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In primo piano

[Libri] "Una luce sul futuro" di Ornella Nalon, incipit #113

Per un attimo, aveva temuto di rimanere a piedi: appena dopo l’ultima curva, la sua vecchia Corvette ebbe qualche sussulto e il motore sembrò perdere colpi.

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Una luce sul futuro

di Ornella Nalon
StreetLib
Gli scrittori della porta accanto
ebook 1,99€

Per prima cosa, pensò di essere rimasto senza benzina, ma la lancetta del segnalatore gli indicava che era a poco meno di metà serbatoio.
“Stronza! Non puoi lasciarmi a piedi, maledetta!”, aveva imprecato, mentre batteva un pugno sul volante e scivolava, inavvertitamente, con la mano sul clacson, provocando uno strombettio che echeggiò a lungo, in quel posto desolato.
Diede una piccola accelerata e l’auto cominciò a riprendere la sua normale andatura; il rombo del motore tornò a essere musica che, in alcuni momenti, sovrastava quella melodica di Ray Lynch, trasmessa alla radio. Finalmente, in lontananza, vide configurarsi la sagoma del piccolo castello che lo avrebbe accolto e ospitato per un po’ di tempo, ossia fino a quando avrebbe portato a compimento il suo ultimo progetto, sempre ammesso che, almeno una volta nella sua vita, fosse riuscito a terminare qualcosa.
Non aveva bisogno che il navigatore gli indicasse di lasciare la strada principale per svoltare alla prima a destra, poiché era evidente che soltanto quella gli avrebbe consentito di raggiungere la sua meta. La strada si era fatta decisamente stretta, tanto che, molto probabilmente, non avrebbe consentito il passaggio di due auto provenienti da entrambi i sensi. Questo, comunque, non avrebbe dovuto costituire alcun problema, dal momento che quello era il percorso che conduceva esclusivamente alla sua prossima dimora e soltanto lui avrebbe potuto percorrerlo.
Quelli dell’agenzia lo avevano avvisato che il cancello in ferro, che consentiva l’accesso al viale d’ingresso, aveva la serratura rotta e, dunque, sarebbe stato solamente accostato. Quando vi arrivò dinnanzi, mise l’auto in folle, tirò il freno a mano, scese, lasciando la portiera aperta, e scostò i battenti, uno alla volta. Erano massicci, pesanti e facevano attrito sui cardini arrugginiti, per cui dovette spingerli con forza. Diede un’occhiata d’insieme a ciò che gli si presentava alla vista e ne rimase affascinato.
Il lungo viale era cosparso di ghiaino bianco, che rifletteva sotto i raggi solari di quella bella giornata di metà autunno. Lo delimitavano due radi filari di cipressi dai tronchi imponenti, palese indizio della loro età secolare. Sullo sfondo, si stagliava una grande costruzione dalla forma articolata, in mattoni faccia vista, leggermente consunti e anneriti dal tempo, costellata da una miriade di finestre e finestrelle e con un tetto alto dai numerosi spioventi di un insolito colore grigiastro. Tra gli spazi lasciati liberi dai cipressi, si poteva scorgere una grande distesa d’erba, che doveva essere stata rasata di fresco, sulla quale si era depositato, a chiazze, un leggero strato di foglie dalle varie gradazioni di rosso e di giallo, cadute dagli alberi di ippocastano e di betulla, che si ergevano, ormai semispogli, con i loro fusti imponenti. La pace e il silenzio erano totali, ad esclusione del lieve rombo del motore, lasciato acceso.
Salì di nuovo nell’auto e percorse la strada alberata, sinché arrivò in un ampio spiazzo piastrellato, al centro del quale era situata una grande fontana in marmo, il cui fondo, con una spessa patina umida, verdastra, muschiosa e leggermente maleodorante, era un chiaro indizio della sua prolungata inattività. Il portone d’ingresso era enorme: in legno massiccio, decorato in rilievo, presentava due grandi teste di leone in ottone ossidato, in ciascuna delle quali, penzolava un grosso battente.
Tra le chiavi del mazzo, che gli era stato consegnato, non fu difficile individuare quella che gli avrebbe consentito di entrare nell’abitazione: era, senz’altro, la chiave più grande e pesante che avesse mai avuto modo di vedere.

L’ingresso era uno stanzone dai soffitti altissimi, da cui scendevano due lampadari disposti in fila, provvisti di innumerevoli gocce di cristallo e di un considerevole numero di lampadine. 

Alle pareti, erano appese varie applique dello stesso stile e, tra l’una e l’altra, ritratti di uomini e donne, in abbigliamento ottocentesco che, a rigor di logica, avrebbero dovuto essere gli antenati proprietari del maniero. I pavimenti di marmo, in mosaico colorato, erano tirati a lucido e in essi erano posati pochissimi mobili: solo qualche consolle, a mezza luna, accostata alle pareti laterali, e un comò di mogano cesellato. In fondo alla stanza, si ergeva una ampia scala, con balaustra in colonnine di marmo bianco, che si riproponevano per tutta la lunghezza della balconata, dalla quale si poteva accedere alle stanze del piano superiore.
Nella sua vita aveva conosciuto picchi di smodata ricchezza che gli avevano consentito di frequentare ambienti lussuosi, eleganti e raffinati, ma nessuno di essi avrebbe potuto eguagliare la bellezza e la sobrietà di quello che gli si offriva alla vista, in quel momento.
“Costerà una fortuna, ma è più di quanto mi sarei aspettato”, pensò soddisfatto, mentre riprendeva in mano le due valigie e la borsa della spesa che precedentemente aveva lasciato all’esterno, in prossimità dell’ingresso.
Secondo le indicazioni che gli erano state fornite dall’agente immobiliare, se la memoria non gli faceva difetto, la cucina avrebbe dovuto trovarsi all’ultima porta sul lato destro. Percorse tutto il salone, mentre le suole gommate delle sue scarpe, a contatto con il marmo del pavimento, emettevano dei leggeri scricchiolii.
La cucina era molto spaziosa, con un arredo antico essenziale, da cui, in stridente contrasto di stile, spiccava un capiente frigorifero in acciaio lucido, con dispenser di ghiaccio.
Richard lo aprì e, per prima cosa, introdusse le confezioni di cibo surgelato nello scomparto apposito, benedicendo mentalmente colui che aveva provveduto all’acquisto di quello splendido e funzionale elettrodomestico. Se, da un punto di vista estetico, ammirava le antichità, da quello pratico, non avrebbe potuto fare a meno degli ultimi ritrovati tecnologici che rendevano facile e comoda la vita. Forse, come ci si poteva aspettare, se avesse trovato una vecchia ghiacciaia, al posto di quel moderno frigorifero, gli si sarebbe notevolmente ridimensionata la gioia di avere scelto quel posto per il suo soggiorno.

Terminò di riporre il resto della spesa, nello scomparto alto della credenza. 

Nella borsa, era rimasta soltanto la bottiglia di scotch; la aprì, ne versò un’abbondante dose in un bicchiere e la bevve in una unica sorsata. Si accese una marlboro, la tenne al lato destro delle labbra, riprese in mano le due valigie e cominciò a salire le scale, in cerca della stanza che avrebbe scelto come camera da letto. Curiosò dietro un paio di porte, prima di trovare il locale che faceva al caso suo: un ampio stanzone con un letto matrimoniale a baldacchino, un capiente armadio in noce, un caminetto provvisto di parafiamma e alari in ferro battuto e una grande portafinestra con pesanti tende in velluto bordeaux. Si diresse verso questa, la aprì e uscì sul terrazzo, che dava sul retro del giardino. La vista era splendida. Non si intravedeva alcuna traccia di insediamento umano, ma soltanto prati, alberi e, più in basso, una piccola insenatura sabbiosa, su cui si infrangevano piccole onde di un mare leggermente increspato da un vento tenue e tiepido. Qualche piccolo stormo di gabbiani appariva quasi d’improvviso, volteggiava nel cielo terso e poi si allontanava, sino a diventare un insieme di piccoli punti in movimento che, subito dopo, sparivano all’orizzonte.

Quarta di copertina
"Una luce sul futuro" di Ornella Nalon, StreetLib - collana Gli scrittori della porta accanto, 2017.

Cosa possono avere in comune un cantante rock e una ragazza vissuta nel 1800? Potrebbe sembrare nulla, ma la storia di Richard e Lidya vi dimostrerà che un collegamento può esserci. Dopo una breve gavetta, Richard Harvey riesce ad affermarsi nel panorama musicale londinese ed europeo. Ha rincorso la celebrità, sacrificando le amicizie, gli affetti familiari e i propri valori. Alla soglia della vecchiaia, si accorge che quanto ha ottenuto non lo ripaga di ciò che ha perduto. Un forte senso d’inutilità, il rimorso e la solitudine lo stanno conducendo verso un grave stato depressivo. Decide di affittare un piccolo castello a Filey, nel North Yorkshire e di rimanervi rinchiuso finché avrà scritto la sua biografia. Svelerà tutti i suoi segreti come atto di riscatto per una intera vita di bugie. In quello stesso castello, più di duecento anni prima, aveva vissuto Lidya, la figlia dei custodi. Una ragazza semplice, dolce e intelligente che, fin da piccola, coltivava il suo profondo amore per il figlio dei castellani. Un sentimento maturato con il trascorrere degli anni, ma destinato a incontrare molti ostacoli. Due storie totalmente diverse e separate dal tempo, ma che conosceranno un punto di connessione. Sarà quella fugace interconnessione che costituirà la salvezza per entrambi.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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