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Castel Caldes: uno spettacolo e una mostra da non perdere

Castel Caldes: uno spettacolo e una mostra da non perdere



Arte Di Lara Zavatteri. Agosto al Castel Caldes in Val di Sole, Trentino: uno spettacolo per rappresentare la leggenda di Olinda e Arunte e la mostra del pittore Bartolomeo Bezzi.

Castel Caldes è un castello che si trova nel paese di Caldes, in Val di Sole, in Trentino. Come tutti i castelli, ha la sua leggenda, quella di Olinda e Arunte. Quest’estate la leggenda sarà raccontata attraverso uno spettacolo, mentre le sale del mastio ospiteranno una mostra dedicata al pittore solandro Bartolomeo Bezzi.
Partiamo dalla leggenda.

Secondo la leggenda, Olinda, la figlia del nobile proprietario del castello, si innamorò perdutamente di un menestrello di nome Arunte.

La loro relazione non era ben vista, proprio perché Arunte era "solo" un menestrello. La vicenda finì tragicamente, con Arunte ucciso e Olinda rinchiusa in una stanzetta del castello, dove morì poco dopo.
La stanza di Olinda esiste davvero, e si dice che lei guardasse il mondo attraverso la piccola finestra, l'unico frammento di realtà che poteva ancora vedere da quella prigione. Si possono notare dei cuori intrecciati, forse testimonianza di quell'amore impossibile. Inoltre, la leggenda pare si basi su un fatto storico realmente accaduto.
La leggenda sarà raccontata il 12 e il 20 agosto a cura del Teatro delle Quisquilie, con Massimo Lazzeri, narratore, e Adele Pardi al violoncello. Lo spettacolo si svolgerà presso il castello alle ore 15:00 e alle 16:30 e si potrà visitare anche la stanza in cui Olinda fu rinchiusa.
Rodemodo chiuse la sua bella Olinda nella torre del castello ed erano ormai tre giorni e tre notti che se ne stava prigioniera nella sua cameretta, nutrendosi con il poco pane e la poca acqua che le portava ogni mattina la guardia del castello. L’unico sfogo che le era concesso da suo padre era dipingere ed è lì che Olinda affrescò le pareti della torre, ritraendo immagini del suo perduto Arunte, (ancor oggi nella torre del castello di Caldés possiamo ammirare i suoi dipinti). Mauro Neri, Mille leggende del Trentino

Al castello sarà possibile ammirare anche la mostra delle opere di Bartolomeo Bezzi, pittore solandro originario del paese di Fucine.

La mostra rimarrà aperta fino a novembre. L’esposizione, dal titolo Bartolomeo Bezzi 1851-1923. Scene di vita quotidiana, ritratti, vedute vede la presenza di quaranta opere, alcune delle quali esposte per la prima volta. Oltre ai celebri paesaggi, la mostra proporrà anche altri soggetti del pittore, come scene di vita quotidiana, in contesti rurali o nelle città di Verona e Venezia, città nelle quali ha vissuto.
La mostra sarà completata da bozzetti, schizzi, lettere, opere grafiche. Inoltre, verrà svelata la storia di un dipinto perduto, la sua opera più grande mai realizzata. Si tratta del pannello decorativo che Bezzi realizzò nel 1909 per il salone dell’hotel Mendelhof al Passo Mendola.

La mostra è pensata per commemorare il centenario della morte dell’artista della Val di Sole ed è solo una delle tappe di una serie di eventi dedicati a lui che si svolgeranno durante l’anno, in altre sedi trentine.

L'obiettivo è valorizzare un pittore di importanza nazionale, che non ha mai dimenticato le sue radici.

Il castello è aperto tutti i giorni, a eccezione dei lunedì non festivi.
Apertura straordinaria tutti i lunedì del mese di agosto.
Orario 10:00 – 18:00.
Per ulteriori informazioni, visita il sito www.buonconsiglio.it.



Lara Zavatteri

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The social dilemma, un docufilm di Netflix

The social dilemma, un docufilm di Netflix

The social dilemma, un docufilm di Netflix

Cinema | Netflix Recensione di Elena Genero Santoro. The social dilemma, un docufilm targato Netflix: cosa c’è dietro al business dei social media?

Ricordo ancora quella sera. Una coppia di amici era venuta a cena da noi e mia figlia di quattro mesi se ne stava buona nella sua sdraietta. E chiacchierando questa amica mi parlò di Facebook, che era un network nuovo in cui si caricava la propria foto e si scriveva il proprio nome, come negli annuari dell’università americana.
Era il 2008.
Il giorno dopo sia io che mio marito creammo il nostro profilo. Cercammo subito vecchie conoscenze, gente che non vedevamo più delle scuole superiori, notammo che qualcuno aveva già ben 122 amici a fronte dei nostri sette o otto. In breve fu chiaro che mio marito avrebbe abbandonato presto. Raggiunta la quota dei 50 contatti – suppergiù – perse del tutto interesse verso questo arzigogolo nuovo. Io invece continuai e devo dire che Facebook è nato e cresciuto con me con mia figlia. All’inizio cercavamo solo i vecchi compagni di scuola, pubblicavamo post del tipo "Ciao come state? Vado a far la spesa". Ma poi tutto diventò molto più complicato. E oggi Facebook è quasi un luogo invivibile, che mi ha portato a farmi tante domande.

Proprio queste domande hanno trovato alcune risposte nel docufilm The social dilemma visibile su Netflix, dove esperti del settore, ex programmatori, ex responsabili addetti alle vendite che hanno lavorato in Google, Facebook, Pinterest e altri social spiegano cosa c’è dietro al business dei social media.

Sono persone che dopo averci creduto per davvero sono giunte a una posizione molto critica nei confronti dei social media. Primo tra tutti Tristan Harris, ex programmatore di Google e oggi imprenditore etico.
All’inizio sembrava che il vero grosso problema dei social fosse la condivisione di contenuti personali quali foto di figli, dati sensibili e quant’altro. A questo il docufilm di Netflix nemmeno fa menzione e io stessa do per scontato che ormai siamo tutti consapevoli che una foto caricata in rete può restarci per sempre e finire anche in mano a gente poco raccomandabile.
Gli inventori di Facebook e Google avevano intenzioni buone. Questi social media sono nati per fare del bene e in molte occasioni ne hanno anche fatto: c’è chi ha ritrovato la famiglia perduta, c’è chi ha contattato donatori di organi. È bellissimo essere costantemente vicini ad amici difficilmente raggiungibili in altro modo. Ma l'utopia di mettere la gente in pacifico e amorevole contatto con i congiunti lontani si è scontrata presto con la vile realtà che muove il mondo. Perché né Facebook né Google sono delle ONLUS e quindi in seguito hanno cercato un modo per ottenere dei finanziamenti e trarne profitto.

The social dilemma
The social dilemma, un docufilm di Netflix: la recensione

The social dilemma

REGIA Jeff Orlowski
SCENEGGIATURA Jeff Orlowski, Davis Coombe, Vickie Curtis
FOTOGRAFIA Mark A. Crawford
PRODUTTORE Larissa Rhodes
DISTRIBUZIONE Netflix
ANNO 2020

CAST
Skyler Gisondo,Kara Hayward,Vincent Kartheiser

Il docufilm Netflix The social dilemma incentra la narrazione proprio su questo, sul modello imprenditoriale alla base dei social media che, negli anni, ha portato a conseguenze inimmaginabili e molto negative.

Tristan Harris dice che in tempi passati i prodotti della Silicon Valley erano i computer, erano i software, e il cliente pagava per comprarli; oggi i social media, per i quali l’utente non paga, non sono prodotti: i prodotti siamo noi utenti. E qui entrano in gioco i nostri dati.
A differenza di ciò che pensano molti, Facebook non cede i nostri dati a terzi, non avrebbe senso. Non sarebbe conveniente. Facebook e tutti gli altri, in base ai nostri gusti, ci propongono prodotti che potrebbero essere di nostro interesse affinché noi li acquistiamo. Infatti gli unici finanziatori di Google e di Facebook sono gli inserzionisti.
Fin qui si potrebbe dire tutto bene, di questo ce ne eravamo accorti anche noi. A me che interessano vestiti e cosmetici molte volte sono stati mostrati post di aziende di abbigliamento e di creme anti-età che ancora non conoscevo e in un paio di occasioni posso dire che se l’intento era quello di spingermi ad acquistare, ci sono riusciti. Ho scoperto aziende che facevano al caso mio e sono pure soddisfatta. Nessuno mi ha puntato una pistola alla tempia affinché comprassi; mi è stata offerta una possibilità e l’ho sfruttata. Non parliamo dei libri. Dunque tutti contenti, tutti felici, gli inserzionisti guadagnano, Facebook guadagna, Instagram guadagna, e la mia pelle è più giovane ed elastica.

Quello che i più ignorano sono i meccanismi con i quali l’utente viene incentivato a restare connesso per il maggior tempo possibile.

Innanzitutto, per propormi pubblicità di mio interesse, il social media, con i suoi algoritmi, studia il mio profilo. Ma non si limita a considerare la mia età, il mio sesso, i miei interessi generali. Il famoso algoritmo, che pare vivere di vita propria, registra tutti i post su cui mi soffermo e anche per quanto tempo li ho osservati. A essere sotto controllo è l’attività di ciascun utente e il suo tempo di permanenza sui social. Ovviamente, per venire incontro ai bisogni degli inserzionisti che pagano, il tempo di permanenza deve essere il più alto possibile. Inoltre i social sono in concorrenza tra loro, Google cerca di strappare gli utenti a Facebook e viceversa.

E qui inizia il (social) dilemma etico con cui i progettisti con una coscienza a un certo punto si sono scontrati. Per incentivare un utente a prendere in mano il telefono e a non posarlo mai si è giocato sui meccanismi di dipendenza.

Avere un telefono in mano deve essere un’attività piacevole, che fa salire la dopamina del cervello. Il telefono diventa il ciuccio consolatorio in cui ognuno indugia nei tempi morti.
«La domanda è: guardi il telefono prima di andare in bagno al mattino o mentre stai urinando? Perché non ci sono altre scelte.» Tristan Harris spiega che lo scroll, sul quale personalmente non mi ero mai posta domande, è stato pensato in quel modo proprio per aumentare la dipendenza. Scrollare una pagina con la speranza di ottenere contenuti nuovi è analogo a giocare con la slot-machine.
Mi viene in mente l’esperimento dei topi ai quali viene erogata una porzione di cibo solo se schiacciano un pulsante. Loro associano il piacere del cibo a quel pulsante e continuano a schiacciarlo anche quando da quel pulsante il cibo non esce proprio più, perché ormai il meccanismo di dipendenza è consolidato. Con lo scroll è la stessa cosa. L’utente usa lo scroll ripetutamente nella speranza che gli dia un nuovo contenuto piacevole, cosa che non sempre succede, e proprio questa incertezza lo porta a ripetere l’azione in maniera compulsiva.

Un altro mezzo per incentivare le dipendenze è il sistema delle notifiche.

Quando l’utente riceve una notifica difficilmente resiste alla curiosità di guardare. Se viene taggato guarda. Se gli viene segnalato l’arrivo di un messaggio guarda. E poi continua la navigazione. Sono gli stessi meccanismi psicologici che vengono utilizzati dai prestigiatori durante i loro spettacoli. Capite dunque che se la maggior parte delle persone oggi giorno è soggiogata dall’incantesimo collettivo dei social una ragione c’è.
Ma cosa succede se il fine dell'inserzionista non è solo farci acquistare un paio di scarpe nuove ma, per esempio, farci decidere come votare? Inoltre, se un adulto tutto sommato gode di una coscienza critica, quali possono essere le conseguenze sulle menti più giovani?

Riguardo ai giovani The social dilemma presenta due dati molto inquietanti.

Il primo è l’aumento dei suicidi e dei comportamenti autolesionistici negli adolescenti a partire dagli anni 2011-2013, quelli in cui i social media hanno avuto il boom.
Il secondo è il nuovo trend dei giovani che chiedono interventi di chirurgia estetica per assomigliare a se stessi con i filtri (in questo punto del docufilm non viene indicato Instagram, ma ritengo che Instagram sia il più responsabile e il social che più stuzzica il narcisismo e l’edonismo).
Infine il dato più allarmante: le fake news. Né Facebook né Google mostrano al proprio utente una realtà unica. Al contrario lo chiudono nella bolla di ciò che vorrebbe vedere. Quello che vedo io non è quello che vedi tu. Se l’utente chiede solo gattini, gli mostrano solo gattini. Anche questa non è una notizia nuova.
Il panorama è customizzato, come nel Truman Show.


Da un lato ci controllano, dall’altro quel che abbiamo intorno è creato su misura per noi.

Se un contatto è molesto può essere agilmente rimosso e nessuno è più costretto a starlo a sentire. Ammetto che io stessa, nell’ultimo periodo, piuttosto che impelagarmi in discussioni sterili e senza costrutto, di cui Facebook è pieno (e questo è il motivo per cui comincia ad andarmi molto stretto) preferisco rimuovere certi amici con idee per me inaccettabili e già che ci sono li banno anche, non per malanimo o risentimento, per non commettere l’errore di chiedere loro di nuovo l’amicizia in futuro.
Aggiungo un altro commento personale: se Instagram è il social del narcisismo, Facebook ormai è una piazza piena di cagnara. Mark non ha mai voluto mettere il tasto dislike per promuovere la positività, e forse ci credeva davvero, ma la sola esistenza dei cosiddetti "gruppi" dove gli sconosciuti possono insultarsi senza neanche conoscersi è causa di litigi continui e di istigazione all'odio.
A questo fenomeno se ne sommi un altro: Facebook o chi per esso ci fa vedere la realtà che vogliamo, ma non analizza criticamente la veridicità delle notizie a cui permette di circolare. Ora, siccome le bufale piacciono molto più della verità perché sono più divertenti, mentre la realtà è ritenuta noiosa, le fake news si diffondono a macchia d’olio e se qualcuno le ritiene vere da quel momento vedrà solo notizie simili ritrovandosi infine ingabbiato in una sua realtà personale che non è oggettiva. Da qui il dilagare di no-vax che si danno man forte uno con l’altro, di terrapiattisti, ed ecco il diffondersi di tutte le teorie del complotto possibili e immaginabili. Bisognerebbe avere lo spirito critico di capire che non tutto ciò che circola su Facebook è scientificamente verificato, ma purtroppo non tutti sono in grado di analizzare le fonti.

Leggi anche Elena Genero Santoro | Haters e webeti: l'odio corre sulla tastiera

La conseguenza di ciò è una maggiore polarizzazione delle fazioni su ogni possibile argomento.

Per esempio in America abbiamo democratici contro repubblicani (in questo momento ognuno pensa che l’altro sia il demonio, che sarà la rovina degli Stati Uniti e della democrazia). Questa enorme polarizzazione, questo questo arroccarsi su opinioni opposte come fossero montagne, senza lasciar margine al dialogo sta uccidendo ogni forma di scambio culturale.
Devo fare un mea culpa, anche io ho annullato (virtualmente) persone pro Salvini o pro fascismo, o no-vax, o no-mask, e per quanto sia convinta che né Salvini né il fascismo siano cosa buona per il mio paese, probabilmente l’uccisione virtuale dei suoi sostenitori non è la via corretta da percorrere. Ma anche io devo difendermi. Ed è un vero peccato che le cose vadano così, perché Facebook, in particolare, è una piattaforma fantastica per lo scambio di notizie e informazioni. A me piace condividere articoli, leggere pezzi scritti da altri. Potrebbe diventare un potente mezzo culturale, invece, impostato così, diffonde solo il populismo e amplifica i bassi istinti.
Addirittura l’ansia degli ex operatori di Facebook e Google, ora divenuti imprenditori etici, li porta a credere che nell’arco di un paio di decenni questa polarizzazione di opinioni possa condurre a delle guerre civili. Guerre civili nella vita reale, intendo.
Da cui la riflessione sul modello imprenditoriale perseguito da almeno dodici anni. Che, anche senza prossime guerre civili, stando al clima che oggi si respira sui social, deve essere fatta per forza.
Elena Genero Santoro

Elena Genero Santoro
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Panariello, Conti e Pieraccioni in tour

Panariello, Conti e Pieraccioni in tour

Panariello-Conti-Pieraccioni

Al Mandela Forum di Firenze, con repliche a fine mese a Livorno e ancora a Firenze il 27 dicembre e il 6 e 7 gennaio, è di scena lo spettacolo dei comici toscani Pieraccioni, Panariello, spalleggiati da un divertito Carlo Conti. 

I tre avevano già collaborato molti anni fa nei programmi Aria Fresca e Fratelli d'Italia, quando le loro carriere erano in procinto di spiccare il volo. E proprio in un confronto con il passato, lo spettacolo trova il suo avvio, mostrando che i vent'anni trascorsi, i numerosi successi che i tre personaggi hanno ottenuto, non hanno cambiato per niente l'intesa e la capacità di far ridere e riflettere dei tre artisti.
Una vena malinconica collega tutte le messe in scena preparate dai comici toscani, che viene spazzata via dalle battute dirette, irriverenti, coinvolgenti, che hanno tenuto incollato il pubblico per due ore e mezzo, con il sorriso perenne sulle labbra. 
Giorgio Panariello ha riportato sulla scena alcuni dei suoi cavalli di battaglia, quali Merigo, Mario il Bagnino di Bagnomaria e ha aggiunto al suo carnet di personaggi indimenticabili una sublime Giulietta alle prese con l'avvocato divorzista e con un Romeo-Pieraccioni pungente e divertentissimo. 
Non sono mancati gli spunti per riflettere, in particolare Leonardo Pieraccioni, oltre ad aver riproposto Gino della Marta ha coinvolto il pubblico in un monologo sull'attualità del nostro paese concludendola con una delle sue vecchie canzoni. La sua abilità di scrittore, la sua nota venerazione per alcuni dei grandi cantautori italiani, la sua capacità di toccare il cuore degli altri sono confluite in quella che definirei la "perla" della serata: la canzone che l'artista fiorentino ha scritto per la figlia Martina, dal titolo "La risata di mia figlia". Tra le migliaia di risate, qualche riflessione amara, la prova canora di Pieraccioni è riuscita a strapparmi una lacrima, dovuta alle parole, alla musica, ma anche all'occhio lucido di un padre innamorato di sua figlia, che davanti a migliaia di persone non si proibisce di togliere la maschera dell'attore.
Carlo Conti, vittima e al contempo complice dei due comici, è la spalla perfetta, con l'incarico di arginare le battute taglienti dei due compagni di viaggio, ma anche di imbeccarli e di dirigerli. In più di un'occasione il presentatore ha faticato a trattenere le risate, rendendo partecipe il pubblico del clima di amicizia, collaborazione e intesa che impera tra i tre amici fiorentini. In attesa di vederli assieme sul palco del Festival di Sanremo, come si vocifera in queste ore, assistere al loro spettacolo è stata un'esperienza divertente ed emozionante, hanno regalato agli spettatori una serata deliziosamente coinvolgente.




Gianna Gambini
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[DVD] Vita privata di Sherlock Holmes, regia di Billy Wilder, recensione di Davide Dotto

[DVD] Vita privata di Sherlock Holmes, regia di Billy Wilder, recensione di Davide Dotto

Vita-privata-di-Sherlock-Holmes-Billy-Wilder-dvd-recensione

Vita privata di Sherlock Holmes regia di Billy Wilder, 1970, 130'. Un ritratto particolarmente riuscito.

Ho tra le mani il libro di Alan Barnes Sherlock Holmes on Screen, the complete film and TV history, edito dalla Reynold & Hearn Ldt di Londra. L'edizione è del 2002, quindi non aggiornatissima. Vano è cercare un testo simile in italiano.
Tra una cosa e l'altra ho preso confidenza con Eille Norwood, uno dei primi a impersonare il grande detective, cui seguono Basil Rathbone, Jeremy Brett, Peter Cushing. Non mancano sorprese: per esempio Christopher Lee, Charlton Eston, Michail Caine. Ci sono anche parodie geniali ed esilaranti, di cui si parlerà a tempo debito.
Ho recuperato qua e là qualche DVD tra cui The Life of Sherlock Holmes di Billy Wilder. Pensavo si trattasse di una semplice parodia, ma mi sbagliavo.
The Private Life of Sherlock Holmes is not a comedy and it's not serious.
Le notizie che traggo da Alan Barnes sono piuttosto interessanti. Le riprese sono iniziate nel maggio del 1969 presso i Pinewood Studios, con un budget non inferiore ai 10 milioni di dollari. Gli ambienti sono resi con cura maniacale: se non ho capito male 80.000 sterline sono state spese solo per gli ambienti di Baker Street, ricorrendo allo scenografo Alexander Trauner di cui si dicevano cose tipo: He built houses, not set. E dire che queste scenografie riguardavano solo una parte della produzione, se escludiamo la location di Inverness, con tanto di mostro di Loch Ness, il prototipo di un sommergibile.

Una parola sugli attori. 

In principio si era pensato a Peter O' Toole per Holmes, e a Peter Sellers nelle vesti di Watson. Alla fine - non per ripiego - la scelta è ricaduta su Robert Stephens nei panni di Holmes e su Colin Blakey, che ci regala un inedito dottor Watson per la sua esuberanza e una pronunciata vena quasi cabarettistica, quindi su Christopher Lee nella parte di Mycroft, fratello di Holmes.
Sempre scorrendo il libro di Barnes, siamo messi al corrente di come si andasse facilmente fuori budget, e di quale fosse l'enorme pressione sugli attori, tanto da causare un esaurimento nervoso a Robert Stephens e la sospensione delle riprese per più di una settimana.
Non credo sia stato facile mettere insieme le parti di cui si compone il film senza rischiare un senso di disordine. C'è un prologo in cui i personaggi di Holmes, Watson e Mrs. Hudson ci vengono presentati nel loro ambiente: 221b di Baker Street. Poi vediamo Holmes all'opera nell'affaire della ballerina russa: una certa Madame Petrova desidera un figlio che erediti la propria bellezza e il cervello di Sherlock Holmes. Il detective se la svigna confidando una liaison col dottor Watson, cosa che manda quest'ultimo su tutte le furie.
Finalmente viene introdotto il mistero: quello di Gabrielle Valladon, che condurrà Holmes in Scozia, nientemeno che da suo fratello Mycroft, alle prese con il rivoluzionario prototipo di un sottomarino.
La struttura del film segue i movimenti del "Concerto per violino - opera 24" di Miklos Rozs: le diverse sequenze di fatto scorrono lungo un unico spartito musicale che dà il ritmo al tutto. Si tratta di quattro episodi legati in maniera armoniosa, in modo da tenere sulla corda l'attenzione dello spettatore.

Un ritratto di Sherlock Holmes particolarmente riuscito.

Il film all'uscita subì qualche stroncatura, a parte il giudizio positivo dell'Observer.
Paradoxical as always, it upsetting the Sherlock applecart Wilder has made a film which comes full circle through a generous helping of his acid wit to become an affectionate hommage... "The Private Life of Sherlock Holmes" goes straight into my Ten Best of 1970 list.
Il ritratto che emerge di Holmes è particolarmente riuscito. La maschera malinconica di Robert Stephens tradisce emozioni che non è in grado di esprimere, cosa che comunica una sorta di ambivalenza.
Il nucleo della storia è una sonora sconfitta, una defaillance che, raccolta nei diari del dottor Watson, non sarà divulgata se non dopo cinquant'anni dalla loro morte.
Insomma: chi è veramente la cliente di Holmes, chi si nasconde dietro Gabrielle Valadon? Di sicuro qualcuno capace di scuotere nel profondo un detective freddo e calcolatore quanto la Londra cui somiglia, di far vacillare un piccolo mondo di certezze e capi saldi. Elementi che, lungi dallo smentire il personaggio che conosciamo, lo arricchiscono infondendogli nuova luce.

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Vita privata di Sherlock Holmes

130' | 1970 | Poliziesco | DVD € 9,90 Acquista
titolo originale The private life of Sherlock Holmes
regia di Billy Wilder

attori principali
Robert Stephens, Colin Blakely, Christopher Lee, Genéviève Page

Un'attraente donna denuncia la scomparsa del proprio marito. L'indagine conduce Sherlock Holmes e il Dr. Watson in Scozia, dove, con loro grande sorpresa, scoprono un complotto che coinvolge una società clandestina, i servizi segreti di sua Maestà e il mostro di Loch Ness. Ma Holmes, prima di giungere al famoso "elementare", commette un errore che potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza della Gran Bretagna e rovinargli la reputazione.



Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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