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Articoli di Claudia Gerini
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Strappare lungo i bordi: la serie TV Netflix di Zerocalcare

Strappare lungo i bordi: la serie TV Netflix di Zerocalcare

Strappare lungo i bordi: la serie TV Netflix di Zerocalcare

Serie TV | Netflix Di Claudia Gerini. Strappare lungo i bordi, di Zerocalcare, una serie originale Netflix: irriverente, scanzonato, ironico, a tratti comico, Zerocalcare si dimostra ancora una volta un narratore dei nostri tempi.

Ho iniziato a seguire Zerocalcare nel periodo della quarantena. Ho trovato i suoi video che parlavano della quarantena nel quartiere di Rebibbia divertenti e geniali. Zero raccontava in maniera perfetta e molto veritiera, ma ironica, la situazione di allora. La gente chiusa in casa, le code al supermercato, la solitudine, la speranza che a volte lasciava il posto alla rabbia e all’impotenza.
Ho capito che era una cosa per pochi, per una sorta di nicchia, quando ne parlavo lo conoscevano in pochi.
Poi arriva la serie su Netflix e adesso Zerocalcare lo conoscono tutti. E meno male! Perché davvero era un peccato che le sue storie non appartenessero a un pubblico molto più vasto.

Irriverente, scanzonato, ironico, a tratti comico.

Strappare lungo i bordi, la serie TV firmata da Zerocalcare originale Netflix, racconta la vita di Zero e dei suoi amici: Secco e Sarah amici fin dai tempi della scuola, Alice conosciuta nel periodo dell’adolescenza. Con Alice ha un rapporto non sempre facile, da cotta adolescenziale Alice diventa una persona importante che si affida a Zero nei periodi più bui e complicati della sua vita.
Spesso i sentimenti dei due scorrono paralleli, molto vicini, quasi a sfiorarsi senza però incontrarsi mai davvero. Finché un giorno Alice si arrende e Zero, Sarah e Secco si ritrovano di fronte una realtà triste che ti ferisce dentro.

Duro e crudo, tagliente nella sua semplice rappresentazione della realtà.

Quasi una seduta psicanalitica allo specchio di una generazione che spesso non ha punti di riferimento, con poche certezze e tanti dubbi.
Strappare lungo i bordi è lo specchio della società di oggi, delle nostre paure più grandi, dei nostri dubbi e dei mostri che spesso non riusciamo a sconfiggere. E nel caso in cui non ci riusciamo… “Gnamo a Pija un gelato?”
Contro le diverse critiche dell’uso del dialetto romano nel racconto, credo che diversamente non sarebbe stato lo stesso. Zero e i suoi amici non sarebbero stati lo stesso.
E vogliamo parlare dell’armadillo, la coscienza di Zero?! Tutti dovrebbero avere un armadillo nell’armadio!

Zerocalcare si dimostra ancora una volta un narratore dei nostri tempi.

C’è chi lo fa con i film, chi con i libri… Lui con i fumetti.
E con i fumetti che diventano serie TV!
Per me geniale.


Claudia Gerini

Claudia Gerini
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Sogno di una cena di mezza estate: l'esperimento sociale di Tommaso Giani

Sogno di una cena di mezza estate: l'esperimento sociale di Tommaso Giani

Sogno di una cena di mezza estate: l'esperimento sociale di Tommaso Giani

Di Claudia Gerini. "Sogno di una cena di mezza estate", un esperimento sociale di Tommaso Giani: incontrarsi a tavola per unire persone di diversa estrazione sociale.

I social sono sicuramente un gran calderone dove si può incontrare di tutto. E in mezzo a questo calderone di persone, notizie e storie, più o meno vere, a volte se ne incontrano alcune veramente belle. Come quella di Tommaso Giani e il suo esperimento sociale "Sogno di una cena di mezza estate".
Tommaso Giani, seminarista, per un po’ ha prestato il suo servizio nelle parrocchie di Perignano e Gello, due paesini della provincia di Pisa, insieme al vulcanico Don Armando.

Tommaso Giani vive, per scelta, in un centro Caritas a San Miniato, Pisa. 

Il centro ospita persone che non hanno una fissa dimora e che hanno bisogno di un tetto sotto cui dormire. Nel centro si può entrare la sera, prima di cena e si deve uscire la mattina entro un certo orario. Che tu abbia un posto dove passare la giornata, un lavoro o comunque una meta.
Ecco, Tommaso Giani ha scelto di vivere così, tra gli ultimi. Perché lui è uno che ci crede davvero, che prova tutti i giorni a cambiare un pezzettino di mondo, attraverso i suoi messaggi. Tommaso è anche un insegnante in un istituto professionale, ed è lì, sulle nuove generazioni, che investe.

"Sogno di una cena di mezza estate" non è il primo esperimento sociale o impresa, chiamiamola pure così, che Tommaso Giani si inventa. 

Marilena Bova, che frequenta la parrocchia di Gello e che lo conosce molto bene, mi racconta di quando nel 2019 ha deciso di arrivare in Ucraina in autostop per andare a vedere allo stadio la partita della sua squadra del cuore, la Sampdoria. Naturalmente l’impresa è riuscita.
O di quando nel 2020 è andato da Pisa a Reggio Calabria, andata e ritorno in bicicletta, senza soldi e contando solo sull’ospitalità delle persone che incontrava. Ed anche quella volta l’esperimento è riuscito. Perché a Tommaso Giani è difficile dire di no, con la sua dialettica e il suo saper coinvolgere le persone.
Ma torniamo al nuovo esperimento sociale. In realtà c’è stato un precedente a livello locale, come mi racconta Merilena Bova.

L’iniziativa si chiamava "Indovina chi viene a pranzo" ed era organizzata nella parrocchia di Gello e Perignano in provincia di Pisa.

«Tu non sapevi chi sarebbe venuto a pranzo – mi racconta Marilena Bova – sapevi solo il numero di persone che si sarebbero presentate alla tua porta. È stata un’esperienza molto forte e bella, e anche divertente perché in una realtà piccola come la nostra alla fine ci conosciamo quasi tutti!»
Questa volta però Tommaso Giani ha sognato in grande e ha pensato di visitare quattro città toscane e di provare ad unire gli abitanti della periferia con gli abitanti dei quartieri in offrendo una cena, a sue spese, a chi avesse accettato l’invito. Ecco in cosa consiste il "Sogno di una cena di mezza estate".

"Sogno di una cena di mezza estate": l'esperimento sociale di Tommaso Giani.

«Lo scopo – mi racconta Tommaso Giani al telefono – è quello di avvicinare le persone, anche le ultime. Perché viviamo in un tempo in cui le persone sono sempre più diffidenti, sospettose, meno disponibili ad ascoltare e a mescolarsi con chi è diverso da loro. Io voglio provare a far dialogare centro e periferia, anche in cittadine più piccole dove, anche se non sembra, esiste un muro altissimo, fin da piccoli, con scuole diverse, divertimenti diversi. Il primo giorno faccio tappa nel quartiere in della cittadina scelta: passo lì la mia giornata conoscendo gente e facendo il mio invito per la cena. Il secondo giorno mi sposto nel quartiere popolare e faccio altrettanto. Il terzo giorno è il giorno decisivo, quello in cui capisco se l’esperimento è andato buon fine oppure no. Il giorno in cui le persone si presenteranno, forse, alla mia cena al buio. Periferia e centro città, insieme.»

Tommaso Giani ha scelto di visitare le città di Massa, Lucca, Pisa e Livorno.

«A Massa le cose non sono andate molto bene. La terza sera, quella della cena, si è presentata una sola persona. Ho pagato l’inesperienza e ho capito quale era l’approccio migliore da avere. A Lucca si sono presentate dieci persone, ma tutte del quartiere ricco. Il mio esperimento quindi è riuscito a metà, perché le persone si sono fidate ma non c’è stata quella mescolanza e quell’unione che speravo. La storia è cambiata nella terza città, Livorno.»

Livorno è una città meravigliosa. Come tutte le città portuali è un groviglio di culture e persone.

I livornesi sono persone schiette, veraci, a volte anche troppo, ma con un cuore immenso.
«Il primo giorno mi guardo sempre un po’ in giro, ho chiesto quale fosse il luogo dove poter incontrare la Livorno bene e mi sono stati suggeriti i Bagni Lido. Qui ho incontrato la Livorno che non si accontenta della spiaggia libera, che fa l’abbonamento all’ombrellone tutta la stagione e che si ritrova di anno in anno sempre lì. Tutti si conoscono, come in una grande famiglia. Ed è grazie al titolare che sono riuscito ad avere un folto numero di adesioni alla cena al buio. Il quartiere che più rappresenta la zona popolare di Livorno, invece, è Shangay, dove ci sono le case popolari. Appena arrivato mi si presenta davanti un mondo a parte.»
Tommaso mi racconta che il quartiere ha cambiato faccia, durante gli anni, diventando sempre più multiculturale ma non per questo meno vivo e verace.
«L’abisso è enorme tra i due quartieri ma anche qui ricevo segnali positivi e sono molto fiducioso che la sera della cena saranno in molti a venire!»

Tommaso Giani aveva ragione. A Livorno l’esperimento è perfettamente riuscito.

Si sono presentati in tanti, sia dei Bagni Lido che del quartiere popolare. Durante la serata le persone hanno interagito, si sono confrontate, divertite… l’esperimento, alla terza città, è finalmente riuscito!
Tommaso Giani scrive post lunghi in Facebook, di quelli che dopo la terza riga di solito rinunci perché assomigliano più a poemi che a post. Ma i suoi no. Ti attacchi allo schermo fino all’ultima parola. Alla sua pagina Facebook si legge il resoconto dell'esperimento sociale a Livorno:

Tommaso ha un cuore grande, e tante idee in testa. Se vi ho anche solo un poco incuriosito, seguitelo su Facebook nelle sue “avventure”.
Claudia Gerini

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Diario di una quarantena: un racconto di Claudia Gerini

Diario di una quarantena: un racconto di Claudia Gerini

Diario di una quarantena: un racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Diario di una quarantena: un adolescente, la sua voglia di giocare a calcio messa in pausa solo dalla pandemia.

Filippo gioca a calcio da sempre. Aveva cinque anni e già rincorreva un pallone.
Filippo ha sedici anni e una vita piena di gente e cose da fare come solo un adolescente può avere.
Filippo lunedì ha avuto una partita, amichevole dice lui, ma non importa. È una delle prime partite della stagione e la squadra avversaria è fortissima. Si prepara, Filippo, a giocare la sua prima partita, forse in panchina, poco importa, l’importante è esserci.
Gli avversari sono veramente forti, Filippo e la sua squadra perde la partita 3 a 0. Non importa, ci sarà modo e tempo di rifarsi. Si torna alla vita di tutti i giorni: la scuola, a cui si deve di nuovo abituare, gli amici, gli allenamenti.

Drin… squilla il telefono…

«Buongiorno è la Asl, suo figlio è in quarantena. La sua squadra è entrata in contatto con dei soggetti positivi, la richiameremo per il tampone.»
Sconforto, paura e anche un po’ di rabbia.
E ora? Come si fa a dire a un adolescente che deve rimanere in casa per due settimane senza avere rapporti con il mondo esterno?

Filippo è in quarantena.

Filippo non può abbracciare sua madre, scherzare con suo fratello, vedere gli amici, andare a scuola.
Filippo si ritrova catapultato in una dimensione parallela, dove ci sono gli altri che vivono la vita di tutti i giorni, e poi c’è lui, che vive nel limbo, in attesa di una sentenza, appeso a un filo. Filippo pensa che forse non è poi così male questa quarantena. Non andare a scuola è la cosa più positiva di tutta questa situazione. E poi c’è la Play, e i tornei che può giocare con i compagni di squadra, in quarantena pure loro!

Drin…

Al telefono c’è la Asl, dice che domani Filippo deve fare il tampone.
Ci siamo!
L’ansia si taglia a fette con il coltello.
Arriva il giorno, Filippo si prepara, indossa la mascherina e monta in macchina.
Filippo fa anche un selfie, che non si sa mai… e poi quest’esperienza va immortalata.
AD 2020, pandemia da Covid e tampone fatto!
Le testimonianze sono discordanti. Qualcuno dice che fare il tampone è come avere un trapano nel cervello, altri dicono che ti fanno solo il solletico. Filippo non sa catalogare la cosa con precisione, non è dolore, molto fastidio e lacrime agli occhi. Ma sorride, alla madre seduta accanto a lui, Filippo sorride e spera, in cuor suo, che «andrà tutto bene».
La risposta arriverà nelle prossime quarantotto ore. Non sono molte quarantotto ore, ma in questo momento sembrano un’eternità.
Filippo conta le ore, i minuti. Continua a giocare alla Play, continua a essere quasi contento di non dovere andare a scuola...
Ma aspetta con ansia il risultato che può cambiare l’equilibrio della sua vita coinvolgendo affetti e amici.

Nemmeno ventiquattro ore dopo arriva la sentenza... negativo.
Mai in vita sua ha amato di più questa parola, negativo.
Negativo al bastardo Covid-19.
Filippo sorride, abbraccia sua madre.
Filippo sorride pronto a tornare a vivere, anche senza Play!
Claudia Gerini

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Covid-19: viaggio tra gli expat italiani che vivono di turismo

Covid-19: viaggio tra gli expat italiani che vivono di turismo

Covid19: viaggio tra gli expat italiani che vivono di turismo

Viaggi Di Claudia Gerini. Tour operator e albergatori sono stati sicuramente tra i più colpiti dalla pandemia di Covid19: viaggio tra gli espatriati italiani che vivono di turismo.

Il Covid19  ha cambiato completamente le nostre vite. A partire dalle abitudini quotidiane come fare la spesa, andare al bar o al ristorante, persino la scuola si è dovuta inventare una didattica a distanza per cercare di tappare i buchi neri che questo virus si è portato dietro. Uno dei settori che è stato colpito più duramente è il turismo. Ne ha risentito il turismo in Italia, con la stagione iniziata in enorme ritardo. E anche se gli italiani sembrano aver riscoperto le tante bellezze e le eccellenze di casa nostra, gli arrivi dall’estero sono decisamente diminuiti, specialmente da alcuni paesi.
[Per info www.viaggiaresicuri.it]

Ma come sta andando al turismo all’estero? E gli italiani che sono residenti all’estero e vivono di questo?

Cosa sta succedendo nei paesi in cui il turismo italiano rappresenta la “fetta maggiore” delle presenze annue? Ho fatto qualche ricerca sfruttando un po’ di conoscenze e la situazione che ne è venuta fuori non è molto positiva.

Expat in Repubblica Dominicana: Alessandra Vavala e Debora Bertona.

Alessandra Vavala e Debora Bertona vivono e lavorano in Repubblica Dominicana ormai da molti anni, gestendo l'agenzia di viaggi Colonial Tour and Travel con portale web di informazioni www.colonialtours.com. Entrambe raccontano che la situazione è molto triste e, a livello lavorativo, un vero disastro.


La situazione è surreale. Bayahibe, il Dominicus, sono zone turistiche dove in ogni angolo ci sono piccoli negozi di souvenir, alimentari, colmado (le nostre vecchie mesticherie), ristoranti. Molti, moltissimi gli italiani che durante tutto l’anno passano le vacanze in questo luogo paradisiaco. In questo periodo di Covid19, durante il quale anche la popolazione locale è stata in quarantena e ha dovuto attenersi, e tutt’ora segue, il coprifuoco, molte attività hanno chiuso i battenti e le città sembrano essere cittadine fantasma.

Alessandra Vavala mi racconta come sta vivendo questo periodo di congedo forzato dal lavoro. 

«In questi mesi abbiamo vissuto solo di risparmi e di un piccolo sussidio che dà il governo dominicano pari a circa 110 euro al mese. All’inizio ho avuto molti momenti di sconforto ma poi ho cercato di sfruttare al meglio questa astinenza dal lavoro forzata e quindi sto vivendo la tranquillità della natura facendo lunghe passeggiate e godendomi il mare e la spiaggia, senza la frenesia del turismo, in tutta la sua bellezza.»

La stessa situazione la sta vivendo Debora Betona. 

«Vivere con il coprifuoco non è facile, specialmente con due bambini. Secondo me non è servito a molto visto che, durante il giorno, la gente fa un po’ quello che vuole. Essere senza lavoro da marzo è dura. La situazione è complicata, vedere tutto chiuso, senza nessun turista, quando invece siamo abituati ad avere sempre gente in giro, è molto triste.»

Sinai Old Spices a Sharm el Sheik

Expat a Sharm el Sheik: Gianni Vallelunga.

Ma non importa andare molto lontano dall’Italia per trovare spiagge da sogno e mare cristallino. Sharm el Sheik è una meta gettonatissima dal turismo italiano ed europeo. Ero molto curiosa di sapere come stessero andando le cose a due passi da casa nostra e così ho scritto ad un vecchio amico, Gianni Vallelunga, che insieme alla compagna Desiree Cottura gestisce il bed & breakfast Sinai Old Spices.
«Dopo il blocco dei voli del 21 marzo, qui è stato il “deserto”, solo pochi resort sono rimasti aperti. Il governo egiziano ha istituito il coprifuoco ad aprile, dalle 17 alle sei del mattino, per evitare assembramenti. Naturalmente noi abbiamo smesso di lavorare immediatamente. Ci aspettavamo un boom di contagi, invece il totale dei contagiati in tutto il Sinai del sud non ha superato la cinquantina, nessuno ricoverato in terapia intensiva. Qui non abbiamo avuto una percezione del virus acuta e preoccupante come magari si è vissuta in Italia. La situazione economica è, invece, decisamente preoccupante, fortunatamente abbiamo avuto scorte che ci hanno consentito di andare avanti. Il governo egiziano è riuscito a garantire l’assistenza a tutti in caso di contagio e assicurato gratuitamente le cure a chi si è ammalato. Da più di un mese alcuni Hotels hanno iniziato a riaprire ospitando prima clientela locale e poi, con la riapertura dei voli da diversi paesi europei, qualche straniero. Il B&B ha ripreso pian piano a lavorare. Ci stiamo rialzando con grande dignità, dopo sei mesi di stasi totale».


Expat a Zanzibar: Patrizia M. Di Fulmieri.

Spostandoci più a sud, in un’altra meta molto amata dal turismo italiano e non solo, mi accorgo che la situazione non è affatto migliore. Zanzibar, la perla dell’oceano Indiano è un arcipelago davanti alla costa della Tanzania. La sua isola principale, Unguja, è conosciuta appunto come Zanzibar. Qui ho trascorso un paio di anni fa il mio viaggio di nozze e per questo, oltre che per le sue bellezze mozzafiato e per le persone meravigliose che ho incontrato, ho lasciato lì un pezzetto del mo cuore. Immaginare le strade di Stone Town, sempre piene di gente che va e viene in ogni direzione, deserte mi rende davvero triste.
Patrizia M. Di Fulmieri, presidente dell’associazione Cuori in Viaggio, che opera sull’isola ormai da diversi anni, mi ha raccontato come stanno le cose.
«Zanzibar è covid-free da qualche tempo ma nonostante questo il settore del turismo e tutto quello che ruota intorno ad esso ne sta risentendo enormemente. L’isola è praticamente deserta e, abituata a vederla sempre piena di turisti, lo scenario che si presenta davanti agli occhi è surreale. Le piccole stradine di Stone Town, con le sue botteghe artigiane, sono vuote e le serrande abbassate sono tantissime. Chi è più fortunato è tornato a fare il lavoro che faceva prima, magari il pescatore o il coltivatore, ma qui si vive quasi esclusivamente di turismo e la gente, adesso, inizia ad essere in difficoltà. Attualmente qualche resort sta iniziando a riaprire con clientela proveniente dall’India e dall’est Europa (quest’ultima forse aggirando i molti controlli che ci sono), ma la situazione rimane comunque molto complicata.»


Torneremo a viaggiare? 

Alla fine di questa mia ricerca sull’impatto che il Covid19 ha avuto sui luoghi dove ho trascorso momenti felici e conosciuto persone speciali, mi rimane addosso un senso di tristezza e malinconia. Torneremo a viaggiare? Torneremo a guardare un tramonto spettacolare su una spiaggia di Zanzibar o a nascondere i piedi sotto la sabbia bianca dei Caraibi sotto l’ombra di una palma? Torneremo ad immergerci nelle acque cristalline del Mar Rosso e ammirare la barriera corallina? Voglio pensare di sì, voglio pensare che presto torneremo a viaggiare, a conoscere luoghi e culture diverse. Un detto recita «Non può piovere per sempre», io dico che «Il Covid19  non può vincere per sempre». Torneremo a riprenderci le nostre vite, anche meglio di come le abbiamo lasciate.
Claudia Gerini

Claudia Gerini
Nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato.
Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione). Telma, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in viaggio

Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in viaggio

Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in viaggio

People A cura di Claudia Gerini. Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in Viaggio, un'associazione che si occupa di bambini e anziani a Zanzibar.

Personalmente sono molto sensibile quando si parla di Africa, se poi si va nello specifico e si parla di Zanzibar inizia a battermi forte il cuore. Se oltre all’Africa e a Zanzibar aggiungiamo i sorrisi dei bambini allora mi si scioglie proprio!
Oggi voglio raccontarvi la storia di Cuori in Viaggio, un’associazione che opera a Zanzibar e che si occupa di bambini e non solo. Ho conosciuto questa realtà su Facebook, acquistando dei pacchetti di spezie in occasione del Natale – il curry più buono che abbia mai assaggiato!

Patrizia di Flumeri è la presidentessa dell'associazione Cuori in Viaggio. Benvenuta sul webmagazine Gli Scrittori della Porta Accanto. Chi sono e di che cosa si occupano i cuori in viaggio?

Cuori in Viaggio nasce ad agosto del 2018 dall’idea di otto soci fondatori, tutti amanti dell’Africa e del volontariato. Eravamo già sostenitori di un’associazione che operava in alcune realtà a Zanzibar, tra cui l’asilo di Kidoti, nel nord dell’isola. Durante una delle nostre vacanze io e l’attuale vice presidente, siamo stati convocati dallo Sheha del villaggio, l’equivalente del nostro sindaco, e dal comitato scolastico. Erano stati abbandonati già da due anni dalla precedente associazione che li sosteneva ed essendo senza fondi rischiavano di chiudere la scuola. Abbiamo deciso di non lasciarli soli e di costituirci come associazione regolarmente registrata sia in Italia che a Zanzibar, in modo da essere totalmente trasparenti con i nostri progetti, le nostre raccolte fondi e i nostri bilanci.

Che cosa siete riusciti a fare?

Grazie ai sostegni annuali siamo riusciti a dare gli stipendi alle dieci maestre che insegnano nell’asilo. Inoltre garantiamo un pasto al giorno ai bambini, una merenda a base di porridge o, una volta alla settimana, a base di banana, biscotti, latte o succhi. Ma oltre all’insegnamento e all’alimentazione, Cuori in Viaggio si occupa anche della salute dei bimbi. Sempre con l’aiuto delle donazioni garantiamo visite mediche e dentistiche a 105 bambini. Forniamo acqua in bottiglia in attesa di terminare l’impianto di depurazione dell’acqua offerto da una ditta, la 3i group, i cui lavori hanno avuto una battuta d’arresto a causa del Covid. Abbiamo anche costruito un’area giochi e il muro di cinta dell’asilo rendendo la struttura più sicura.

Cuori in Viaggio ha come obiettivi interventi a favore di persone svantaggiate e particolarmente bisognose, sia in Italia che all’estero, con particolare attenzione alle fasce più deboli come bambini e anziani. In che modo vi occupate anche di quest’ultima categoria?

Quest’inverno abbiamo deciso di allargare il nostro aiuto anche ad una casa di accoglienza per anziani senza famiglia a Welezo, periferia di Stone Town, migliorando le condizioni di chi già si trova lì e aumentando i posti letto. Con Cuori in Viaggio elaboriamo progetti affinché venga tutelato e valorizzato il territorio, favorendo anche la promozione dell’artigianato locale. A questo proposito aiutiamo una cooperativa di donne di Kidoti incentivando la produzione di sapone locale e acquistandolo per poi rivenderlo nei nostri mercatini solidali, cosi come le stoffe locali. Per chi è interessato organizziamo anche viaggi solidali per far conoscere da vicino queste realtà.

Cuori in viaggio: un aiuto a bambini, anziani e realtà locali

Perché proprio Zanzibar e non un altro posto qualsiasi in Africa?

Per quanto mi riguarda è iniziato per caso, con una vacanza. La mia destinazione dovevano essere i Caraibi, invece mi sono ritrovata lì e l’incontro con i bambini mi ha cambiato la vita. Da lì è stato un susseguirsi di viaggi, anche due volte l’anno. Da quando esiste l’associazione, lavoro permettendo, mi fermo anche qualche mese per poter seguire da vicino i nostri progetti.

Ti capisco, sono stata a Zanzibar qualche anno fa ed ho ancora davanti agli occhi i loro splendidi sorrisi!

Quello che tutti mi fanno notare, e che anche io noto con tenerezza, è che da quando stiamo seguendo i bambini dell’asilo anche il loro approccio e il loro umore è cambiato. Se prima vedevamo spesso visini tristi, adesso quei bimbi ci riempiono di sorrisi. In particolare una bambina, Nasra, mi ha rapito il cuore. Non sorrideva mai e al momento delle visite mediche urlava e piangeva, tanto che per tre volte di fila non riuscimmo a farle fare nulla. Un giorno cercai di distrarla tenendola in braccio tutto il tempo, cantandole delle canzoncine e mostrandole il telefono. Cosi riuscimmo a fare il prelievo di sangue con lei che mi guardava supplicante con le lacrime agli occhi. Ho pensato che mi avrebbe odiata per sempre! Invece piano piano Nasra ha cominciato a sorridere e quando arrivo all’asilo mi corre incontro e mi abbraccia. Il suo sorriso è sempre stato il mio orgoglio più grande. Un altro bambino, Hussein, è speciale per me. Lo conosco da quando è nato perché è figlio di una delle maestre. Lui mi ha scelta. Mi ha preso per mano e non mi ha lasciato più. Quello che mi ha sempre stupita è la loro iniziale riluttanza a farsi baciare e coccolare. Non sono abituati. Adesso sono loro che vengono a cercare le coccole e mi chiedono un “busu” (bacio) ed io me li bacio tutti!

Siamo tutti ancora in emergenza sanitaria ed economica per colpa del Covid. È cambiato il modo di operare di Cuori in Viaggio?

Cerchiamo di tenere monitorata sia l’emergenza sanitaria a Zanzibar, dove per fortuna non c’è stata un’alta mortalità come in Italia, sia quella economica. Zanzibar come tutti i luoghi che vivono di turismo ha subito un duro colpo con la chiusura anticipata della stagione.
Anche qui da noi in Italia la situazione si è fatta molto preoccupante. Persone e famiglie intere che sono state private anche di un reddito base. Da qui l’idea di produrre mascherine, in seguito anche alle molte richieste da parte dei nostri sostenitori. Grazie all’opera di volontarie, che si sono offerte di cucirle utilizzando le stoffe zanzibarine, grazie ai social dove abbiamo promosso questa iniziativa, abbiamo potuto raccogliere un po’ di soldi. Abbiamo poi deciso, in collaborazione con i servizi sociali di Bellaria Igea Marina, dove ha sede la società, di provvedere all’acquisto di cibo e prodotti sanitari per la casa e la persona facendo dei pacchi da distribuire alle famiglie in difficoltà.

Come può fare una persona che volesse contribuire ai vostri progetti? Come si fa ad aiutare Cuori in Viaggio?

Chi volesse aiutarci può farlo in diversi modi. Può semplicemente diventare un nostro socio, pagando la quota associativa annuale e ricevendo anche un nostro gadget. Oppure può compare i nostri prodotti zanzibarini come le spezie, le borse e i vestiti, facendo una donazione libera al nostro Iban o direttamente sul nostro sito www.cuorinviaggio.com.
O ancora può sostenere annualmente i nostri bambini garantendo loro la quota annuale per l’asilo, la divisa, la merenda giornaliera e le visite mediche. Tutte le donazioni possono essere scaricate sulla dichiarazioni dei redditi recuperando fino al 30% della spesa.

Ringrazio Patrizia Flumeri, è stato davvero un piacere conoscere la sua Associazione. Se siete curiosi di approfondire tutte le iniziative di Cuori in Viaggio, cercateli su Facebook o su Instagram cuorinoprofit. Sarete abbagliati, come me, dallo splendido sorriso dei bambini!




Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, StreetLib – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Telma, PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni
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Vita da gastronoma, racconto di Claudia Gerini

Vita da gastronoma, racconto di Claudia Gerini

Vita da gastronoma, racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Vita da gastronoma, dedicato ai clienti abituali e a tutti i colleghi che, come me, passano più tempo tra le mura di un supermercato che nella propria casa.

Sono ormai più di venti anni che lavoro in un supermercato. Ne avevo ventitré quando sono stata chiamata per il mio primo contratto a tempo determinato. La mia destinazione sarebbe stata la barriera casse ma il destino ha voluto che in quei giorni fosse andata in maternità un’addetta alle vendite del reparto gastronomia.
Ed è così che sono diventata una gastronoma.
Fare la gastronoma è uno dei lavori più belli che io abbia mai fatto ma allo stesso tempo uno dei più duri e faticosi. Lavorando dietro ad un banco si impara veramente un mestiere. Ci sono i prodotti e le materie prime da conoscere, le lavorazioni che sono molte e vari livelli di difficoltà.
Devi essere una brava venditrice perché non sempre un prodotto si vende da solo.

E poi c’è il cliente.

La persona che ogni giorno ti sceglie per portare in tavola i prodotti che vendi.
Sì, perché il cliente non sceglie solo il supermercato. In una realtà abbastanza piccola come la mia, il cliente sceglie anche chi gli vende le cose.
Lavorare in un supermercato in una piccola cittadina, dove quasi tutti si conoscono per nome, credo davvero che sia una fortuna. Ti mette davanti una realtà che spesso, nella frenesia di tutti giorni, viene dimenticata. Il cliente che ti chiama per nome, che ti chiede come stai o con il quale puoi scherzare e fare una battuta, è merce sempre più rara.
Ed è a loro e tutti i colleghi che, come me, passano più tempo tra le mura di un supermercato che nella propria casa, che è dedicato questo racconto.
La sveglia suona presto questa mattina, alle cinque in punto. Il mio turno di lavoro inizia alle sei. In un’ora devo, in quest’ordine: cercare di svegliarmi in fretta mettendomi l’anima in pace e alzarmi dal calduccio del mio letto; fare colazione, perché l’idea di affrontare le seguenti sette ore a digiuno non è di certo una buona idea; darmi una parvenza di decenza mettendo almeno un filo di trucco sulla faccia che pare uscita da un libro di Stephen King; sghiacciare il vetro della macchina, che d'inverno sembra avere cinque centimetri di ghiaccio depositato sopra; guidare senza andare a sbattere, cercando di “indovinare” la strada a memoria perché il vetro non farà mai in tempo a sbrinare; cambiarmi e indossare la divisa da lavoro; timbrare il cartellino. Alla fine di questa lista sicuramente anche voi vi sentirete già stanchi, come me!
Invece la giornata è appena iniziata.

Che cosa ci vorrà mai a tagliare un po’ di prosciutto e due spicchi di formaggio?

In realtà prima di arrivare ad affettare quel prosciutto o quei due spicchi di formaggio le cose da fare sono davvero tantissime. Così, in religioso silenzio, come richiede l’ora estremamente mattutina, mi metto a rifornire i vassoi del banco dei formaggi e a sistemare i prosciutti e i salami del retrobanco. Metto a cuocere polli e arrosti che devono essere pronti, belli caldi e fumanti per l’orario di apertura. L’attività è frenetica in tutti i reparti del supermercato. Si sentono le voci dei colleghi che in corsia riforniscono gli scaffali di scatolette e detersivi.
Davanti a me i ragazzi dell’ortofrutta scherzano e ridono mentre posizionano pesanti cassette di frutta e verdura. L’odore dei cornetti appena sfornati inebria l’aria col suo profumo invitante. I camion dei rifornimenti iniziano ad arrivare, si mettono in fila indiana aspettando pazientemente il proprio turno di scarico. Inizia il via vai dei muletti elettrici che spostano bancali di merci dai camion ai magazzini, dai magazzini all’area vendita. I bancali aspettano solo qualcuno che inizi a mettere sugli scaffali la merce che trasportano.
Mi sento quasi fortunata. Non tocca me disfare i bancali di rifornimento e fare ordini. La mattina la passerò dietro al banco, a diretto contatto con i miei clienti! Una voce ormai diventata familiare annuncia l’imminente apertura al pubblico. Sono le 8. Iniziano le danze.

Cascasse il mondo la prima cliente è sempre la solita.

Non capisco se, per essere la prima che mette piede in negozio, passi le sue notti appostata in macchina, nel parcheggio, o metta la sveglia tutte le mattine alla solita ora, come se dovesse timbrare il cartellino! Fatto sta che entra, tutte le mattine, alle 8 in punto, cascasse il mondo. E se una mattina, per un motivo o per un altro, non la vedo entrare mi preoccupo. Che cosa sarà mai successo? Si sarà ammalata, avrà fatto un incidente? O forse semplicemente non ha suonato la sveglia?
Ma dopo la prima cliente c’è sempre la seconda. Insomma, almeno per le prime ore, è un rito che si ripete giorno dopo giorno, anno dopo anno. Così arriva Maria, una mia ex bidella che ha visto praticamente in fasce me e la maggior parte degli adulti del mio paese. Me la ricordo quando ci coccolava o ci sgridava all'occorrenza. E ora eccola lì, a comprare i suoi cornetti vuoti, il prosciutto cotto e la polenta fritta per i nipoti. Tutti i giorni.
Una mattina arrivò tutta sorridente e soddisfatta. «Buongiorno Maria, come stai oggi?» Maria mi guardò e sorrise di nuovo. «Oggi molto bene. Sai che è il mio compleanno? 80, Claudia!» Accidenti, come si dice, 80 anni e non sentirli! Maria guida, fa la spesa, pensa ai nipoti… ci vorrei arrivare io alla sua età così. «E allora Maria tanti auguri! Oggi devi festeggiare per bene». E mentre le passavo la busta con dentro il prosciutto e la polenta per i nipoti, pensavo che alla fine sono davvero fortunata perché ogni giorno vedo persone, non semplici clienti, persone che mi raccontano di sé e delle loro storie.
Negli anni ho visto mamme con la pancia fare la spesa, con la carrozzina prima, il passeggino poi, e rincorrere i loro bimbi per tutto il supermercato.
E la cosa strana è che siamo sempre lì a rincorrere. Corse per servire speditamente i clienti, riempirei banchi e cercare di non far mancare nulla. Mandare via il cliente il più velocemente e il più soddisfatto possibile.
Ma se mi fermo a pensare il mio lavoro non è solo questo. Il mio lavoro è anche incrociare persone, conoscere storie, parlare, molte volte ascoltare.

A volte ascolto storie divertenti, altre banali.

Oppure mi ritrovo mio malgrado ad ascoltare storie tristi, a commuovermi io stessa ed a lottare con le lacrime che premono per scendere dagli occhi. E non possono perché sto lavorando, e magari gli altri intorno a me non capirebbero.
C’è stata quella volta in cui il marito di una signora che ho conosciuto fin da quando ero bambina è venuto a mancare. Non un’amica certo. Una conoscente, che poi in un paese piccolo come il mio, il confine tra amici e conoscenti è veramente molto sottile. E allora la vedo arrivare, tocca a me servirla, e il primo istinto è quello di stendere il mio braccio oltre il banco che ci divide e stringerle forte la mano, senza bisogno di parlare. Perché a volte i gesti valgono davvero più di mille parole, e non importa se io sono la commessa del supermercato, ti sono vicina e te lo faccio sapere.
Intanto arriva l’ora di pranzo e vedo entrare Martina dalla porta, come tutti santi giorni. So già che cosa chiederà. Ormai so già che cosa chiederà la maggior parte dei clienti che si fermano davanti al mio banco. “Una vaschetta piccola di zuppa di pane, senza tanta roba verde per favore… e sei fette di pancetta arrotolata fine.” Tutti i santi giorni. Tant’è vero che io a volte mi chiedo se non le venga a noia mangiare sempre le solite cose. Voglio dire la zuppa non è proprio una cosa leggerina, con tutto quel pane e il cavolo… e allora come diavolo fa? Ma non è mica la sola Martina. Ci sono quelli che tutti i giorni comprano un etto di ricotta, o il salame e la mortadella, oppure un etto e mezzo di patate arrosto e due pezzi di polenta. Tutti i giorni che Dio mette in terra da che lavoro lì! Non riesco a capire se sono solo degli abitudinari o dei compratori di affettati seriali!
Intanto tra clienti, polli in forno e patate arrosto il mio turno sta per finire. Anche oggi ho incontrato tutte le persone che da venti anni in qua fanno parte della mia vita.
Mi preparo per uscire, timbro il cartellino e mi avvio verso gli spogliatoi.
Mi tolgo il grembiule. Torno ad essere una persona e smetto i panni della gastronoma. Vado a casa, per oggi tornerò a fare la mamma. Domani la sveglia suonerà di nuovo all’alba e allora sarò ancora lì con i miei clienti e le loro storie.

Claudia Gerini
Nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Telma, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Il mio viaggio, racconto di Claudia Gerini

Il mio viaggio, racconto di Claudia Gerini

Il mio viaggio, racconto di Claudia Gerini

Inediti d'autore Racconto di Claudia Gerini. Vakaramoko oggi lavora, studia, cerca di vivere una vita dignitosa. Il mio viaggio è dedicato a lui e a tutti quelli che cercano di ricominciare a vivere.

Vakaramaoko è entrato nella mia vita un paio di anni fa. Appena arrivato nel mio paese, Ponsacco, in uno di quei centri dove vengono “ammassate” le persone come lui in attesa di non si sa che cosa. Vakaramoko oggi lavora, studia, cerca di vivere una vita dignitosa. Vakaramoko è un amico, un figlio, un fratello, una persona speciale che ormai fa parte della nostra famiglia. A lui e a tutti quelli che cercano di ricominciare a vivere dedico questo racconto.

Sono arrivato in Italia per caso.

Sono arrivato in Italia perché è il paese più vicino alla Libia. Sono arrivato in Italia per caso perché qualcuno su quella barca sapeva orientarsi con le stelle e con il sole.
Mi dicevano che se avessi studiato in Europa avrei avuto un sacco di opportunità. Vuoi mettere avere sul curriculum scritto università di Parigi, di Berlino o di Roma? Ero sicuro che studiare all’estero mi avrebbe aperto un sacco di porte e dato mille opportunità. E allora addio sacrifici, che mia madre aveva fatto per tutta la sua vita per farmi studiare. Addio pecore, che beate brucavano davanti casa. Addio spaccarsi la schiena per guadagnare qualche soldo. Mia madre e le mie sorelle sarebbero state orgogliose di me. E io avrei ripagato loro tutti gli sforzi e le rinunce che avevano dovuto fare fino a quel momento.
Ero riuscito a mettere da parte qualche soldo, non molto. Non mi sarei mai potuto permettere un biglietto aereo e il passaporto. Ma mi avevano detto che c’era un altro modo per raggiungere l’Europa. Era difficile e anche pericoloso, dicevano, ma costava molto meno. Avevo pensato e ripensato a questo, disteso nel letto, con mia madre che dormiva nella stanza accanto e che non immaginava lontanamente che idea avevo nella mia testa.
Una notte presi la mia decisione e sapevo che dopo non sarei mai potuto tornare indietro.

Sono nato in Costa d’Avorio. 

Il giorno che ho deciso di partire ho abbracciato mia madre consapevole che non l’avrei rivista mai più. Ho pagato il mio biglietto e ho lasciato per sempre il mio paese.
Avevo 18 anni.
Sono arrivato in Burkina Faso una sera di maggio. Avevo viaggiato prevalentemente di notte. In Burkina mi sono fermato circa due settimane. Avevo cercato lavoro ed ero stato fortunato perché avevo trovato un signore che cercava un muratore. Mi ero improvvisato muratore e avevo ottenuto il lavoro. Due settimane, giusto il tempo di racimolare qualche soldo.
Sono ripartito, destinazione Niger. Mi avvicinavo sempre di più alla costa. Ho viaggiato a piedi, attraversando foreste e deserti. Un viaggio infinito. Ogni sera ringraziavo Dio per essere arrivato fino a lì sano e salvo. Ogni sera credevo sempre di più in Dio.
Sono arrivato in Libia.
Non sapevo cosa avrei trovato.
Ho trovato la guerra.
Ho sentito le bombe sfiorare la mia testa. Ho visto uomini sparare. Ho respirato l’odore della morte e della paura. Ho pensato che sarei morto lì, a un passo dal mare, a un passo dall’Europa. Ho pensato che l’uomo a volte è crudele, che si uccide a vicenda per niente.
Ho pregato tanto.
Ho sentito la canna di una pistola contro la mia tempia.
Gli arabi ci disprezzavano solo perché eravamo africani. Eravamo schiavi, merce di scambio, merce.
Una mattina, prima del sorgere del sole, mi hanno messo su una barca insieme ad altri come me. Una barca di plastica che sembrava galleggiare per miracolo.
Ci hanno caricato lì sopra e ci hanno detto che di là dal mare c’era l’Europa.
Eravamo un puntino in mezzo al niente, il mare. Piccoli e sperduti, senza meta. Ma qualcuno sapeva cosa fare. Il sole sorge ad est. Alla sua sinistra c’è il nord. L’Europa è a nord. Qualcuno ha preso coraggio, ha preso in mano il timone…
Non sapevo come si chiamava la terra dove finalmente avevo messo piede. Non sapevo che fosse l’Italia. Non sapevo che sarebbe stato questo il paese che mi avrebbe accolto.
Non sapevo che sarebbe stato qui che avrei ricominciato a vivere.

Claudia Gerini
Nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Telma, PubMe - Collana Gli Scrittori della Porta Accanto.
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