Gli scrittori della porta accanto

The week: focus sugli eventi tra il 29 agosto e l'11 settembre

The week: focus sugli eventi tra il 29 agosto e l'11 settembre

The week Di Argyros Singh. Cosa è successo nel mondo tra il 29 agosto e l'11 settembre? La controffensiva ucraina, la guerra energetica e la morte di due importanti personaggi storici del Novecento: Michail Gorbačëv e la regina Elisabetta II

In questo The Week, relativo alle ultime due settimane, scrivo diffusamente della controffensiva ucraina, della guerra energetica, nonché della morte di due importanti personaggi storici del Novecento: il leader sovietico Michail Gorbačëv e la regina Elisabetta II. Nel mezzo, troverete un capitolo con notizie flash dal resto del mondo, escludendo l’Africa, di cui scriverò in uno speciale.



Controffensive, ritorsioni, razionamenti

Nell’ultimo The Week ricordavo la festa dell’indipendenza ucraina, in concomitanza con il raggiungimento dei sei mesi del conflitto.

La pretesa guerra lampo del Cremlino si è trasformata in una guerra di posizione, che ha provocato – tra gli effetti collaterali – una crisi globale (alimentare, energetica, economica).

Quasi sette milioni di ucraini sono fuggiti dal Paese; oltre cinquemila sono morti e oltre settemila sono rimasti feriti, secondo il monitoraggio della missione ONU denominata HRMMU. L’UNICEF stima a 972 le vittime tra i minori: si è inoltre diffusa la pratica di deportare i bambini ucraini in Russia, minori che finiscono adottati da famiglie russe.
Per quanto riguarda i soldati russi, i morti si attesterebbero a circa quindicimila, cifra che ha spinto Mosca a riorganizzare lo schieramento con un decreto che porterà a un aumento di 137.000 unità. L’incremento richiederà tempo, anche perché Putin si rifiuta di ricorrere alla mobilitazione di massa, che significherebbe un riconoscimento dello stato di guerra. Come ho scritto nel precedente The Week, la Russia si sta servendo di mercenari, soprattutto ceceni e siriani, che permettono di ridurre l’impatto emotivo sul fronte interno, con i funerali di soldati russi. Certo i mercenari hanno un costo e il leader ceceno Kadyrov, in queste settimane, ha pronunciato discorsi in cui allude a un ritiro delle sue truppe dal campo.

Quello russo è stato un fatale errore di valutazione.

Per quanto il Servizio di sicurezza federale (FSB) fosse al corrente del fatto che gli ucraini fossero contro l’invasione, i vertici militari si sono affidati all’ottimismo di figure come Viktor Medvedčuk, che in Ucraina favoriva da anni la propaganda russa. Medvedčuk è infatti amico personale di Putin e padrino della sua figlia più giovane: la decisione del presidente ucraino Zelens’kyj di arrestarlo a maggio, con l’accusa di tradimento, è stata dunque necessaria e non certo un’operazione contro la libertà di parola.
L’invasione russa ha anche mostrato una disorganizzazione logistica e tattica che non ci si aspettava da quello che era ancora ritenuto uno dei più forti eserciti del mondo. È solo di pochi giorni fa la notizia della cattura del più alto ufficiale dell’esercito russo dai tempi della seconda guerra mondiale, il tenente generale Andrei Sychevoi. Nome che segue ai tanti ufficiali uccisi in questi mesi, costretti ad andare sulla linea del fuoco per motivare l’esercito e coordinarlo. Per non parlare degli almeno sei generali sostituiti da Mosca a conflitto in corso.

Da parte ucraina, il mese di settembre si è aperto con una significativa controffensiva, tuttora in atto, che ha portato Zelens’kyj a rivendicare duemila chilometri quadrati.

Il fronte settentrionale, con perno a Kharkiv, è avanzato a cuneo per decine di chilometri, conquistando la strategica località di Balakliya. Sul fronte orientale, a Bakhmut, i russi sembrano mantenere la linea, mentre a meridione, nella zona di Kherson, gli ucraini stanno colpendo oltre le linee nemiche, con bombardamenti e sabotaggi. I russi si trovano quindi a dover scegliere se avanzare a est o rafforzare lo schieramento a sud, per reggere all’avanzata ucraina.
Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, in una visita a sorpresa a Kyïv, ha affermato che la guerra è giunta a un “momento cruciale”. Gli Stati Uniti hanno approvato 2,7 miliardi di dollari di nuovi aiuti all’Ucraina e agli alleati. In un recente incontro all’aeroporto militare tedesco di Ramstein, i cosiddetti Paesi del “Gruppo di contatto” hanno ribadito l’assistenza a lungo termine all’Ucraina.

Negli ultimi mesi, a fronte dello stallo, l’attenzione si è concentrata sulla centrale nucleare di Zaporož’e.

La centrale è stata scollegata dalla rete elettrica, dopo un rimpallo di responsabilità su chi stesse proseguendo i bombardamenti intorno all’area, presso cui sono stanziate unità militari russe che sfruttano la centrale come scudo. Le Nazioni Unite hanno proposto di demilitarizzare l’area, ma per ora il Cremlino si rifiuta di procedere in tale direzione. Grazie alla mediazione francese, è stata concessa per ora solo un’ispezione della struttura da parte di ispettori dell’ONU.
Proprio a un recente Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’India ha segnato uno strappo sulla sua neutralità, votando contro la Russia per la prima volta in un voto procedurale, approvando la richiesta di far partecipare Zelens’kyj in teleconferenza. Un piccolo segnale, che potrebbe preannunciare un nuovo allineamento, considerate le tensioni indo-cinesi.

Per noi europei, preme soprattutto la questione energetica.

L’importazione di gas russo si è ridotta del 75% dai livelli pre-crisi, sia per volontà europea che per la riduzione decisa dai russi: Gazprom ha infatti deciso di chiudere il gasdotto Nord Stream 1 a tempo indeterminato e l’UE fatica a compensare soltanto con il gas liquido (GNL). I governi stanno quindi varando piani per la riduzione dei consumi di gas: il governo Draghi ha pubblicato il Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas naturale, che prevede di coprire tutto l’inverno, anche nello scenario peggiore. Il testo mira a una riduzione volontaria dei consumi del 9,5% rispetto all’anno precedente: si considera lo scenario in cui la Norvegia dovrà approvvigionare la Germania, riducendo le forniture all’Italia.
A livello europeo, si discute anche un tetto al prezzo dell’energia elettrica generata dal gas, sul modello già adottato dalla Spagna: questo permetterebbe di abbassare le bollette, ma sul lungo periodo si dovrebbe aumentare l’imposizione fiscale o il debito, per compensare la produzione in perdita dei produttori di elettricità.

Fino a questo punto, il calo delle forniture di gas russo nel nostro Paese è stato quasi compensato, con solo un -2% negli ultimi tre mesi rispetto all’anno scorso.

Il problema risiede infatti nell’aumento dei prezzi spot sui mercati europei, motivo per cui la Russia continua a guadagnare anche a fronte di una minore esportazione. È per contrastare questo fenomeno che si sta discutendo a Bruxelles di imporre un tetto europeo al prezzo del gas. La Russia, nonostante le minacce di chiudere tutti i rubinetti, verrebbe forzata ad accettare il tetto per non perdere queste decisive (benché diminuite) entrate.
A un forum economico a Vladivostok, Putin ha condannato le sanzioni occidentali e ha rimarcato le difficoltà che stanno vivendo gli Occidentali: evidente è l’intento di condizionare le opinioni pubbliche, in particolare quella italiana, a ridosso delle elezioni politiche. Ha dovuto però riconoscere il grave aumento dell’inflazione, ma non è tutto.

Secondo un’analisi condotta dalla Commissione europea, il PIL russo calerà del 10,4% già nel 2022.

Uno studio di fine agosto della Yale University, che riporto in nota, spiega l’effettivo funzionamento delle sanzioni. La Russia non può più acquistare prodotti che non è in grado di produrre da sé (p. es. gli airbag, i sistemi di frenatura, etc.) ed è ricorsa al furto di componenti brevettate da “Paesi ostili”, sequestrando per esempio aerei occidentali. Da febbraio, le importazioni russe sono diminuite del 50% e al momento le nuove relazioni commerciali non sono sufficienti a sostituire gli scambi con l’Occidente. Nemmeno il “grande alleato” cinese compensa questa riduzione, tanto che per la Cina la Russia rappresenta soltanto l’undicesimo Paese da cui importare. Sul piano del tenore di vita, oltre mille aziende internazionali hanno lasciato la Russia e, terminate le scorte dei loro prodotti, non sarà possibile riprodurli. Inoltre, si parla poco dell’esodo di “cervelli” (ingegneri, tecnici, giornalisti, manager) che stanno fuggendo dall’inizio del conflitto, minando così uno sviluppo futuro. D’altra parte, chi rimane non va incontro a una buona sorte: tra le ultime morti “improvvise” c’è quella di Dmitry Litovkin, giornalista militare russo, occupato nel settore del controllo degli armamenti e nell’equipaggiamento dell’esercito con le ultime tecnologie. Sugli ultimi sviluppi della guerra e sulla crisi energetica – aljazeera.com, theguardian.com, bbc.com, bbc.com, corriere.it, adnkronos.com, ispionline.it, ispionline.it, ispionline.it e state.gov
Ucraina. Storia, geopolitica, attualità

Ucraina
Storia, geopolitica, attualità.

di Argyros Singh
PubMe – Collana Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Saggio
ISBN 979-1254581933
Saggio
ebook 4,99€
Cartaceo 15,00€


Michail Gorbačëv

Rimanendo nel solco della storia dell’Europa orientale e dell’Unione Sovietica, il 30 agosto, a novantuno anni, è morto Michail Gorbačëv, ultimo leader sovietico, considerato il principale artefice della caduta del muro di Berlino e della conclusione della guerra fredda. In generale, la sua figura è vista in positivo a Occidente e in negativo da parte russa. Egli portò avanti una riforma interna al sistema sovietico seguendo le parole d’ordine di perestrojka (ristrutturazione) e glasnost (trasparenza) e provocando, di fatto, la disintegrazione dell’URSS. Ritirò le truppe dall’Afghanistan, coinvolte in una guerra dal 1979 e senza via d’uscita, e sostenne con il presidente statunitense Ronald Reagan il disarmo nucleare delle due superpotenze.
L’URSS era ormai giunta a una fase critica della propria storia, con una burocrazia asfissiante e un’inefficiente sistema produttivo. I beni di consumo erano pochi e l’inflazione era aumentata a dismisura; l’URSS non era più in grado di sostenere la spesa per l’esplorazione spaziale, né la corsa agli armamenti. La riforma valutaria del 1990 cancellò i risparmi di una larga fetta della popolazione, ma non risolse il problema. In una politica di trasparenza, emersero i deficit del sistema produttivo sovietico, nonché i crimini di cui lo Stato si era macchiato in decenni di purghe e violenze.

Nel 1990, Gorbačëv vinse il premio Nobel per la pace; l’anno successivo si dimise da capo di Stato.

È utile, in questo contesto, ricordare che Putin ha sempre rimproverato a Gorbačëv un’eccessiva ingenuità nelle trattative con gli americani, per esempio in quella promessa non scritta che gli Stati Uniti non avrebbero espanso la NATO verso est, nemmeno dopo la riunificazione tedesca. È nota l’affermazione di Putin per cui la fine dell’Unione Sovietica costituisse la più grande catastrofe geopolitica del secolo. Non bisogna nemmeno dimenticare che, nel 2014, Gorbačëv sostenne l’annessione della Crimea, benché fosse contrario alla più recente invasione. Il rapporto tra i due è sempre stato teso e freddo, e formali sono state le condoglianze giunte dal Cremlino.
Certo la figura di Gorbačëv andrà studiata ancora a lungo, a mente sempre più lucida, per comprendere meglio il processo che portò al collasso del secondo impero russo. Oggi, nel bene e nel male, viviamo anche le conseguenze delle sue politiche. Sulla morte di Gorbačëv – bbc.com, ispionline.it e ispionline.it

Tre flash dal mondo: Cile, Iraq, Pakistan

  1. In queste settimane la popolazione cilena è stata chiamata a esprimersi sull’approvazione di una nuova costituzione.

    Il 60% dei votanti ha detto “no” al testo proposto, di cui il giovane presidente di sinistra Gabriel Boric era uno dei promotori. L’attuale costituzione fu introdotta nel 1980 e riformata nel 1989, durante la dittatura militare di Augusto Pinochet. Un primo movimento di piazza era nato sotto il precedente governo Pinera, considerato troppo liberista, e le proteste avevano portato a un Acuerdo por la paz y una nueva Constitucion (dicembre 2019).
    Nonostante le premesse incoraggianti, nella prospettiva di un cambio di passo costituzionale, il nuovo testo è stato considerato troppo radicale da molti. Tra le novità ci sarebbe stato il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene sulle proprie terre, portando a un Cile plurinazionale (gli indigeni costituiscono il 13% della popolazione), con la garanzia di 17 seggi in Parlamento su 155. Nel testo, il senato sarebbe stato trasformato in una camera delle regioni.

    Sotto il profilo dei diritti delle donne, sarebbe stato introdotto il diritto all’aborto e alla partecipazione femminile alle istituzioni per almeno il 50% delle posizioni disponibili.

    Importanti anche gli articoli sull’ambiente, che avrebbero limitato l’estrazione selvaggia di rame e litio e preservato le riserve di acqua dolce e i ghiacciai.
    Che cosa è andato storto? Secondo gli osservatori a cui fa riferimento un articolo di ISPI, le ragioni sarebbero da attribuire alla disinformazione alimentata soprattutto dalle compagnie private, con interessi nell’estrazione di litio (fondamentale nelle batterie necessarie alla transizione energetica).

    Oltre a questo fattore, deve aver contato anche l’opposizione al governo Boric e la delusione di molti elettori, che nel referendum hanno visto l’occasione per valutare il suo operato.

    Nel corso del suo governo, iniziato a marzo, l’indice di gradimento è diminuito: i cileni sono preoccupati dall’inflazione, dal carovita e dalla sicurezza interna, in un Paese con un tasso di omicidi in crescita.
    Da non dimenticare, infine, la generale indole conservatrice della popolazione, esemplificata dal “no” maggioritario giunto persino dalle aree abitate in prevalenza da indios, che avrebbero potuto ottenere maggiori tutele costituzionali con un “sì”.

  2. In questi giorni in Iraq c’è stato un nuovo assalto alle istituzioni, questa volta al palazzo del governo, da parte dei sostenitori del leader sciita Muqtada al-Sadr.

    I morti sono stati almeno trenta e i manifestanti hanno bruciato le immagini del defunto generale iraniano Qasem Soleimani, ex capo della Brigata Qods dei Pasdaran.
    Dell’Iraq avevo scritto nel The Week del 1° – 7 agosto, dove potete ritrovare le ragioni delle ultime tensioni.
    L’Iraq intanto continua a rimanere senza un governo: al-Sadr ha iniziato uno sciopero della fame, chiedendo a tutti i leader politico-religiosi di dimettersi, così da poter avviare le riforme di cui il Paese ha bisogno. La mossa di al-Sadr è stata astuta, poiché, forte del sostegno delle masse, ha ottenuto una reazione popolare che ha ulteriormente indebolito i suoi oppositori.

    Vincitore delle elezioni di ottobre 2021, il partito sadrista non ha però potuto formare un governo proprio a causa dell’opposizione tra i partiti sciiti, riuniti nel Quadro di coordinamento, sostenuto dall’Iran.

    Nello stallo istituzionale, al-Sadr ha chiesto al Supremo Consiglio Giudiziario di sciogliere il Parlamento, ma la richiesta è risultata anticostituzionale. Il leader è stato a sua volta colpito dalle parole dell’Ayatollah Kadhim al-Haeri, padre spirituale dei sadristi, che ha di fatto delegittimato la sua autorità, su probabile pressione iraniana. Allo stato delle cose, si fa sempre più concreto il pericolo di una guerra tra sadristi e sciiti filoiraniani.

  3. La politica interna pakistana è molto calda in queste settimane.

    L’ex presidente Imran Khan, ricevuta la sfiducia in parlamento, è stato accusato di aver violato le leggi anti-terrorismo, dopo aver accusato alcuni ufficiali di polizia e giudici di aver torturato un suo collaboratore.
    Khan era salito al potere nel 2018, con la promessa di combattere il sistema di corruzione del Paese, alimentato dal controllo di poche famiglie sui territori. Secondo il locale The Express Tribune, una folla di sostenitori avrebbe circondato la sua casa per evitare l’arresto. Si sta creando una spaccatura tale che c’è il rischio che scoppi una guerra civile, in un Paese che è fortemente indebitato e che è già ricorso più volte al Fondo Monetario Internazionale (di recente, ha ricevuto un prestito di 1,1 miliardi di dollari). Il Pakistan vive diverse criticità: è agli ultimi posti a livello globale per la parità economica di genere; circa sessanta milioni di cittadini sono analfabeti; la mortalità infantile è altissima (circa 62 su 1000).

    Khan, figlio di un ingegnere civile, si è formato all’università di Oxford e ha mostrato doti sportive nel cricket, vincendo i mondiali con la propria squadra nel 1992.

    Entrato in politica, ha cavalcato l’onda del malcontento, appoggiando talvolta princìpi liberali, altre volte un islamismo radicale. Gli oppositori lo hanno persino soprannominato “Taliban Khan” per la sua simpatia verso il regime talebano. Costretto alle dimissioni ad aprile, con un Paese che a inizio anno aveva un’inflazione al 24,9%, Khan ha vestito lo sciupato abito dell’antiamericanismo, adducendo non meglio dimostrate ingerenze da Washington.
    Khan ha ottenuto il controllo della maggioranza nell’assemblea provinciale del Punjab, dimostrando di avere ancora abbastanza presa sull’elettorato. Questo potrebbe essere un elemento di rottura alle prossime elezioni.

    Oltre alla politica interna, il Pakistan è stato colpito da pesanti alluvioni, definite di proporzioni bibliche dal ministro degli Esteri Bilawal Bhutto Zardari.

    Le piogge monsoniche, tipiche di questo periodo, hanno avuto un’intensità tale da inondare un terzo del Paese: oltre milleduecento le vittime; oltre dieci miliardi i danni.
    Nel 2010, un monsone aveva ucciso quasi duemila pakistani: si pensava che fosse stato un caso eccezionale, ma appena dodici anni dopo l’evento si è ripetuto con altrettanta violenza. Non è un caso che il Pakistan sia tra i dieci Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici, pur producendo meno dell’1% delle emissioni globali di gas serra. Secondo la Banca Mondiale, l’agricoltura subirà un forte colpo, che coinvolgerà il 40% della forza lavoro pakistana. Torna così anche il tema della cosiddetta “finanza climatica”, per cui gli Stati più colpiti dai cambiamenti, pur non avendo una forte incidenza sul clima, richiedono risarcimenti per i danni subìti. Certo la crisi politica pakistana non sta aiutando il popolo a rivendicare alcun diritto in sede internazionale.
Sul Cile cnn.com e foreignpolicy.com | Sull’Iraq – aljazeera.com e ispionline.it | Sul Pakistan – thehindubusinessline.com, foreignpolicy.com, ispionline.it e ispionline.it

La morte della regina Elisabetta II: oblio del secolo breve

Nel The Week del 22 – 28 agosto raccontavo degli scioperi nel Regno Unito. Nel frattempo, Boris Johnson faceva il suo ultimo discorso da premier, lasciando le redini del governo a Mary Elizabeth “Liz” Truss, sua compagna di partito. In via eccezionale, la politica riceveva l’incarico dalla regina Elisabetta II nel castello di Balmoral, in Scozia, anziché – come di consueto – a Buckingham Palace. Le ultime fotografie ufficiali ritraggono la regina sorridente, pur visibilmente smagrita, mentre incontra Truss. Due giorni più tardi, l’8 settembre, la regina moriva nella residenza scozzese.

Settanta anni e duecentoquattordici anni sul trono, dal 1952 al 2022, che rendono il suo regno il più lungo della storia britannica e il secondo più lungo mai calcolato, quello di Luigi XIV, il Re Sole francese.

I record nella vita di Elisabetta II sono moltissimi, ma i numeri contano fino a un certo punto: LA regina per antonomasia ha attraversato mutamenti chiave nella storia mondiale, dalla seconda guerra mondiale al processo di decolonizzazione, dalla guerra fredda al rafforzamento del Commonwealth, fino agli eventi occorsi negli ultimi trent’anni. In molti di questi eventi è stata protagonista: nella SGM partecipò all’Auxiliary Territorial Service e venne addestrata come autista e meccanico; dopo la guerra, promosse una delicata operazione di apertura verso l’ex nemico britannico, la Germania; fu sostenitrice delle battaglie di Nelson Mandela contro le discriminazioni razziali; superò con forza il 1992, definito Annus Horribilis per la corona, a causa di numerosi eventi avversi, riportando in auge l’immagine della famiglia reale. Questi sono solo cenni di una vita lunghissima, interamente dedicata ai doveri del proprio ruolo. Di fronte alla vicinanza di quasi tutti i leader del pianeta, in questi giorni di lutto per il Regno Unito, non si può non considerare che quel «secolo breve» – come definì Hobsbawm il Novecento – sia stato, nelle vesti di Elisabetta, più longevo che mai.

Il regno passa ora nelle mani del primogenito, proclamato il 10 settembre re Carlo III, il quale, nei primi due discorsi alla nazione ha ricordato con evidente commozione la madre, ha evocato l’unità della famiglia reale e la sua volontà di regnare con la stessa dedizione di Elisabetta fino all’ultimo dei suoi giorni.

Carlo si trova a dover regnare su un Paese in grande difficoltà: oltre a Brexit, inizia il lavoro di una nuova premier, nel mezzo di scioperi che non si vedevano dagli anni Ottanta e che solo la morte della regina ha sospeso. Il più forte emblema dell’unità britannica è venuto meno: starà a Carlo traslare ancora questo sentimento sulla corona.
Ora però è il momento del cordoglio. Domenica 11, la salma della regina è stata trasferita a Edimburgo, dove è in corso l’operazione Unicorno, un piano molto dettagliato che alla fine porterà il corpo a Londra, dove si compirà il piano London Bridge Is Down, frase in codice che annunciava la morte della regnante e stabiliva un protocollo da seguire fino alla sepoltura nella cappella di San Giorgio, nel Castello di Windsor, che avverrà il 19 settembre. Sulla morte della regina Elisabetta II – royal.uk, bbc.com, washingtonpost.com, ispionline.it, ispionline.it, ispionline.it e corriere.it


Argyros Singh
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