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Barbie, un film di Greta Gerwig: la recensione

Barbie, un film di Greta Gerwig: la recensione

Cinema Recensione di Elena Genero Santoro. Barbie un film di Greta Gerwig sulla bambola più famosa del mondo. Apparentemente superficiale, fiabesco sul piano della grafica immersiva, offre una critica feroce al modello patriarcale.

Sul film di Barbie c’erano aspettative altissime perché l’uscita è stata annunciata molti mesi fa e il tam tam mediatico è stato intenso.
La protagonista non ha bisogno di presentazioni: è Barbie, la bambola-ragazza di Mattel, inventata alla fine degli anni Cinquanta e divenuta in pochi decenni un giocattolo classico e intramontabile con cui le bambine di tutte le generazioni hanno in qualche modo interagito.

Barbie nasce come bambola rivoluzionaria, una bambola adulta che non costringe le bambine ad assumere il ruolo di madre nella finzione.

La prima scena del film, con citazione di “L’alba dell’uomo” di 2001: Odissea nello spazio, sottolinea proprio questo aspetto. Di recente Barbie è divenuta simbolo di inclusione, dopo essere diventata bassa, grassa, nera, asiatica, disabile in carrozzina, amputata e adesso pure down. Ma non è stata immune a feroci critiche nel tempo.


Barbie, la locandina
Barbie, un film di Greta Gerwig: la recensione

Barbie

REGIA Greta Gerwig
SCENEGGIATURA Greta Gerwig, Noah Baumbach
PRODUZIONE | PRODUTTORE Mattel Films | Margot Robbie, Tom Ackerley, Robbie Brenner, David Heyman, Amy Pascal
DISTRIBUZIONE Warner Bros.
FOTOGRAFIA Rodrigo Prieto
MUSICA Mark Ronson, Andrew Wyatt
ANNO 2023
CAST Margot Robbie, Ryan Gosling, America Ferrera, Michael Cera, Ariana Greenblatt, Rhea Perlman, Will Ferrell, Connor Swindells

Barbie vive a Barbieland, un paese in cui trascorre una vita ideale insieme a tante altre Barbie di tutti i colori ed etnie e altrettanti Ken.

Si sveglia al mattino nella sua casa a più piani e senza mura, vola giù come per magia fino in cucina dove fa il gesto di mangiare un waffle di plastica e di bere un latte inesistente da una tazza in realtà vuota. Poi la giornata si svolge senza drammi tra relax sulla spiaggia di una Malibù, anch'essa di plastica, e si conclude la sera con un mega party.
Intanto Ken trascorre l’esistenza cercando di farsi notare dalla sua amata, ma non ci riesce. Barbie è troppo presa dalla sua vita perfetta e immutabile per poter accorgersi di lui.
A Barbieland comandano le Barbie, sono loro le assolute padrone di casa. C’è la Barbie presidente, la Barbie scrittrice, le Barbie operaie dei cantieri. E poi ci sono i Ken, sempre al secondo posto.

Finché un giorno la nostra Barbie, tra tutte quella bionda, quella perfetta, la Barbie-stereotipo, la prima a cui pensiamo appena ci viene in mente il suo nome, non inizia ad avere delle giornate storte.

Il waffle esce bruciato dal tostapane, i piedi le diventano piatti e la testa le si riempie di pensieri di… Morte! Come può una bambola pensare alla morte? Scopre infatti che si è creata una connessione impropria con l’umana che giocava con lei, quindi la nostra eroina per eccellenza parte per il mondo reale per trovare la “bambina” che è caduta in depressione e che sta rendendo imperfetta la sua impeccabile vita di plastica. Ken si imbuca nel viaggio e arriva con lei in California.
Qui la situazione si capovolge.

Sotto l’apparente superficialità di una storia che ruota intorno alla bambola più famosa del mondo si celano piani di lettura più complessi e una opportuna riflessione sulla condizione della donna, controversa tanto quanto quella della Barbie stessa.

La Barbie per molto tempo è stata accusata di essere lo stereotipo di una donna perfetta e irraggiungibile, e di spingere le ragazzine alla frustrazione e all’anoressia.
Ma cosa accadrebbe alla Barbie se fosse una donna vera nel mondo reale?
La Barbie del film arriva in California in tutina rosa fucsia e rollerblade e inizia immediatamente a essere oggetto di allusioni sessuali, molestie, catcalling. Inizia a sentirsi a disagio, sbagliata e pure colpevole.
Inoltre, di donne, in giro, nelle posizioni di potere, non ce ne sono.
Persino alla Mattel il consiglio di amministrazione è composto da soli uomini in giacca nera e cravatta che pensano al profitto e non a cambiare il mondo.

E invece Ken, l’eterno secondo? Per lui il mondo reale è la manna dal cielo.

Tutti lo rispettano per il semplice fatto che è un maschio. Scopre il patriarcato e ne è entusiasta.
Il film ha soddisfatto tutte le mie aspettative: fiabesco sul piano della grafica immersiva – che induce lo spettatore a immaginare reali le ambientazioni con cui sognava da piccolo – e anche ricco di contenuti e di spunti di riflessione.
Inoltre l’idea è geniale. Sfrutta un personaggio noto a tutti per portare i curiosi nelle sale del cinema, li fa sognare come quando erano bambini e poi offre una critica feroce al modello patriarcale.
Parla del ruolo della donna nella società e anche del ruolo della Barbie.
Infine, ricco di gag esilaranti e con un Ryan Gosling perfetto come Ken-stereotipo, è fruibile sia da grandi che da piccini.
A Barbieland alla fine un equilibrio le Barbie e i Ken lo trovano, adesso non resta che fare lo stesso nella realtà.


La morale del film?

Che non c’è vita né umanità senza cambiamento, senza depressione, senza imperfezioni.
E che le più innamorate delle Barbie sono spesso le madri, non le figlie.
Tant’è che in sala la maggior parte delle donne, dalle ragazzine alle signore mature, me compresa, indossava qualcosa di un bel rosa carico. Rosa Barbie. Chiedete a mia figlia quanto ero eccitata prima della visione!
Ma alla fine la Barbie è lo stereotipo di una bella e impossibile cretina o un’ispiratrice di ideali di uguaglianza?
La risposta è nello slogan della Mattel: Puoi essere quello che vuoi.
E ci sarà sempre una Barbie che ci rappresenterà. Anche io ho il mio avatar (vedi foto ).
Film intelligente, consigliato a tutti, adulti, bambini, maschi e femmine, amanti di Barbie e non.




Elena Genero Santoro


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