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Femminicidi e stupri: la colpa è dell'emancipazione delle donne

Femminicidi e stupri: la colpa è dell'emancipazione delle donne

Di Stefania Bergo. Da una discussione di paese, bizzarri stereotipi e preoccupanti pregiudizi sulle donne: è l'emancipazione femminile a istigare femminicidi e stupri. Dalla violenza al mondo del lavoro, la dura lotta contro la mentalità patriarcale.

Si parlava di femminicidio, qualche giorno fa. Un mio coetaneo, una signora di circa sessant'anni ed io. Mentre le nostre bimbe, dopo la scuola, giocavano tra gli alberi.
«Ormai ne viene uccisa una ogni giorno, ma dove siamo arrivati? — dice lei. Poi si gira verso di lui e aggiunge — Ma che vi ha preso, a voi uomini?» Io seguo distrattamente, pensando al solito trito di luoghi comuni e frasi fatte di circostanza. 
«Eh... ma anche voi donne, però...»
Mi suona un campanello in testa. I puntini di sospensione meritano tutta la mia attenzione.
«Ormai le donne non sono più attaccate alla famiglia. Arrivano a 50 anni, si innamorano del ragazzino di 30 e mollano marito e figli, ormai ragionano col clitoride. È ovvio poi che uno vada via con la testa...» Ok, questo merita più della mia attenzione. Merita la mia rabbia.
A parte che di solito accade il contrario, cioè che il cinquantenne terrorizzato dalla vecchiaia e dalla stasi ormonale si conceda distrazioni e nuove fresche relazioni — ma questo è uno stereotipo che mi sono rifiutata di argomentare per combattere controbattere —, ma se anche fosse, supponiamo che il motivo per cui le coppie si lasciano sia dovuto al 100% a queste donne con troppi grilli per la testa e il testosterone a palla, è un motivo per ucciderle? Può essere una giustificazione? Sta scherzando vero?
«Ormai le donne non fanno neanche più le mamme, vogliono fare i lavori che fanno gli uomini, poi però se c'è da sollevare un peso o stare al freddo lo fanno fare a noi, eh, troppo comodo!»
Ok, non scherza. È giunto il momento di brandire la spada.


L'emancipazione femminile non ha portato le donne ad essere superficiali, incoscienti, "oche giulive" o ninfomani. L'emancipazione ha dato loro consapevolezza.

Una donna ora sa di avere lo stesso diritto di un uomo di lavorare ed essere indipendente economicamente. E il fatto che alcune donne, potendolo fare, preferiscano non lavorare ma dedicarsi ai figli o alle proprie passioni merita tutto il rispetto di una scelta personale indiscutibile. Ma se quelle stesse donne, o altre, decidessero di lavorare dovrebbero poterlo fare liberamente e non essere parimenti criticate.
Inutile argomentare dicendo che «le donne non sono in grado di fare quello che fa un uomo» in termini di prestanza fisica, perché con altrettanta ovvietà si può facilmente rispondere che questo è evidente, così come lo è il fatto che non tutti gli uomini sulla faccia della Terra sappiano giocare a calcio o cantare. Si tratta di predisposizioni, attitudini, talenti che caratterizzano un individuo e gli fanno trovare la sua strada personale, anche nel mondo del lavoro. Ma che nulla hanno a che vedere con il sesso di una persona.
Il punto non è che la donna debba fare gli stessi mestieri dell'uomo per emanciparsi, il punto è che debba avere il diritto di poterlo fare nel caso in cui lo voglia. Io personalmente non sceglierei mai di essere una camionista, pur piacendomi guidare e avendo macinato molti chilometri in vita mia, ma voglio avere il diritto di poterlo fare, se un domani mi gira, e non accetto che mi si dica che non posso solo perché le donne non sanno guidare — passare dalla facile battuta sarcastica allo stereotipo vincolante è un attimo.

Ballerina e bodybuilder: chi stabilisce cosa sia "da donna" e cosa "da uomo"?

Le madri, poi, questa categoria a parte. Quando una diventa madre pare avere ancora meno diritti, in termini di emancipazione.

Una madre deve occuparsi dei figli. Punto. Possibilmente da sola, senza scomodare il padre, che spesso è pure latitante. Ed è continuamente esposta alla lente ingiuriosa della società — ma anche dei parenti più prossimi o del compagno... sì, quello che a volte latita in azioni ma in quanto a parole non scherza — che la classifica come "brava mamma" o "pessimo esempio". E anche qui è un attimo passare da una parte all'altra della staccionata. Il lavoro risulta essere ancor più qualcosa di superfluo nella vita di una mamma, a meno che non sia costretta per portare in tavola il pane. Allora è quasi obbligata a farlo, altrimenti rientra nella suddetta categoria della "cattiva madre".
Uhm, quindi, a seconda del bisogno degli altri la donna ha il diritto di lavorare o meno, ma guai a guardare al proprio, di bisogno. Allora diventa solo una che «ha troppi grilli per la testa, che non tiene insieme la famiglia». Una che fa arrabbiare il compagno.
Ma torniamo alla mia interessante discussione di qualche giorno fa.


«Ah, quindi le donne possono lavorare, allora. E quali mestieri sarebbero consentiti, di grazia?» chiedo. «Ad esempio l'infermiera o la segretaria» mi risponde lui.

Mi apro persino il giubbotto per il gran caldo e virtualmente mi tiro su le maniche per lanciarmi in una battaglia chiaramente persa.
Quindi una donna può fare solo lavori da subordinata? Non fraintendete, non intendo dire minori perché tutte le professioni sono parimenti necessarie e importanti. E gratificanti. Sempre se scelte. Ma l'imposizione, non so se si è capito, è qualcosa che non mi piace.
«E perché non hai detto: il medico o il dirigente d'azienda? — faccio io — Non si sollevano pesi per fare il dottore o il dirigente, no?»
«Ma una donna non è in grado di fare quello che fa un uomo» rincara la dose. Non lui. Lei, l'altra mia interlocutrice. Ne rimango in parte scioccata. «Quanti chirurghi vedi nelle sale? Una donna non potrebbe mai gestire un'emergenza, si sentirebbe persa.»


Le donne gestiscono emergenze tutti i santi giorni, in ogni angolo del mondo. Anzi, più di una contemporaneamente. Sotto un cielo di granate o in una azienda che cola a picco. O in una famiglia. 

E magari se non ci sono abbastanza chirurghi nelle sale proviamo a riportare causa ed effetto al suo giusto ordine logico: se le donne sono ancora in minoranza in certi ambiti lavorativi non è perché non siano in grado di fare ma perché il sistema patriarcale impedisce loro di accedervi. Io sono ingegnere elettronico, mi sono laureata a Padova e in aula le donne erano ovviamente una netta minoranza. Ma solo al biennio. Procedendo con gli studi la percentuale rispetto agli uomini aumentava, e l'ultimo anno non si avvertiva nemmeno la disparità. Non voglio dire che in questo modo abbiamo dimostrato di essere più intelligenti, no. Ma più motivate, testarde o responsabili questo sì. Eppure non basta. Quando giravo per i cantieri coi miei colleghi si dava per scontato che io fossi la loro segretaria, eppure nel mio lavoro, la progettazione sanitaria, ero più portata e capace di molti di loro.
«Va beh, ma altri mestieri non sono da donne. Hai mai visto una donna muratore o "fare" le strade sotto il sole? E quelle emancipate che vogliono fare il soldato per guadagnare un sacco di soldi ma poi stanno solo in ufficio? Non sono in grado di uccidere nessuno, te le immagini in Iraq?»
A parte che non essere in grado di uccidere qualcuno non la ritengo una nota di demerito, semmai di merito, ma soprassediamo a questa sfumatura machista nel concepire il senso del dovere e il valore di una persona.

Donne operaie nelle fabbriche e sulle strade del mondo.

In molti paesi mediorientali le combattenti sono in numero maggiore degli uomini e partecipano attivamente sul campo alle rappresaglie. Per non parlare delle donne che ho sempre visto lavorare su strade e palazzi quando abitavo in Kenya.

Lì, a respirare i fumi del catrame o arrampicate su impalcature che sfidavano la legge di gravità, mentre gli uomini rinforzavano virilmente la parete del loro stomaco ubriacandosi al bar. In quel caso fa comodo che le donne facciano lavori "da uomini", vero? Ma, realtà sconvolgente: le donne sono esseri umani, non pedine da piazzare su una scacchiera per vincere una partita.
Nei paesi definiti — a volte erroneamente — più progrediti, in cui non debbano lottare o rischiare la vita per poter accedere all'istruzione, le donne possono svolgere altri tipi di lavoro, più "di concetto", per così dire, magari è solo per questo che non ne vediamo asfaltare le autostrade. Ma il punto ancora una volta non è questo. Il punto è che se domani decido che adoro costruire ponti, e non solo progettarli, voglio il diritto di poterlo fare, senza essere derisa o peggio ancora discriminata, tutto qui. È questa l'emancipazione — concetto estremamente difficile, per il mio interlocutore, mi rendo conto.
È ora di andare a pranzo, ormai. La conversazione resta sospesa. Io mi allontano da un lato, loro in direzione opposta. E li sento parlottare.


«Comunque questa emancipazione ha rovinato le donne di oggi. Basta guardare come vanno in giro le ragazzine, come si vestono, le libertà che hanno. E poi le violentano. Anche loro, però... »

Tu, tuuuu! Puntuale come un treno svizzero arriva al binario uno l'ultimo preconcetto della giornata,  signore e signori, la frase fatta da bar dei bassifondi, lo stereotipo che violenta le donne due volte, umiliandole quasi più dello stupro subito: «se l'è cercata». La chiusura del cerchio della discussione, il ritorno all'ennesimo punto di partenza — l'era arcaica?
L'istinto è davvero quello di riaprire la discussione con ancora maggiore fervore. Ma ormai è davvero tardi. Mi limito a dire con determinazione a Emma, la mia bimba di otto anni: «Non permettere mai a nessuno di dirti quello che puoi o non puoi fare in quanto donna».
È innegabile, la strada è ancora lunga. Questa discussione rappresenta il pensiero dell'uomo medio, presa con tutte le dovute pinze delle fortunate eccezioni. È ancora difficile capire cosa sia l'emancipazione delle donne, figuriamoci accettarla. Siamo ancora fermi a «se le donne vengono uccise o stuprate, è colpa della loro emancipazione». Vogliamo uscire dalle mura domestiche, liberarci dai vincoli patriarcali, e per questo paghiamo un caro prezzo. Quello di essere sotto accusa anche quando siamo vittime. Perché abbiamo osato toglierci il velo e mostrare la nostra chioma fluente al sole, o abbiamo alzato la testa e il nostro sguardo fiero è arrivato più lontano di quello degli uomini che ci stanno intorno. Wonder woman che sfida Superman: un affronto imperdonabile!





Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.

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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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