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L'incipit | #63 "Equilibrio precario" di Gianna Gambini



"Equilibrio precario"
di Gianna Gambini
Zerounoundici Edizioni
ebook 5,99€ Acquista

Desiderio irrefrenabile di muoversi, ecco quello che sentiva. Non c’era nient’altro che avesse motivo di esistere in quell’esatto momento sul pianeta Terra, se non il bisogno impellente di ridare vita al braccio intormentito, al collo indolenzito, alla gamba ormai andata, forse per sempre. Correva un rischio ben peggiore, però, di dire addio a gamba, collo e braccio in un colpo solo. Sapeva esporsi, ma al momento opportuno, non era certo un kamikaze. E muoversi, in quell’istante, nel momento esatto in cui il sole filtrava rosato dalle tende solo accostate, era un gesto davvero sconsiderato, a meno che non volesse perdersi nel vortice dei perché, dei quando e dei come. Poco più di un’ora al suono della sveglia: poteva resistere. Quarantotto minuti al suono della sveglia: poteva ancora resistere. Trentotto minuti al suono della sveglia: se adesso ci si metteva pure la necessità non rinviabile di svuotarsi, era davvero troppo. Con la mano superstite provò a sollevare quella testa riccia come un cespuglio dalla sua spalla, piano, lentamente, ancora più piano. Una fitta di dolore si impadronì del suo arto superiore, ma non demorse e tentò di sbrogliare la sua gamba, impigliata tra i due ghiaccioli di lei: era un po’ come giocare agli shangai, un impercettibile fremito avrebbe infranto l’equilibrio e da lì, la valanga. Missione compiuta, c’era riuscito. Appoggiò tutte e due le piante dei piedi a terra, con una percepiva il pavimento freddo, l’altra, invece sembrava una carogna invasa dagli insetti, senza ormai più vita da qualche lustro. Provò ad alzarsi, ma dopo il primo passo la caviglia si piegò, insensibile alla richiesta d’aiuto dei tendini e compì un movimento che di naturale ave- va ben poco. Imprecò. Forte, questa volta, molto forte. Imprecò senza avere il tempo di mettere a fuoco le conseguenze di quell’imprecazione,che rimbombò nella stanza silenziosa con la discrezione di una mandria di bufali. Suo malgrado, si sedette sul letto, lambendo la caviglia con entrambe le mani: stava gradualmente tornando alla vita e non era certo una sensazione piacevole. Giulia si sedette di scatto. Con gli occhi ancora chiusi fiutava l’aria circostante in cerca del pericolo. O di una preda. Un segugio in piena caccia, ecco a cosa somigliava. Un segugio che non voleva farsi sfuggire la preda appena percepita.
«Ma che diavolo ti prende...». Aprì un occhio, appena, solo una fessu- ra. «Ma che ci fai in piedi? Ancora non sono le sette... e poi stamani entri alla seconda ora...».
Era incomprensibile come appena sveglia, o meglio, ancora addormentata, riuscisse a focalizzare in un secondo situazione, contesto, messaggio, tempo e spazio in cui era immersa. Era ancora più incomprensibile, o meglio insopportabile, il fatto che dovesse tradurre tutto questo in pa- role, quando lui, il Profe, per pronunciare due suoni al mattino doveva essere torturato. Le imprecazioni, no. Quelle erano un caso a parte, quando uscivano era impossibile frenarle a qualsiasi ora del giorno e della notte. Un grugnito provenne dal luogo più recondito del suo io animale.

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