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Le recensioni di Davide Dotto
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Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Recensione: Nessunə è normale, di Vera Gheno

Libri Recensione di Davide Dotto. Nessunə è normale, un saggio di Vera Gheno (Utet). L’etimologia dentro i grandi nodi del presente, trasformandola in una chiave interpretativa per interrogare le categorie sociali e le dinamiche che le attraversano.

Nessunə è normale appartiene a un filone saggistico ormai riconoscibile: quello etimologico-culturale, a cui si affianca una marcata vocazione civile. L’intento – come in Grammamanti e, più in generale, nell’intero percorso divulgativo e accademico di Vera Gheno – è improntato a una riflessione costante sul metodo.
C’è dunque qualcosa che va oltre l’affinità tematica con testi spesso accostati a questo filone: quelli di Gian Luigi Beccaria, che indaga la lingua come memoria collettiva, o di Andrea Marcolongo, per la quale essa diventa visione del mondo. Un discorso in parte diverso merita L’orso bianco era nero di Roberto Vecchioni, dove – coerentemente con la sua poetica – la parola viene inseguita come forma di educazione sentimentale, quasi in senso flaubertiano.
Nessunə è normale porta invece l’etimologia dentro i grandi nodi del presente, trasformandola in una chiave interpretativa per interrogare le categorie sociali e le dinamiche che le attraversano.


Un saggio tra etimologia e vocazione civile.

Non è quindi un pamphlet né un manuale di buone pratiche linguistiche, ma un mezzo per dotarsi di strumenti critici. Le parole, il loro uso e il loro significato, costituiscono solo il primo passo di una sorta di educazione allo sguardo linguistico (ri-alfabetizzazione).
A questo punto si può entrare nel merito di un vocabolo – normale – la cui complessità non può essere arginata da un puro e semplice sguardo erudito. L’etimologia, semmai, è la sacca che contiene strumenti affilati e impegnativi, da maneggiare con cura.
I contesti in cui il termine ricorre sono molteplici. Può essere usato in una prospettiva statistica o tecnica, ma sul piano etico e sociale assume connotati che impongono qualche domanda in più.

È qui che si apre un motivo di attenzione, se non di vera e propria preoccupazione.

Questa trasformazione, infatti, non avviene mai in modo brusco. Come ricordato anche in una recentissima puntata di Amare Parole, richiamando la cosiddetta finestra di Overton, ciò che una società percepisce come normale cambia per gradi. Ciò che in un primo momento appare impensabile o inaccettabile diventa prima dicibile, poi discutibile, infine familiare.

Lo slittamento dal descrittivo al prescrittivo non è un atto improvviso, ma un processo di assuefazione linguistica e culturale.

È tanto più efficace quanto meno viene percepito. Il significato dei correlativi oggettivi segue a ruota. Essi cessano di riferirsi a un dato statistico — l’id quod plerumque accidit — e iniziano invece a misurare la distanza da un modello implicito: ciò che dovrebbe essere, ciò che si fa.

Tornare alle parole e renderle di nuovo visibili.

Per esempio chiedendosi "normale rispetto a cosa e perché", oppure "diverso rispetto a cosa e perché", ricostruendone contesto e consapevolezza. In mancanza di questo lavoro, ci si muove in un orizzonte kafkiano.
Il caso di Kafka è particolare. Come ha osservato Giuliano Baioni, la sua posizione di ebreo non praticante lo colloca fuori dalla Norma, ma non al riparo da essa. Al contrario: una legge senza appartenenza diventa onnipresente, si insinua nei tribunali, nelle case, nelle stanze private e negli spazi aperti.

Il paradosso kafkiano: quando la norma diventa ambiente.

Il riferimento a Franz Kafka è strutturale e va inteso come situazione limite, non come metafora generalizzante. Nel Processo non assistiamo a una violazione della norma, bensì a una sua presenza diffusa e inafferrabile: la Legge non viene infranta, è già ovunque. Proprio per questo non è mai del tutto nominabile né contestabile.
Ciò aiuta a comprendere scenari di marginalizzazione in cui l’esclusione non passa più per l’infrazione, ma per l’impossibilità di collocarsi di fronte a una regola.
Essa – regola, legge, norma – cessa di essere una descrizione per farsi ambiente: l’id quod plerumque accidit si trasforma in id quod fieri debet, mentre tutto ciò che eccede viene relegato nell’id quod fieri non potest.

Lo spunto che se ne può trarre è inquietante.

L’etichetta è molto più impegnativa e precaria di quanto sembri.
È una condizione su cui nessuno ha davvero controllo, né la certezza di poterla mantenere. Ma è anche uno stato dal quale – anche volendo – può risultare impossibile liberarsi.
È, in fondo, la stessa logica che permea la Legge in Franz Kafka: chi si trova dentro la incontra nei tribunali, nelle case, nelle strade. Chi ne resta fuori, invece, sperimenta in ogni spazio un senso di estraneità profonda.
La tensione che ne deriva non è un fenomeno locale né circoscritto. Non riguarda solo il singolo o situazioni percepite come marginalizzate, ma investe l’intero spazio sociale e ridefinisce ciò che è dicibile, accettabile e atteso.


Nessunə è normale

di Vera Gheno
Utet
Saggio
ISBN 979-1221219241
Cartaceo 14,25€
Ebook 8,99€

Quarta

«Tu non sei normale» è una frase che chiunque, una volta nella vita, si è sentito rivolgere – magari in mezzo a una furiosa litigata. In ogni caso, “normale” è una parola che sentiamo di continuo, poiché è il parametro con cui la società misura la soglia minima dell’accettabile. Ciò che è normale non sarà eccellente, ma almeno ha la decenza di attenersi a uno standard, di conformarsi: essere come tutti, comportarsi come tutti. Ma, a ben vedere, “tutti” chi? Ci voleva una sociolinguista combattiva come Vera Gheno per smontare la circolarità capziosa di questo aggettivo, che indicherebbe sia chi si attiene alla norma sia ciò che detta la norma, costringendo gli altri a seguirla. Un tempo, forse, questa arbitrarietà era meno evidente, quando la società era divisa in grandi gruppi abbastanza omogenei al loro interno. Ma oggi, in una società frammentata in gruppi sociali diversissimi, l’autoreferenzialità del concetto è esplosa: vengono spacciati per normali i corpi filiformi o muscolosi di modelle e attori, politici pluridivorziati discettano di famiglia tradizionale e di valori condivisi, e di contro i media e i social convincono ognuno di noi di essere (o dover essere) speciali, eccezionali – tutto fuorché appunto normali. Vista da vicino, allora, questa fantomatica norma si rivela per quello che è: uno strumento del gruppo dominante per esercitare potere su gruppi meno forti (donne, migranti, poveri, persone lgbtqia+...). Così che chi è bollato come “diverso” si ritrova espulso, oppure misericordiosamente riaccolto se si adegua e rientra nei ranghi. Una ragione in più per ricordarsi che, per fortuna, Nessunə è normale.



Davide Dotto
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Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Recensione: Che succede a Baum?, di Woody Allen

Libri Recensione di Davide Dotto. Che succede a Baum? di Woody Allen (La nave di Teseo). Il primo romanzo di Woody Allen, tra cinema, nevrosi autoriali e una satira fuori dal nostro tempo. Un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Che succede a Baum, pubblicato alla soglia dei novant'anni, è il primo romanzo di Woody Allen. Arriva, però, da un autore da sempre riconosciuto come “scrittore”: lo testimoniano decenni di sceneggiature, racconti e l’autobiografia A proposito di niente.
Nelle pagine del libro riaffiorano così tanti richiami a film, scene e battute del suo cinema, echi shakespeariani, che si è quasi tentati di farne un inventario, o di leggerlo come un omaggio a sé stesso.



Baum, un Sisifo senza il mito, un alter ego dell'uomo moderno.

Le vicende e le confessioni di Baum rievocano in modo esplicito il mito di Sisifo, ma senza la figura di Sisifo: non l’impresa titanica, bensì la condizione umana che riguarda ciascuno di noi. Baum non è una macchietta, ma un alter ego dell’uomo moderno: incarna le paure di Allen e lo stile inconfondibile del regista newyorkese, trascendendo l’idea pura per abbracciare il dubbio e l’ossessione delle grandi domande.



Il controllo del regista: quando il limite diventa sostanza.

Non è del tutto chiaro se prevalga un certo fatalismo, o se esso non sia piuttosto il risultato di una comprensione profonda — e disincantata — della natura umana. È come se ci si limitasse a osservare l’esistenza entro un contesto “stilizzato”, sottraendola alle sue asperità reali per restituirla in una forma che non pretende di risolverla, ma la rende intelligibile.
C’è uno stratagemma narrativo che, almeno all’inizio, può disorientare il lettore: il brusco cambiamento di punto di vista. All’improvviso, infatti, si inserisce un’altra voce — un dialogo con sé stesso, un miscuglio di prima e terza persona — quasi che il racconto si trasformasse in un film e la confessione di Baum diventasse un colloquio con l’autore, con un regista immaginario o, forse, con la propria anima. Si tratta, però, di un espediente coerente, perché sappiamo da dove proviene: l’ingerenza autoriale è inevitabile. Woody Allen è iconico, possiede un dizionario e una grammatica completamente suoi, elementi che rendono riconoscibile ogni sua frase e che, proprio per questo, impediscono qualunque imitazione. Nel senso che, se un altro autore ricorresse allo stesso espediente, il risultato non sarebbe affatto garantito.
A ciò si aggiunge un altro aspetto significativo.

Che succede a Baum è scritto senza stacchi, in un continuum narrativo che sembra adottare un strumento consolidato, quello del flusso di coscienza.

Un continuum narrativo che, in questo caso, si fa addirittura duplice quando interviene il dialogo con sé stesso, creando una corrente che si divide, si confronta e si ricompone. Una scelta che amplifica la sensazione di assistere sia a un monologo sia a una mise en scène dove la mente di Baum e la voce dell’autore condividono lo stesso spazio scenico.
Baum non possiede alcuna vita interiore strutturata: non dialoga davvero con sé stesso, ma con la realtà che lo assedia e lo pervade. Il suo non è un confronto spirituale, bensì una reazione continua agli stimoli del mondo, alle sue paure e ai suoi fantasmi quotidiani. La quiete appartiene solo a chi racconta, all’autore che osserva le vicende dall’esterno e ne orchestra il ritmo. La sorte di Baum è tutt’altra cosa: un moto perpetuo, un’inquietudine che non concede tregua e che lo spinge verso un dialogo incessante con ciò che gli accade, non con ciò che egli è. Proprio da questa distanza (tra l’autore e il suo personaggio) si apre una fessura da cui filtra l’ironia, il paradosso, la nevrosi.

Baum finisce per rispecchiare le paure più profonde di Allen, comprese quelle squisitamente creative.

Il timore, ad esempio, di faticare "a creare personaggi che troppo spesso erano solo veicoli per le sue idee". Ma la densità psicologica conferita è tale da far dimenticare ogni strumentalità.
Woody Allen ne è pienamente consapevole: «Ci vuole un grande scrittore per infondere vita a tutte quelle domande senza risposta». Eppure, con la consueta spietatezza, lascia che da Baum emergano solo compitini moralistici, quasi a voler denunciare l’impossibilità di risolvere letterariamente l’enigma dell’esistenza.
E lo fa con lucida intenzione. Baum deve rassegnarsi al proprio destino nel momento esatto in cui cerca di rompere l'incanto narrativo restituendo al mondo la cruda realtà, priva di filtri ironici o schermi protettivi. È un desiderio postumo di autenticità che si scontra con il limite invalicabile della sua natura letteraria: simile a un farmaco con le sue controindicazioni, è filtrata da una messinscena che trasforma il dolore in una posa stilizzata, rendendo la sua ribellione un ultimo, tragico atto di satira.
Se un simile espediente fosse usato da un altro autore, gli si contesterebbe immediatamente un problema di focalizzazione o un'eccessiva ingerenza autoriale. Qui il limite diventa sostanza: significa non smettere i panni del «regista», esercitando una forma di controllo che non concede autonomia al personaggio, ma lo costringe entro il perimetro di una visione precisa.

Una satira fuori dal tempo.

L’esistenza viene esorcizzata, senza doverle attribuire per forza un senso e anzi ci si libera proprio dalla necessità di trovarne uno (come in Un giorno di pioggia a New York). Al massimo si consente — entro certi limiti — un accomodamento tra sogno e realtà (tema centrale anche in La ruota delle meraviglie). E se casomai questa risposta venisse trovata non potrebbe essere  rivelata.
La narrazione — letteraria o cinematografica — non dà un senso, lo sostituisce o persino lo copre per la necessità disperata di un compromesso. Trasforma la vita in struttura, l’angoscia in ritmo, il nonsense in ironia. È questo il modo in cui l'esistenza viene resa maneggiabile: non perché illuminata da un significato, ma perché filtrata dall’atto stesso del raccontare (come accade nel suo cinema più personale, da Interiors in avanti).

Si è parlato di realtà: ma qual è quella descritta? Paradossalmente è fuori dal tempo.

Il linguaggio è lo stesso da decenni, immutabile, e in queste pagine – come nei suoi film – non compaiono tablet, né cellulari, né social. È il mondo sospeso delle sceneggiature e della macchina da scrivere con la quale è stata scritta persino questa storia.
La New York che si vede è astratta e riconoscibile allo stesso tempo, evocata da Gershwin nel celebre incipit di Manhattan, e in cui è ancora possibile esercitare una satira contro la morale piccolo borghese, forse proprio perché oggi non lo si può essere più, “piccolo borghesi”.
Si pone quindi un problema narrativo tutt’altro che secondario: esiste per Allen una linea temporale che non può essere varcata e che lo tiene al riparo dalle dinamiche contemporanee. Al di là di quella soglia – il linguaggio, la tecnologia, il nuovo – Woody Allen non risuonerebbe più. La sua poetica vive in una dimensione laterale, anacronistica e protetta.

Che succede a Baum è un racconto che non coincide con quello in cui viviamo, ma con quello in cui lo scrittore/sceneggiatore/regista può ancora esistere come autore.

Nel romanzo riaffiora anche una satira a tratti feroce, accompagnata da un cinismo che sfiora il macabro. Sono elementi che, letti oggi, possono risultare meno efficaci — complice la presenza di riferimenti non esattamente “a prova di cancel culture”. Ma in fondo è forse proprio questa loro dissonanza a preservarne il valore: ciò che oggi “non funziona” continua a testimoniare uno stile, una firma inconfondibile.
Lo si avverte in una frase che racchiude forse la postura etica più segreta del romanzo: «Gli sembrava l’ennesima ingiustizia in questa esistenza ingrata che cerca di spacciare per indifferenza quella che invece è malvagità pura e semplice».
È un’intuizione profonda: la malvagità quotidiana, che diventa normale per inerzia. È contro questo male minimo — e perciò pericoloso — che la satira si fa feroce. È la percezione di chi, nato negli anni Trenta, ha vissuto con la convinzione che il mondo potesse davvero finire.

Che succede a Baum non propone una divisione morale, né invita a schierarsi dalla “parte giusta”. 

Lo sguardo è universale, quasi antropologico: non giudica, osserva. I soliloqui di Baum non conducono a una crescita, né a un percorso spirituale, perché non c’è nulla da raggiungere; c’è piuttosto un affresco dell’esistenza, una fotografia di piccole meschinità e autoinganni. In altre parole: la spiritualità affiora come sintomo, malattia da curare: qualcosa che non guida, bensì che va contenuto.
Se proprio si volesse tracciare una linea di demarcazione, non sarebbe tra innocenti e colpevoli, ma tra chi rischia — e ha successo — e chi invece “rosica”, imprigionato in una inettitudine da cui vorrebbe uscire, anche a costo di ribaltare le certezze e il mondo di cui fa parte.
Non si può parlare di un “grattare via la vernice nella vita degli altri”. Allen non è un autore che smaschera o che penetra il lato nascosto delle persone: preferisce osservare la superficie attraverso il filtro delle proprie nevrosi. Non indaga, riflette. I personaggi non vengono rivelati, ma rispecchiati: diventano specchi che amplificano il caos interiore. È da questa distanza che emergono la caricatura, l’assurdo e la dimensione grottesca.


Che succede a Baum?


di Woody Allen
La nave di Teseo
Romanzo
ISBN: 978-8834621967
Cartaceo 19,00€
Ebook 11,99€

Quarta

Asher Baum sta perdendo la testa. Come biasimarlo? È un giornalista ebreo di mezza età, diventato romanziere e drammaturgo e consumato dall’ansia per qualsiasi cosa, i suoi ampollosi libri filosofici ricevono recensioni tiepide e il suo prestigioso editore newyorkese lo ha scaricato. Il suo terzo matrimonio è in crisi, teme che la moglie, laureata ad Harvard, sia stata sedotta da suo fratello minore, bello e vincente, mentre sospetta anche del loro vicino in Connecticut. In più, lo mette molto a disagio il legame che sua moglie ha con il figlio, uno scrittore più affermato di lui. Come se non bastasse, in un attimo di follia ha cercato di baciare una giovane e attraente giornalista durante un’intervista, che lei sta per rendere pubblica. C’è da stupirsi che Baum abbia iniziato a parlare da solo? Gli sconosciuti che lo incrociano per strada scuotono la testa e lo evitano. Nel frattempo, però, Baum ha scoperto un segreto esplosivo: meglio tenerlo per sé, o rivelarlo e mandare all’aria il suo matrimonio? Che succede a Baum? è il primo romanzo di Woody Allen ed è tutto ciò che ci si aspetterebbe da lui, e molto di più. Il ritratto di un intellettuale paralizzato dalle nevrosi sulla futilità e il vuoto della vita; uno sguardo irriverente sui miti dell’editoria newyorkese; soprattutto, una storia divertente, dalla trama serrata e dalla scrittura impeccabile, da uno dei più grandi e versatili talenti cinematografici e letterari americani. Un romanzo che farà tremare il mondo letterario.



Davide Dotto
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Recensione: Il pappagallo muto, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Il pappagallo muto, di Maurizio De Giovanni

Recensione: Il pappagallo muto, di Maurizio De Giovanni

Libri Recensione di Davide Dotto. Il pappagallo muto. Una storia di Sara di Maurizio De Giovanni (Rizzoli). Il giallo nell'era dell'IA e la rivincita dell'intuizione: non soltanto un gioco logico, ma luogo in cui la letteratura custodisce la dimensione umana dell’indagine.

Da qualche anno il romanzo giallo sta affrontando più di una sfida per restare al passo con i cambiamenti.
Se esiste un “canone”, alcuni aspetti necessitano di un aggiornamento – non solo sul piano della scrittura. Più di un autore se ne è accorto.
Alcuni tratti non reggono il confronto con il presente: non basta più immaginare indagini condotte tra bistrot parigini, pipe fumanti e appostamenti alla Maigret. A meno di ambientare la vicenda in un’epoca passata (anni Ottanta, Novanta o primi Duemila), i nostri anni Venti – e i prossimi Trenta – pongono domande nuove.

Come si conduce un’indagine quando la tecnologia digitale sembra promettere soluzioni istantanee, scandagliando dati e connessioni in pochi secondi, quando tecnici informatici offrono risposte immediate senza muoversi dalla sedia – salvo rocambolesche irruzioni da serie TV come Criminal Minds – mentre ogni dettaglio della vita quotidiana viene archiviato con precisione maniacale?

Il racconto poliziesco deve reinventarsi, e fare del conflitto tra algoritmo e intuizione il suo nuovo motore narrativo.
Ed è proprio su questo che riflette Il pappagallo muto, la settima indagine di Sara Morozzi.
Comparsa per la prima volta nella raccolta Sbirre, Sara porta con sé un passato segnato da scelte radicali: l’amore inseguito a costo di lasciare famiglia e certezze, il prezzo pagato senza concessioni al giudizio altrui. Ex agente dei Servizi, è una protagonista atipica: invisibile per scelta, dotata di un talento raro nell’ascolto e nell’interpretazione dei silenzi. Le sue indagini non puntano mai sulla spettacolarità, ma sulla capacità di leggere le persone. Anche in questa nuova avventura De Giovanni non cerca l’effetto del “chi è l’assassino?”, bensì la profondità del “perché”.



Il giallo non è soltanto un gioco logico, è il luogo in cui la letteratura custodisce la dimensione umana dell’indagine.

Qui si incontrano luce e ombra, memoria e oblio.
Qui soprattutto il conflitto non si esaurisce nell’arresto del colpevole, ma diventa contatto con i demoni interiori, con le ferite e le fragilità che nessun software può archiviare. È questa tensione – irriducibilmente umana – a costituire l’identità profonda del genere.
Il detective classico, da Sherlock Holmes a Frate Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa, è tormentato dalla vertigine dell'enumerazione infinita degli indizi. L'intelligenza artificiale, per sua natura, risolve questo problema. La macchina non si perde nella lista, ma la elabora interamente, fornendo la base oggettiva su cui l'intuizione umana può finalmente agire, senza perdere il controllo.
Non è una questione da poco se oggi si parla di trasparenza algoritmica, ovvero della necessità di comprendere i processi attraverso i quali una macchina giunge a una decisione.

Se l’intelligenza umana è fallibile, quella artificiale è spesso opaca.

E non ci si può accontentare di un generico «Lo ha stabilito l’algoritmo» o «Il software ha deciso». La differenza tra un detective e una scatola nera, del resto, è proprio questa: l’umano, anche quando intuisce la soluzione, sa ricostruirne i passaggi.
In fondo, l'IA diventa un prezioso ausilio di quel "ragionamento all'indietro" che è la cifra di Holmes e la chiave per uscire dall'opacità dei dati. Holmes lo spiega con chiarezza in Uno studio in rosso (1887):
In solving a problem of this sort, the grand thing is to be able to reason backward… You see, I have already arrived at the conclusion without having all the facts. I then proceed to verify my solution. Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, CAP 3

Un giallo che rinunciasse a tale percorso logico cadrebbe nel paradosso: un enigma con una soluzione inaccessibile. Ma se il giallo classico si fonda sulla dimostrazione logica, la realtà contemporanea spinge in direzione opposta.



E se Sherlock Holmes indagasse oggi?

Il fascino dell'investigatore inglese nasceva dal gap tra ciò che sfuggiva a tutti e ciò che lui, grazie a osservazione e ragionamento, riusciva a scovare. Quel vuoto di percezione era lo spazio in cui fioriva il giallo classico.
Oggi, però, quel margine rischia di venire colmato – o peggio banalizzato – dalla tecnologia: non serve più il colpo d’occhio sul fango sugli stivali se esistono tracciamenti GPS, né riconoscere una certa cenere di tabacco se un database può segnalarlo in un istante.
Il giallo contemporaneo deve quindi reinventare quello spazio narrativo, mostrando che, anche nell’epoca degli algoritmi, resta un gap umano che nessuna macchina può azzerare: la memoria, la capacità di leggere ciò che non si lascia tradurre in dato.
La rivoluzione digitale non è solo una questione di strumenti; è una forza trasformativa che rimette in discussione il valore di certe abilità. Il classico investigatore che si affida all’intuizione, alle confidenze, all’osservazione sul campo, è a rischio di obsolescenza. Perché affaticarsi con lunghi interrogatori quando un’IA può tracciare movimenti, incrociare dati finanziari?

Emergono nuove professioni, esperti di cybersecurity, mentre le competenze "analogiche" passano in secondo piano.

In questa corsa al digitale, le abilità analogiche rischiano di sembrare superflue: riconoscere un’esitazione nello sguardo, condurre un interrogatorio con pazienza, conquistare la fiducia di un testimone.
Eppure sono proprio questi i dettagli che nessun software sa riprodurre, e che spesso aprono varchi decisivi nelle indagini. Il giallo diventa così la cartina di tornasole di questi mutamenti, mettendo a confronto generazioni investigative e metodologie diverse.

Il pappagallo muto. Una storia di Sara di Maurizio De Giovanni ribadisce l’insostituibilità dell’elemento umano.

Le doti di Sara Morozzi e del suo gruppo (Andrea, Teresa), considerate marginali o anacronistiche, trovano invece spazio nelle zone d’ombra che la tecnologia non sa illuminare.
Si rivela decisiva la capacità di collegare fatti, e di trasformare anomalie ed errori in indizi.
Il romanzo non si concentra sul “chi” o sul “come” del crimine, ma soprattutto sul “perché”.
I personaggi, e in particolare Sara, mostrano come il delitto affondi le radici nella complessità delle relazioni umane, nei segreti, nelle passioni e nelle fragilità.
Sara Morozzi e Andrea Catapano, messi a riposo, diventano così figure considerate anacronistiche in un mondo di tecnici informatici e analisti forensi digitali. Eppure, proprio la loro marginalità diventa forza narrativa. Non sono reliquie, ma personaggi centrali di un nuovo paradigma narrativo: resistono non per nostalgia, ma perché incarnano ciò che nessuna tecnologia può sostituire.

Il giallo diventa allora un atto di memoria.

Indagando nei segreti e nelle motivazioni di situazioni e personaggi, si riportano alla luce frammenti di verità in cui il male e le debolezze umane ripropongono schemi che nessuna IA può cogliere fino in fondo. La saggezza, contaminata dall’esperienza, continua a battere il dato puro.
Scrivere un giallo oggi significa misurarsi con tensioni che esigono di restituire spessore umano a un genere che vive di dettagli, esitazioni, illuminazioni. È una sfida duplice: narrativa ed etica, perché il giallo interroga il rapporto tra verità e giustizia, tra prova e interpretazione.
Maurizio De Giovanni sceglie di rimettere al centro l’esperienza, la memoria e il dubbio. Sara Morozzi non è l’antitesi della tecnologia, ma la dimostrazione che nessuna macchina può sostituire la capacità di leggere l’animo umano. È in questa frattura che il giallo contemporaneo trova nuova linfa: nel ricordarci che la verità non si riduce a un calcolo, ma nasce da uno sguardo che coglie ciò che sfugge alle griglie degli algoritmi.

Vale la pena aggiungere due ulteriori aspetti.

L’Intelligenza Artificiale procede per sequenze lineari, mentre l’intelligenza umana vive di simultaneità: può cucinare e nello stesso tempo rispondere a una telefonata, ascoltare una canzone e collegare tra loro dettagli marginali. È questa capacità di intrecciare piani e tempi che distingue Sara e Andrea, restituendo al lettore l’impressione che l’indagine sia, prima di tutto, un atto umano.
Ciò che chiamiamo “intelligenza artificiale” è, in fondo, un’intelligenza alternativa: potente nei dati, nei calcoli e negli incroci logici, ma priva della simultaneità incarnata della coscienza. Lo ricorda Jeanette Winterson in 12 Bytes. Come siamo arrivati fin qui, dove potremmo finire in futuro, invitandoci a “rallentare” per capire cosa significa davvero essere umani. La via scelta da Sara Morozzi – intrecciare intuizione, memoria e presenza corporea – non è solo moralmente difendibile: è forse l’unico modo per non lasciarci definire da algoritmi troppo veloci e troppo silenziosi.

Non a caso, l’interesse intorno a Sara Morozzi si sta ampliando anche oltre i libri.

Dai primi due romanzi della serie è tratta una serie TV, con protagonista Teresa Saponangelo, che porta sullo schermo la “donna invisibile” creata da Maurizio De Giovanni. Non si tratta soltanto di un adattamento, ma della conferma che la sua vicenda parla al nostro tempo, intercettando paure e desideri che vanno oltre la cronaca nera. La serie televisiva coglie con precisione questa dimensione liminale di Sara: un personaggio-soglia che scosta la cortina, muovendosi con agilità tra luce e ombra. Non più soltanto una donna invisibile, ma una guardiana silente, un’Atena dagli occhi cerulei, immagine che avevo già evocato in un’altra recensione dedicata alla serie di Sara Morozzi.

Il pappagallo muto
Una storia di Sara

di Maurizio De Giovanni
Rizzoli
Gialli/crime/noir
ISBN: 978-8817182072
Cartaceo 18,05€
Ebook 10,99€
Ascolta l'audiolibro

Quarta

Al parco, seduti su una panchina vicino ai bambini che giocano, potrebbero sembrare due innocui vecchietti, Sara Morozzi e Andrea Catapano. Nessuno indovinerebbe che sono stati per anni i migliori agenti sulla piazza. A sorpresa, ora, i Servizi hanno di nuovo bisogno della donna invisibile e del cieco dalle straordinarie doti investigative. Si tratta di un'operazione in cui non possono usare mezzi tecnologici, solo l'intercettazione personale alla vecchia maniera, che i due maneggiano come nessun altro. Decidono di accettare: se hai fatto quel lavoro, ti resta nel sangue, non riesci a tirarti indietro nemmeno dopo anni.
Ma Sara e Andrea capiscono presto di aver sbagliato a rimettersi in attività. L'incarico potrebbe portarli a rischiare grosso, stretti in un ingranaggio troppo più grande di loro. Per fortuna non è sola, Mora: Teresa è sul piede di guerra, e ci sono i fidatissimi Pardo e Viola, oltre al Bovaro del Bernese Boris, a vegliare sul suo destino incerto e su quello di Andrea, in un'indagine che rivelerà, una svolta dopo l'altra, un intricato groviglio di interessi segreti.



Davide Dotto
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Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Recensione: Chiudo la porta e urlo, di Paolo Nori

Libri Recensione di Davide Dotto. Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori (Mondadori). Dalla parola scritta alla parola recitata: il monologo come strumento di narrazione. Attraverso la biografia e la critica letteraria, l'autore intreccia la propria esperienza personale con le vite e le opere degli autori di cui scrive, offrendo una prospettiva particolare.

I libri di Paolo Nori sono monologhi per il teatro, vanno letti così, recitati. È la stessa punteggiatura a dirlo, costruita per segnare le pause del parlato più che l’organizzazione sintattica e del periodo. Un esempio evidente di questo stile è il libro "Sanguina ancora", dedicato a Delitto e Castigo di Dostoeskij e pubblicato nel 2021. Chiunque abbia letto questo libro avrà notato come la punteggiatura guidi il ritmo della lettura.

Leggi anche Davide Dotto | Recensione: Sanguina ancora, di Paolo Nori

Tra oralità e scrittura prevale il racconto di un aedo o di un trovatore.

Il ritmo è cadenzato, simile a una recita che aiuta la memoria e richiama immagini, grazie all'uso di figure retoriche. Potrebbe avere un significato rituale, alla fine, il ricorso all’anafora, all’epifora. E a quel particolare effetto di accumulare, di trattenere cose, pensieri, dissonanze e consonanze prima che sfuggano.

Il suo modo di scrivere, così diverso dalle consuetudini letterarie, rappresenta già una piccola rivoluzione.

Un modo per sottrarsi alle regole linguistiche più rigide, dando l’illusione di un’improvvisazione spontanea. Poi arriva il tema, di colpo, “senza preavviso”, e il tutto funziona molto bene sulla pagina scritta che, a riguardo, è un ottimo registratore.
Per comprendere appieno questo stile, è utile leggere più opere di Nori, poiché esse sono interconnesse attraverso richiami reciproci e rimandi tematici. Esprime l’arte sui generis di conquistare una dimensione – non solo narrativa – totalmente altra, fatta di rimandi, coincidenze preavvertite.

La scrittura stessa è un dialogo multiforme tra dimensioni.

Fa a meno di un canone consolidato, viste forse come velleità di cui fare a meno, e che richiedono un apposito talento. Non è facile quello che riesce a Paolo Nori: trasportare da una sfera all’altra qualcosa che è connaturato in un altrove, per esempio “far diventare la mia passione, la letteratura, il mio mestiere». E qui emergono tracce di profondi legami, a partire da Dostoevskij e dalla sua disperazione, a sondare i segreti di un’anima che non è poi così lontana dalla propria. Simili affinità le ha trovate entrando e uscendo dalla vita di Anna Achmatova.


Il racconto autobiografico di Paolo Nori si inserisce in quello dei suoi autori come un insieme di note a margine.

Note che contribuiscono a creare un discorso più ampio e a rivelare una certa unità. Un procedimento simile, seppur con un diverso respiro stilistico, lo ritroviamo in Emanuele Trevi, che nei suoi libri stabilisce un ponte tra il proprio vissuto e quello di figure letterarie: in Qualcosa di scritto con Pier Paolo Pasolini e Laura Betti, in Due vite con Pia Pera e Rocco Carbone, o in La casa del mago con il padre Mario Trevi, noto psicanalista.
La letteratura qui diventa un campo di risonanze e rimandi, dove il confine tra autobiografia e critica si dissolve, e l’atto dello scrivere si trasforma in un’esperienza di immersione nella vita degli altri.

Attraverso la biografia e la critica letteraria, Paolo Nori intreccia la propria esperienza personale con le vite e le opere degli autori di cui scrive, offrendo una prospettiva particolare.

Ma in questa immersione si va oltre la letteratura: non si parla più soltanto di parole e pagine scritte, ma di anime, di direzioni da prendere, di come stare al mondo.
Ci sono famiglie, luoghi, storie, connessioni con il presente e con il passato, ed è un continuo interrogarsi su come si possa abitare l’esistenza. Non c’è la pretesa di trovare un senso, né di rivelare una verità ultima, ma solo il bisogno di cercare, di ascoltare, di entrare dentro le cose. L’incontro di questo libro è con il poeta Raffaello Baldini. Il suo ritratto è costruito a pennellate decise e impressionistiche.

L’immagine che ne ricaviamo è quasi una fotografia.

È un poeta che scrive nel “bel dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna” e “traduce a piè pagina in bell’italiano i suoi versi” e introduce inoltre la questione della lingua, molto più comune di quanto si creda. Ci sono senz’altro confini comunali, provinciali, regionali, insieme ad arrivi, partenze, ritorni. Ci sono le Langhe di Pavese che assurgono a più di un suggerimento, e che potrebbero essere la Catania di Giovanni Verga come la Malo di Luigi Meneghelli, le borgate romane di Pasolini. E per Paolo Nori c'è Parma.
L'elenco diventa lunghissimo e inesauribile. È una sorta di freno, un invito a fermarsi per raccogliere qualcosa di sé, una radice, una provenienza che si apre all'universo. Ecco che Parma incontra la Russia, Catania unisce il proprio destino a Firenze e Milano (Verga), le Langhe si collegano agli Stati Uniti (Pavese, la letteratura americana, le sue traduzioni). 
Ho cominciato a leggere i miei racconti ad alta voce, e è successo che naturalmente, io, sapendo che poi li avrei dovuti leggere ad alta voce, avevo cominciato a scriverli un po’ come se fossero parlati, in un certo senso, e all’improvviso quel triangolo di cui parlavo prima, io, computer, e cielo della letteratura, cioè io, computer e crusca e cruscanti, era diventato un triangolo con un vertice infinito , cioè era diventato un triangolo io computer mondo, e improvvisamente le cose da scrivere mi venivano su da tutte le parti… Paolo Nori, Chiudo la porta e urlo

Il contrasto che si evidenzia fa sì che mentre Raffaello Baldini scrive in dialetto romagnolo e fornisce traduzioni in italiano, Paolo Nori adotta un approccio del tutto diverso ma coerente: crea una sua voce distintiva infrangendo le strutture letterarie convenzionali.

Questo rimanda a una questione più ampia nella letteratura italiana su come gli scrittori possano catturare un'espressione autentica. C'è scoperta ma non imitazione, c'è condivisione ma nessuna angoscia dell'influenza. Giovanni Verga fa in fondo la medesima cosa a sua volta, pur in una modalità speculare e contraria: invece di parlare direttamente in siciliano, cercava di creare un italiano standardizzato.
Il suo obiettivo era trasmettere l'essenza della vita e dei modelli di pensiero siciliani. E a sua volta Manzoni con il suo sciacquare i panni in Arno perseguiva un obiettivo simile. E di sicuro "il buon italiano" di Baldini doveva molto a questo insieme di esperimenti e predecessori.

Alla fine, Chiudo la porta e urlo si fa scuola di scrittura oltre che di lettura, perché – nella questione della lingua – ci vuole qualcosa che vada oltre la lingua stessa.

È un tipo di scrittura che non si limita a raccontare, ma crea connessioni, stabilisce legami tra storie e vissuto personale. Un'operazione che, con una diversa sensibilità – come si è visto – troviamo anche nei libri di Emanuele Trevi, che costruisce il proprio discorso letterario intrecciando la sua biografia con le vite di scrittori e artisti: da Pasolini a Pia Pera, fino alla figura del padre Mario Trevi in La casa del mago. In entrambi i casi, il libro non è solo narrazione, ma diventa un luogo di incontro, un atto di ascolto.
E questo è detto nero su bianco: «Ci son dei libri che son scritti così bene, in italiano italiano, damaschi ebani fiori tappeti e bronzi, che è come se non si vedesse niente».
Quando succede "il contrario" è un evento. Ecco la lezione: è una dimensione che non cerca definizioni o verità assolute, ma connessioni tra storie, tra vite, tra direzioni possibili. Scrivere, per Nori e per chi si riconosce in questa tensione, non è solo narrare, ma provare a orientarsi nel caos dell’esistenza, con il linguaggio come bussola e non come punto di arrivo.



Chiudo la porta e urlo

di Paolo Nori
Mondadori
Narrativa biografica | Critica letteraria
ISBN: 978-8804783299
Cartaceo 18,05€
Ebook 9,99€
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Quarta

Raffaello Baldini è un poeta grandissimo eppure pochi sanno chi è, e di quei pochi pochissimi ne hanno riconosciuto la voce. Perché scrive nel bel dialetto di Sant'Arcangelo di Romagna? Ma no. Paolo Nori ci rammenta che è poeta enorme anche nel bell'italiano con cui il poeta ha sempre tradotto a pie' di pagina i suoi versi. E quante storie si trascinano appresso quei versi, quante immagini suscitano, quanti personaggi, quanto universo c'è in quel mondo apparentemente piccolo. Come sua consuetudine, Paolo Nori attraversa l'avventura poetica di Baldini quasi come non ci fosse altro intorno, di sé facendo il filtro di una bellezza che viene su come da un fontanile e fa paura, perché ci lascia straniti. Ecco che - non diversamente da quanto è accaduto con Dostoevskji e Achmatova - l'immaginazione di Baldini si scioglie dentro quella di Nori, fatta com'è di caratteri e di accadimenti apparentemente minimi: i morti che "non dicono niente e sanno tutto", gli uomini che invece di calarsi gli anni se li crescono, lo stare lì di una donna davanti alla circonvallazione per guardare "che passa il mondo". Fra spinte e controspinte, fra il "cominciamo pure" e il "continuiamo pure" che ricorrono a battere il ritmo, impariamo che, sempre più, la scrittura di Nori è la messa a fuoco progressiva di un carattere, il suo: il suo essere "coglione", il suo essere "bastiancontrario", il suo essere "matto come un russo", il suo essere innamorato di un poeta come Raffaello Baldini, il suo magone davanti alla casa dei Nori come fosse una scatola di bottoni, il suo stare a vedere la vita come va avanti a ogni svolto imprevisto dello stare al mondo.


Davide Dotto
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Recensione: La vita contro, di Rita Ragonese

Recensione: La vita contro, di Rita Ragonese

Recensione: La vita contro, di Rita Ragonese

Libri Recensione di Davide Dotto. La vita contro di Rita Ragonese (Fazi Editore). Due anime ferite scivolano tra le crepe della realtà, dove ogni porta si apre solo per richiudersi con un tonfo alle spalle.

La vita contro, di Rita Ragonese, racconta la storia di due anime ferite che il destino fa incrociare nella periferia di Mestre. Sullo sfondo, il CEP – un controverso esperimento di edilizia popolare affacciato sulla laguna veneziana – fa da scenario a questo incontro improbabile, con le sue case popolari che racchiudono storie di precarietà e tentativi di riscatto.
Umberto è un macellaio vicino alla pensione, tormentato dal peso di una tragedia e lasciato solo a combattere i propri demoni. Angela è una ragazza appena uscita dal carcere e si trova davanti a un muro: consultori, aule di tribunale, la separazione dal figlio Martin. Nel cercare di rimettere insieme i pezzi della sua vita, si dibatte tra l'urgenza di restare fedele a sé stessa e la necessità di scendere a patti con un ambiente poco incline a concedere seconde possibilità.

Nel loro avvicinarsi cauto e quasi casuale, Umberto e Angela cercano soprattutto di spostarsi da un punto morto, di uscire da un loop esasperante.

Non sono grandi gesti o nobili intenti a muoverli, ma tecniche disperate di sopravvivenza, rituali quotidiani per restare a galla. I loro dialoghi, inizialmente schematici e ridotti all'essenziale, rivelano un'umanità che si manifesta nei gesti minimi, nell'approccio dannatamente pratico di chi sa che la comprensione non basta, che servono soluzioni concrete.


La storia che ne scaturisce non ha nulla di scontato, è un lancio di dadi da cui può accadere qualsiasi cosa, anche niente.

La prosa cruda e asciutta riflette questo vuoto di certezze, restituendo lo sguardo disincantato di chi non vede altro che un presente indeclinabile, in cui tutti i giochi sono fatti e ogni porta si è aperta solo per richiudersi con un tonfo alle spalle.
È una palestra esistenziale non cercata, dove la consapevolezza coincide paradossalmente con un profondo senso di estraneità. Come suggerisce Angela al padre, rigido nelle sue certezze morali.
Sembrava facile, vero Pater? Come una partita a dama: sposta, scavalca, occupa. Vinci. Ma poi la realtà ha giocato una tattica inimmaginabile. Rita Ragonese, La vita contro

Forse solo gli angeli caduti si accorgono delle proprie ali, tutto dipende da che parte si guarda: dall'alto oppure dal basso.

Il quadro che viene dipinto mette a nudo pregiudizi, convenzioni sociali, aspettative tradite. Non è scontato e non è da tutti trovare una via di guarigione, di certo non prima di aver scavato a fondo ed essersi addentrati nei sentieri più tortuosi e dolorosi.


La vita contro

di Rita Ragonese
Fazi Editore
Narrativa
ISBN: 979-1259676030
Cartaceo 17,10€
Ebook 9,99€

Quarta

Umberto e Angela si incontrano. Lui alla soglia della pensione, alcolista, cresciuto al CEP – esperimento di aggregato popolare affacciato sulla laguna di Venezia – e lei poco più che ventenne, appena uscita dal carcere della Giudecca, proveniente da una rispettata famiglia ottusamente cattolica, la cui infanzia è stata scandita dalle ossessioni di un padre bigotto...Quando si incontrano per la prima volta, Umberto è il serio, scorbutico e apprezzato macellaio di un supermercato di Mestre che porta sulle spalle il peso di una terribile tragedia accaduta vent’anni prima. Abbandonato dalla moglie e dal figlio, trascina la sua esistenza in solitudine. Angela, ospite di una comunità, arriva al reparto macelleria come stagista, grazie al progetto di recupero proposto dai servizi sociali, al solo fine di ottenere l’affido di Martin, il figlio avuto da Florian, che durante la sua detenzione era stato affidato ai nonni. L’errore di Angela è stato quello di aver ingenuamente creduto alla lealtà del giovanissimo padre del bambino, finendo invischiata, invece, in una serie di attività criminali. Umberto e Angela, dopo un primo momento di collisione, iniziano ad avvicinarsi. Senza volerlo, senza sapere di esserne capaci, finiranno per proteggersi a vicenda, accompagnati dalla lenta scoperta della bellezza, sino all’inaspettato finale. Con una voce calibrata, emozionante, autentica, l'autrice ci racconta una storia di dolore e riscatto con due protagonisti diversissimi che saranno capaci, tuttavia, di dare vita a un'amicizia virtuosa imperniata sulla solidarietà e il sostegno reciproco.


Davide Dotto
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Recensione: L'invenzione del bene e del male, di Hanno Sauer

Recensione: L'invenzione del bene e del male, di Hanno Sauer

Recensione: L'invenzione del bene e del male, di Hanno Sauer

Libri Recensione di Davide Dotto. L'invenzione del bene e del male di Hanno Sauer (Laterza). La morale non è qualcosa di innato quanto piuttosto il prodotto dell'evoluzione umana: il bene e il male attengono alla capacità e alle probabilità del singolo di sopravvivere: le quali aumentano se si appartiene a un gruppo.

L'invenzione del bene e del male di Hanno Sauer offre notevoli spunti di riflessione su un problema filosofico e storico di enorme importanza. Il titolo  richiama alla memoria la Genealogia della morale, ma mentre Nietzsche si concentra su una critica dei valori morali attraverso un'analisi storica e psicologica, Sauer espande il discorso in una trattazione antropologica di largo respiro, proponendo una chiave di lettura del nostro presente.

L'idea di fondo è che la morale non sia qualcosa di innato quanto piuttosto il prodotto dell'evoluzione umana.

L'argomentazione è rilevante in un contesto di dibattiti accesi e polarizzazioni estreme, dato che ci consente di ripensare le fondamenta dei nostri valori etico-sociali.
L'approccio adottato è interdisciplinare: attinge da filosofia, psicologia e neuroscienze, offrendo una visione sfaccettata e a tratti non convenzionale.
L'autore ci porta in un viaggio che va molto indietro nel tempo, non solo di secoli, ma di decine, se non centinaia di millenni, decisamente prima di qualunque testimonianza scritta.

L'invenzione del bene e del male di Hanno Sauer illustra come si sia fatta strada la cooperazione primitiva fino alle più complesse esperienze e istituzioni sociali.

Questa prospettiva ricostruisce le premesse remote dell’epoca moderna, che copre gli ultimi cinquecento anni. Un simile arco temporale ci impedisce di vedere la morale solo come un prodotto del pensiero umano, anche se dialettico. È qualcosa che affonda le sue radici prima dell'invenzione del linguaggio e delle prime comunità politiche. Il bene e il male attengono alla capacità e alle probabilità del singolo di sopravvivere: le quali aumentano se si appartiene a un gruppo. Inoltre, si aggiungono le prime tensioni tra individuo e comunità, l'autentico motore che ha guidato la maturazione dei nostri codici etici.



La sopravvivenza è l'autentico punto cruciale della distinzione tra bene e male.

Ogni riflessione morale si è evoluta come strategia per consentire al singolo di sopravvivere, se non da solo, grazie (e a volte nonostante) al gruppo. Il fenomeno da cui è originata la nostra civiltà (e la nostra cultura) è una sorta di autodomesticazione che ha reso il genere umano geneticamente predisposto alla cooperazione.
La dinamica che ne è scaturita comprende:
  • La sopravvivenza del singolo attraverso la comunità.
  • La sopravvivenza della comunità che a certe condizioni può non escludere il sacrificio del singolo.
Nulla di diverso da una antica tragedia che ci racconta da venticinque secoli di come la società umana cerchi costantemente di bilanciare le esigenze del singolo con quelle della collettività: quella di Antigone.

Si può parlare di invenzione del bene e del male nella misura in cui l'idea della morale si presenta come una nicchia ecologica, di fatto una tecnologia – al pari del linguaggio – al servizio della nostra evoluzione cui si aggiunge il resto.

Non possiamo fare a meno di un apporto tecnologico sempre più invadente e consistente, poiché siamo diventati fisicamente più fragili, ma più forti grazie a un sapere condiviso trasmesso non geneticamente, ma socialmente, attraverso biblioteche, archivi, e altre forme di conservazione della conoscenza.

L'invenzione del bene e del male di Hanno Sauer si spinge fino alle sfide etiche del nostro presente, incluso l'emergere dell'Intelligenza Artificiale.

Non si può nascondere che delegare a strumenti automatizzati la raccolta e l'elaborazione di informazioni la cui mole è divenuta spropositata e complessa sollevi nuove questioni.
Ci viene anche il sospetto che il nostro destino non si sia giocato negli ultimi due-trecento anni (dalla Rivoluzione industriale in poi), e che non ci stiamo affatto avvicinando al baratro. Semplicemente ci siamo sempre mossi intorno a esso senza mai cadervi. E continueremo a non caderci fintanto che faremo fronte alle tensioni costanti, portandoci al passo successivo, in un processo che prevede il continuo adattamento (anche in termini di rinegoziazione) delle nostre basi morali.


L'invenzione del bene e del male

di Hanno Sauer Laterza Saggio
ISBN: 978-8858152003
Cartaceo € 22,80
Ebook € 14,99

Quarta

La morale esiste da molto prima che si parlasse di Dio, di religione o filosofia. La sua storia è, anzitutto, il frutto di un processo di selezione naturale. Questo libro risale allora fino agli albori dell'umanità: nelle foreste dell'Africa orientale che, 5 milioni di anni fa, diradano per effetto dei cambiamenti climatici. Tra gli ominidi che scendono dagli alberi ci sono anche i nostri antenati, che si adattano agli spazi aperti organizzandosi in gruppi estesi. È sotto la pressione di fattori ambientali che la moralità emerge come fondamento di una cooperazione tanto precaria quanto essenziale alla sopravvivenza della specie. Hanno Sauer offre al lettore una 'genealogia' della morale che si muove tra paleontologia e genetica, psicologia e scienze cognitive, filosofia ed evoluzionismo. Le tappe di questo percorso marcano le principali trasformazioni morali nella storia dell'umanità, arrivando fino ai giorni nostri. La crisi morale del presente, ci insegna Sauer, è il risultato di secoli, millenni, milioni di anni di stratificazioni. Ripercorrerne lo sviluppo è l'unico modo per costruire un futuro insieme.


Davide Dotto

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Recensione: La crisi della narrazione, di Byung-Chul Han

Recensione: La crisi della narrazione, di Byung-Chul Han

Recensione: La crisi della narrazione, di Byung-Chul Han

Libri Recensione di Davide Dotto. La crisi della narrazione di Byung-Chul Han (Einaudi). Il crepuscolo delle grandi narrazioni: come l'era digitale sta cambiando le nostre storie.

Il filosofo coreano Byung-Chul Han affronta il tema della crisi della narrazione, un fenomeno che pervade la società contemporanea e affonda le sue radici nel passato. I tentativi di svelare le regole sottostanti alle storie hanno contribuito a svuotare progressivamente la narrazione stessa. Dennis Yi Tenen, nel suo saggio Teoria letteraria per robot (Bollati Boringhieri), illustra bene questo processo.


In altre parole, l'attenzione si è spostata dalla sostanza alla forma, concentrandosi più sulle "regole di composizione".

Esiste il rischio concreto che l'opera narrativa venga ridotta a un mero prodotto di mercato, privo di quel "senso di verità" che è sempre stato il cuore dei grandi romanzi europei o delle tragedie greche. La velocità, la connettività costante e la frammentazione che caratterizzano l'era digitale, insieme al "cliccare e scorrere" che «non sono gesti narrativi», hanno sostituito lo sfogliare delle pagine, rendendo difficile l'immersione nelle storie, che vengono così rapidamente dimenticate.
I nuovi media, tra pagine web e touch screen, hanno accentuato un fenomeno non del tutto nuovo: il passaggio dal "racconto" all'"informazione", dall'esperienza narrativa al puro dato e alla spiegazione superficiale. Questo processo porta a un certo distacco dal passato e dal futuro, con un presente accartocciato su sé stesso che perde «il proprio ancoraggio temporale». Le pagine web richiedono una soglia di attenzione ridotta e sono strutturate come una piramide rovesciata, dove le informazioni più importanti sono inserite all'inizio, eliminando la necessità di leggere il testo dall'inizio alla fine. Non c'è tempo di cercare l'informazione principale, che deve giungere a colpo d'occhio, tra le prime righe, riassunto del riassunto, tra titoletti, grassetti e corsivi. Si perde così il contatto con la verità intrinseca della narrazione, sostituita da storie costruite per intrattenere un pubblico distratto e solitario.

Il problema è aggravato dalla crescente dipendenza dalle tecnologie digitali, che favoriscono una fruizione inadeguata dei contenuti, compromettendo la capacità di concentrazione e di riflessione.

Nel momento in cui tutto ciò che è stato vissuto è presente e non vi è alcun intervallo di separazione con il presente, il che significa: nel momento in cui ogni esperienza vissuta è immediatamente accessibile, il ricordo svanisce. Byung-Chul Han, La crisi della narrazione.
Senza narrazioni che diano senso alla propria esistenza, si rischia di smarrirne il filo, consegnandosi a una memoria a portata di mano ma inconsistente.
Il sovraccarico informativo è ben rappresentato da Ireneo Funes, protagonista di un famoso racconto di Borges. Funes ricorda ogni dettaglio della sua vita, i sogni, senza dimenticare nulla. Sembra un dono, ma non lo è: l'incapacità di dimenticare gli impedisce di dare coerenza alla sua esperienza, poiché la sua mente è sommersa da un'infinità di dettagli che frammentano il suo mondo. La sua vita diventa impossibile da raccontare, non essendo in grado di selezionare ciò che ha davvero significato. Anzi, l'atto stesso di raccontare e di ricordare si accumula insieme al resto, in un pozzo senza fondo.

Nonostante la crisi della narrazione di cui parla Byung-Chul Han, si osservano fenomeni che sembrano contraddirla, come l'aumento della produzione di romanzi e l'emergere dell'autofiction.

Essi possono essere interpretati come una risposta a un bisogno profondo, quasi inespresso, di narrazione, un tentativo di "aprire una porta chiusa", senza la pretesa di dover per forza arrivare al pubblico. Il desiderio di raccontare e raccontarsi è intrinseco all'essere umano e, sebbene in certi casi si manifesti in forme che alimentano l'ego più che rispondere a una reale necessità esistenziale, esso rimane vitale. È come se, di fronte alla frammentazione e alla superficialità imposte dalla cultura digitale, l'individuo sentisse comunque l'urgenza di recuperare una connessione con se stesso e con il proprio passato.
Sul punto, è utile considerare le riflessioni di Duccio Demetrio nel volume Perché amiamo scrivere, in cui esplora la scrittura terapeutica: non solo un modo per esprimersi, ma un mezzo per dare forma e significato alle proprie esperienze.

Anche se talvolta ci si può accontentare di "surrogati" narrativi, l'intima necessità di raccontare e di essere ascoltati persistono, riaffermando l'importanza della narrazione nella costruzione di un'identità personale e collettiva.

Possiamo perciò riflettere su ciò che diventa una risorsa vitale in un'epoca dove la narrazione e il senso profondo delle esperienze sembrano smarrirsi. Si tratta insomma della capacità non solo di ricordare, ma di dare significato agli eventi vissuti, un processo che è intrinsecamente legato alla narrazione personale. La memoria individuale, in quanto viva e soggettiva, diventa il mezzo attraverso cui ritrovare quella profondità esistenziale che spesso viene sacrificata.


La crisi della narrazione

di Byung-Chul Han
Einaudi
Saggio
ISBN: 978-8806260897
Cartaceo 12,35€
Ebook 7,99€

Quarta

Sono il tessuto connettivo delle nostre comunità e donano senso al mondo. Ma nella società contemporanea, le narrazioni risultano effimere e inefficaci. La loro onnipresenza non è che un sintomo, e un segnale d'allarme. Le narrazioni sono in crisi da tempo. Da bussole capaci di dare senso all'esistenza collettiva sono ormai diventate una merce come tutte le altre. Ridotte ad ancelle del capitalismo, si trasformano in storytelling e lo storytelling, ormai ubiquo, scade nella pubblicità, nel consumo di informazioni. L'accumulo di notizie ha preso, insomma, il posto delle storie. Dati e informazioni, però, frammentano il tempo, ci isolano e ci bloccano in un eterno presente, vuoto e privo di punti di riferimento. A diventare impossibile è la felicità stessa. Perché la vita, con tutti i suoi imprevisti, inciampi, tentativi ed errori, incontra la pienezza solo quando può essere condivisa e tramandata all'interno di una narrazione collettiva. «Vivere è narrare. L'essere umano, in quanto animal narrans, si distingue dagli altri animali per il fatto che narrando realizza nuove forme di vita. La narrazione ha la forza del nuovo inizio. Lo storytelling, di contro, conosce solo una forma di vita, quella consumistica» (Byung-Chul Han).


Davide Dotto

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Recensione: Il testo scritto tra coerenza e coesione, di Angela Ferrari

Recensione: Il testo scritto tra coerenza e coesione, di Angela Ferrari

Recensione: Il testo scritto tra coerenza e coesione, di Angela Ferrari

Libri Recensione di Davide Dotto. Il testo scritto tra coerenza e coesione di Angela Ferrari (Franco Cesati editore). Un saggio che ci accompagna dentro la logica di precise esigenze di un testo che svolga appieno la sua funzione.

Quando si valuta, si studia o semplicemente si legge un saggio, un racconto o un romanzo, non è importante solo la correttezza formale, anche se essa salta subito all’occhio: a nessuno piacciono errori grammaticali, ortografici, refusi. Un testo deve essere anche ben costruito e avere una struttura, una solida “architettura semantica” che lo renda coerente e coeso oltre che comprensibile.

Il testo scritto tra coerenza e coesione di Angela Ferrari, docente di Linguistica Italiana all’Università di Basilea, analizza e si addentra in questo terreno esplorandolo in maniera rigorosa e approfondita. 

Non è una trattazione semplice, ma ci accompagna dentro la logica di precise esigenze di uno scritto che svolga appieno la sua funzione.
La coerenza riguarda la logica interna del discorso: ogni elemento è legato all’altro senza salti o contraddizioni e segue un percorso ordinato e naturale affinché il flusso delle informazioni giunga chiaro e integro al destinatario. Il quale non è così costretto a fermarsi e a tornare indietro per recuperare ciò che è sfuggito nell'immediato.
La coesione si riferisce ai meccanismi linguistici che collegano le parti del testo, rendendolo chiaro, logico, fruibile ed efficace. Essa si manifesta attraverso l'uso di connettivi, pronomi, e altri strumenti linguistici che creano continuità tra le frasi. Non c'è bisogno di dire che anche le virgole, nella costruzione gerarchica del discorso, giocano il loro ruolo.

Un testo è coeso e coerente quando rispetta una certa struttura e in quanto tale si rivela unitario, continuo nel suo andamento, progressivo nella trattazione.

Coerenza e coesione assumono la loro importanza nella raccolta e nell’organizzazione di informazioni. Ciò ha a che fare con le premesse, lo sviluppo, e le conclusioni di un discorso, e lo si può ben vedere nell'articolazione gerarchica interna della quaestio medievale che rappresenta un'ordinata catena di passaggi, di fatto l’approfondimento progressivo di un argomento.
Un'opera narrativa ha chiaramente un modo diverso di essere coesa e coerente. In essa entrano in gioco continuità della trama, personaggi, ambientazione. La sua unità e continuità si manifestano, per esempio (ma non necessariamente), attraverso un ordine cronologico. Si veda per esempio il giallo che per sua natura interrompe questo tipo di progressione, pur mantenendo una solida architettura.

Coerenza e coesione non vanno date per scontate, in quanto esse richiedono un lavoro artigianale, una certa attenzione e cura nel creare un testo.

Spesso, la fretta di completare un lavoro o di rispettare una scadenza porta a una scrittura affrettata, in cui la cura per la coesione e la coerenza viene sacrificata. Senza una revisione accurata, è facile trascurare errori che compromettono continuità e chiarezza.
La rilettura e la revisione accurate sono essenziali per identificare e correggere problemi di struttura e chiarezza. A volte, anche gli autori esperti possono perdere di vista la struttura complessiva mentre si concentrano su dettagli specifici, portando a un testo disorganizzato.


Il testo scritto tra coerenza e coesione

Il testo scritto tra coerenza e coesione

di Angela Ferrari
Franco Cesati editore
Saggio
ISBN: 978-8876679353
Cartaceo € 11,40€

Quarta 

Se l'italiano non sta bene – come ci dicono da tempo le valutazioni nazionali e internazionali – non è per gli anglismi, né per la presunta morte del congiuntivo, né per gli errori di ortografia. Il problema è un altro, ed è più profondo. Sta, soprattutto, nella difficoltà degli scriventi a controllare la logica dei loro testi e i dispositivi che la segnalano: pronomi, connettivi, ordine delle parole ecc. Il volume si occupa proprio di "testo", di mostrare e spiegare quei fenomeni semantici, lessicali, sintattici e interpuntivi che, insieme, fanno di una sequenza di frasi un testo coerente e coeso. Un testo ben scritto ha una vera e propria architettura, la quale è in sintonia con i suoi obiettivi comunicativi, con la tipologia a cui appartiene, con altri testi con cui dialoga, con il contesto in cui si manifesta, con le conoscenze e le aspettative del lettore. Saperla riconoscere e descrivere è importante per molte ragioni, teoriche e applicate: per esempio perché permette di guardare alla grammatica della frase in modo diverso, non strutturale ma funzionale; o ancora perché aiuta a controllare e a migliorare la propria scrittura. E questo non solo per quanto riguarda l'italiano, ma anche per ciò che concerne le altre lingue.


Davide Dotto

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Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Recensione: La vita s'impara, di Corrado Augias

Libri Recensione di Davide Dotto. La vita s'impara di Corrado Augias (Einaudi). Navigare tra il tempo e la memoria, tra autobiografia e storia.

La vita s'impara di Corrado Augias, pubblicato da Einaudi, è più di un'autobiografia. Infatti tira le fila di un passato che ci riguarda da vicino. Le generazioni che si sono avvicendate lo percepiscono in modo differente, perché lo riscoprono nella propria memoria, o lo incontrano in un museo, reale o immaginario; in ogni caso, esso condiziona il nostro presente. Quando viene evocato, il passato è meditato, conosciuto e assimilato.
La vita s'impara di Corrado Augias offre un inventario delle emozioni vissute, con uno sguardo attento tra bello e brutto, buono e cattivo, gioia e tristezza, fiducia e disincanto. Si tratta di una narrazione collettiva oltre che individuale, in cui le due dimensioni dialogano fino a confondersi, creando un ponte che abbraccia gli ultimi novant'anni e condividendo una comune eredità.

Non è la stessa cosa vivere in prima persona fatti di cui le generazioni successive hanno appena sentito parlare, o forse nemmeno.

Ciò vale per chi è nato negli anni Venti-Trenta e ha vissuto direttamente le guerre mondiali e le loro immediate conseguenze, compresi i traumi e i sacrifici del periodo post-bellico. Ma riguarda senz’altro anche la società moderna, che si è eretta sulle conquiste ottenute.
Le generazioni nate negli anni Cinquanta e Sessanta, cresciute nel dopoguerra e nel periodo di ricostruzione, hanno ereditato valori e lezioni dai propri genitori, unitamente a una prospettiva di speranza, progresso e fiducia nel futuro. Quelle degli anni Settanta e Ottanta, cresciute in un mondo relativamente stabile, sono consapevoli a modo loro di questo passato impegnativo.

Le cose si complicano un po’ con i nati tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, dato che la loro connessione con questi eventi è più remota e distante, e ciò che ne ricavano deriva da romanzi, saggi, film e documentari (se hanno la pazienza, la voglia e la curiosità di approfondire).

Le testimonianze dirette diventano sempre più rare e preziose, gli interlocutori scarseggiano e i filtri si moltiplicano; gli eventi del passato – soprattutto se non assimilati e interiorizzati – sfumano e si fanno astratti.
Molte cose vengono comprese solo molto tempo dopo, grazie al lavoro degli storici.
Spesso, chi ha vissuto e documentato certi eventi ha aspettato decenni prima di parlarne, poiché la distanza temporale permette una maggiore oggettività. Questo è il caso di Il confine di Sebastiano Vassalli, ma anche del racconto della caduta del muro di Berlino.


In sostanza, non è facile raccontare gli eventi nel momento stesso in cui accadono.

Si oscilla tra testimonianza, romanzo e cronaca destinata a diventare storia. L’inchiesta giornalistica – nei limiti del possibile – assicura la distanza e l’oggettività necessarie. Con il passare del tempo (anni o decenni), le questioni vengono approfondite e lo sguardo si amplia. Tuttavia, ci si può confrontare con dati e informazioni difficili da reperire o irrimediabilmente perduti.
La differenza tra realtà e rappresentazione s’è fatta sottile nel mondo in gran parte virtuale nel quale viviamo oggi. Corrado Augias La vita s'impara

Più di qualcuno ormai, come Byung-Chul Han, parla di Crisi della narrazione, e non può essere altrimenti in un contesto di sovrabbondanza delle informazioni.

La rapidità con cui esse vengono diffuse attraverso fonti non sempre attendibili – la cui selezione richiede una riflessione approfondita – rende complicato fare ciò che Corrado Augias riesce a compiere in queste pagine: leggere tra le righe senza fermarsi su ciò che appare in superficie.


La vita s'impara

di Corrado Augias
Einaudi
Autobiografia
ISBN 978-8806259594
Cartaceo 19,00€
Ebook 10,99€

Quarta

Arrivato alla soglia dei novant’anni, dopo aver affascinato i suoi lettori con i segreti della Storia, della musica e della religione, Corrado Augias racconta l’avventura di una vita, la sua. E con grande talento di narratore, evoca l’infanzia in Libia, il ritorno a Roma, l’incubo dell’occupazione tedesca, il collegio cattolico, i primi passi nel giornalismo, e poi «Telefono giallo» e «la Repubblica». È un racconto che ha il calore e l’empatia della conversazione tra amici: la vita s’impara, ci dice Augias – soprattutto se non si perdono mai la curiosità intellettuale e la passione civile. A quasi novant’anni, Corrado Augias è un prezioso testimone del cambiamento. L’Italia di oggi – esclusi gli eterni vizi nazionali – assomiglia poco a quella di ieri. Augias ci racconta l’infanzia passata in Libia al seguito del padre ufficiale della Regia Aeronautica; la guerra e i bombardamenti; l’incubo di una feroce e lugubre occupazione; gli anni in un collegio cattolico, per lui che oggi si confessa ateo. E poi la vita professionale, il giornalismo, i libri, le fortunate circostanze che lo hanno reso partecipe di tre eventi importanti nella vita culturale del paese: la nascita della Direzione centrale programmi culturali della Rai; la fondazione del giornale «la Repubblica» nel 1976, il rilancio di RaiTre nel 1987. L’invenzione di alcuni fortunati programmi televisivi da «Telefono giallo» a «Babele», da «Città segrete» alla più recente creatura «La gioia della musica», ultimo programma ideato per la Rai prima del passaggio a La7 ancora una volta con un fortunato programma di cultura: «La Torre di Babele». Accadimenti che sono però solo la parte pubblica di un percorso che ha una componente intima ancora più interessante: il lungo apprendistato a una matura dimensione d’intellettuale. Agli eventi che hanno scandito la sua vita, Augias affianca le letture di cui s’è nutrito e dalle quali ha «imparato a vivere». Da Tito Lucrezio Caro a Renan, da Feuerbach a Freud e poi Spinoza, Manzoni, Beethoven, Nietzsche, Leopardi, i suoi maestri sono pensatori, poeti, narratori, musicisti: una costellazione ampia che non esita a chiamare il suo pantheon, figure che hanno arricchito il suo percorso professionale e, insieme, la sua consapevolezza di cittadino.


Davide Dotto

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Recensione: Chi dice e chi tace, di Chiara Valerio

Recensione: Chi dice e chi tace, di Chiara Valerio

Recensione: Chi dice e chi tace, di Chiara Valerio

Libri Recensione di Davide Dotto. Chi dice e chi tace di Chiara Valerio (Sellerio). Un giallo atipico: un riepilogo di esistenze che si dilatano e occupano tutto lo spazio possibile fino a immergersi in quelle degli altri, una lente di ingrandimento che serve non al caso narrato ma a guardarsi dentro.

Il romanzo Chi dice e chi tace di Chiara Valerio si muove tra chiaroscuri, esplorando ciò che è evidente e ciò che rimane sospeso. Il titolo stesso solleva una questione cruciale: cosa trasforma una storia in un giallo e cosa, invece, in un’indagine più profonda dell’animo umano?

L’avvocato Lea Russo, protagonista e voce narrante, non è il classico detective, anche se a suo modo si rivela un’osservatrice attenta e meticolosa.

Ogni enunciato insegue il perché di un dettaglio, mantenendo la visione d’insieme e senza lasciare fili in sospeso.
Il racconto acquisisce così la coerenza e la coesione che ci si aspetta. È qui che racconto e giallo si intrecciano, tanto più che Chi dice e chi tace può e deve essere letto due volte: la prima per apprezzarne il valore narrativo e scoprire il più classico dei romanzi alla maniera di Georges Simenon; la seconda per coglierne gli elementi che lo avvicinano a un puzzle poliziesco, dove manca una pura e fredda logica deduttiva e si fa più flessibile. Esplora infatti una certa varietà di scenari e tematiche, fino a un diretto coinvolgimento emotivo nei fatti e nelle vicende narrate.
È, in questo caso, qualcosa di ancora diverso dall’empatia di un commissario Maigret che si immerge totalmente nella psicologia e nel vissuto dei colpevoli o dei sospettati dando all’indagine – e quindi al testo narrativo – una particolare e quasi inaudita profondità. Ci sono momenti, tra l’altro, in cui i nodi da sciogliere appartengono in modo viscerale più all’avvocato Lea Russo che ad altri.

Non è necessario, pertanto, seguire con scrupolo le regole piuttosto rigide del giallo: possono essere trasgredite con intelligenza, ma non impunemente.

L’indagine sulla morte di Vittoria, avvenuta in circostanze sospette, diventa una lente attraverso la quale si può curiosare ovunque, senza dover di necessità seguire le linee guida di un’inchiesta tradizionale che forse nemmeno c’è e che, se ci fosse, sarebbe di troppo. Questo altro che permea ogni pagina del libro è qualcosa che prende tutto, che si può scavare all’infinito. Giungere a una soluzione equivale a spegnere una candela che si è miracolosamente accesa.

Se Chi dice e chi tace non è un’inchiesta, lo diventa in fondo ogni narrazione per il modo in cui è concepita e portata avanti.

Una volta risolta, al caos iniziale non subentra un nuovo ordine. L’universo descritto e narrato – quello di una cittadina di provincia, la città di Scauri – è lo stesso. Si è fatta solo un po’ di luce intorno e soprattutto si tirano le fila di un discorso più ampio. Si tratta di un “microcosmo” connesso senz’altro a un universo più grande.
Qualcuno in effetti ha detto che i libri devono suscitare domande, non dare risposte: la protagonista, l’avvocato Lea Russo, inizia a porsi domande che non è detto ricevano o debbano ricevere risposta. Esse sono frecce lanciate in diverse direzioni che colpiscono, alla fine, bersagli inaspettati. Da lì se ne porranno altre e nuove, alle quali non si è pensato. Dipende dall’urgenza del momento, e nel loro porsi, rispondono comunque a qualcosa, a un’esigenza dello spirito.

La lente di ingrandimento cui ricorre Chiara Valerio non ha nulla a che fare con quella di Sherlock Holmes, perché serve, alla fine, a guardarsi dentro.

Ed è sufficientemente “deformante”, questa lente, per essere in grado di mostrare le cose non solo per quel che sono, ma come dovrebbero essere. Che poi è la sfida di un testo narrativo, individuare un punto di fuga per guadagnare una qualche verità: della storia, dei personaggi, una verità sostanziale, processuale, o semplicemente quella di una vox populi qualsiasi.
È un riepilogo di esistenze che devono dilatarsi e occupare tutto lo spazio possibile fino a immergersi in quelle degli altri. Per farlo, però, occorre raccogliere elementi e dettagli che vengono riposti e custoditi perché non se ne perda il senso.


Chi dice e chi tace

di Chiara Valerio
Sellerio
Giallo
ISBN: 978-88389462573
Cartaceo 14,25€
Ebook 9,99€

Quarta

Un golfo dalla linea morbida, una lunga spiaggia di sabbia che corre parallela alla via Appia tra due colline, il Monte d’Oro e il Monte d’Argento. Un lungomare pieno di oleandri scandito da stabilimenti colorati e a volte sbiaditi, ognuno diverso dall’altro: la Tintarella, il Lido Delfini, il Lido del Pino, il Lido Maria, e molti altri. E poi la pizzeria Lu Rusticone, il bar Luccioletta, due chiese, una sola vera piazza. Poco più a sud scorre il fiume Garigliano e inizia la Campania. Subito a nord ci sono Formia, Gaeta, Sperlonga; in meno di due ore si arriva a Napoli e a Roma. Scauri, nel Lazio, sul Tirreno, seimila residenti nei mesi invernali e centomila nei mesi estivi. Un paese né bello né brutto, ma con una sua grazia scomposta. Qui ha scelto di vivere Vittoria, che è morta nella sua vasca da bagno. È stato uno stupido incidente. L’avvocato Lea Russo, un marito e due figlie, è sempre stata affascinata da Vittoria. Una donna distante ma curiosa, accogliente ed evasiva; nel parlare ha un fatalismo che lascia sgomenti. Era arrivata a Scauri con la sua risata che cominciava bassa e finiva acuta, aveva comprato una casa nella quale tutti potevano entrare e uscire, non aveva mai litigato con nessuno, non aveva mai cambiato taglio di capelli. Viveva con Mara, forse l’aveva adottata, forse l’aveva rapita, si dicevano tante cose. Ora Vittoria è morta per uno stupido incidente in una vasca da bagno, e Lea Russo non ne è convinta. Lea non vuole più accontentarsi di ciò che ha avuto sempre davanti agli occhi. Vuole capire come è morta Vittoria, e chi era davvero. Il primo romanzo per Sellerio di Chiara Valerio segna una traiettoria narrativa inedita. Storia nera di personaggi, indagine su una provincia insolita, ritratto di donne in costante mutazione. Niente è fermo, in Chi dice e chi tace, le emozioni, gli amori, le verità e gli enigmi, i silenzi del presente e il frastuono della memoria: tutto si muove, tutto si trasforma, tutto può sempre cambiare.

   

Davide Dotto

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Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Recensione: Le Désespoir des singes et autres bagatelles, di Françoise Hardy

Libri Recensione di Davide Dotto. Le Désespoir des singes et autres bagatelles di Françoise Hardy (Robert Laffont, edizione francese). Una testimonianza preziosa e a tutto tondo della vita d'artista.

"Le Désespoir des singes" indica una pianta conifera del Cile (la Araucaria du Chili) con foglie pungenti a forma di squame che scoraggiano chiunque dal tentare di arrampicarsi, persino le scimmie (les singes). Tante sono le sfide da affrontare, ma nel tempo si può diventare qualcosa di simile a un albero dotato di una forza e di una resistenza tali da diventare “la disperazione” di chi aspira a una facile scalata.
"Les autres bagatelles” invece richiamano senz’altro le passeggiate al Parc de Bagatelle di Parigi.

Come immagine è potente, se si riferisce a una autobiografia che, senza filtri, confida sfide personali, vita («Je suis née pendant une alerte, le 17 janvier 1944») e carriera di Françoise Hardy.

Françoise Hardy, cantante e cantautrice francese, scomparsa di recente, è conosciuta in Europa e in Italia per brani come Tous les garçons et les filles (Quelli della mia età, interpretata anche da Catherine Spaak).
Il suo è un discorso molto intimo che non indugia in alcun modo all'autocelebrazione. La lettura di Le désespoir des singes et autres bagatelles, pubblicato nel 2008, rivela una forte predilezione per la scrittura e la lingua francese, un tutt'uno con l’aspirazione di cercare testi, musiche e arrangiamenti adeguati al proprio mondo di emozioni e sensibilità.

Proveniente da una famiglia piccolo borghese, Françoise Hardy ha sofferto di essere il bersaglio preferito del sarcasmo di sua nonna, sviluppando un’insicurezza di fondo e complessi di inferiorità ingiustificati, dai quali non si è mai completamente liberata.

Questo ha portato a un costante sentimento di precarietà, in bilico tra diverse direzioni. Nella sua professione artistica infatti non ha premeditato nulla, e un po' tutto è stato  un tuffo in acqua prima di imparare a nuotare.
Tuttavia, ha trovato spazio per muoversi in una "zona grigia" dove ha potuto diventare, essere e fare qualsiasi cosa desiderasse. Françoise Hardy si avvicinava agli altri con cautela e con segrete attese spesso deluse. La tardiva consapevolezza che non tutto si può o si riesce a comunicare la portò a realizzare che «mieux valait n’ouvrir son cœur qu’aux véritables âmes sœurs…»
Malgré leur banalité, mes chagrins d’enfant furent si profonds que chaque séparation que j’ai été amenée à vivre à l’adolescence puis à l’âge adulte m’a dévastée de la même façon. Françoise Hardy, Le Désespoir des singes et autres bagatelles

Inconsapevolmente, ha prodotto una serie di antidoti contro ciò che poteva anche solo ricattarla emotivamente, accentuando un intuito affine a un prezioso sesto senso.

Qualità che avrebbe condiviso con la sua anima gemella (âme sœur) per antonomasia: Jacques Dutronc.
Grazie alla radio, matura una passione per le canzoni in cui può esprimere il suo mondo, i suoi stati d’animo.
Arrivano le contestazioni del 1968, e l’aspirazione a ottenere ulteriori conferme in campo musicale. È in un'occasione che, invitata dal suo editore, Françoise Hardy è alla ricerca di qualche brano da interpretare, ma nessuno attira la sua attenzione, finché non esamina, con la dovuta calma, la copia strumentale meno triste di quelle a disposizione: It hurts to say good bye. Questo brano è diventato la sua interpretazione più popolare nella versione dal titolo Comment te dire adieu.

La sua è un’esistenza all’insegna di una fragilità preziosa che le consente di tenere i piedi per terra e la testa tra le nuvole quanto basta. 

Dotata di una natura sedentaria, le circostanze l’hanno spinta comunque a viaggiare senza sosta e a lasciare Parigi: è stata quindi anche in Italia, molti i brani cantati in italiano.
Sono altri tempi, ci sono scuole ma non social né reality, gli artisti non hanno confidenza con la propria immagine o con la propria voce. In tutto questo l’inesperta Françoise Hardy intuisce – percependone dispetto – «la médiocrité des orchestrations et des musiciens», correndo ai ripari quando è in grado di farlo. Nel 1962  si rivela al pubblico con Tous les garçons et les filles, sopraffatta dal successo tanto inaspettato quanto simultaneo in Europa.

La ricerca è spirituale oltre che estetica, ed è questa la direzione in cui si muovono, fin dall’origine, la sua lucidità, il suo intuito, la marcata introspezione, che la portano a voler rincorrere piccoli frammenti di verità.

Comincia col seguire corsi di psicologia di cui non rimane soddisfatta, venendo attratta dalla astrologia, senza avere all'inizio idea di cosa si tratti, diffidente verso chi vede in essa nient'altro che un'arte predittiva e non una complessa scienza umana, utile per scavare dentro di sé. Tutto sta, a un certo punto, nel porsi le domande giuste al momento giusto, senza la pretesa di risolvere tutti i problemi («il faut savoir que tous les problèmes ne sont pas à résoudre»), che siano i propri, o altrui.

A causa di questi "frammenti di verità" non apprezza melodie troppo prevedibili (tipiche), mentre adora canzoni di ben altro livello, se non più sofisticate, più affini.

Ciò potrebbe spiegare perché, ascoltato Il ragazzo della via Gluck, pezzo con il quale Adriano Celentano si  presenta a Sanremo nel 1966, venendo eliminato dopo la prima serata, fa di tutto per registrarne una versione francese: La maison où j'ai grandi.
Sempre nel 1966, ha interpretato la canzone di Mina, Se telefonando, nella versione Je changerais d'avis.


La carriera di Françoise Hardy non si ferma al periodo d’oro della musica anni Sessanta, ma si ritaglia uno spazio considerevole nel panorama non solo canoro, ma culturale.

Non sono molti, infatti, gli artisti che nel corso dei decenni si impegnano in un percorso di costante evoluzione, sperimentando diverse strade, ma sempre con particolare attenzione alla qualità dei testi, delle melodie, degli arrangiamenti, scegliendo con cura autori, parolieri e collaboratori, senza abbandonare testi introspettivi e malinconici.



Le Désespoir des singes et autres bagatelles

di Françoise Hardy
Robert Laffont
Autobiografia
ISBN: 978-2221111635
Cartaceo 22,50€
Ebook 9,99€

Quarta

Voix sans pesanteur, beauté intemporelle, silhouette élancée? Françoise Hardy était surtout une auteur-compositeur-interprète exigeante, appréciée dans le monde entier, qui a inspiré plusieurs générations depuis son premier succès,Tous les garçons et les filles, en 1962.
Pour la première fois, elle livre les clefs de sa vie. Elle raconte son enfance en vase clos qui ne la préparait en rien à une célébrité totalement inattendue, évoque ses amours avec Jean-Marie Périer, puis avec Jacques Dutronc, son mari, et naturellement parle de leur fils, Thomas.
Françoise Hardy revient aussi sur ses chansons, ses collaborations et ses rencontres. Au gré des années, on croise Dali, Stockhausen, Ionesco, Bob Dylan, Mick Jagger, Elvis Presley, Pauline Réage, Hélène Grimaud ou Michel Houellebecq, ainsi que tous ceux qui ont le plus compté pour elle : Mireille et Emmanuel Berl, Patrick Modiano, Michel Berger, Serge Gainsbourg, Gabriel Yared, Etienne Daho...
Écrit avec sincérité, lucidité et tendresse, son récit permet de revivre des épisodes connus, d'en découvrir d'autres, et surtout de rire, de rêver et de s'interroger avec elle sur ce qui fait le sens de nos existences, joies et souffrances mêlées. Mieux qu'un livre de souvenirs, une grande traversée des apparences, où l'on découvre, depuis l'enfance à nos jours, l'itinéraire intérieur, artistique et amoureux d'une artiste profondément singulière.


Davide Dotto

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