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Recensione: La città della vittoria, di Salman Rushdie

Recensione: La città della vittoria, di Salman Rushdie

Libri Recensione di Davide Dotto. La città della vittoria di Salman Rushdie (Mondadori). Una saga di amore, avventura e mito: una dea che parla per bocca di una bambina di nove anni per fondare una città dove garantire alle donne un potere paritario in un mondo patriarcale.

La città della vittoria è la traduzione e la “ri-narrazione in un linguaggio più piano” di una storia racchiusa in un mito non alla portata di chiunque.
Ci sono regni, città, governatori, e chi ha tutta l’aria di essere un sovrano posticcio, la pedina o il pedone con il solo compito di iniziare la partita.
Questo raya di second’ordine rimase sul suo trono di terz’ordine giusto il tempo di costruire una fortezza di quart’ordine sulle rive del fiume Pampa, di metterci dentro un tempio di quint’ordine e di far incidere poche grandiose iscrizioni sul versante di una collina rocciosa, ma poi l’esercito del nord arrivò a sud per sistemarlo. La battaglia che ne seguì fu uno scontro impari, talmente irrilevante che nessuno si prese la briga di dargli un nome. Salman Rushdie, La città della vittoria

I miti nei quali il romanzo scava non perdono smalto, ma si rinnovano e si pronunciano sulle cose umane, anche le più moderne.

Tra sfaccettature, sfumature e varianti, il destino è lo stesso, come il suo significato. Ciò che in tutta evidenza traspare nella vita fantastica della protagonista femminile, Pampa Kampana, è un’Antigone a rovescio che fonda città, impugna la spada e compie meraviglie.
Nessun Creonte sopravvissuto alla battaglia potrà impedirle di dar sepoltura ai congiunti, ma un altro evento, di quelli che cambiano la vita e la storia, la condizionerà per sempre. La travolge infatti un gesto dimostrativo terribile: a una a una le donne, per ultima sua madre, si gettano nel fuoco facendo strazio di loro stesse. Senza un lamento si dissociano dalla volontà di guerra dei loro uomini: mariti, fratelli, padri.
Se nell’Antigone di Sofocle le donne di Tebe sono rimaste mute, qui prendono posizione e declinano in altra maniera uno scontro non negoziabile. Anche per loro fanno eco le parole di George Steiner:
Una morte liberamente scelta è una risposta primordialmente femminile all’inumanità o all’insensibilità loquaci dell’uomo. George Steiner, Le Antigoni

Pampa Kampana, di appena nove anni, è così scioccata che, abbandonata a se stessa, rigetta da sé qualsiasi “pulsione di morte” e anzi si ripromette di avere una vita lunghissima, e di diventare “incredibilmente e sfacciatamente vecchia”.

Avrebbe cioè “riso in faccia alla morte e si sarebbe rivolta alla vita”, e dato battaglia a tutti i Creonte che avrebbe incontrato nel corso del suo cammino, progenie compresa.
C’è un rapporto speculare tra l’Antigone classica, agli albori del pensiero occidentale, e la protagonista femminile della Città della vittoria. Pampa Kampana ha la sua rabbia, ma anche tutto il tempo del mondo a disposizione, tanto che ben poco, o forse nulla, le viene negato.
Vive così un dialogo incessante con il divino, tra un fatto mirabile dietro l’altro radicato nel quotidiano, e nella realtà che prende forma in una totalità tutta nuova.

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Ci si domanda se un intervento divino così dirompente e sfacciato abbia voce in capitolo nel dirigere o dirottare il destino degli uomini.

Probabilmente no, l’epopea è solo un modo particolare di raccontare ciò che è accaduto, accade e accadrà innumerevoli volte.
Non va trascurato che l’essere umano partecipa alla creazione da cui egli stesso scaturisce dando forma a una mitologia personale adeguata ai tempi. La fonte – il puro semplice narrare – è la stessa, proiettata sulla pagina bianca di un foglio di carta. Al genuino entusiasmo per la situazione nuova, tra i primi governanti di Bisnaga – il regno miracolosamente scaturito dal nulla, abitanti compresi – si faranno strada pensieri via via  meno elevati: le cose divine vengono ricondotte a quelle del mondo, mostrando una “dualità” (tra maschile e femminile, tra meraviglioso e ordinario, persino tra Nike – la dea della vittoria – e Dike – la dea della giustizia) difficile da gestire.
Sono due staffe complicate da tenere insieme, il miracolo lo si smonta perché la ragione non se lo spiega, o vi si costruisce sopra un tempio. Per lo stesso motivo si concepiscono mura più alte e solide contro gli attacchi dei nemici, come se non bastassero il nome (La città della vittoria) e il patrocinio celeste.

Tutto il romanzo oscilla tra due dimensioni: una più magica, spirituale e verticale, una più concreta e orizzontale.

La distanza si fa via via incolmabile, perché i suggerimenti non vengono colti, o non ci sono orecchie adatte per ascoltarli o comprenderli.
Dall'altro lato, invero, i doni divini fanno di questa novella Antigone una dea umana con la sua storia, le sue colpe, i suoi abissi.
In Oriente – insomma – continua un colloquio che nel mondo greco-occidentale si è concluso anzitempo: se gli dei in qualche modo si mostravano nell'Iliade, nell'Odissea hanno cominciato a tacere e ad autoesiliarsi. È l'inizio del pensiero occidentale, quando alle incrollabili certezze del divino seguono le congetture.

Pampa Kampana non perdona sua madre che si è data la morte, colpevole di non averla amata abbastanza per continuare a vivere.

Contemporaneamente la storia fa il suo corso, e alla fine la donna ripudia la propria progenie, esiliando i suoi stessi figli, i nuovi Eteocle e Polinice.
Prende quindi il sopravvento l'eterna tentazione del Creonte di turno, e Bisnaga (la Città della vittoria) racconta a se stessa un'altra storia. Chi non ne fa più parte cerca riparo nella foresta, in attesa che il vento cambi di nuovo. Un po' come nella commedia Come vi piace (As you like it) di Shakespeare.
«Voi» disse ai pappagalli «volerete fino alla città e ascolterete quel che dice la gente e tornerete qui per ripetermi tutto, parola per parola. E voi, creature astute» disse ai corvi, «andrete con loro per capirne il significato, le parole dietro le parole, e potrete quindi essere i miei saggi consiglieri.» Sette pappagalli e sette corvi partirono obbedienti in direzione della grande città. Salman Rushdie, La città della vittoria

Sono troppi i temi in comune e i richiami per non pensare a un'Antigone a rovescio che si prende tutte le rivincite possibili: tuttavia la saggezza e la buona sorte non fanno che procrastinare l'inevitabile che giunge comunque, come una legge fisica.

Di diverso, si scontrano due linee di discendenza provenienti dalla stessa madre. Da una parte quella maschile, dall'altra la femminile. Incapaci di (co)esistere, ciascuna vuole governare ed è, per questo, portatrice di pericoli e in grado – da sola – di sovvertire qualsiasi ordine retto da leggi.
I confini da mettere alla prova sono molti e assai labili, sul filo del rasoio. 
Sono queste le fondamenta del romanzo, cercare di sfruttare al meglio il tempo a disposizione, e di questo meglio darne una visione poetica e tragica, avvalendosi di mitologie, metafore e simboli. Dopo un destino più o meno complicato ve ne è un altro. Tra un passo avanti e due indietro, cose fatte e disfatte, nessuno può mai dire se sarà propizio e per quanto tempo. Non cambiano gli esiti di conflitti non negoziabili e sempre ricorrenti “tra uomo e donna, vecchi e giovani, società e individuo, vivi e morti, dèi e mortali” (G. Steiner).


La città della vittoria

di Salman Rushdie
Mondadori
Narrativa
ISBN 978-8804770718
Cartaceo 20,90€
Ebook 11,99€

Quarta

Nell'India del XIV secolo, dopo una sanguinosa battaglia tra due regni ormai dimenticati, una bambina di nove anni ha un incontro divino che cambierà il corso della storia. La giovanissima Pampa Kampana, distrutta dal dolore per la morte della madre, diventa un tramite per la dea sua omonima, che non solo inizia a parlare attraverso la sua bocca, ma le accorda enormi poteri e le rivela che sarà determinante per la nascita di una grande città chiamata Bisnaga (letteralmente "città della vittoria"). Nei 250 anni successivi, la vita di Pampa Kampana si intreccia profondamente con quella di Bisnaga: dalla creazione resa possibile grazie a un sacchetto di semi magici alla tragica rovina provocata dall'arroganza dei potenti. E sarà proprio il racconto sussurrato a mezza voce dalla nostra eroina a dar vita, via via, a Bisnaga e ai suoi cittadini, nel tentativo di portare a termine il compito che la dea le ha assegnato: garantire alle donne un potere paritario in un mondo patriarcale. Ma tutte le storie hanno un modo per rendersi indipendenti dal loro creatore, e Bisnaga non farà eccezione. Con il passare degli anni, con l'avvicendarsi dei governanti, delle battaglie vinte e di quelle perse, il tessuto stesso di Bisnaga diventa un arazzo sempre più complesso, al centro del quale resta però comunque la nostra eroina. Strutturato come la traduzione di un'antica epopea, La città della vittoria è una saga di amore, avventura e mito e una testimonianza del potere della narrazione.


Davide Dotto


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