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Il coraggio delle donne: 5 foto celebri

Il coraggio delle donne: 5 foto celebri

Il coraggio delle donne: 5 foto celebri

FotografiA Di Stefania Bergo. Cinque scatti che ritraggono il coraggio delle donne, divenute simbolo di protesta e resilienza.

Una fotografia trasmette emozione a colori o in bianco e nero in modo immediato, spesso senza filtri. Una fotografia è potente. Testimonia attimi che altrimenti andrebbero perduti e che invece devono essere ricordati. Per il messaggio che sottendono, non verbale ma ugualmente da pungo allo stomaco, o da aria fresca nei polmoni.
Quelle che seguono sono fotografie di fotografi professionisti o scatti rubati amatoriali. Ritraggono donne che lottano per difendere diritti umani, si oppongono a ingiustizie, protestano contro guerre e dittature – come ad esempio l'immagine di copertina di questo articolo che ritrae Emmeline Pankhurst, leader delle suffragette, arrestata fuori Buckingham Palace nel 1914. C'è chi lo fa usando la borsetta come arma, chi pone un fiore su una baionetta, chi sfida con sguardo ipnotico e chi resta serenamente o con rabbia ferma in piedi. Gesti ugualmente potenti e memorabili. Che qualcuno ha fissato per sempre in una fotografia.

La ragazza con il fiore – © Marc Riboud, 1967

1. La ragazza con il fiore – © Marc Riboud, 1967

È il 21 ottobre 1967. La giovane pacifista Jane Rose Kasmir tiene delicatamente un fiore in mano, contrapponendosi con dolcezza e serenità alle baionette delle guardie al Pentagono, durante una protesta contro la guerra del Vietnam. Marc Riboud, fotografo e fotoreporter francese, si trova tra la folla. Scorge la diciassettenne che porge il fiore ai soldati. E ruba il celebre attimo, lo scatto che diventerà icona del pacifismo – «Mettete dei fiori nei vostri cannoni». Lo stesso Riboud lo descriverà come «il simbolo della gioventù americana: un fiore contro le baionette». Del resto, la fotografia mette proprio in contrapposizione la guerra alla pace, il grigio al colore, lo scuro alla luce, la morte alla vita, l'azione e la resistenza, l'arma fallica e il fiore virginale, nell'antitesi dei trinomi uomo-arma-violenza e donna-fiore-non violenza.
Solo molti anni dopo, a metà degli anni '80, l'attivista Jan Rose Kasmir venne casualmente a conoscenza della notorietà della sua immagine nello scatto di Marc Riboud, e nel 2003 fu fotografata dallo stesso fotografo a Londra, mentre manifestava agitando la sua fotografia strappata a metà.

La donna con la borsetta – © Hans Runesson

2. La donna con la borsetta – © Hans Runesson, 1985

La fotografia è stata scattata da Hans Runesson nella cittadina di Växjö, in Svezia, il 13 aprile 1985. La donna è Danuta Danielsson, di 38 anni, e sta prendendo a borsettate un neonazista – Seppo Seluska, verrà condannato per aver torturato e ucciso un ebreo omosessuale qualche anno dopo – durante una manifestazione dimostrativa del Partito neonazista del Reich Nordico, fondato in Svezia nel '56. Fu pubblicata il giorno seguente sul quotidiano svedese Dagens Nyheter e in seguito su diverse testate inglesi.
La fotografia divenne celebre in poco tempo in tutto il mondo e fu selezionata come "fotografia del secolo" dalla rivista Vi e dalla Società Storica Fotografica Svedese.
Danuta Danielsson era una donna di origine polacca emigrata in Svezia dopo il matrimonio. La madre era stata internata nel campo di concentramento di Majdanek. Il suo gesto fu così potente che trascinò la protesta degli astanti, obbligando i manifestanti neonazisti a disperdersi. Tuttavia, già sofferente di ansie e depressione, forse incapace di reggere la pressione della stampa che voleva conoscere la sua storia, Danuta Danielsson si uccise pochi anni dopo, gettandosi da una finestra nel 1988 dopo un lungo periodo di cura.

Tess Asplund contro 300 neonazisti – © David Lagerlöf

3. Tess Asplund contro 300 neonazisti – © David Lagerlöf, 2016

3 maggio 2016. Per le strade di Borlänge, in Svezia, Maria-Teresa "Tess" Asplund, la quarantaduenne attivista di origini colombiane impegnata contro i movimenti xenofobi e razzisti, si imbatte in un corteo di 300 neonazisti del Movimento di resistenza nordico che sfila in difesa della supremazia dei bianchi. D'impulso, con rabbia e decisione, decide che quell'ennesimo corteo di un'estrema destra che stava avendo troppa eco, non solo in Svezia ma anche nel resto dell'Europa, «non s'ha da fare». Affronta i 300 uomini bianchi in silenzio, con il pugno chiuso e il braccio destro alzato – come Tommie Smith, l’ex velocista e giocatore di football americano, sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968.
Li ho visti sfilare, mi sono detta che non è ammissibile che razzisti ed estremisti predicatori di odio come loro sfilino in piazza. E mi sono messa in mezzo alla strada, decisa a tentare di fermare il loro corteo.
Viviamo in un’Europa in cui le idee di estrema destra stanno diventando sempre più popolari [...] Il razzismo è stato normalizzato in Svezia. Ma nessuno ci ha prestato attenzione. Forse adesso quello che ho fatto può servire a far capire che qualcosa si può comunque fare. Se una persona può farlo, chiunque può farlo. Tess Asplund
David Lagerlöf, fotografo svedese specializzato in reportage e ritratti, si trova tra la folla, intento a raccogliere testimonianze delle proteste contro il corteo neonazista. E immortala la più potente: una donna sola contro la violenza e l’intolleranza, il simbolo del coraggio al femminile.
Grazie alla risonanza avuta dalla fotografia, che fece il giro del mondo, sei anni dopo Tess fu riconosciuta dalla sua famiglia e potè ricongiungersi con il fratello e la madre, che aveva dovuto darla in adozione.

Taking a Stand in Baton Rouge – Jonathan Bachman

4. Taking a Stand in Baton Rouge – © Jonathan Bachman, 2016

Jonathan Bachman, candidato al Premio Pulitzer per il fotogiornalismo e vincitore del World Press Photo Award per le questioni contemporanee, testimonia con questo scatto le proteste, contro le violenze commesse dalla polizia americana nei confronti della popolazione nera, a Baton Rouge, in Louisiana, conseguenti la morte di Alton Sterling, un venditore ambulante ucciso a colpi di arma da fuoco da due agenti.
La fotografia ritrae la manifestante Ieshia Evans, un'infermiera di 28 anni, mentre affronta le forze dell’ordine vicino alla sede del Baton Rouge Police Department, il 9 luglio 2016. In mezzo a tante immagini violente dell'arresto e della morte di Alton Sterling, quella di Jonathan Bachman è apparsa subito iconica. Da un lato gli agenti in tenuta antisommossa, dinamici, nell'atto probabilmente di arrestarla o comunque di farla togliere dalla strada, colti un istante prima dell'azione. Dall'altro lei, sola, con un abito elegante, estivo, vulnerabile, stoica, fiera, resiste al moto semplicemente restano ferma in piedi, con aria serena ma risoluta. Irremovibile nella protesta.
She is the man in front of the tanks in Tiananmen Square, the woman alone facing the crowd of Neo-Nazis in Sweden.
Lei è l'uomo davanti ai carri armati in piazza Tienanmen, la donna sola di fronte alla folla di neonazisti in Svezia. Stella Kramer, photo editor, vincitrice del premio Pulitzer

La ragazza e il poliziotto – © Carlos Vera Mancilla

5. La ragazza e il poliziotto – © Carlos Vera Mancilla, 2016

Cile, 11 settembre 2016. È il 43° anniversario del colpo di stato militare del 1973 che ha rovesciato il governo socialista di Salvador Allende e ha portato al potere la giunta militare guidata da Augusto Pinochet, che ha poi instaurato una dittatura durata 17 anni. La protesta è organizzata dalle famiglie dei desaparecidos e delle vittime della repressione del regime.
Il fotoreporter della Reuters, Carlos Vera Mancilla, cattura il momento in cui una giovane donna fronteggia un poliziotto delle forze dell’ordine in assetto antisommossa, semplicemente guardandolo. Sostiene lo sguardo di lui con determinazione, immobilizzandolo con la sola forza dei muscoli oculari, mantenendo gli occhi inchiodati ai suoi. Una sfida ipnotica che va oltre la visiera e trasforma l'apparente passività della donna in azione, in forza intensa. Ancora una volta un simbolo.



Stefania Bergo

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Viaggio sentimentale nella fotografia di Elio Ciol

Viaggio sentimentale nella fotografia di Elio Ciol

Viaggio sentimentale nella fotografia di Elio Ciol

FotografiA Di Argyros Singh. Respiri di viaggio: la fotografia di Elio Ciol in mostra a Casarsa della Delizia fino al 26 settembre, tra il colore emozionante e il b/n sentimentale dei suoi scatti in giro per il mondo.

Casarsa della Delizia non è solo la città dove Pasolini ha vissuto gli anni giovanili; altre figure l’hanno animata nel corso del Novecento, per arrivare fino a oggi. In questi mesi, il fotografo Elio Ciol, nato nel 1929, espone nella sua città natale la mostra intitolata Respiri di viaggio, inaugurata il 3 marzo 2021 e prorogata fino al 26 settembre 2021.
Ciol aveva cominciato da giovanissimo a lavorare nel laboratorio fotografico del padre; nel decennio 1955-65 si era dedicato anche ai film documentari ed era stato fotografo di scena ne Gli ultimi di Vito Pandolfi e padre David Maria Turoldo.

Durante la sua attività Elio Ciol ha collaborato a numerosi cataloghi d’arte e ha prodotto diversi libri fotografici.

Le esposizioni sono molteplici, a livello italiano e internazionale, tra cui una mostra a New York (Immagini d’Italia) e una a Parigi (L’incanto della visione), entrambe del 2000. Tra i vari riconoscimenti, legati non solo alla sua terra d’origine, Ciol ha ricevuto un’attenzione particolare in àmbito russo: vale la pena segnalare la mostra antologica alla Classic Gallery di Mosca (2011-12) e la retrospettiva del 2019, che gli dedicò il MAMM (Multimedia Art Museum) di Mosca, diretto da Olga Sviblova, con 161 scatti del periodo 1950-90.
Con all’attivo circa trecento mostre, tra personali e collettive, e fotografie pubblicate in più di duecento libri, le opere di Elio Ciol hanno avuto fortuna internazionale, venendo acquisite da istituzioni quali il Metropolitan Museum of Art di New York, il Victoria & Albert Museum di Londra e il Museo Puškin di Mosca.
Sempre legato alla sua città, nel 2016 ha donato oltre settecento opere al Comune di Casarsa della Delizia, che ha organizzato la mostra che ora andremo a scoprire.

Respiri di viaggio

Le fotografie non sono suddivise in ordine cronologico, ma per area geografica, e la mostra è stata curata, insieme al catalogo, dallo storico dell’arte Fulvio Dell’Agnese.
Il b/n delle prime foto si alterna presto ai colori vivaci degli arabeschi e degli affreschi nelle chiese ortodosse. Uno dei tratti distintivi di questi scatti risiede nella pulizia geometrica operata dal Ciol, che rimarca i chiaroscuri e, soprattutto nel b/n, sembra spingere il piano alla profondità tipica di un bassorilievo. Sottile anche il gioco tra geometrie naturali e artificiali, quest’ultime connesse in particolare alle architetture.

Un modello: le foto spagnole

L’Alhambra di Granada - La moschea di Cordoba - La cattedrale di Siviglia - Il Guggenheim Museum a Bilbao

L’Alhambra di Granada e la cattedrale di Siviglia

Il primo gruppo di foto rappresenta l’Alhambra, a Granada. Qui i vivaci colori arabi si annullano nel b/n e rimane la pura forma: il succedersi di gallerie, archi e colonne, ripetuto in maniera quasi ossessiva, trasforma l’ambiente umano in un antro naturale, benché l’evolversi della materia sia guidata dalla mano dell’uomo. Nella prospettiva del fotografo, ogni arco appare l’introduzione al successivo, in un effetto matrioska che è possibile suggerire, a livello fotografico, all’infinito, ben al di fuori della cornice. In altri casi, la successione si esaurisce verso l’esterno, dove un cielo bianchissimo è pura luce, fonte essenziale nel riverberare le curve e le pieghe degli arabeschi.
Al contrario, la foto rappresentante la Porta del perdono è l’introduzione a un altro luogo di culto, la cattedrale di Siviglia, ma è un passaggio buio, reso ancora più oscuro dallo sguardo severo di san Pietro, dall’alto in basso. Nell’intreccio di queste opere, l’anima spagnola, intrisa della cultura mussulmana, dialoga nel silenzio della luce e dell’ombra, e se il luccichio dei pinnacoli e delle guglie è rassicurante, il nero delle vetrate e del rosone pone quasi in soggezione. Sembra quindi che il valore della luce sia apprezzabile a pieno solo dagli interni, laddove portali e vetrate nutrono l’edificio di una forza spirituale, sebbene dall’esterno questa energia appaia contenuta in uno scrigno minaccioso.

La Casa di Pilato, a Siviglia

Il punto di equilibrio si trova nella Casa di Pilato, a Siviglia, in cui Elio Ciol fotografa tre elementi all’apparenza indipendenti l’uno dall’altro. A un’attenta analisi, si rivela una delle fotografie più singolari della mostra. In alto, a parete, un insieme di armi, scudi e armature abbandonati in disordine, a coprire ogni spazio libero, come a suggerire l’esito nefasto di una battaglia. Al di sotto, la scultura che ritrae una donna dormiente; non una Venere, quanto una figura umana naturalmente spossata. Infine, a sinistra, una colonna regge un busto dall’espressione sconsolata, che potremmo immaginare insoddisfatta, se unita alle altre due forme. Nel complesso, gli elementi restituiscono un’impressione di stanchezza e di ordine forzato; l’eroismo è lontano e dormiente: non restano che pose dimesse e frammenti di storia che cercano di essere ricostituiti.

La moschea di Cordoba

Le fotografie della moschea di Cordoba, invece, mettono in risalto quell’interesse per i pattern tipico dell’arte araba e mussulmana. Il doppio ordine di archi sembra non avere fine e la visuale dal basso, tutta umana, schiaccerebbe l’osservatore, se non fosse per il bianco del soffitto che suggerisce, ancora una volta, un’apertura luminosa verso il cielo. Qui più che mai l’architettura è disegnata dal fotografo per suggerire una verticalità prodotta da elementi costruiti l’uno sull’altro, come in un alveare o in un castello di sabbia bagnata.

Il Guggenheim Museum a Bilbao

Le ultime foto spagnole sono invece legate all’arte contemporanea e rappresentano l’esterno del Guggenheim Museum, a Bilbao. In un primo scatto, un enorme aracnide domina il paesaggio e cattura gli avventori, ma – negli scatti che seguono – l’edificio realizzato da Frank O. Gehry si rivela un mostro ben più imponente e minaccioso, che ridicolizza la grandezza della bestia. Nella sua informità, imprigiona le luci in un modo non diverso dai luoghi che ho citato: il b/n rende lucide le pareti, glaciali, ma sono le zone d’ombra a incutere un timore reverenziale, in particolare a uno degli accessi. Sommessa, una linea di persone vestite di bianco funge da definitivo metro di misura tra l’uomo e la sua progenie.

Rovine e testimoni della storia

L’attenzione maggiore a questo gruppo di foto è un modo per parlare di alcune caratteristiche della fotografia di Elio Ciol: dall’impiego diffuso del chiaroscuro all’isolamento di alcuni pattern naturali o architettonici, dal gioco di proporzioni dettato dalla prospettiva all’interazione umana con i luoghi attraversati.
Quando poi l’umanità viene meno, restano le rovine di un passato glorioso.

Torri di tufo in Cappadocia - La Sfinge - La Casa di Pilato a Siviglia - Le rovine di Gerasa

Egitto, Libia e Giordania

L’Egitto ne è un esempio, con la sfinge in primo piano a rubare la scena e le proporzioni alle piramidi. E così, negli scatti libici di Leptis Magna, troviamo colonne distese, capitelli capovolti, un volto scolpito che guarda il cielo a bocca aperta, invocando l’attenzione dall’alto, mentre intorno crescono le erbacce, pronte a riappropriarsi dell’ambiente. Al contempo, un edificio a tholos, sfumato, è lasciato sullo sfondo con una luce sottile, quasi onirica, a circondarlo. Le rovine cercano di mantenere una loro dignità formale, una geometria e un ordine, ma si perdono in frammenti sconnessi di architettura.
Qualcosa di simile accade con le rovine di Gerasa, in Giordania, ma alcuni colonnati sopravvivono alla distruzione e ancora più potente è la loro immagine in un Medio Oriente attraversato da conflitti millenari. Addentrandosi nel deserto giordano, si ritrovano, racchiusi nell’arenaria, i monumenti funebri del regno nabateo, il cui stato di conservazione permette di apprezzarne le forme compiute. Nate da quella stessa roccia, le architetture rievocano la poesia di Michelangelo Buonarroti, per il quale nella pietra grezza si celava già il principio di ciò che sarebbe emerso.
Il cammino tra le rovine prosegue a ritroso nel tempo: di nuovo in Libia, a Mathendush Wadi, le rocce sono solcate da graffiti rupestri di origine prevalentemente neolitica, ritraenti animali quali giraffe e coccodrilli, unici testimoni di un luogo arido, un tempo solcato dalle acque.

Mongolia e Turchia

Diverse, invece, le figure che abitano il monastero buddhista di Erdene Zuu, in Mongolia, tra animali leggendari e reali, mentre un uomo in carne e ossa passa tra di loro a cavallo, lentamente: i resti non sembrano accettare l’accezione di “rovine” e continuano la loro guardia imperturbabili. Un esercito di nuvole li sovrasta e le volute del cielo si uniscono alle pieghe che modellano il volto di un drago. In un altro monastero, quello di Gandan a Ulan Bator, sempre in Mongolia, Elio Ciol mostra gli esseri demoniaci e leggendari appollaiati su tetti che sembrano onde o morbide correnti d’aria. Di nuovo, queste creature controllano il sito, indifferenti sotto il cielo nuvoloso che li opprime: esse possono ancora raccontare la loro storia, mentre le analoghe nubi delle foto in Armenia, a Zorats Karer, coprono alcune nude rocce disposte così almeno settemila anni fa. I menhir lasciano supporre l’ordine che li aveva caratterizzati, ma di loro non restano che schegge giganti ricoperte di muffe e prossime a disfarsi nei millenni a venire.
In Cappadocia, alcune torri di tufo, dette Camini delle fate, mescolano la mano dell’uomo a quella della natura. Si tratta di rocce lavorate dagli agenti atmosferici e in seguito da coloro che vollero ricavarne dei rifugi. In questo caso, Ciol gioca sulle proporzioni, al modo dell’aracnide di Bilbao, e siamo indecisi se le torri siano l’antro di piccoli esseri o grattacieli naturali.

Luoghi dello spirito

Nelle fotografie di Mathendush Wadi, di Zorats Karer e della Cappadocia riusciamo a percepire, grazie alle inquadrature del fotografo, un’anima antichissima, forse l’ultima traccia di un’impronta umana, o qualcosa di ancora più elevato.

La Madrasa di Mir-i-Arab - Il monastero di Zagorsk - Varanasi - Il Palazzo di pietra di Khiva - Shah-i-Zinda

Cina

Vi è un filone spirituale nelle fotografie di Elio Ciol che parte dalla preistoria e prosegue nei millenni. Ho già accennato ai templi della Mongolia, in paziente attesa di un avvenire ignoto.
Anche in Cina troviamo un particolare genere di spiritualità, connessa al sentimento comune di un popolo. I turisti che visitano la Grande Muraglia o la Città proibita imperiale, a Pechino, vivificano quei luoghi, così come i visitatori e i fedeli che camminano tra i rilievi scolpiti nella roccia della Collina Fubo, a Guilin. Nel ritratto dell’antica Cina compiuto da Ciol, tornano al centro le persone che, se affiancate ai soldati dell’Esercito di terracotta, a Xian, continuano ad assistere, con fiducioso rigore, alla grandezza di un impero che sembra destinato a risorgere.

Russia e Uzbekistan

Una potenza in decadenza è invece quella sovietica, ritratta da Elio Ciol nel 1985, nell’allora Leningrado (San Pietroburgo), durante una commemorazione per la vittoria del 1945, in cui si perpetua una propaganda del popolo a cui i pochi civili ritratti sembrano ormai estranei. Anonimi nelle loro divise scure, i soldati marciano come formiche guidate da una mano invisibile.
Più simili tra loro le rappresentazioni della spiritualità cristiana, mussulmana e indù. Ciol isola in alcuni scatti gli arabeschi, assolutizzandoli, ma altrove, per gli stessi ambienti, ci offre una visuale di più ampio respiro, che include i fedeli e gli edifici geometrici.

La Madrasa di Mir-i-Arab, a Bukhara, in Uzbekistan

Alla Madrasa di Mir-i-Arab, a Bukhara (Uzbekistan), un gruppo di donne del luogo è vestita con i colori dei mosaici e degli affreschi, a partire dal turchese e dalle tonalità del blu: l’insieme è reso omogeneo da un cielo dall’azzurro molto chiaro, sfumato ulteriormente da nuvole bianche che, sporgendo dall’orizzonte, sembrano vapori paradisiaci. Vi è anche un aneddoto del fotografo dietro a uno di questi scatti: egli si trovava in visita alla madrasa con un gruppo turistico, ma l’affollamento non aveva permesso di fare una fotografia che – a detta di Ciol – potesse esprimere quello che sentiva. Attese dunque il passaggio del gruppo e, a quel punto, le donne mussulmane attraversarono lo spazio, venendo immortalate. I retroscena non finiscono, perché in una foto possiamo osservare la presenza della moglie del fotografo, in fondo a destra, a braccia conserte in attesa del marito. Nelle sue fotografie, dunque, si trovano sia soggetti in posa che posti in modo casuale: l’interesse di Ciol consiste comunque nell’offrire all’osservatore un’immagine credibile.
Anche al monastero di Zagorsk, in Russia, ritroviamo il turchese e i colori vivaci dell’arte araba, in una commistione con l’arte classica nell’architettura. Il cielo è qui grigio, offuscato, ma nello scatto che ritrae le tre fedeli si trasforma in un bianco nitidissimo, destinato a proseguire nelle linee delle mura del santuario. Ancora una volta, l’accesso è oscuro, sebbene sia qui accompagnato dagli affreschi, che spingono l’avventore a raccogliersi in se stesso, come sembra fare una delle donne con il segno della croce.
Un altro momento di raccoglimento è quello attuato dallo stesso fotografo, che in uno scatto ritrae un artista di strada nell’atto di dipingere, e l’oggetto di interesse è lì, sul fondo, pronto per essere tradotto in una pellicola o su carta, a seconda delle sensibilità.

Bulgaria e India

Nel monastero di Rila, in Bulgaria, ritroviamo il grigiore di Zagorsk e persino le poche persone presenti sembrano inglobate nella pietra. A parlare, qui, sono le creature angeliche e infernali rappresentate sugli affreschi: mostri tratti da antiche civiltà e catapultati nell’universo cristiano, dove non dominano più e risultano invece umiliati. Unica, la Morte a cavallo, ha ancora la forza di imbrigliare i corpi e le anime nella bocca dell’Inferno.
Un religioso cammina tra queste immagini, con le mani incrociate dietro la schiena e l’espressione concentrata. La sua severità e compostezza richiamano alla mente quella di un altro fedele, questa volta indù, a Varanasi, in India. L’uomo cammina scalzo; è serio e guarda verso il basso, avvolto in se stesso. Lui e una vacca, considerata sacra, sono le uniche figure messe a fuoco: immortalate in una posa statuaria, portano equilibrio in una scena le cui architetture sembrano precipitare al suolo.

Affreschi, incisioni sulla roccia, edifici. Non sono gli unici soggetti che Elio Ciol fa parlare: più sottile è il dialogo intrattenuto dagli elementi essenziali, ovvero le linee, le curve, le geometrie intrecciate.

In Uzbekistan, il Palazzo di pietra di Khiva (Tosh-Hovli), la Casa dell’ambasciatore a Tashkent e Shah-i-Zinda, a Samarcanda, mostrano un tripudio di colori prodotto su maioliche, pietra e legno intagliato che appare roccia levigata. I motivi ornamentali diventano il vero soggetto su cui concentrare il proprio spirito. In particolare, gli schemi geometrici sono ammorbiditi dalla grafia araba e il bianco, l’azzurro e il blu emanano un senso di pace che cancella i limiti fisici della struttura, con i suoi volumi, e accompagna l’anima verso l’ascesi.
Non solo colori, però. Le mura di Khiva, rappresentate in b/n, si distendono come un tappeto nero che sfiora i piedi dei passanti; si direbbero dune di morbida sabbia, ma sono tradite dai merli che cingono le torri. E allora sono le ombre, scurissime, a celare la mano dell’uomo, restituendo la pura forma. Una statua, certamente di un saggio, è piegata a osservare che cosa accade a valle: le pareti che lo accerchiano ritornano onde di sabbia, pronte a migrare insieme al pensiero che trasmettono.

Questo desiderio di essere trasportati in altri lidi, questo flusso continuo che muove l’uomo e la natura è una costante.

In Nepal, i terrazzamenti sulla strada per Dhulikhel, a est di Katmandu, raccontano una natura rigogliosa, incompatibile con le poche risorse mostrate ai bordi dei laghetti di Chapgaun, dove i bambini cercano di ingegnarsi per vivere meglio. I terrazzamenti appaiono in pieno moto, pronti a trasformarsi nei soldati sovietici in marcia, a Leningrado, o viceversa.

In tutto questo, l’acqua è ovunque.

Nella vegetazione rigogliosa, in un laghetto ristagnante, nelle nubi grigie. È, ancora, nelle rocce di Petra, mescolata agli altri elementi per creare l’arte primigenia della Natura, o nella sacralità del fiume Gange, dopo un lungo viaggio durato oltre 2.500 chilometri, a partire dalle vette dell’Himalaya. Infine, l’acqua è nell’essenza delle fotografie di Santorini, in Grecia: è nel mar Mediterraneo, nel cielo e nelle cupole, inframmezzato al bianco delle nuvole, delle case e della schiuma. È la pace dell’Occidente, che aspira a un ritorno alla Natura, attraverso una nuova porta d’accesso verso l’origine.

Credits: www.themammothreflex.com

Argyros Singh
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2020: un anno da dimenticare, che nessuno dimenticherà

2020: un anno da dimenticare, che nessuno dimenticherà



FotografiA Di Ornella Nalon. 2020: un anno da dimenticare, che nessuno dimenticherà, raccontato attraverso le immagini più significative.

«Anno bisesto, anno sensa sesto» si dice da noi, a Venezia, che come facilmente si può intendere, altro non è che la formula dialettale del classico «Anno bisesto, anno funesto».
Ci siamo mai chiesti quale sia il motivo per cui si tenda e credere, per lo meno nella nostra cultura, che tale annata porti sfortuna?
In verità le origini non sono certe, ma la più accreditata si fa risalire all'epoca romana, nel momento in cui Giulio Cesare fece inserire a febbraio un giorno aggiuntivo ogni quattro anni. Come tutto ciò che non rientrava nel consueto, anche questa novità fu accolta con timore e diffidenza. Se poi si considera che proprio questo era il mese dedicato ai riti per i defunti, non si fa fatica a comprendere che il febbraio bisestile non poteva che essere associato a un cattivo augurio.

Che si creda oppure meno a tali superstizioni, è innegabile che il 2020, per l'appunto bisestile, sia stato particolarmente foriero di eventi negativi.

Mi riferisco alla scomparsa, a volte troppo prematura, di personaggi famosi della cultura e dello spettacolo, come Ezio Bosso, Ennio Morricone, Philippe Daverio, Gigi Proietti, Alberto Arbasino e dello sport, tra i quali cito Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, solo per voler restare nei confini del nostro Bel Paese.
Tuttavia è indubbio che quanto ci abbia maggiormente coinvolto e sconvolto è il persistere dell'epidemia di Covid-19.

Ora, questo 2020 ci sta lasciando. Dunque, un anno pieno, intenso, ma anche tanto vuoto.

Pieno di novità, per lo più negative, di incredulità, paure, illusioni, delusioni.
E vuoto di impegni, di contatti, di abbracci, di socialità in genere.
Un anno in cui il tempo si è dilatato a dismisura; proprio quello che sembrava non bastasse mai, ci è apparso in sovrabbondanza, tanto da riuscire a destabilizzare gli equilibri raggiunti, a rimescolare le priorità e creare persino un senso di vuoto. Un anno che ci ha piegati di fronte alle nostre più ataviche paure, che ci ha resi più individualisti e incattiviti, più fragili e allo stesso tempo più agguerriti. Sono tante le immagini simbolo che lo caratterizzano e che resteranno nei libri di storia.
  1. I cartelloni disegnati e colorati dai bambini con la frase “Andrà tutto bene”
  2. La foto rubata all'infermiera Elena Pagliarini, mentre, sfinita dal lavoro, si addormenta su una scrivania.
  3. L'interminabile fila dei mezzi militari che trasportano salme, nella città di Bergamo.
Alessia Bonari e il Papa che prega solo.
  1. Il Papa che prega «Dio, non lasciarci in balia della tempesta» in una deserta piazza San Pietro.
  2. Il selfie pubblicato su Instagram da Alessia Bonari, giovane infermiera che mostra i segni lasciati sul volto dalla mascherina indossata tutto il giorno.
L'illustrazione di Franco Rivolli e Sergio Mattarella (LaPress)
  1. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, nel giorno della Festa della Liberazione, rende omaggio ai caduti all'Altare della Patria, da solo e con la mascherina.
  2. Il disegno realizzato dall'illustratore Franco Rivolli e pubblicato su Facebook dall’Associazione Nazionale Carabinieri di Chiaravalle Centrale.
  3. Le foto del 27 dicembre, l'avvio "simbolico" della campagna di vaccinazione anti Covid-19.
Il V-day in Italia

Un anno lungo, pesante e difficile, che se fosse un film potrebbe essere soltanto un distopico del tipo Io sono leggenda il quale, dopo avere annichilito gli spettatori con le sue scene ansiogene, lascia un finale aperto alla speranza.
Ornella Nalon - Gli scrittori della porta accanto

Ornella Nalon
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Luca Campigotto, fotografo di viaggi e architettura, scrittore per passione

Luca Campigotto, fotografo di viaggi e architettura, scrittore per passione

Luca Campigotto, fotografo di viaggi e architettura, scrittore per passione

FotografiA Di Paola Casadei. Luca Campigotto, cacciatore di immagini, fotografo raffinato con un uso scenografico della luce, studioso di letteratura e appassionato di cinema.

Come si legge nella sua biografia, Luca Campigotto è nato a Venezia nel 1962, vive tra Milano e New York.
Si è laureato in storia moderna con una tesi sulla letteratura di viaggio nell'epoca delle grandi scoperte geografiche. Nella sua carriera, si è dedicato alla fotografia di paesaggio e architettura realizzando progetti su Venezia, Roma, Napoli, Londra, New York, Chicago, la strada delle casbah in Marocco, i templi di Angkor, Cile, India, Patagonia, Isola di Pasqua, Islanda, Cina, Yemen, Iran e Lapponia.
Coltiva da sempre l'interesse per la scrittura: alcune immagini e poesie sono state pubblicate nel 2005 sulla rivista letteraria Nuovi Argomenti. Lo ha scelto Enzo Siciliano.
È autore del calendario Epson 2014, intitolato "Scenari" e del calendario GEO-New York 2016.
Sono un fotografo che cerca di scappare dalla realtà costruendosi una via di fuga. Fotografo per me, per raccontarmi un’avventura.
Luca Campigotto

Per anni sceglie la fotografia. Ma la scrittura lo attrae ancora, e nel 2018 esce Disoriente.

Un libro diverso dai soliti cataloghi dove scrive poche righe per accompagnare le immagini: 115 foto e 23 testi scritti nell’arco di trent’anni.
Non è un catalogo fotografico. Un libro. “da comodino”? Un libro di viaggio? Forse. Un libro di immagini da leggere?
Luca Campigotto dichiara (potete ascoltarlo sul suo profilo Instagram lucacampigotto) che per lui scrivere questo libro è stato «faticoso, felice, complicato, catartico per certi aspetti». La falsariga è sempre quella della fotografia. I temi sono quelli del viaggio: paesaggio, lontananza nostalgia, il ricordo. Protagonisti sono ancora i luoghi, luoghi selvaggi deserti, montagne, ghiacciai, luoghi remoti e solitari. Poi città, Venezia, New York e altre, Cina per esempio. È un libro dedicato a riflessioni tipiche del vissuto, dove mette insieme pezzi di esperienze, cercando di assemblare, collegare tutto in una sorta di ricordo coerente.
Disoriente di Luca Campigotto

Disoriente

di Luca Campigotto
Postcart Edizioni
Fotografia
ISBN 978-8898391813
cartaceo 30,00€
Il libro è particolarmente riuscito anche dal punto di vista editoriale, grazie alla resa inaspettata delle fotografie a colori su carta opaca. Molto bella la qualità di stampa, i colori restano brillanti ed è giocato molto bene l’equilibrio tra foto e parole, non c’è sovrapposizione del fotografo o dell’autore.



Luca Campigotto è un artista raffinato, studioso di letteratura di viaggio, appassionato di cinema, cacciatore di immagini.

È un cacciatore di immagini, un creatore di scatti capaci sempre di stupire grazie a un uso particolare, «inventivo e quasi magico» della luce. E la fotografia gli serve per entrare in contatto con una dimensione avventurosa. «I suoi viaggi», si legge, «tra spazi metropolitani notturni immersi nell'illuminazione artificiale e sconfinati scenari desertici dove solo si intuisce la presenza dell’uomo, formano un percorso visivo unico, basato costantemente sulla tensione compositiva dell'inquadratura e l'uso scenografico della luce.»

La sua ricerca, come spiega lui stesso, è divisa in due filoni: uno di visioni legate al paesaggio, e uno di visioni metropolitane notturne che ha invece più a che fare con il cinema. 

Il primo è ispirato alle memorie storiche, alle avventure e alle esplorazioni (vorrei ricordare che uno studio che l’ha affascinato agli inizi era legato a mercanti del ‘400 e del ‘500) e, perché no?, alla letteratura di viaggio. Il secondo è più contemporaneo ed è legato alla sua passione per il cinema, fonte di ispirazione per gli scatti delle città. Racconta di aver visto Blade Runner nell’82 quando l’hanno proiettato di notte a Venezia: «Quando ho guardato quel film non facevo ancora il fotografo, ma ho sentito che la mia idea del vedere era cambiata». Si sentiva, o forse si sente, vicino a quella visione del cinema americano, e da lì ha preso ispirazione sull’uso delle luci di notte, sul controluce, in esterni e interni.



Ama la fotografia dell’800 legata al tema della frontiera, dal West selvaggio al Medio oriente.

Come pure la fotografia americana tra gli anni Settanta e Ottanta (per i conoscitori, indico Robert Adams e Stephen Shore). E il cinema di Ridley Scott, Michael Mann, Scorsese, Coppola.
Ha iniziato con Venetia Obscura a cercare una chiave di lettura diversa per un luogo noto a tutti, ma era con quello che aveva deciso di iniziare a fare il fotografo ed era la sua città di origine.
Al buio, con le foto di grande formato in bianco e nero, la mia città mi ha regalato quella dimensione di avventura di cui la mia ricerca aveva bisogno. Come se fosse una sorta di macchina del tempo. I risultati che ottengo di notte sono più imprevedibili di quelli che potrei ottenere, almeno ai miei occhi, di giorno. La resa dei colori e del bianco e nero non è scontata ed è la stessa ricerca che faccio poi in post produzione e nelle stampe.
Luca Campigotto
Per questo ama lavorare da solo, senza un assistente o uno stampatore, proprio perché vuole essere responsabile fino alla fine di tutto il processo.
I suoi scatti sono potenti e prorompenti, vi suggerisco di visitare il suo sito web o il suo profilo Instagram.

Credits: intervista rilasciata a Mariateresa Cerretelli da Wall Street International; La Repubblica


Paola Casadei
In origine farmacista e direttore tecnico di laboratorio omeopatico, ha lasciato Forlì per trasferirsi prima a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove ha insegnato musica e italiano. Ora risiede a Montpellier con la famiglia.
L'elefante è già in valigia, Lettere Animate Editore.
Malgré-nous. Contro la nostra volontà, traduzione, Ensemble Edizioni.
Dal buio alla luce. Il bisso marino e Chiara Vigo, traduzione, Cartabianca Editore.
Les fivettes, traduzione, Einaudi.
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Bodies of mothers: le donne vere di Jade Beall

Bodies of mothers: le donne vere di Jade Beall

Bodies of mothers: le donne vere di Jade Beall

FotografiA Di Stefania Bergo. Bodies of mothers, il bellissimo progetto fotografico di Jade Beall per mostrare il corpo delle mamme. Imperfetto. Reale. Meraviglioso.

Il corpo di una madre cambia. Lo fa da subito, per accogliere, e forse palesare, la nuova vita. Il ventre si gonfia, il seno diventa più prosperoso e l'iride più cristallina, acquista una luce inusuale e inconfondibile.
Di trasformazioni, poi, nel corso dei nove mesi, ne subisce a tal punto che quasi sembra impossibile possa tornare quello di un tempo. E infatti, nella maggior parte dei casi, per quelle reali di noi, cioè, il miracolo non avviene e finiamo per portarci dietro un indistinguibile segno di vita generata. E quando palestra e trattamenti rassodanti falliscono miseramente, non resta che nascondere qualche smagliatura di troppo o le nuove morbide rotondità. Beh dai, magari non proprio nascondere, perché in fin dei conti siamo orgogliose delle tracce lasciate dai nostri figli, ma non ci viene certo in mente di mostrare ventri flaccidi, seni ormai cadenti per l'allattamento prolungato o cuscinetti adiposi accoccolati sul giro vita e le cosce, giusto?

Sono tante le donne che, nonostante la felicità di essere diventate madri, passano anni a combattere contro un'immagine di sé che non accettano più perché lontana dagli standard usuali di bellezza e perfezione. 

Anche perché spesso ciò che viene restituito, da surrogati di Wonderwoman sotto i riflettori, è l'idea di una donna che in soli due, tre mesi ritrova la sua smagliante forma fisica. Certo, partendo già da una base – quella di nove mesi prima – surreale, ovvio!
Jade Beall ha invece deciso di non combattere contro smagliature e cellulite post-partum. Ha fatto esattamente il contrario.

Bodies of mothers – (c) PH Jade Beall

Jade Beall è una mamma e fotografa dell'Arizona che ha pensato bene di celebrare il corpo femminile dopo la gravidanza, a dispetto di tutto. 

Una bellezza senza trucchi, quella delle donne reali, contro gli stereotipi che ci vogliono tutte alte, magre e senza cellulite.
Il suo progetto Bodies of mothers – oggi suddiviso in Motherhood e Breastfeeding –  è nato per caso dall'insoddisfazione, dal rifiuto per il suo corpo di neo-mamma. Stanca di non sentirsi bene nella sua pelle, si è fotografata nuda per mostrare agli altri quello che non le piaceva, come fosse una terapia d'urto. La risposta di altre donne che chiedevano di essere parimenti fotografate e mostrate, è stata inaspettata, all'unisono col messaggio di Jade Beall: voglio amarmi così come sono!
Le testimonianze raccolte in questo progetto fanno anche parte di un libro pubblicato nel 2004, The Bodies of Mothers: A Beautiful Body Project: 170 pagine di ritratti di settanta donne da tutto il mondo, storie potenti scritte sui loro corpi. Un incredibile viaggio  attraverso la fotografia per sentirsi meravigliosamente imperfette. Umane.

Il progetto Bodies of mothers si è nel tempo ampliato, diventando You are beautiful.

Sul sito ufficiale di Jade Beall è possibile trovare fotografie e racconti di donne – ma anche di qualche uomo –, testimonianze per immagini di vita vissuta e subita: dagli abusi sessuali, ai disturbi alimentari, alla disabilità, allo scempio del cancro al seno, dalla vecchiaia ai rifugiati nei campi profughi in Siria e Afghanistan.
You are beautiful. 
Donne vere, orgogliose e coraggiose.
Perché è questo il vero canone di bellezza cui assurgere.
Lasciamo la plastica alle bambole.

You are beautiful – (c) PH Jade Beall



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, PubMe Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Advanced style: Ari Seth Cohen ritrae la bellezza over 60

Advanced style: Ari Seth Cohen ritrae la bellezza over 60

Advanced style: Ari Seth Cohen ritrae la bellezza over 60

FotografiA Di Stefania Bergo. Advanced style, il progetto fotografico di Ari Seth Cohen, che ritrae la bellezza over 60: eleganti, eccentriche, creative e consapevoli, le signore mature non passano mai di moda.

Nella moda, e forse in generale, la tendenza è quella di presentare stereotipi di donna sempre più giovani, omologate in bellezza, forme ed espressioni, dei manichini perfetti, efebici, quasi asessuati. L'era delle modelle anni '80, quelle che mostravano anche la loro personalità, il loro tratto distintivo, è chiaramente finita. In questo modo, ciò che emerge dalla fotografia è il contesto, o l'abito, o il rossetto, a favore di un marketing sempre più spinto, e di un fashion style ormai mero business.
Ari Seth Cohen, street photographer statunitense, ha invece deciso di prendere la moda per quello che è, cioè un gioco di stile. E ha avuto la grande intuizione di catturare il lato divertente e bizzarro delle persone over 60, creando un blog: Advanced Style, un album fotografico di sorrisi e sana eccentricità, a dimostrazione di quanto lo stile personale possa migliorare con l’avanzare degli anni, quando liberi del fardello di dover piacere, si può semplicemente piacersi.

Advanced style: il lato divertente e bizzarro delle persone over 60

Tutto è cominciato nell'agosto del 2008, quando Ari Seth, che vive a New York, ha iniziato a girare per le strade della Grande Mela alla ricerca dei look più interessanti e particolari da catturare con la sua fotocamera.

Il suo progetto era mostrare le persone più avanti con l'età in tutta la loro immagine positiva e d'ispirazione. I suoi modelli preferiti, sia donne sia uomini, hanno quindi  un’età media di 70 anni, originali ed eleganti, dotati di uno spirito e di uno stile creativo.
Si può obiettare che abbia immortalato principalmente – ma non solo – le persone più abbienti, ma non bisogna dimenticare che il suo progetto sia pur sempre legato alla moda e all'eccentricità raffinata. Ovviamente, la vera bellezza di un viso segnato dal tempo, che nasconda tra le pieghe un'intera vita da raccontare non ha estrazione sociale e non veste necessariamente Prada.

I look più interessanti e particolari di New York

Ari Seth ritrae donne e uomini che stanno bene con il proprio corpo e indossano tutto ciò che li fa sentire a proprio agio. 

Dai suoi scatti urbani emergono forti personalità, creative e disinvolte, dal glamour spumeggiante, con l'aspetto raffinato di chi l'ha perfezionato nel tempo, e un positivo approccio alla vita.
Ispirato dallo stile originale di sua nonna e dal suo desiderio di creare una moda specifica per persone con un lungo vissuto alle spalle ma con l'entusiasmo di chi abbia ancora una vita davanti, Advanced Style ha dato vita ad una vera e propria nicchia nel campo della fotografia, e lo stesso  Ari Seth si definisce un esperto in ritratti di signore mature, credendo fermamente che le donne over 60 non siano mai passate di moda. Il suo blog, infatti, oltre agli scatti di sconosciuti, presenta omaggi a icone dello stile senza tempo.

Ritratti di signore over 60

Ritratti di signore e signori over 60

Advanced Style è anche un libro, pubblicato nel 2012, e un documentario, uscito nel 2014.

Nel 2012 Ari Seth Cohen ha pubblicato il suo primo libro fotografico contenente i ritratti di signore e signori over 60, cui ha fatto seguito un secondo volume, Advanced Style: Older & Wiser, edito nel 2016.
Advanced Style di Ari Seth Cohen

Advanced Style

di Ari Seth Cohen
Powerhouse Books
Fotografico
ISBN 978-1576875926
cartaceo 22,61€
A maggio del 2014, ha fatto il suo debutto in anteprima anche un documentario indipendente della regista Lina Plioplyte, dedicato a sette protagoniste degli scatti di Ari Seth Cohen, sette favolose newyorkesi tra i 62 e i 95 anni, che potrebbero benissimo tener testa alle più famose amiche di Sex and the City, sfidando con eleganza i più radicati stereotipi di bellezza e dell’invecchiamento.



Un altro aspetto molto interessante del progetto di Ari Seth Cohen, è confrontare come vivano il fashion style i frizzanti pensionati di tutto il mondo.

Quanto la cultura e la società possono influire sulla propria percezione dell'immagine da mostrare? Spesso, infatti, si ritiene, a torto o a ragione, che un certo tipo di abbigliamento sia adatto ai più giovani, mentre sia decisamente sconveniente o abbia addirittura un risultato grottesco se indossato da persone più mature.
Voi cosa ne pensate?

il fashion style dei frizzanti pensionati di tutto il mondo



Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, PubMe Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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David Goldblatt, il fotografo dell’Apartheid

David Goldblatt, il fotografo dell’Apartheid

David Goldblatt, il fotografo dell’Apartheid

FotografiA Di Paola Casadei. David Goldblatt. Il fotografo dell’Apartheid, nato nel 1930 a Randfontein da una famiglia ebrea lituana sfuggita alle persecuzioni naziste. Testimonianze di 50 anni di vita in Sudafrica.

Il 24 giugno di quest’anno è morto, nella sua casa a Johannesburg, all’età di 88 anni un grande fotografo sudafricano, David Goldblatt. Era nato nel 1930 da una famiglia ebrea lituana sfuggita alle persecuzioni naziste a Randfontein, vicino a Johannesburg, nei pressi di una piccola città mineraria (oro) e si è laureato in commercio a WITS. Ha cominciato a fotografare il mondo attorno a sé fin da quando aveva diciotto anni, quindi verso il 1948, e proprio quell'anno veniva istituita (legalmente) l’apartheid.
Un animo sensibile come il suo doveva aver visto per tutta la sua infanzia atti ed episodi di razzismo, e per cinquant’anni ha stampato (in bianco e nero, «perché alcune cose sono troppo dure e difficili per poterle fotografare a colori») la sua testimonianza delle contraddizioni della società sudafricana, della brutalità e delle ingiustizie quotidiane.
Lo sfondo delle sue foto erano i quartieri residenziali delle belle città, come Città del Capo, le townships come quella di Soweto, la gigantesca baraccopoli ai margini di Johannesburg, i parchi immensi con i big five e le strade frequentate dai neri.

David Goldblatt è stato il primo artista sudafricano a esporre con una personale al MoMA di New York, nel 1998, e ha ricevuto vari premi e riconoscimenti, come l’Hasselblad Award nel 2006 e l’Henri Cartier Bresson Award nel 2009. 

Le sue foto, durante la sua carriera, sono state pubblicate sulle riviste del mondo ed esposte in molti musei importanti, a Lisbona, Oxford, Monaco di Baviera, Bruxelles e Johannesburg e anche alla Biennale di Venezia. Ha esposto a Documenta, ha tenuto mostre personali al Museo Ebraico e al New Museum di New York, e il Centre Pompidou di Parigi gli ha regalato una grande retrospettiva, poco prima della sua morte.
David Goldblatt era un uomo con dei valori che voleva difendere, e ha cercato di esprimerli e testimoniarli con il suo lavoro. Tra le sue dichiarazioni ho letto:
Ero molto interessato agli eventi che si svolgevano nel paese come cittadino ma, come fotografo, non sono particolarmente interessato, e non lo ero allora, a fotografare il momento in cui succede qualcosa. Sono interessato alle condizioni che danno origine agli eventi.
Nella sua ricerca dei soggetti da fotografare e nella realizzazione, non cercava di mostrare una tragedia in particolare, ma voleva studiare e restituire un’immagine del dolore silenzioso e persistente. Non cercava di cogliere il dramma nel momento in cui esso avveniva, ma raccontava la sopportazione, la disperazione silenziosa delle vittime di violenze, la rassegnazione, a volte la paura, la fatica, la stanchezza, senza gridarle mai.

Fotografie di David Goldblatt | Lifetimes under apartheid

L’apartheid, scrisse David Goldblatt, «era una matrice grigia della legislazione e della regolamentazione che incombevano sul paese, penetrando, limitando, controllando e ostacolando ogni aspetto della vita. Niente e nessuno è sfuggito a questo».

L’apartheid è stata legale dal ’48 al ’91; aveva le sue imposizioni, i suoi codici, il razzismo riempiva gli spazi. E David Goldblatt ha cercato di dare una voce a tutto questo.
Una serie di foto pubblicata nel ’73 si chiama On the mines, si trova in vendita su Amazon e le altre piattaforme: documenta l’attività massacrante dei minatori che vivevano a lungo nel sottosuolo, a grattare con le unghie per cercare oro, diamanti e sopravvivenza. Alcune foto sono sfuocate a causa della luce del luogo, non modificate con artifici o luci aggiuntive per dare un effetto il più vicino possibile alla realtà, e le figure umane paiono davvero fantasmi su quel tetro sfondo.
Un’altra collezione, pubblicata nel 1986 sempre assieme a Nadine Gordimer, autrice sudafricana e attivista anti-apartheid, si intitola Lifetimes under apartheid e raccoglie una selezione di storie scritte dell’autrice vincitrice del Premio Nobel per la letteratura accompagnate dalle fotografie di uomini e bambini di Goldblatt. Sulla copertina la foto di un ragazzino di 15 anni picchiato dalla polizia e arrestato, la rassegnazione negli occhi, forse la paura, un’ombra sul dolore provato.

Fotografie di David Goldblatt | The transported: a South African Odyssey, Particulars e On the mines

Sempre a metà degli Anni ’70 nasce la serie Particulars: per sei mesi David Goldblatt ha fotografato solo dettagli del corpo delle persone, osservandone l’attitudine, la postura, i gesti, l’abbigliamento.

Il risultato è un catalogo di incontri ravvicinati di uomini e donne, bianchi o neri, fotografati non in quanto figure intere, ma in certi dettagli, gli abiti, le scarpe, le pieghe della pelle, le pose assunte dinanzi all’obiettivo, i gesti spontanei, la miseria, la solitudine, il pudore, i movimenti delle mani. Lavorando, si era reso conto che nel linguaggio del corpo, nei vestiti, nella decorazione, negli atteggiamenti, era possibile leggere i valori in cui la gente crede, ed è in questa ottica che ha esplorato il corpo come fonte di segni e informazioni che raccontassero la comunità in cui vivevano.
Da notare anche la serie The transported: a South African Odyssey.
«Sulla copertina, drammatico lo scatto che ritaglia, nella penombra di un autobus notturno, le sagome dei passeggeri, tutti lavoratori-schiavi di ritorno verso casa, costretti a riprendere servizio all’alba; uno di loro, al centro, investito dalla fredda luce artificiale, ha la testa reclinata all’indietro, vinto dal sonno e dalla fatica. Quasi la scena di un delitto muto .»
- da www.artribune.com


Paola Casadei
In origine farmacista e direttore tecnico di laboratorio omeopatico, ha lasciato Forlì per trasferirsi prima a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove ha insegnato musica e italiano. Ora risiede a Montpellier con la famiglia.
L'elefante è già in valigia, Lettere Animate Editore.
Malgré-nous. Contro la nostra volontà, traduzione, Ensemble Edizioni.
Dal buio alla luce. Il bisso marino e Chiara Vigo, traduzione, Cartabianca Editore.
Les fivettes, traduzione, Einaudi.
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