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A single Man, un film di Tom Ford: la recensione

A single Man, un film di Tom Ford: la recensione

A single Man, un film di Tom Ford: la recensione

Cinema Recensione di Mario D'Acunto. A single man, il debutto al cinema dello stilista Tom Ford: è l’estetica la vera forza del film, la sorellanza leopardiana di moda e morte.

Esordio alla regia per lo stilista Tom Ford, con A Single Man, film del 2009, ambientato nel 1962, anno del raggiunto accordo segreto tra il presidente russo Chruščёv e Fidel Castro, che porterà all’installazione sul territorio cubano di strutture di lancio missilistiche, necessarie all’impedimento di una possibile invasione statunitense.
Il dato storico (in particolare la paura di rimanere vittime di una guerra missilistica) non è trascurabile se si pone l’attenzione sul filo rosso che percorre l’intera narrazione filmica, ossia il preannuncio e la coscienza di una morte avvertita come inevitabile dal protagonista George, che le attribuisce il ruolo di condizione ultima e unica focalizzabile di un presente che non si affaccia al futuro, ma che procede inesorabilmente e a passi lenti verso di essa. Emblematico a tal proposito il riferimento al noto volto di Psycho, che si trasforma in un’opera davanti alla quale si può parcheggiare un’auto e fumare una sigaretta... si attende la morte familiarizzandovi.

Fin dalle scene iniziali di A single Man si nota la mano e l’idea dello stilista Tom Ford.

Basti pensare all’accurata scelta delle musiche classiche d’orchestra, che diventano ampliamento della cupa condizione interiore del protagonista, nonché accompagnamento verso un viaggio con destinazione morte che, anche grazie ad esse, George e lo spettatore compiono insieme. Probabilmente nella scelta Ford avrà tenuto ben presente il Kubrick di Arancia Meccanica. Una somiglianza che diventa fin troppo lampante quando entra in gioco la mescalina.
Si cade in errore se si cerca la forza del film nella sceneggiatura, che con la morte della persona più cara al nostro Professor Falconer, causa nello spettatore più pietà e vicinanza al protagonista in una forma di commiserazione, che un motivo originale e accattivante che tiene accesa l’attenzione dall’inizio alla fine.
Inoltre la tematica omosessuale è uno sfondo che fortunatamente ai nostri giorni non fa troppo scalpore.

A Single Man REGIA Tom Ford
A single Man, un film di Tom Ford: la recensione

A Single Man

REGIA Tom Ford
SCENEGGIATURA Tom Ford, David Scearce
FOTOGRAFIA  Eduard Grau
MUSICHE Abel Korzeniowski Shigeru Umebayashi
DISTRIBUZIONE Archibald Film
ANNO 2009

CAST
Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode

È l’estetica la vera forza del film, la sorellanza leopardiana di moda e morte. 

La superficie colpisce, l’esperienza estetica ipnotizza lo spettatore in slow-motion che hanno il sapore di fashion films.
Persino il colore diviene un‘esperienza estetica, nel suo farsi più acceso in alcuni dettagli (labbra rosse, corpi atletici ecc.) che creano un’empatia tra George e noi spettatori. In fondo, siamo tutti George... o almeno fino alla fine del film.
Un’ importante marca registica quindi, che unita alla cura dei dettagli, degli abiti, dei giochi di luce e dei colori in scena, rende l’esperienza estetica esemplare, nell’accezione letterale del termine, ossia portatrice di un esempio, quello che il regista ha tentato quantomeno di trasmetterci.




Mario-D-Acunto

Mario D'Acunto
Sono un cantautore e studente universitario in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho visto nascere la mia passione per la musica sui banchi di scuola, scrivendo il mio primo brano durante una lezione di Greco. Ho iniziato ad appassionarmi al cinema, materia di studio nel mio corso, con spirito critico. Mi piace viaggiare e rimanere incantato davanti alle bellezze della natura. Credo l'arte, che si tratti di musica, cinema o letteratura, sia una delle più alte manifestazioni dello spirito umano, da accogliere, condividere e trasmettere…
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Life=Cinematic Imperfections, un film-documentario di Avo Kaprealian

Life=Cinematic Imperfections, un film-documentario di Avo Kaprealian

Life=Cinematic Imperfections, un documentario di Avo Kaprealian

Cinema Di Mario D'Acunto. Prima assoluta mondiale sul grande schermo per Life = Cinematic Imperfections, il film-documentario del regista siriano Avo Kaprealian, al 36° Torino Film Festival.

Prima assoluta mondiale sul grande schermo per Life = Cinematic Imperfections, di Avo Kaprealian, film con cui il regista ha partecipato al 36° Torino Film Festival.
Un modo innovativo, anche se non da primo ingegnere, con cui Avo Kaprealian stravolge la classica concezione di “film”, l’idea tradizionale di sviluppo narrativo ad essa sottesa, con un’alternanza di sequenze che travolgono lo spettatore e al contempo appaiono lente, nude e crude nella loro drammaticità.
Chiare marche registiche risultano allora l’assenza quasi totale di dialoghi e la sporadica presenza di una voce extra-diegetica, oltre all’adozione di un sonoro che spesso riproduce in maniera fedele i naturali rumori che circondano il set. Il silenzio e la conseguente sensazione di vuoto, trasmessa magistralmente dai gesti e dagli sguardi dei pochi attori in scena, creano “una sfera” nella quale lo spettatore si interroga su questioni esistenziali e in cui si trova a muoversi: realtà devastante, cinema, teatro, letteratura, metacinema e metateatralità. Una commistione di elementi che con il contributo di qualche “scossa sonora” a ritmo di rock, riesce a far desistere lo spettatore (o almeno chi decide di esserlo sino alla fine) dal desiderio di abbandonare la sala.

Life=Cinematic Imperfections di Avo Kaprealian: siamo all’interno di un impero della mente.

Non spaventatevi... nulla a che vedere con il Lynch di Inland Empire. Siamo nell’insieme di ramificazioni e di direzioni che la nostra mente intraprende nello svolgersi della nostra esistenza. Il tutto alla velocità di un click.
Forse è proprio qui il senso del titolo: “Life” è vita e la nostra vita, sembra dirci Avo Kaprealian, è proprio un susseguirsi di imperfezioni in un continuo mutamento funzionale all’unità del tutto, ma allo stesso tempo autonomo nel suo manifestarsi nel presente. Imperfezioni che, se riprese, diventano cinematografiche nella loro stessa imperfezione. Perché non esiste la perfezione e tanto meno il film vuole essere perfetto.
Ci troviamo di fronte a un film-documentario che è allora composto da tanti film, legati da un’unità che è presente quantomeno a livello di contenuto.
Un’opera d’arte, che in quanto tale è aperta e portatrice di un esempio. Senza scomodare Wittgenstein, ci basti ricordare che l’opera d’arte vive nel continuo dialogo tra essa e il suo fruitore. E probabilmente è così che Avo Kaprealian ha concepito il suo film: un’opera d’arte sempre aperta, in continua evoluzione.
Vi starete chiedendo cosa ne è della trama e del finale… beh, chi ha ben letto, ha ben inteso!
Visione consigliata: sì.




Mario-D-Acunto

Mario D'Acunto
Sono un cantautore e studente universitario in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho visto nascere la mia passione per la musica sui banchi di scuola, scrivendo il mio primo brano durante una lezione di Greco. Ho iniziato ad appassionarmi al cinema, materia di studio nel mio corso, con spirito critico. Mi piace viaggiare e rimanere incantato davanti alle bellezze della natura. Credo l'arte, che si tratti di musica, cinema o letteratura, sia una delle più alte manifestazioni dello spirito umano, da accogliere, condividere e trasmettere…
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Pertini, il combattente, una produzione Anele: al cinema dal 15 marzo

Pertini, il combattente, una produzione Anele: al cinema dal 15 marzo

Pertini, il combattente, una produzione Anele: al cinema dal 15 marzo

Cinema | Di Mario D'Acunto. Al cinema dal 15 marzo, il primo film "documento" sul Presidente più amato dagli Italiani, tratto dal libro Il combattente. Come si diventa Pertini. Una produzione Anele, in collaborazione con Altre Storie, Sky Cinema e Rai Cinema.

Attivista, detenuto, partigiano, politico integerrimo e infine Presidente della Repubblica, il “più amato dagli italiani”: questo e molto altro è stato Sandro Pertini, come ci racconta il nuovo film ‘documento’ Pertini, il combattente.
Scritto e diretto da Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo, prodotto da Gloria Giorgianni, con Cesare Fragnelli e Tore Sansonetti, il film sarà al cinema dal 15 marzo, distribuito da Altre Storie.
Un titolo che riassume il valore insito nell’uomo Pertini, il suo spirito coraggioso e ribelle, la sua integerrima fede politica, il suo incarnare i caratteri di un eroe popolare, di chi porta sulla propria pelle l’esperienza della trincea, le condanne del fascismo, l’esilio e il carcere, giorni in cui la giovinezza passava , ma il suo spirito era sempre fuori con i combattenti.
Un uomo che era sempre dalla parte del popolo, in un rapporto di dialogo e comprensione, un uomo che era il popolo e che si batté sempre per la libertà e la giustizia sociale, per l’onestà e il coraggio, valori sui quali si basò la sua attività politica.

Il combattente. Come si diventa Pertini - Copertina, libri

Il combattente. Come si diventa Pertini

di Giancarlo de Cataldo
BUR
ISBN 978-8817097482
cartaceo 10,20€
ebook 6,99€

Il film è tratto dal libro Il combattente. Come si diventa Pertini, di Giancarlo De Cataldo. La sfida davanti la cinepresa è quella di trovare il modo per raccontare la vita di un uomo come Sandro Pertini.

Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo, costruiscono un viaggio alla scoperta delle tappe più significative della vita di Sandro Pertini, un mosaico di testimonianze, pezzi di vita , nonché di storia, condotto in chiave pop , per chi è stato un presidente pop .
Raphael Gualazzi, Antonello Venditti, Eugenio Scalfari, Gad Lerner, Emma Bonino, Giorgio Napolitano, solo per citare alcuni nomi tra i personaggi chiamati a raccontare allo spettatore la loro memoria di Pertini.
Il rischio che si può correre elaborando un film-documentario di tale genere è quello di risultare pedanti e non solo positivamente e moderatamente pedagoghi, agli occhi di una generazione che non sa, anche perché non può direttamente ricordare, e che è alla costante ricerca di modelli di riferimento e spesso priva di una necessaria memoria storica, base fondamentale per la costruzione del futuro.
Sarà stato evitato il rischio?
Ci troveremo in sala come alunni ad ascoltare una lezione di storia o come cittadini che assorbiranno il valore umanitario e squisitamente istituzionale della figura Pertini, senza annoiarsi?
E la sua figura risulterà sminuita dalla chiave registica pop?
In un clima politico attuale così instabile, il ritratto di un presidente tanto amato dagli italiani, fa sicuramente riflettere sull’importanza e la responsabilità dei compiti della politica, che in linea col pensiero di Pertini, non può essere onesta se fatta da uomini innamorati esclusivamente del potere.
Sicuramente quel vecchietto con la pipa, così simpatico, incorruttibile, libero, ma anche maldestro, aveva a cuore la custodia della memoria storica e chissà che anche lui non si sieda lì accanto a noi in sala a vedere questo film, compiacendosi con la sua spontaneità, nel vedere che c’è una società piena di giovani che hanno ancora bisogno del suo intramontabile insegnamento.
Ma per dirlo bisognerà aspettare il 15 Marzo, se in tanti e soprattutto tanti giovani andranno al cinema!




Mario-D-Acunto

Mario D'Acunto
Sono un cantautore e studente universitario in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho visto nascere la mia passione per la musica sui banchi di scuola, scrivendo il mio primo brano durante una lezione di Greco. Ho iniziato ad appassionarmi al cinema, materia di studio nel mio corso, con spirito critico. Mi piace viaggiare e rimanere incantato davanti alle bellezze della natura. Credo l'arte, che si tratti di musica, cinema o letteratura, sia una delle più alte manifestazioni dello spirito umano, da accogliere, condividere e trasmettere…
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Geostorm: la recensione

Geostorm: la recensione



Cinema | Di Mario D'Acunto. Geostorm: chi controlla il clima controlla il mondo. Il film distopico con Gerard Butler.

Gerard Butler e Jim Sturgess sono due fratelli, che hanno il compito di salvare il mondo dalla sua imminente distruzione. Dopo una serie di eventi catastrofici che colpiscono il pianeta, i capi di stato delle maggiori potenze mondiali, trovano una soluzione nella realizzazione di una rete di satelliti in grado di contrastare eccezionali fenomeni atmosferici e salvaguardare la vita dell’essere umano. Ma la rosea quiete è destinata ad essere turbata. Un virus è installato nel sistema e la Terra è sconvolta da molteplici disastri naturali. Il tempo corre veloce e il disastro totale si avvicina… 


Geostorm



Geostorm

REGIA Dean Devlin
PRODUZIONE Dean Devlin, David Ellison, Dana Goldberg, Electric Entertainment, Skydance Media, Warner Bros. Pictures
DISTRIBUZIONE  Warner Bros. Pictures
SCENEGGIATURA Dean Devlin, Paul Guyot
MUSICHE Lorne Balfe
ANNO 2017

CAST
Gerard Butler, Ed Harris, Andy Garcia, Katheryn Winnick, Jim Sturgess, Abbie Cornish, Robert Sheehan, Mare Winningham, Amr Waked, Drew Powell, Eugenio Derbez, Sterling Jerins




Film futuristico, il cui inizio è caratterizzato da un fuori campo sonoro, che introduce la narrazione filmica. L’uomo è riuscito già una volta a salvare il pianeta, ideando un sistema di satelliti in grado di contrastare fenomeni catastrofici.
La soluzione non si rivela definitiva e il rapporto tra due fratelli va ad inserirsi in un quadro in cui è l’imminente distruzione del pianeta, geostorm per l’appunto, a far da sfondo. Il personaggio principale è sicuramente Gerard Butler, che fornisce una prestazione attoriale superba, incarnando la figura di padre, che non pensa soltanto al bene e alla vita di sua figlia, ma alla sopravvivenza dell’intera specie umana. 
Chi ha pensato ad un docufilm, si è sbagliato di grosso. Nessun evento realmente accaduto, tutta pura fantascienza scandita con immagini sicuramente suggestive, quasi a mo’ di videogame. Ma il valore estetico lascia uno spazio ancor maggiore a quello morale. La perversa mente umana è disposta ad uccidere per impadronirsi del potere. Giochi politici diventano più importanti della vita dell’essere umano e la corsa al potere giustifica la morte. È questo uno dei perni centrali sui quali è incentrata la trasmissione del messaggio filmico. 
La narrazione interroga lo spettatore, che immediatamente è indotto a percepire l’ universo finzionale come metafora dei reali cambiamenti climatici e fenomeni atmosferici catastrofici, che si susseguono ormai con frequenza sempre maggiore e in cui l’uomo ha le sue pesanti colpe. La scelta di creare un film futuristico risulta apparire allora un chiaro monito, in cui una grande differenza la fa da padrone: nel film c’è un conto alla rovescia che separa l’esistenza dal geostorm… noi, invece, quanto tempo abbiamo ancora per rimediare? (Sempre ammesso che si possa rimediare...)
Fortunatamente non dobbiamo fare i conti con un geostorm programmato, ma è ora di iniziare a rispettare il nostro Pianeta , ricordandoci sempre che il benessere dell’intera specie umana, e non solo, dipende da ognuno di noi, da ogni singola esistenza quotidiana e che interessi politici non possono prevalere sulla vita di tutti noi, che dobbiamo pensarci, in tal caso, come un popolo che vive su un pianeta. 

Punti di forza e punti deboli

Sicuramente significativi i messaggi lanciati dalla narrazione filmica, che riesce ad intrecciare azione, sentimentalismo, vicende personali e planetarie. Insomma, non c’è proprio tempo di annoiarsi. 
Immancabile americanismo. 
Visione consigliata : sì.




Mario-D-Acunto

Mario D'Acunto
Sono un cantautore e studente universitario in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho visto nascere la mia passione per la musica sui banchi di scuola, scrivendo il mio primo brano durante una lezione di Greco. Ho iniziato ad appassionarmi al cinema, materia di studio nel mio corso, con spirito critico. Mi piace viaggiare e rimanere incantato davanti alle bellezze della natura. Credo l'arte, che si tratti di musica, cinema o letteratura, sia una delle più alte manifestazioni dello spirito umano, da accogliere, condividere e trasmettere…
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Famiglia all'improvviso, un film di Hugo Gélin: la recensione

Famiglia all'improvviso, un film di Hugo Gélin: la recensione

Famiglia all'improvviso, un film di Hugo Gélin: la recensione

Cinema Di Mario D'Acunto. Famiglia all'improvviso, remake francese del film messicano No Se Aceptan Devoluciones. Ottimo il titolo: da eterno adolescente a padre single, disoccupato, otto anni di Samuel e Gloria.

Samuel è un uomo spensierato che lavora in un villaggio vacanze in Costa Azzurra. Preoccupato solo di accalappiare le sue prede, come un moderno Don Giovanni, si gode i piaceri di una vita che trascorre tra donne, feste e divertimenti.
Nulla sembrerebbe poter disturbare la sua condotta, quando all’improvviso una sua vecchia fiamma, Kristine, si presenta una mattina sulla sua imbarcazione e gli lascia tra le mani sua figlia, Gloria, rendendolo padre in un istante e abbandonandolo con la stessa rapidità. Samuel insegue la madre a Londra e le tenta tutte per dimostrare che si tratti di un errore risolvibile, ma, dopo anni trascorsi insieme, lui e Gloria saranno anime inseparabili.

Famiglia all'improvviso
Famiglia all'improvviso, un film di Hugo Gélin: la recensione

Famiglia all'improvviso

REGIA Hugo Gélin
SCENEGGIATURA Hugo Gélin, Mathieu Oullion
MUSICHE Rob Simonsen
DISTRIBUZIONE Lucky Red
ANNO 2017

CAST
Omar Sy, Gloria Colston, Clémence Poésy, Antoine Bertrand, Ashley Walters, Clémentine Célarié, Anna Cottis

Analisi filmica.

Ottimo titolo, per una vicenda in cui non servono davvero istruzioni.
Il film si apre con la vista di un promontorio dal quale Samuel da bambino aveva paura di tuffarsi. Il piccolo aveva 9 anni e dal padre riceveva questo insegnamento: “La paura è un animale che può essere addomesticato e ucciso”. Per uno spettatore attento, tale scena resterà fissa lì nella sua importanza.
Samuel è un eterno adolescente, si ritrova di colpo ad essere padre. Di colpo, all’improvviso…quando? In realtà neanche lui lo sa, colto di sorpresa dall’arrivo di una sua vecchia fiamma, Kristine, che come un fulmine a ciel sereno, cambia la sua vita, abbandonando tra le sue braccia Gloria, la neonata che sostiene aver concepito con lui e così fuggendo. Inizia da questa scena, la vicenda che si snoderà per l’intero arco della narrazione cinematografica e che vedrà coinvolti Samuel, Gloria, Kristine e altri personaggi più o meno secondari.
Di certo Samuel non è un uomo che ha paura del mondo, per quanto “adolescente” possa essere. Si mostra, anzi, come scaltro e capace di mantenere la giusta calma anche in situazioni devastanti. È licenziato dal suo lavoro estivo, solo, con una figlia in braccio e una vita da ricostruire a Londra.
Il rapporto padre- figlia comincia così e Gloria inizialmente sembra essere soltanto un pacco, spedito da una direzione all’altra senza biglietto di ritorno. Un pacco dal quale anche Samuel vuole liberarsi, convinto che si tratti di un equivoco. Toccante tale riflessione se si pensa a quanti bambini fuori dallo schermo, si trovino nella stessa condizione di Gloria. Innocente e con il diritto a un’esistenza felice, la bambina è lì, a chiedere di essere trattata come un essere umano e in fondo come il più bel dono che l’amore possa offrire. Ovviamente non sa di essere stata concepita durante un invaghimento passeggero. Ecco allora il primo messaggio lanciato verso lo spettatore: concepiamo per amore, non per errore .

Samuel riesce a costruire una nuova vita, lavorando come attore. Assicura così un’esistenza dignitosa alla bambina, in assenza della madre, dimenticando ormai il suo passato spensierato. 

Una particolare scena però ci mette in allarme. Samuel e Gloria sono sottoposti ad una visita, Samuel si risistema la maglietta e quando Gloria è ormai uscita dalla stanza, il dottore comunica a Samuel che non c’è più nulla da fare e che non resta molto da vivere. Ma chi è il malato? Samuel o Gloria? Bravo qui il regista a lasciarci in tensione fino al finale, non facendo ben comprendere a chi appartenesse la diagnosi. E ancora più bravo ad aver inserito in precedenza un dialogo tra padre e figlia in cui lei afferma che da grande vorrebbe essere immortale come lui. Immortale perché sarà lei a morire o immortale come falsa convinzione della figlia, che ha proiettato sul padre caratteristiche di un eroe cinematografico, quale appunto Samuel era? Questo si chiederà lo spettatore dopo la scena del controllo medico.

Passano gli anni e la madre ritorna per far visita alla figlia. 

Il primo incontro dei tre è subito segnato da un certo disagio e da una certa ostilità tra l’uomo e la donna. Ovvio che Samuel non potrà mai dimenticare il gesto di Kristine e che un‘ammissione di colpa da parte della donna, non è certo sufficiente per riparare un coccio ormai rotto. Le cose si complicano e Gloria torna nuovamente a essere un pacco tra il padre e la madre, che ha a fianco un nuovo compagno.
La narrazione prosegue e si arriva alla parte del film che ritengo la più toccante. È massima ostilità tra la nuova coppia e Samuel e questo riesce a ottenere in processo l’affidamento. La madre però chiede il test di paternità e si scopre che Samuel non è il vero padre. Ma Gloria non ci sta e proprio nel momento in cui sta per partire con la madre, torna indietro e informa il padre che le questioni biologiche sono solo parole. E così lo chiama di nuovo papà. Manda all’aria il test di paternità e sceglie chi davvero l‘ha cresciuta. Ulteriore messaggio lanciato al pubblico : il diritto all’affidamento in questi casi va oltre il mero dato biologico.
Samuel e Gloria si danno a una fuga liberatoria dalla madre, che solo nel finale, insieme allo spettatore, verrà a conoscenza della malattia della figlia. Padre e figlia sono ormai inseparabili, anche quando la figlia viene meno, stroncata dalla malattia. Ed ecco la frase di Samuel, che incornicia l’intera vicenda:
Quando ho incontrato Gloria ho trovato il coraggio di saltare nel vuoto.
Gloria dunque ha reso quel bambino un adulto, gli ha permesso di superare la sua paura di tuffarsi dal promontorio. Samuel, da fuori, ha potuto apprezzare la sua gioia di vivere e rendersi conto che la paura può essere addomesticata e uccisa dalla voglia di vivere, che è più forte anche di qualsiasi malattia.

Messinscena e montaggio.

Non sono presenti particolari soluzioni interessanti dal punto di vista del montaggio, che oltre ad essere spesso ellittico, non colpisce particolarmente lo spettatore. La messincena è realistica e con ambienti parzialmente ricostruiti, ma in alcune scene, sul lavoro del Samuel attore, la costruzione del profilmico è effettuata su un ambiente interamente ricostruito.
Un cinema nel cinema quindi, che alterna scene girate in studio a messincena realistica e ambienti parzialmenti ricostruiti.

Punti deboli e conclusione.

Il lavoro sul set e la carriera dell’attore sono mostrati in maniera troppo semplicistica. Anche il tono leggero profuso in una vicenda familiare del genere, poteva forse essere leggermente più moderato.
Ritengo il film un’eccezionale ed emozionante sguardo sulla contemporaneità. Riesce a toccare nel profondo e a trasmettere allo spettatore tanta voglia di vivere.
Visione consigliata : si.




Mario-D-Acunto

Mario D'Acunto
Sono un cantautore e studente universitario in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho visto nascere la mia passione per la musica sui banchi di scuola, scrivendo il mio primo brano durante una lezione di Greco. Ho iniziato ad appassionarmi al cinema, materia di studio nel mio corso, con spirito critico. Mi piace viaggiare e rimanere incantato davanti alle bellezze della natura. Credo l'arte, che si tratti di musica, cinema o letteratura, sia una delle più alte manifestazioni dello spirito umano, da accogliere, condividere e trasmettere…
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La tartaruga rossa, un film d'animazione dello Studio Ghibli: la recensione

La tartaruga rossa, un film d'animazione dello Studio Ghibli: la recensione

Cinema Recensione di Mario D'Acunto. La tartaruga rossa, solo tre giorni di proiezione per l'ultimo film prodotto dal celebre Studio Ghibli. Un importante messaggio naturalistico, un'opportuna lezione di vita. Un lungometraggio poetico ma lento e privo di dialoghi, forse non adatto a un pubblico infantile ma di sicuro impatto emotivo. 

Solo tre giorni nelle sale… anzi, solo tre giorni in alcune sale. È bastato questo a spingermi ad andare al cinema. Se poi consideriamo anche la collaborazione dello Studio Ghibli, allora risulta chiaro che si trattava di un’occasione che non potevo proprio perdere. Il fascino trasmessomi da questi grandi particolari è continuato appena sullo schermo è apparsa la prima scena: un uomo nel bel mezzo di una tempesta, che riesce a salvarsi e si ritrova naufrago su un’isola deserta. Ad animare sonoramente l’atmosfera, solo il respiro del mare, il rumore del temporale e qualche urlo lanciato dall’uomo.

Del resto tutto il film si caratterizza per la mancanza di dialoghi, chiara marca registica, che lascia emergere i suoni della natura.

Davvero una seduta benefica, in tempi in cui siamo assaliti continuamente da un esercito di rumori. Noto che in sala ci sono anche famiglie con piccoli bambini. Mi chiedo: perché? La risposta è ovvia: "La tartaruga rossa", che bella favola dovrà essere! Peccato che neanche a metà spettacolo qualche bambino inizia a piangere e un genitore è costretto a fargli fare il giro della sala. Credo che sarebbe stato meglio un pomeriggio al parco, sicuramente più adatto a quella tenera età.
Il protagonista sembra essere condannato a un destino di solitudine e inizia a lottare per la sopravvivenza, sottoposto a un continuo stimolo creativo. Tenta più volte la fuga con una zattera da lui costruita, ma una grande tartaruga glielo impedisce, tuttavia senza mai attaccarlo o ferirlo, ma semplicemente rompendo la sua zattera. È il simbolo della natura che pretende di non essere abbandonata dall’essere umano, ma cerca con esso una condivisione di percorso.
L’uomo inizialmente ha un atteggiamento difensivo nei suoi confronti, mostrandosi impaurito e percependola come nemica.

It ends with us
La tartaruga rossa, un film d'animazione dello Studio Ghibli: la recensione

La tartaruga rossa

REGIA Michaël Dudok de Wit
SOGGETTO Hiromasa Yonebayashi, Keiko Niwa, Masashi Ando
SCENEGGIATURA Michaël Dudok de Wit, Pascale Ferran
PRODUZIONE | PRODUTTORE Arte France Cinéma, Prima Linea Productions, Studio Ghibli, Why Not Productions, Wild Bunch
DISTRIBUZIONE BiM Distribuzione
MUSICHE Laurent Perez
ANNO 2017

Successivamente, sopraffatta dall’uomo e ormai destinata a morire sulla sabbia, la tartaruga e quindi la natura, riceve il suo affetto. 

L’uomo inizia così ad avvicinarsi a quel rapporto panico, che si snoderà lungo tutta la restante parte del racconto filmico. Il guscio della tartaruga si rompe e avviene la sua trasformazione in una donna dai capelli rossi, che, seguendo le orme comportamentali dell’uomo, ha paura di lui, ma alla fine rompe per la seconda volta il suo guscio e vi si unisce, portando al culmine il panismo uomo-natura. L’inquadratura a tal proposito è esemplare e mostra i due percorsi paralleli, dell’uomo e della natura, che alla fine si toccano e si fondono in un bacio al contempo reale e metaforico.

La donna dona amore all’uomo e i due hanno un bambino.

Il tempo passa, il bambino cresce e improvvisamente uno tsunami travolge l’isola. Immediato il riferimento a contemporanei fatti di cronaca, che spingono lo spettatore a pensare alla natura come una sposa magnifica e crudele allo stesso tempo.
I tre però riescono a salvarsi e continuano la loro vita insieme sull’isola, finché il ragazzo non decide di partire e abbandonarla. Un natìo che quindi abbandona la propria terra, che non offre prospettive di vita a lui adatte: un moderno distacco dalla propria terra e dalla propria famiglia, che oggi è divenuto quasi pratica abituale per un ragazzo che voglia far carriera in base ai suoi interessi e qualità. Interessante è che, anche in questo caso, fianco a fianco dell’essere umano, c’è la natura, rappresentata da alcune tartarughe che accompagnano il ragazzo nel suo viaggio. Sempre insieme, nell’arrivo, nel mentre, nella partenza e infine nella morte dell’essere umano.

Nel dolore, la donna torna tartaruga. Un importante messaggio sul rapporto tra l'uomo e la natura.

Toccante a tal proposito la sequenza nel finale, in cui la donna ormai anziana, accanto all’uomo che dorme, si accorge che in realtà è morto e nel dolore ritorna nuovamente tartaruga e si immerge in mare, la casa in cui vive per natura e dove ha incontrato l’uomo a cui ha donato e dal quale ha ricevuto amore e vita. Solo un’apparente divisione tra i tre personaggi, ricomposta dal gesto della tartaruga-donna, che torna nelle stesse acque in cui si è immerso il figlio e che l’hanno “inondata” d’amore. La natura e l’uomo hanno saputo costruire una convivenza all’insegna di un panismo assoluto e neanche la morte potrà dividerli.
Il regista ci ha invitato a riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha con la natura e su quanto si abbia, oggi, la concezione di un uomo che piega la natura ai suoi interessi, piuttosto che esserne “figlio” prima e “marito” poi. Certo è che molte altre tematiche sono state toccate dalla narrazione cinematografica, ma ho deciso di incentrare la mia analisi su questa in particolare.

Montaggio e immagini.

Il montaggio non presenta particolari soluzioni interessanti, e si caratterizza soprattutto per il suo essere ellittico, in modo da dare l’impressione dello scorrere del tempo. L’intero film esclude ogni possibile movimento di macchina e di conseguenza ogni possibile ermeneutica sulla semantica dei movimenti di macchina da presa. Le immagini colpiscono l’occhio dello spettatore nei loro colori e nel loro mostrare una poesia profonda, animate da un’estetica di piacevole semplicità.

Punti deboli e conclusione.

Attraverso le sue ellissi temporali, a volte la narrazione sembra procedere troppo velocemente ed altre sembra rallentare troppo, bloccando la fluidità di un film già a lento scorrimento, considerata anche l’assenza di dialoghi. Dunque non sempre vi è il giusto equilibrio tra tempo della storia e tempo del racconto, fattore che inevitabilmente va a disturbare la fruizione spettatoriale.
Ritengo il film davvero un'opportuna lezione di vita. Proviamo ad immaginarci proiettati improvvisamente su un’isola deserta. Saremmo capaci di sopravvivere? Saremmo capaci di far dialogare la nostra anima, con l’anima di quanto ci circonda? Saremmo capaci di ammettere che non siamo padroni della Natura?




Mario-D-Acunto

Mario D'Acunto
Sono un cantautore e studente universitario in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho visto nascere la mia passione per la musica sui banchi di scuola, scrivendo il mio primo brano durante una lezione di Greco. Ho iniziato ad appassionarmi al cinema, materia di studio nel mio corso, con spirito critico. Mi piace viaggiare e rimanere incantato davanti alle bellezze della natura. Credo l'arte, che si tratti di musica, cinema o letteratura, sia una delle più alte manifestazioni dello spirito umano, da accogliere, condividere e trasmettere…
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[Cinema] "Beata Ignoranza", recensione di Mario D'Acunto

[Cinema] "Beata Ignoranza", recensione di Mario D'Acunto

Beata-Ignoranza


Beata Ignoranza

REGIA Massimiliano Bruno 
PRODUZIONE Italian International Film, Rai Cinema
DISTRIBUZIONE 01 Distribution 
SCENEGGIATURA Massimiliano Bruno, Herbert Simone Paragnani e Gianni Corsi 
MUSICHE Maurizio Filardo
ANNO 2017

CAST
Alessandro Gassman, Carolina Crescentina, Emanuela Fanelli, Giuseppe Ragone, Luca Angeletti, Luciano Scarpa, Malvina Ruggiano, Marco Giallini, Massimiliano Bruno, Michela Andreozzi, Riccardo D’Alessandro, Susy Laude, Teodoro Giambanco, Teresa Romagnoli, Valeria Bilello




"Beata Ignoranza", la commedia realistica di Massimiliano Bruno. L'amicizia, la famiglia, l'insegnamento, i sani valori e le buone abitudini. Ma soprattutto, la digitalizzazione dell’essere umano: siamo capaci di fare un uso consapevole e positivo dei social network?

Filippo ed Ernesto sono due professori di liceo, fraterni amici di infanzia, che, separati per anni e anni da un destino che li ha resi rivali in amore e ha sconvolto le loro vite, si ritrovano un giorno per caso ad insegnare nella stessa aula. Filippo, insegnante di matematica perennemente online e “social” anche nei suoi metodi di insegnamento, Ernesto, insegnante di italiano, completamente e volontariamente fuori dall’universo dei social, che fa della sua profonda spiritualità ed intransigenza il perno del suo insegnamento. Immediata è la reazione e il risveglio di antichi rancori mai cancellati tra i due, che rientrano in accesa rivalità.
Lo stesso destino arriva a chiedere a entrambi una forte prova di personalità.
È Nina la personificazione del loro passato, figlia di Filippo, ma cresciuta parzialmente da Ernesto, invaghito della stessa donna amata da Filippo, Marianna, che ha perso la vita in un incidente stradale a causa di una distrazione da cellulare.
La giovane ragazza arriva come un fulmine a ciel sereno a ripresentare davanti agli occhi dei due protagonisti il conto dei loro comportamenti inadeguati. Nina convince i due a essere i protagonisti di un documentario da lei organizzato assieme all’aiuto di una piccola troupe e destinato a una casa di produzione americana. Filippo ed Ernesto dovranno sperimentare ognuno il rapporto con i social che ha l’altro, invertendo il loro modo di approcciare la tecnologia.
Nasce così una divertente e al tempo stesso profonda commedia, che vedrà i due protagonisti affrontare un viaggio identitario nella riscoperta del sé e del delicato equilibrio tra due opposte ed estreme posizioni: uomo social e uomo anti-social.

Filippo-Ernesto

Analisi filmica. 

La convinzione di poter dar forma a una perfetta ed esaustiva analisi, che tocchi ogni aspetto della narrazione cinematografica, è utopica. Per questo ho deciso di scegliere una prospettiva dalla quale scomporre e ricostituire il tessuto filmico di “Beata ignoranza”.
Il film tocca molte tematiche: l’amicizia, la famiglia, la moderna gioventù, l’insegnamento, i sani valori, l’utilizzo di contraccettivi, la prudenza alla guida, ma fondamentalmente ruota attorno a una tematica principale ed estremamente attuale: la digitalizzazione dell’essere umano. È su questa che intendo soffermarmi , per giungere al messaggio che il film mi ha lanciato.
Siamo di fronte a due personaggi antitetici, che incarnano due opposti rapporti con la tecnologia: “uomo anti-social” Ernesto e “uomo social” Filippo. In tale divisione potremmo già vedere il conflitto generazionale rispettivamente tra vecchia e nuova, tra ciò che è ormai passato e ciò che si configura come presente ed inevitabile futuro.
L’aspetto interessante è che, però, i due sono coetanei e l’avvenuta “digitalizzazione” di Filippo è lo specchio di una generazione adulta , che per rimanere al passo con i tempi, si pone sullo stesso livello della moderna gioventù e arriva a vivere una parallela vita virtuale, che irrompe come un macigno soffocante nel reale, rendendo labili i confini tra le due dimensioni.
L’opposto estremismo del loro rapporto con i social, viene interrotto da Nina, figlia di Filippo, cresciuta parzialmente da Ernesto, che, convincendoli a essere i protagonisti di un documentario , dà vita ad uno scambio di ruoli tra i due: è “astinenza social “ per Filippo e “immersione social” per Ernesto. Viene così mantenuta l’estrema distanza tra le due posizioni, ma questa volta i ruoli si sono invertiti. Nina ha ormai spezzato la divisione ed implicitamente chiede ai due di trovare un equilibrio, una via di mezzo, che consenta loro di essere partecipi nella moderna “società social”, ma che permetta di tenere ben distinti reale e virtuale.
È questa la provocazione e la sfida lanciata allo spettatore: siamo capaci di fare un uso consapevole e positivo dei social networks?
Chi ha inventato il cuscino, non immaginava certo che sarebbe diventato un mezzo di soffocamento.
( Cit. parziale dal personaggio interpretato da Michela Andreozzi) 
La sfida, con le inevitabili e divertenti conseguenze del caso, raggiunge risultati inaspettati nelluniverso diegetico, ma in fondo già prevedibili in precedenza dallo spettatore. Ernesto si sente più se stesso nei panni del suo alter ego e Filippo riscopre l’autentica poesia della vita, depurata da ciò che lui stesso definiva “ estensioni del nostro cervello”.

Ormai tutto va verso una condivisione di percorso tra Ernesto e Filippo, come ci preannuncia la scritta “FINE”, proiettata sulle loro maglie. 


beata-ignoranza-fine

Non su una, ma su entrambe. E alla fine dell’esperimento ognuno torna nel suo ruolo di partenza, non completamente cambiato, ma sicuramente più maturo e capace di un uso più consapevole dei social. Non si cambia, non c’è bisogno di essere profeti, ma si può migliorare.
Emblematica a tal proposito la sequenza della visita a Nina di Filippo, in ospedale, successiva al suo parto. Ernesto invece è più sfacciato di prima, ha finalmente rotto la sua estrema intransigenza.
Dunque un perdono reciproco e una folata di ironica leggerezza, che lascia presagire un rapporto molto più sereno tra i due. Il cambiamento di angolazione della macchina da presa e il suo progressivo innalzamento, stagliano i due personaggi  in un ambiente artificialmente illuminato dalle luci dei lampioni, che danno vita a zone di luce ed ombra, metafora dei loro alti e bassi, su quella strada comune che, in fondo, Filippo ed Ernesto hanno sempre percorso, ed ora più che mai.

Messinscena e montaggio.

La costruzione del profilmico si basa su un ambiente parzialmente ricostruito, ma ci troviamo comunque di fronte a luoghi che rappresentano una situazione verosimile e non certo una messinscena espressionista.
Il montaggio, a tratti parallelo, a tratti invisibile e sicuramente ellittico, è particolarmente funzionale al messaggio che l’istanza narrante intende lanciare. I due protagonisti, infatti, fanno uso molto spesso dello sguardo in macchina, che rende esplicita la finzione cinematografica e pone subito lo spettatore in un atteggiamento critico: "Tu spettatore osserva e renditi conto, non ti immedesimare, bensì rifletti". Questo sembra volerci dire il regista sin da subito, non permettendo alcuna identificazione spettatoriale con i due protagonisti. Dunque la diegesi e lo stesso montaggio, anche attraverso l’efficace trovata del documentario, sembra essere un’attuale “diretta Facebook”, tanto usata ai nostri giorni.

beata-ignoranza-selfie

Punti deboli e conclusione.

Risulta immediato il paragone tra “Beata ignoranza” e il film di Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti”, in cui tra gli interpreti c’è lo stesso Marco Giallini. “Estensione del nostro cervello” e “scatola nera”, sono espressioni che ritroveremo rispettivamente nei due film. Opposte sì, ma pur sempre ormai stereotipate.
Si fanno film, si scrivono canzoni e libri sugli aspetti negativi dei social networks, ma intanto se ne fanno incassi cavalcando l’onda. Inoltre il tono a volte troppo leggero della commedia, non riesce sempre a dare il giusto peso a messaggi importanti che vengono lanciati dalla narrazione. 
L’auspicio è che tali denunce diventino sempre meno numerose. Significherebbe che ciascuno di noi sta imparando a usare in maniera più consapevole i social. D’altronde, est modus in rebus.
Visione consigliata : si.




Mario-D-Acunto

Mario D'Acunto
Sono un cantautore e studente universitario in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho visto nascere la mia passione per la musica sui banchi di scuola, scrivendo il mio primo brano durante una lezione di Greco. Ho iniziato ad appassionarmi al cinema, materia di studio nel mio corso, con spirito critico. Mi piace viaggiare e rimanere incantato davanti alle bellezze della natura. Credo l'arte, che si tratti di musica, cinema o letteratura, sia una delle più alte manifestazioni dello spirito umano, da accogliere, condividere e trasmettere…
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