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In primo piano

[Expat] Vivere a Boston: Elena Savoia, medico esperto di emergenze di sanità pubblica, nell'intervista di Ornella Nalon


Buongiorno Elena, è un immenso piacere averla ospite nel nostro blog. E' disposta a descriversi brevemente? 
Sono un medico esperto di emergenze di sanità pubblica che vive e lavora negli Stati Uniti da circa 13 anni. Sono sposata ed ho due figlie di 9 e 11 anni.

È nata a Mirano, in provincia di Venezia e ha conseguito la laurea in medicina, nonché la specializzazione in Igiene, a Bologna. Da questo momento, cos'è stato che l'ha condotta ad Harvard, in America?
La scuola di Sanità Pubblica di Harvard e’ molto prestigiosa e durante l’ultimo anno di specialità avevo il desiderio di fare un’esperienza negli Stati Uniti. Ho fatto domanda per frequentare il Master di Sanità Pubblica ad Harvard e sono stata selezionata. Se non fosse stato per mia mamma che fin da piccola mi ha spronato a studiare l’inglese non sarei mai arrivata qui.

Quale posto occupa in questa prestigiosa facoltà? In cosa consiste la sua mansione?
Sono vice direttore di un programma che si occupa di condurre ricerca e addestramento di personale sanitario in preparazione alle grandi emergenze tipo pandemie. Siamo una squadra di circa 15 persone esperti in questo settore. Il mio compito e’ di condurre ricerca e aiutare i dipartimenti di sanità pubblica a preparasi per le emergenze.

Come si è trovata a lavorare in un paese tanto lontano da casa, a contatto con abitudini e mentalità diverse?
Mi son trovata benissimo. Vivo a Boston, una città molto particolare perché piena di università e centri di ricerca, ci sono ricercatori di tutto il mondo, un insieme di etnie , religioni, razze diverse , un posto speciale per un accademico.

Come ha detto, è mamma di due ragazzine. Come riesce a conciliare la sua attività, che mi sembra decisamente impegnativa, con la famiglia?
Harvard prevede dei servizi di supporto, per mamme lavoratrici, che da noi non esistono. Più che servizi particolari direi che ciò che rende possibile carriera e maternità qui ad Harvard sia la mentalità. Innanzitutto, nessuno si permetterebbe mai di chiederti in una intervista di lavoro se hai dei figli, e quando rimani incinta si attiva immediatamente una rete di supporto al lavoro dove gradualmente i tuoi compiti vengono diminuiti e trasferiti ai colleghi in previsione dei mesi in cui sarai assente, la maternità dura solo due mesi ma poi c’e’ flessibilità nell’orario di lavoro quando rientri.
Oggi per esempio le sto rispondendo da casa perché un giorno alla settimana, a volte anche due, lavoro da casa. Ieri ho avuto un incontro di lavoro con un professore che si era portato la figlia di sei anni in ufficio perché la babysitter si era ammalata. Ma questi nel mondo accademico sono comportamenti normali. La tua produttività non viene misurata da quante ore hai marcato nel cartellino (che peraltro qui non esiste). Anzi, io assumo volentieri le mamme perché so che sono efficienti. Non perdono tempo. Devono tornare a casa dai figli per cui fanno il lavoro in due ore invece che quattro o addirittura otto!
Poi ovviamente ci vuole anche una rete personale che funziona, un marito che ti incoraggia e ci vogliono le nonne, pilastri di molte famiglie. Una carriera senza l’aiuto di mia mamma e mia suocera sarebbe stata molto più difficile, ogni volta che ho chiesto aiuto non mi hanno mai detto di no. È vero che ci vuole un villaggio per crescere un figlio!

Secondo lei, quali sono le sostanziali differenze tra il mondo del lavoro americano e quello italiano, per lo meno nel campo delle sue competenze?
L’efficienza e la qualità. Qui i progetti hanno una data di inizio e una di fine e poi si passa al prossimo. La meritocrazia si basa sul fatto che se non produci non guadagni. Ossia il tuo stipendio dipende dal numero dei progetti che vinci. In Italia un ricercatore ha uno stipendio fisso e che vinca o meno un progetto importante lo stipendio non cambia per cui non c’è lo stimolo che c’è qui a produrre. Inoltre ho notato che in Italia c’è molta poca conoscenza del sistema americano. Per esempio la gente pensa che in America, se perdi il lavoro, perdi l’assicurazione sanitaria. Certo perdi quella che ti paga il datore di lavoro ma esiste l’assicurazione di stato che è gratuita e il limite di reddito per ottenerla è, per un residente di Boston, sui $40,000. Il che significa che se guadagni meno di questa cifra lo stato ti protegge e ti garantisce l’assistenza sanitaria – assistenza nei migliori ospedali del mondo. Inoltre se sei mamma e non hai un lavoro, il Governo ti assiste in mille modi. Certo c’è ancora molto da migliorare ma l’America di oggi, anche grazie ad Obama, non è quella di dieci anni fa.

Ogni tanto, prova nostalgia per il nostro bel paese? Potrebbe prendere in esame di tornarci per lavoro, magari fra un pochi di anni?
Mi mancano gli amici e la famiglia... e il cappuccino con la brioche al bar. Per il resto posso godermi la splendida Italia in vacanza e nella vita di tutti i giorni non mi manca nulla. Al momento non vedo un futuro in Italia.

Cosa consiglierebbe ai nostri ragazzi, neo laureati, che guardano al loro futuro con scarse aspettative?
Di non permettere a nessuno di distruggere i loro sogni. Non permettere che il pessimo che regna nel nostro paese li contamini. Di studiare l’inglese e preparasi bene, io di certo non mi considero un genio ho semplicemente creduto in me stessa e cercato opportunità al di fuori del mio entourage. Costanza, determinazione e gentilezza verso il prossimo portano lontano, eventualmente all’estero. Si può cominciare con un’esperienza di qualche mese, magari un corso estivo in una università all’estero o in una delle tante summer school organizzate dalle università americane in Italia, spesso offrono anche borse di studio. Qui i ragazzi del college lavorano tutti nei supermercati o nei bar, si mettono via un po’ di soldi che investono nella loro formazione. Per lo meno qui la formazione è ritenuta un investimento, bisognerebbe cominciare a crederci di più anche in Italia. Certo non è facile quando il sistema ti rema contro...

Cara Elena, la ringrazio molto per la sua squisita disponibilità. Per i traguardi da lei raggiunti, mi ha fatto sentire doppiamente orgogliosa: in qualità di donna e di Italiana. Le auguro una sempre maggiore folgorante carriera e ogni bene.



Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.

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