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Wonder, di R. J. Palacio

Wonder, di R. J. Palacio - Incipit, Libri, Gli scrittori della porta accanto

Incipit #144 | Normale. So di non essere un normale ragazzino di dieci anni.

Wonder

Wonder

di R. J. Palacio
Narrativa per ragazzi 11+
Giunti
ebook 6,99€
cartaceo 10,20€



Sì, insomma, faccio cose normali, naturalmente. Mangio il gelato. Vado in bicicletta. Gioco a palla. Ho l’Xbox. E cose come queste fanno di me una persona normale. Suppongo. E io mi sento normale. Voglio dire dentro.
Ma so anche che i ragazzini normali non fanno scappare via gli altri ragazzini normali fra urla e strepiti ai giardini. E so che la gente non li fissa a bocca aperta ovunque vadano.
Se trovassi una lampada magica e potessi esprimere un desiderio, vorrei avere una faccia così normale da passare inosservato. Vorrei camminare per strada senza che la gente, subito dopo avermi visto, si volti dall’altra parte. E sono arrivato a questa conclusione: l’unica ragione per cui non sono normale è perché nessuno mi considera normale.
Ma in un certo senso posso dire che ormai mi sono abituato al mio aspetto fisico. So come fingere di non notare la faccia che fa la gente. Siamo diventati tutti abbastanza bravi, in questo genere di cose: io, mamma, papà e Via.
Anzi, no, mi rimangio la parola: Via non è affatto brava. Si irrita parecchio quando qualcuno fa lo scemo con me. Come quella volta ai giardini, quando dei ragazzi più grandi si sono messi a fare dei versi. Per la verità non so nemmeno bene cosa dicessero, perché non li ho sentiti, ma Via sì, e ha cominciato a gridargli dietro di tutto. È fatta così, lei. Io no.
Via non mi considera normale. Lei dice di sì, ma se fossi normale non avrebbe tutto questo bisogno di proteggermi. Nemmeno mamma e papà mi considerano normale. Credo che l’unica persona al mondo che capisce quanto sono normale sono io.
Mi chiamo August, per inciso. Non mi dilungo a descrivere il mio aspetto. Tanto, qualunque cosa stiate pensando, probabilmente è molto peggio.

Perché non sono mai andato a scuola

La settimana prossima comincio la prima media. E dato che non ho mai frequentato una vera scuola prima d’ora, direi che sono assolutamente terrorizzato. La gente pensa che io a scuola non ci sia mai andato per via del mio aspetto, ma non è così. È per via di tutte le operazioni chirurgiche che ho fatto. Ventisette, da che sono nato. Le più grosse addirittura prima dei miei quattro anni, perciò di quelle non mi ricordo. Ma da allora ho subito due o tre interventi l’anno (tra grandi e piccoli) e, dato che sono mingherlino per la mia età e che sono affetto da altri misteri della medicina che i dottori non hanno mai identificato, mi ammalavo di continuo. Ragion per cui i miei genitori hanno deciso che era meglio che non andassi a scuola. Adesso sono molto più forte, però. L’ultima operazione è stata otto mesi fa e probabilmente non dovrò affrontarne altre per un paio d’anni.
La mamma mi faceva studiare in casa. Prima faceva l’illustratrice di libri per ragazzi. Disegna fate e sirene davvero forti. Le cose che fa per i maschi non sono un granché, però. Una volta ha cercato di disegnarmi un Dart Fener, ma le è venuto fuori una specie di strano robot a forma di fungo.
È da un sacco di tempo che non la vedo disegnare. Credo sia perché ha troppo da fare con me e con Via.
Non posso dire di aver sempre voluto andare a scuola, perché non sarebbe vero. Mi sarebbe piaciuto sì andare a scuola, ma solo se fossi stato come un qualsiasi altro bambino che va a scuola. Con tanti amici con cui andare in giro il pomeriggio, cose così.
Di amici veri ne ho pochi, ora. Christopher è il mio miglioramico, e dopo di lui vengono Zachary e Alex. Ci conosciamo da quando eravamo piccoli. E dato che loro mi hanno sempre conosciuto così, sono abituati a me. Quando eravamo più piccoli ci trovavamo sempre a giocare insieme, solo che poi Christopher ha traslocato a Bridgeport, nel Connecticut. Che vuol dire a più di un’ora da dove vivo io, ovvero North River Heights, sulla punta estrema di Manhattan. E Zachary e Alex hanno cominciato ad andare a scuola. È buffo: anche se è Christopher quello che è andato ad abitare lontano, vedo più spesso lui di Zachary e Alex. Loro hanno tutti questi nuovi amici, adesso. Se ci incontriamo per caso per strada sono ancora carini con me, però. E mi salutano sempre.
Ho anche altri amici, ma non veri amici come lo erano Christopher, Zack e Alex. Per esempio, Zack e Alex mi hanno sempre invitato alle loro feste di compleanno quando eravamo piccoli, mentre Joel, Eamonn e Gabe no. Emma mi ha invitato una volta, ma è un sacco che non la vedo. E, naturalmente, vado sempre al compleanno di Christopher. Forse, il problema è che do troppa importanza alle feste di compleanno.

Come sono venuto al mondo

Mi piace quando la mamma racconta questa storia, perché mi fa ridere un sacco. Non è divertente come una barzelletta, ma quando lei ce la racconta io e Via ci sganasciamo dalle risate.
Dunque, quando ero nella pancia della mia mamma nessuno aveva la minima idea che sarei uscito da lì con l’aspetto che ho. La mamma aveva avuto Via quattro anni prima ed era stata una specie di “passeggiata al parco” (espressione sua), perciò non c’era stato motivo di fare alcun esame particolare. Circa due mesi prima della mia nascita, i dottori si sono resi conto che c’era qualcosa che non andava nella mia faccia, ma non credevano sarebbe stato così grave. Dissero a mamma e papà che avevo una “palatoschisi” e qualche altra cosa che mi stava spuntando. Parlarono di “piccole anomalie”.
C’erano due infermiere in sala parto, la notte in cui sono venuto al mondo. Una era molto carina e dolce. L’altra, a dire della mamma, tutto sembrava tranne che carina o dolce. Aveva delle braccia enormi e (qui viene la parte divertente) continuava a scoreggiare. Tipo che portava del ghiaccio alla mamma e ne mollava una. Le controllava la pressione e ne mollava un’altra.
La mamma dice che era incredibile, perché la donna non si è scusata nemmeno una volta! In più, il ginecologo che seguiva la mamma non era di guardia quella notte, perciò era capitata con questo dottore strampalato che lei e papà avevano soprannominato “Doogie”, dal nome del protagonista di un vecchio programma televisivo, o di un telefilm, non so (ovvio che non lo chiamavano in quel modo in sua presenza). Ma la mamma dice che, anche se tutti in quella stanza sembravano di cattivo umore, papà ha continuato a farla ridere per tutta la notte.
Quando sono uscito dalla sua pancia, la mamma dice che nella stanza è calato improvvisamente il silenzio. Lei non ha avuto nemmeno modo di vedermi, perché l’infermiera carina mi ha portato via in fretta e furia. Papà le si era precipitato dietro talmente di corsa che la telecamera gli è caduta ed è andata in mille pezzi. E poi la mamma ha cominciato ad agitarsi e ha cercato di alzarsi dal letto per capire dove stessero andando, ma l’infermiera scoreggiona l’ha bloccata con le sue braccione. In pratica stavano litigando, perché la mamma era diventata isterica e la scoreggiona le gridava di stare calma, e poi tutte e due hanno iniziato a strillare per chiamare il dottore. Ma, indovinate un po’? Lui era svenuto! Lungo disteso sul pavimento! Perciò, quando la scoreggiona si è resa conto che il tipo era svenuto, ha cominciato a tirargli calci per svegliarlo, urlandogli addosso come una pazza: «Ma che razza di dottore sei, eh? Che razza di medico sei? Svegliati! Alzati!». E poi, di punto in bianco, aveva mollato la scoreggia più grossa, più rumorosa e più puzzolente della storia delle scoregge. La mamma pensa sia stata quella scoreggia a far tornare finalmente in vita il dottore. In ogni caso, quando racconta questa storia la mamma recita tutti i ruoli – incluse le
parti rumorose – e ci fa sbellicare dal ridere!
La mamma dice che la scoreggiona si è poi rivelata una donna molto gentile. Non l’ha lasciata sola un minuto. Non si è spostata da lì nemmeno dopo che papà è tornato e i dottori li hanno informati di quanto fossi messo male. La mamma si ricorda che, quando il dottore le ha detto che con tutta probabilità non sarei sopravvissuto alla notte, l’infermiera le ha bisbigliato all’orecchio:
«Qualunque creatura di Dio vince il mondo».
E il giorno seguente, dopo che avevo superato la notte, è stata quell’infermiera che ha tenuto la mano alla mamma, quando l’hanno portata a vedermi per la prima volta.
La mamma dice che, a quel punto, di me le avevano detto tutto. Era pronta a incontrarmi. Ma racconta anche che quando ha abbassato lo sguardo per la prima volta sulla mia minuscola faccia spappolata tipo poltiglia, tutto quello che è riuscita a vedere è quanto fossero belli i miei occhi. La mamma è stupenda, per inciso. E papà è un bell’uomo. Via è una ragazza carina. Casomai ve lo stiate domandando.

Quarta di copertina
"Wonder" di R. J. Palacio, Giunti, 2013.

"Wonder" è la storia di Auggie, nato con una tremenda deformazione facciale, che, dopo anni passati protetto dalla sua famiglia per la prima volta affronta il mondo della scuola. Come sarà accettato dai compagni? Dagli insegnanti? Chi si siederà di fianco a lui nella mensa? Chi lo guarderà dritto negli occhi? E chi lo scruterà di nascosto facendo battute? Chi farà di tutto per non essere seduto vicino a lui? Chi sarà suo amico? Un protagonista sfortunato ma tenace, una famiglia meravigliosa, degli amici veri aiuteranno Augustus durante l'anno scolastico che finirà in modo trionfante per lui. Il bellissimo racconto di un bambino che trova il suo ruolo nel mondo. Il libro è diviso in otto parti, ciascuna raccontata da un personaggio e introdotta da una canzone (o da una citazione) che gli fa da sfondo e da colonna sonora, creando una polifonia di suoni, sentimenti ed emozioni.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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