Gli scrittori della porta accanto

4 weeks, dicembre 2023: notizie dal mondo

4 weeks, novembre 2023: notizie dal mondo

4 weeks Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo a dicembre? Come si è chiuso il 2023? La COP28 a Dubai, la dichiarazione di Maduro di voler annettere la Guyana Esequibo, la situazione della guerra in Ucraina e nella Striscia di Gaza.

Il mese di dicembre si è aperto con la COP28 a Dubai. Inoltre, nei primi giorni del mese, ha suscitato clamore la dichiarazione del presidente venezuelano Nicolas Maduro di voler annettere la Guyana Esequibo. Traccio in chiusura un resoconto di fine mese (e di fine anno) sulla situazione in Ucraina e nella Striscia di Gaza.



La COP28

A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, si è tenuta la ventottesima edizione della Conferenza della Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nota come COP28. Dal 30 novembre al 12 dicembre, l’incontro è stato presieduto dal sultano Al Jaber, amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), una compagnia petrolifera. I critici hanno rilanciato le accuse di greenwashing, dopo mesi di investimenti volti a ripulire l’immagine di Al Jaber.
Dopo quasi due settimane di accesi confronti, il 13 dicembre è stato raggiunto un accordo di compromesso, che invitava tutte le nazioni a abbandonare i combustibili fossili come una delle soluzioni per il raggiungimento del Net Zero entro il 2050. Il cosiddetto “patto globale” è stato il primo accordo di un vertice COP a menzionare esplicitamente la necessità di abbandonare ogni tipologia di combustibile fossile, benché non sia chiaro, nel documento, come verrà portato avanti l’obiettivo.

A fine novembre, si era tenuta una riunione dei ministri in vista della COP28, un preambolo necessario a facilitare il dialogo durante il summit.

Il rappresentante cinese aveva dichiarato che Cina, Stati Uniti e Unione Europea avevano concordato di cooperare affinché la conferenza avesse successo. Punto debole della Cina è il carbone, ritenuto essenziale da Pechino per la propria sicurezza energetica, ma al 15 novembre i due Paesi avevano annunciato un accordo basato sui negoziati tra gli inviati per il clima John Kerry e Xie Zhenhua, con obiettivi regolati al 2030. L’accordo bilaterale prevede un impegno nella riduzione dei gas serra (non solo anidride carbonica), ma non è stata inclusa la graduale eliminazione delle centrali elettriche cinesi a carbone.

Nei negoziati, ha avuto un peso anche la prima valutazione biennale dei progressi globali nel rallentamento del cambiamento climatico, promossa dalle Nazioni Unite e denominata global stocktake.

Secondo il documento, l’accordo di Parigi avrebbe contribuito significativamente alla riduzione delle emissioni: nel 2011, si prevedeva un riscaldamento entro il 2100 di 3,7-4,8°C; dopo la COP27, la previsione si è attestata sui 2,4-2,6°C e, nel migliore dei casi, ovvero rispettando tutti gli impegni, su 1,7-2,1°C.
Questo, almeno, sulla carta. C’è infatti bisogno di un maggiore impegno globale sul tema; investimenti per trilioni di dollari; un cambiamento nel modo di gestire i flussi finanziari, a favore delle energie rinnovabili.

Alla COP28 hanno partecipato oltre 70mila persone accreditate e altre 400mila con accesso alla “zona blu”.

Il primo atto significativo del vertice è consistito nella disposizione di un fondo, che sarà gestito dalla Banca Mondiale, per risarcire i Paesi poveri che hanno subìto danni a causa del cambiamento climatico. Le prime promesse di finanziamento sono state fatte da EAU, Germania, UK, USA e Giappone. Il fondo dovrebbe contare al momento su circa 700 milioni di dollari, una somma ben inferiore alla stima dei danni, valutata in 387 miliardi di dollari l’anno. A settembre, un gruppo di Paesi in via di sviluppo aveva sollecitato a investire almeno 100 miliardi nel fondo.

La COP28 è stata anche la prima COP che ha discusso gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute pubblica.

L’OMS ha invitato i ministri della Sanità a favorire politiche sanitarie che tengano conto dell’impatto ambientale, dato che si stima che il cambiamento climatico costerà ai Paesi vulnerabili fino a 580 miliardi di dollari entro il 2030 per danni legati al clima.
Mentre ancora si discute sulle contraddizioni e sui risultati circoscritti di questo vertice, è stata già annunciata la sede della COP29, prevista per novembre 2024. Il Paese ospitante sarà l’Azerbaigian, produttore di petrolio che collabora con l’OPEC+, tornato di recente alle cronache per l’invasione del Nagorno Karabakh. È forse in vista un’altra operazione di greenwashing?

La crisi tra Venezuela e Guyana

Il 3 dicembre, circa dieci milioni di elettori venezuelani, ovvero la metà della popolazione, si sarebbero espressi a favore del referendum che sostiene l’annessione della regione di Esequibo, che costituisce il 70% del territorio della Guyana. Nel dettaglio, è stato chiesto ai venezuelani se fossero a favore della creazione di uno Stato venezuelano nel territorio conteso, rifiutando la giurisdizione Onu per risolvere la controversia. Il presidente Nicolas Maduro, riferendosi al risultato, ha parlato di un successo della democrazia.
Il Venezuela sostiene che l’Esequibo rientri nei suoi confini e che gli sia stato sottratto in maniera illecita dal colonialismo inglese. A sua volta, la Guyana, unico Stato anglofono del Sudamerica, rivendica i suoi diritti secondo l’arbitrato del 1899, che le assegnò la sovranità a discapito dell’Impero britannico. Il Venezuela, però, cita l’Accordo bilaterale di Ginevra del 1966 come strumento per la risoluzione della controversia: in quell’anno il Paese divenne indipendente dal Regno Unito e delimitò i propri confini.

La regione è abitata da 125mila abitanti, non interpellati dalla consultazione di Caracas.

I reali interessi del Venezuela sono di tipo economico: nel 2015, infatti, ExxonMobil ha scoperto un giacimento petrolifero nelle acque del blocco di Stabroek. Tre anni dopo, la Guyana ha chiesto alla Corte internazionale di giustizia (CIJ) di pronunciarsi sulla disputa a favore dei confini attuali. In questi giorni, il presidente Mohamed Irfaan Ali ha invitato il governo Maduro a moderare il suo comportamento.
La Guyana non ha soltanto petrolio, ma materie prime come bauxite e oro. Un altro Stato confinante, il Brasile, ha interesse che il Venezuela non si espanda e ha quindi annunciato di voler aumentare la sua presenza sul territorio a sostegno del Guyana, il cui esercito è poco efficiente.

Due giorni dopo il referendum, un contingente dell’esercito venezuelano era stato inviato vicino al confine.

Maduro aveva presentato una nuova mappa del Venezuela che incorporava l’Esequibo e aveva chiesto alla compagnia petrolifera statale PDVSA di tracciare una mappa dei giacimenti da esplorare.
Maduro è stato rieletto nel 2018 con un voto non riconosciuto dagli Stati Uniti e nel 2024 si terranno le nuove presidenziali. La leader d’opposizione María Corina Machado, interdetta dai pubblici uffici per quindici anni, ha invitato gli elettori al boicottaggio e ritiene che la consultazione sia stata soltanto uno strumento di distrazione politica. Il risultato eclatante del 95% dei favorevoli ai quesiti della consultazione non era mai stato raggiunto prima: l’assenza di code ai seggi, però, ha fatto dubitare molti analisti sulla veridicità dei dati diffusi. È più probabile che Maduro, il prossimo anno, possa usare l’espediente della guerra per rinviare le elezioni.

L’ultimo sviluppo di rilievo risale al 14 dicembre, quando i presidenti dei due Stati si sono incontrati per discutere della situazione.

In un comunicato congiunto, hanno dichiarato che non impiegheranno la forza e che si adegueranno al diritto internazionale per risolvere la questione. L’incontro si è tenuto all’aeroporto di Kingstown, capitale di Saint Vincent e Grenadine, nei Caraibi: il primo ministro del Paese, Ralph Gonsalves, è presidente pro tempore della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) e ha svolto il ruolo di mediatore tra le parti.
I due si incontreranno di nuovo in Brasile tra tre mesi e nel frattempo verrà costituita una commissione congiunta di tecnici e ministri degli Esteri.

Ucraina. Storia, geopolitica, attualità

Ucraina
Storia, geopolitica, attualità.

di Argyros Singh
PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Saggio
ISBN 979-1254581933
Saggio
ebook 4,99€
Cartaceo 15,00€

La guerra in Ucraina (e dintorni geopolitici)

A dicembre, dopo varie difficoltà in vista delle elezioni del 2024, il governo degli Stati Uniti ha annunciato il rilascio di un nuovo pacchetto di aiuti militari per l’Ucraina. Il valore è di 250 milioni di dollari e comprende munizioni varie e componenti per la difesa aerea. Non si tratta di un grande contributo rispetto al passato, perché la richiesta del governo statunitense al Congresso era di 61 miliardi di dollari: il Partito Repubblicano si è però opposto, chiedendo in cambio maggiori garanzie sulla crescente immigrazione al confine con il Messico. A nulla è servita, il 12 dicembre, la visita a Washington D. C. del presidente Volodymyr Zelens’kyj.
Sul fronte dell’Ue, la situazione non è migliore. A inizio mese, un pacchetto di aiuti da 50 miliardi è stato bloccato dall’Ungheria. L’Ucraina ha un deficit di bilancio di 43 miliardi di dollari e ciò potrebbe portare a un ritardo nel pagamento delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici. Le trattative nell’Unione porteranno forse a un pacchetto più piccolo, che potrebbe essere adottato all’inizio di febbraio e che non necessita dell’approvazione ungherese.

Il generale ucraino Valerii Zaluzhnyi ha dichiarato che nel 2024 bisognerà dare una svolta al conflitto e ha ammesso che il suo errore principale sia stato quello di credere che, di fronte a decine di migliaia di morti tra i soldati russi, la Federazione avrebbe desistito.

Dopo il generale fallimento della controffensiva ucraina, conclusasi in autunno, l’esercito ucraino rimane sulla linea difensiva, in particolare intorno a Avdiivka, città che i russi stanno radendo al suolo casa dopo casa come con Bakhmut.
Nel frattempo, la Russia continua a colpire, con i droni e con i bombardamenti, centri abitati quali Odessa, provocando morti tra i civili. Il 70% di Kherson è rimasta senza elettricità a séguito di un bombardamento. Sorti analoghe sono capitate a altre città ucraine. In un intervento allo show televisivo Direct Line, Putin ha affermato che in Ucraina siano operativi 617mila soldati russi e che il conflitto proseguirà con gli stessi obiettivi del primo giorno. Per farsi un’idea dei modesti progressi russi sul terreno, è utile il riepilogo realizzato da Newsweek (con le mappe).
In un rapporto dell’intelligence statunitense, risulta che finora la Federazione abbia perso l’87% delle sue forze precedenti all’invasione, ovvero 315mila tra soldati morti e feriti. A dicembre, tuttavia, la Russia ha approvato una nuova spesa che porterà a riservare all’esercito il 30% del bilancio totale russo nel 2024.

Il 15 marzo 2024, si terranno inoltre le elezioni russe. La commissione elettorale centrale russa ha rifiutato la nomina dell’ex deputata regionale Yekaterina Duntsova, citando errori nella documentazione.

Duntsova ha dichiarato che creerà un proprio partito che rappresenti «la pace, la libertà e la democrazia». Nella seconda metà di dicembre, si erano inoltre perse le tracce di uno dei principali oppositori di Putin, Aleksej Naval’nyj, ricomparso settimane dopo in una colonia penale nell’Artico.
In questo clima politico, la Federazione si avvia a concludere il secondo anno di invasione. Pur trovandosi, al momento, in fase offensiva, la guerra è giunta a una situazione di stallo, come testimoniano vari analisti militari, persino quelli dell’alleato cinese (se ne parla, per esempio, sul Global Times, un notiziario molto legato al governo cinese).
Ciò nonostante, non è detto che questo si tradurrà nell’inizio di negoziati nel 2024. Conterà molto l’esito delle elezioni statunitensi, con il candidato repubblicano Donald Trump che è dato favorito, nonostante i problemi giudiziari e la decisione di Stati come il Colorado e il Maine di non ammettere la sua candidatura a causa delle inchieste.

La guerra in Medio Oriente (e altri dintorni geopolitici)

Sono proseguiti per tutto dicembre i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Sono stati colpiti anche campi profughi, come quello di Bureij, nel centro di Gaza, di Jabaliya e di Maghazi. Il bilancio delle vittime è difficile da stabilire, ma – secondo il ministero della Sanità palestinese – dovrebbe attestarsi oltre le 20mila persone uccise e oltre le 50mila ferite. Quasi 2,3 milioni di abitanti di Gaza sono stati sfollati; crescono la fame e le malattie.
L’esercito israeliano ha subìto 144 morti dal 20 ottobre scorso, mentre dei 240 prigionieri fatti da Hamas il 7 ottobre, ne resterebbero poco più di 100 ancora a Gaza. Hamas ha avvertito Israele che il tempo per loro stia scadendo e Osama Hamdan, rappresentante di Hamas a Beirut, ha riferito che non ci saranno negoziati finché non finirà l’assalto a Gaza.

Al momento, il principale mediatore è l’Egitto.

Ha avanzato una proposta per il cessate il fuoco, il rilascio graduale degli ostaggi e la creazione di un governo palestinese di esperti per amministrare la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. La proposta egiziana, in forma preliminare, è stata concordata con il Qatar. I due Paesi stanno interagendo con le fazioni palestinesi per la creazione di un governo legittimato da elezioni presidenziali e parlamentari. Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas risiedente in Qatar, è stato di recente in visita al Cairo. Un funzionario egiziano ha riferito che la proposta verrà discussa da Hamas con il leader della Jihad islamica, Ziyad al-Nakhalah.

Cresce infine la pressione internazionale su Israele e quella interna contro il governo guidato da Benjamin Netanyahu, per aver permesso a Hamas di guadagnare forza negli anni e per non aver protetto i civili il 7 ottobre.

Il governo sembra intenzionato a proseguire l’assedio e l’esercito ha dichiarato di aver completato lo smantellamento del quartier generale sotterraneo di Hamas nel nord di Gaza. Israele è stato accusato di maltrattare i detenuti palestinesi e di aver colpito i civili indiscriminatamente, ma ha risposto alle critiche affermando di aver ucciso migliaia di militanti di Hamas, che impiega aree residenziali e tunnel affollati per martirizzare la propria popolazione.

Un ulteriore allarme nella regione è dato dal rischio di allargamento del conflitto.

L’Iran getta benzina sul fuoco; crescono le tensioni con il Libano e, in Yemen, gli Houthi hanno dichiarato il loro sostegno a Hamas, prendendo di mira le navi dirette in Israele. A novembre, avevano sequestrato una nave mercantile e da allora hanno condotto attacchi con droni e missili balistici contro le navi commerciali. Alcune compagnie di navigazione, come Mediterranean Shipping Company, Maersk e Hapag-Lloyd stanno dirottando le navi dal Mar Rosso, in alcuni casi circumnavigando l’Africa e aumentando di conseguenza i costi dei prodotti trasportati.
Gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione navale internazionale per proteggere la rotta: al momento, hanno aderito all’iniziativa Canada, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna, Norvegia e Bahrein.

Gli Houthi sono una setta della minoranza sciita yemenita, gli Zaidi, ispirata a Hezbollah.

Sono un gruppo armato sostenuto e finanziato dall’Iran, che prende il nome dal fondatore Hussein al Houthi, che negli anni Novanta intendeva combattere quella che considerava la corruzione del presidente Ali Abdullah Saleh. Questi, con il sostegno dell’Arabia Saudita, cercò di eliminare gli Houthi nel 2003, ma senza successo.
Dal 2014, il gruppo porta avanti una guerra civile contro il governo yemenita, difeso dai sauditi e dagli emiratini. Secondo le Nazioni Unite, a inizio 2022, la guerra ha causato circa 377mila morti e quattro milioni di sfollati. Stando al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nel 2010 gli Houthi contavano tra 100mila e 200mila seguaci, includendo nel numero sia i civili che i miliziani. Ad aprile 2022, il Presidential Leadership Council, ovvero il governo ufficiale yemenita guidato da Abdrabbuh Mansour Hadi, ha trasferito la sua sede a Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. A oggi, gli Houthi controllano vaste aree dello Yemen, tra cui il nord del Paese, la capitale Sana’a e la costa del Mar Rosso.

Per approfondire

Sulla COP28 – aljazeera.com, cnn.com e ilsole24ore.com | Sulla crisi – ispionline.it, ilpost.it e wired.it | Sulla guerra in Ucraina – theguardian.com, bbc.com e cnn.com | Sulla guerra in Medio Oriente – aljazeera.com, time.com e cnbc.com



Argyros Singh


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