
PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Saggio
ISBN 979-1254581933
Saggio
ebook 4,99€
Cartaceo 15,00€

Strage di migranti

Venendo all’Italia, è tornata al centro la questione migranti, dopo il naufragio sulle coste del crotonese di un’imbarcazione. Il bilancio, destinato a crescere, consta già di oltre sessanta vittime; la Guardia Costiera e gli altri gruppi di soccorso sono riusciti a mettere in salvo almeno ottanta naufraghi, benché alcuni si trovino in condizioni gravi. I sopravvissuti sono stati trasferiti al Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto. L’imbarcazione proveniva dalla Turchia, e forse non è un caso dopo il grave terremoto delle scorse settimane che ha colpito il sud del Paese e il nord della Siria.
I carabinieri di Crotone, guidati dal colonnello Raffaele Giovinazzo, stanno ora indagando sugli scafisti e sembra che tra loro ci fosse anche un contrabbandiere: il gruppo sarebbe costituito interamente da trafficanti latitanti di nazionalità turca.
Il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi ha dichiarato che il governo sta lavorando per arginare il flusso illegale di migranti. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sollecitato la comunità internazionale a rimuovere le cause alla base dei flussi di migranti, tra cui terrorismo, povertà e territori resi inospitali dal cambiamento climatico. Ha infine invitato l’Ue a «governare il fenomeno migratorio per sottrarlo ai trafficanti di esseri umani, impegnandosi direttamente nelle politiche migratorie».

In dieci anni, il numero di migranti morti in mare è di circa ventiseimila: nel solo 2023, sono già stati 225; nel 2022, 2.406.

Il conto è tenuto dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), attraverso il Missing Migrant Project, attivo dal 2014, che considera le rotte del Mediterraneo Centrale (da Libia e Tunisia), Occidentale (da Marocco, Algeria) e Orientale (da Turchia e altri Paesi).
La prima è la rotta più letale al mondo, con oltre diciassettemila morti. Dalla Turchia proviene però circa un quinto degli arrivi in Italia, tramite barconi in legno più grandi rispetto a quelli nordafricani, poiché il viaggio è più lungo. In questi anni, l’Ue ha concesso sei miliardi di euro alla Turchia per fermare il flusso di migranti che arrivano sia via mare che attraverso i Balcani. Il numero di partenze è effettivamente calato, ma il problema si è spesso concentrato nelle città turche, incapaci da sole di gestire questo fenomeno di massa.
Per quanto riguarda l’Italia, l’ex governo presieduto da Enrico Letta aveva lanciato la campagna Mare Nostrum, una missione di salvataggio in mare con navi e aerei della Marina Militare e dell’Aeronautica. Venne poi sostituita dalla missione Triton, a guida europea. In parallelo, le Ong, soprattutto tedesche, sono intervenute sulle coste siciliane.

Il recente naufragio nel crotonese e l’appello di Mattarella hanno spinto le istituzioni europee a fare alcune dichiarazioni, da tradursi però in azioni concrete.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato che debbano essere raddoppiati gli sforzi dell’Unione per il Patto sulla migrazione e l’asilo e per il Piano d’azione sul Mediterraneo centrale, che riguardano un bilanciamento europeo sui salvataggi e sulla redistribuzione interna dei migranti. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha invitato gli Stati membri a farsi avanti per trovare una soluzione, affinché l’Ue disponga di regole comuni e aggiornate. Sulla stessa linea il presidente del Consiglio europeo Charles Michel.
Due settimane fa, il Consiglio si era riunito in forma straordinaria per discutere il tema e i ventisette Paesi si erano detti concordi sul fatto che le migrazioni costituissero una sfida comune, da affrontare come Unione.

Su spinta italiana, è stata riconosciuta la specificità delle frontiere marittime, più difficili da gestire rispetto a quelle terrestri.

Il prossimo 9 e 10 marzo, il Consiglio dell’Ue Giustizia e affari interni tornerà a parlare di migrazioni e l’Italia insisterà per implementare le collaborazioni con Paesi terzi. Al momento, gli Stati europei di frontiera sono in prima linea nei salvataggi, mentre alcuni Paesi del Nord si occupano principalmente di accoglienza. Sul tema si sta inoltre attivando la Spagna, che sarà alla guida della presidenza di turno dell’Ue nel secondo semestre. L’Unione intende dispiegare missioni Frontex in alcuni Paesi di partenza; sostenere gli Stati dei Balcani nei rimpatri; cooperare con i Paesi terzi. La strategia continentale mira a rendere il Mediterraneo un luogo sicuro, stabilizzando anche le aree del Nordafrica, in cooperazione con i governi locali, alle prese con la spinta migratoria proveniente dall’Africa subsahariana, dove imperversano il terrorismo, le guerre civili, la povertà e gli effetti della desertificazione.
Sulla questione migranti – it.euronews.com, ilsole24ore.com e ansa.it


Argyros Singh


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