Gli scrittori della porta accanto
Le recensioni di Loriana Lucciarini
Le recensioni di Loriana Lucciarini
 Recensione: Eva e Barbablù, di Emma Fenu e Pier Bruno Cosso

Recensione: Eva e Barbablù, di Emma Fenu e Pier Bruno Cosso

Recensione: Eva e Barbablù, di Emma Fenu e Pier Bruno Cosso

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Eva e Barbablù di Emma Fenu e Pier Bruno Cosso, con le illustrazioni di Camilla Lilliu (PubMe – Collana Gli scrittori della porta accanto). Una storia intensa che esplora le dinamiche dell’abuso e l’urgenza del cambiamento.

Conosco Emma Fenu e ho letto molto della sua produzione letteraria. Siamo diventate amiche per via della comune passione per i libri, per l’universo di Cultura al Femminile e per aver partecipato a eventi organizzati contro la violenza di genere. La violenza sulle donne è un tema a cui entrambe siamo sensibili e per il quale ci impegniamo da tempo.

Emma Fenu e Pier Bruno Cosso: l’incontro di due voci autoriali.

Lasciatemelo dire: Emma Fenu usa parole intrise di poesia, evocative e dure. Sa andare al punto e, quando lo fa, è spietata. È capace di guardarsi dentro e raccontarsi sempre la verità, anche quando fa male. Nei suoi testi narrativi imprime la forza del vento che purifica e ci offre emozioni cristalline, autentiche.
Pier Bruno Cosso è stato invece una piacevole scoperta: scrive con uno stile interessante, anch’esso intriso di liricità. Sa andare a fondo per incontrare i demoni e riesce a trovare le immagini letterarie esatte per mostrarceli. Forse, sull’orlo dell’abisso, ha temuto di non riuscire a tradurre in parole una parte tanto mostruosa? L’impresa era ardua, certo, ma lui ha tenuto il registro giusto per svelare e rivelare le pulsioni e le ossessioni dietro a un uomo abusante e maltrattante. E ha colpito nel segno.

La trama e il simbolismo di Eva e Barbablù.

Il testo drammaturgico di Eva e Barbablù presenta personaggi vivi, delineati attraverso le loro aspirazioni, ingenuità, ossessioni e fragilità. La pièce teatrale ha forza e potenza, ha ritmo e sollecita giuste riflessioni, ha evocazioni e una dolorosa attinenza con la realtà. Il messaggio arriva chiaro: le sottili strategie psicologiche sono messe alla ribalta. Il crescendo degli abusi è la fotografia reale di quanto accade nella vita. I due personaggi, a voci alterne, ci mostrano come il Principe delle favole possa trasformarsi in Barbablù, se dietro la maschera affascinante e perfetta si cela un uomo non risolto e pieno di paure.
La storia ci evidenzia i segnali, ovvero le red flag, di cui tenere conto e che ogni donna deve poter individuare per evitare di finire in una relazione soffocante, che si trasforma in un incubo fatto di violenza e prevaricazione. Eva, purtroppo, accecata dall’amore, scivola ogni giorno un po’ più a fondo. Lei, donna romantica, artista empatica e generosa, scopre solo troppo tardi l’animo oscuro d’orco del proprio partner. Sotto questo aspetto, Pier Bruno Cosso riesce a descrivere con sapienza la psiche di un uomo segnato da un abbandono del passato, che si trasforma in adulto fragile e pieno di demoni, a cui soccombe, precipitando in un’oscurità senza redenzione.

Il mantra della consapevolezza.

Eva guarda la mela che il suo Lui ha lasciato in bella mostra sul tavolo. “Non toccarla” le ha ordinato e lei se ne tiene alla larga, tuttavia il suo sguardo torna sempre lì, a osservare la succosa rotondità del frutto e a desiderarlo.
«Non tentarmi, mela.» Emma Fenu e Pier Bruno Cosso, Eva e Barbablù

Eva, come la Eva del Paradiso, e la stessa irrefrenabile voglia di disobbedire.

Al solo scopo di affermare i propri desideri, le pulsioni, la vera se stessa, di affondare i denti nel dolce nettare della mela. Per riconoscersi e ritrovarsi. Tuttavia, non lo fa: rinchiusa in casa come una moderna e sfortunata Raperonzolo, guarda la porta chiusa e immagina un giorno di darsi alla fuga. Ma è solo velleità di un sogno.
«Non tentarmi, porta.» Emma Fenu e Pier Bruno Cosso, Eva e Barbablù

Solo quando diventerà straziante il suo bisogno di libertà e troppo grande la necessità di riappropriarsi finalmente di se stessa, la fuga diventerà l’unica via. Eva aprirà quella porta chiusa, anche se forse sarà troppo tardi. «Non tentarmi, mela. Non tentarmi, porta.»

Un teatro necessario: il mantra, che si ritrova lungo l’arco narrativo della pièce, è potente e carico di emotività.

Perfetto per mostrare la crescita della consapevolezza della protagonista femminile.
Complimenti agli autori per aver realizzato un testo drammaturgico di pregio, che rappresenta un’importante opera di sensibilizzazione sul tema della violenza di genere, di cui c’è sempre disperatamente bisogno.



Eva e Barbablù

di Emma Fenu, Pier Bruno Cosso
illustrazioni di Camilla Lilliu
PubMe (collana Gli scrittori della porta accanto)
Pièce Teatrale
ISBN: 979-1254589045
Cartaceo 9,00€

Quarta

Eva e Barbablù esplora il tema dell’abuso familiare e della violenza maschile sulle donne. E lo fa attraverso il sapiente utilizzo di due archetipi particolarmente evocativi.
Da una parte Eva, prototipo della donna piena di talenti che, come in un progressivo vortice, rimane invischiata in una relazione che le sottrarrà libertà e autostima. Dall’altra Barbablù, il compagno orco, incarnazione di quella cultura patriarcale e possessiva che, oggettivizzando il corpo e la vita della propria moglie, finisce per macchiarsi del più atroce dei delitti.
I dialoghi serrati tra i due protagonisti ripercorrono in maniera molto precisa le tappe della relazione abusante della quale la donna rimane vittima.
Eppure, malgrado l’epilogo, ciò che gli autori riescono a veicolare è un messaggio di speranza. Nonostante tutto.
Questa coinvolgente pièce teatrale ha il pregio di mostrare le dinamiche che si sviluppano tra le due parti di una storia tossica, ponendo l’accento, senza alcuna edulcorazione, sull’enorme contrasto tra le parole apparentemente d’amore usate dall’abusante e il vero peso delle sue azioni.

Il teatro, con la sua forza evocativa, è uno strumento efficace per accendere le coscienze e stimolare il cambiamento.
Eva e Barbablù non si limita a denunciare, ma spinge a riflettere, riconoscere i segnali della violenza e immaginare una via d’uscita.
La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento.


Loriana Lucciarini
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Recensione: La Madre del vento, di Emma Fenu

Recensione: La Madre del vento, di Emma Fenu

Recensione: La Madre del vento, di Emma Fenu

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. La Madre del Vento di Emma Fenu (PubMe - collana Gli scrittori della porta accanto). La storia intensa di Dalida, voce narrante, che rifiuta la società dell’epoca e diventa la figura che meglio rappresenta gli abusi perpetrati verso tutte quelle donne considerate diverse.

Quante crepe ci possono essere in un'anima? E come riescono a provocare il collasso che porta alla distruzione? Accade quando il vento della follia si insinua, alimentando la disperazione, la solitudine, la morte, impedendo alla luce di passare per generare una nuova rinascita.

La Madre del Vento di Emma Fenu è un romanzo intenso e potente.

Emma Fenu realizza un’ottima prova autorale offrendoci una scrittura consapevole e matura, capace di spogliare i suoi personaggi e farli esporre ad anima nuda.
La narrazione priva di orpelli ma, al contempo, elegante e lirica, offre respiro tra le emozioni e va diretta al cuore, sollecitando empatia profonda e compartecipazione. La voce narrante è quella di Dalida, una donna che, a causa del rifiuto a conformarsi alla società dell’epoca, diventerà la figura che meglio rappresenta gli abusi perpetrati verso tutte quelle donne considerate diverse.
Da bambina ero considerata una santa: mi rivolgevano preghiere affinché esercitassi il dono misterioso di cui ero detentrice. Mi chiedevano di toccare le imbarcazioni, le reti e perfino i bambini perché curassi, prevedessi la tempesta o la calmassi, qualora fosse già scoppiata mentre le barche ancora non avevano fatto ritorno al porto.Emma Fenu, La madre del Vento

La vita di Dalida non è stata facile.

Bella e dannata, ha convissuto con l'essere additata come diversa dove, spesso, il diverso nelle tradizioni popolari trova spazio in figure ancestrali potenti che fanno paura. Il diverso è figlio del diavolo oppure un angelo, basta decidere con che sentimento lo si guardi. Una bella donna, che spicca sul resto della popolazione per colori chiari e luminosi, può essere considerata dea; ma se è affascinante e irrequieta, ribelle e libera, perde la virtù archetipa del bene e si trasforma subito in strega, demone tentatore. Così, in un’isola come la Sardegna – che ha un legame profondo con il mare che ne lambisce la costa – un territorio animato da cultura antica e tradizioni radicate, Dalida diventa la figlia oscura della Madre del Vento, ovvero colei che sceglie chi richiamare a sé oppure chi graziare con sguardo benevolo, concedendogli la sopravvivenza.

La Madre del Vento è potente e temuta: lei decide se sarà tempesta o bonaccia, se i flutti si trasformeranno in cupi mietitori o in generosi cesti di pescato, di vita.

Vita e morte dipendono dalla Madre del Vento.
Per Dalida, portarsi addosso tale ruolo non è facile, ma in esso la donna ci si riconosce e lo interpreta con convinzione. Spaventa gli altri con i suoi strali. Stupisce per le sue scelte. Affronta il cammino impervio, mai la strada tracciata. Vaga nelle notti in cerca di risposte, sotto lo sguardo bigotto dei suoi paesani per cui è facile scivolare nella malalingua. Lei è sempre un passo avanti oppure uno indietro, non si associa agli altri. Cerca la solitudine e non viene capita.

Plasmata dalla cultura in cui essa stessa è immersa, Dalida arriverà ad attribuirsi poteri sovrannaturali.

Lei è la figlia della Madre del Vento, lei può. E il tempo calca la mano su superstizioni e paure. I malcapitati che la incrociano per strada evitano il suo sguardo. Il suo nome è bisbigliato assieme alla condanna di puttana. Dalida impara a usare le parole intrise di oscurità per proteggersi dagli altri. Sola, urla in faccia al mare agitato la sua disperazione e il suo male di vivere, senza che mai qualcuno la riesca a comprendere davvero.
La mia bellezza mi rendeva pura e dolce come un angelo agli occhi dei compaesani, eppure io non ero una creatura luminosa, ma un animale notturno e schivo. La mia vera natura non fu più un segreto quando cominciai a crescere e diventare peccatrice e seduttrice. Allora divenni strega temuta e puttana insultata, perfino prima di conoscere come fosse fatto il corpo di un uomo.Emma Fenu, La Madre del vento

Con un’anima piena di crepe, si mostra orgogliosa e fiera quando invece il dolore del rifiuto altrui la lacera dentro.

Ondeggiando sul filo sottile dell'irreale, la tela tessuta dalla società e da lei stessa finirà per soffocarla. E, quando arriverà a partorire sua figlia e scoprirà che la bimba è nata morta, precipiterà nel baratro del dolore, della pazzia, dei sensi di colpa. Perché ciò che il paese crede diventa ciò che Dalida crede e, anche se lei si ribella alle convenzioni della società del tempo, nulla può contro la strisciante identificazione verso quel ruolo di morte.

Travolta dalle sue stesse convinzioni, finirà per assumere il ruolo mitologico di capro espiatorio, addossandosi accuse e vivendo di disperata colpa.

Dalida finirà per dannarsi per sempre, diventando carnefice di sé stessa e giudice implacabile.
Sarà solo grazie all’arrivo di Lucia, la seconda voce narrante – nomen omen – di questa storia, che avremo la giusta luce e troveremo la necessaria chiarezza su una vicenda gravata da disgrazie, dicerie, silenzi, omissioni, bugie. Una chiarezza che per Dalida sarà carezza riparatrice, abbraccio liberatorio da un destino fin troppo crudele.


La Madre del Vento

di Emma Fenu
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
Formato tascabile | 142 pagine
ISBN 979-1254587218
Cartaceo 13,00€
Ebook 2,99€

Quarta


A Guelar, un piccolo borgo di pescatori sulla costa sarda, le vite di Dalida e Lucia si intrecciano tra le ombre di antiche leggende e le cicatrici di un passato tormentato.
Dalida è segnata da un dono inquietante che ha profondamente influenzato la sua esistenza, fino a condurla tra le mura di un manicomio. Lucia, alla ricerca delle proprie radici, scopre il destino che lega entrambe, fatto di sensi di colpa e segreti.
Attraverso una serie di rivelazioni strazianti e sconvolgenti, emerge un affresco familiare su cui pesa il fardello dei ricordi e una maledizione che ha segnato un’intera generazione. Al centro, la figura enigmatica della Madre del Vento, un’entità potente e ambigua, una presenza misteriosa che governa le acque, i venti e le tempeste, più reale di una madre di carne.
Un romanzo che esplora la profonda eredità dei traumi familiari, sfumando i confini tra realtà e mito. Un viaggio tra dolore e redenzione che conduce il lettore nell’oscurità della mente e del cuore, in uno spazio dove il mondo dei vivi e quello dei morti si incontrano.

"La verità è semplice e terribile... Non sono più la Dalida di cui si raccontava, nel silenzio di sere buie, fra bisbigli e brividi. Sono stata la fanciulla del borgo che impazzì per colpa del diavolo. A me solo tu, Madre del Vento, hai raccontato fiabe nere, tenendomi seduta sulle ginocchia; mia madre non lo fece mai."



Loriana Lucciarini
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Recensione: In cerca di te, di Emma Fenu

Recensione: In cerca di te, di Emma Fenu

Recensione: In cerca di te, di Emma Fenu

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. In cerca di te, un memoir di Emma Fenu (PubMe – Gli Scrittori della Porta Accanto). Una storia autobiografica densa di umanità e lirismo. La parte più intima della vita dell'autrice raccontata con cristallina sincerità, la ricerca della maternità, di un figlio desiderato, negato e rincorso con fatica, dolore, dedizione e speranza.

In cerca di te è l’ultimo lavoro di Emma Fenu, pubblicato nel 2023 per la collana de Gli Scrittori della Porta Accanto, PubMe.
L'ho letto già da un paio di settimane. Tuttavia avevo bisogno di fare chiarezza sulle emozioni che ha provocato in me e per questo ve ne parlo solo adesso. Lo faccio con difficoltà, perché ogni parola rischia di essere riduttiva o suonare ridondante, perché l’autrice ha raccontato la parte più intima della sua vita e lo ha fatto ad anima nuda e con una capacità narrativa evocativa ma, al tempo stesso, netta e sincera, cristallina.
Vorrei altresì riuscire a trasmettere ciò che penso, a tal fine sono andata alla ricerca delle parole giuste per cesellare emozioni e riflessioni che questa lettura ha sollecitato in me.
In cerca di te di Emma Fenu racconta della ricerca della maternità e di un figlio desiderato, negato e rincorso con fatica, dolore, dedizione e speranza. Sulla propria pelle e sul proprio corpo. Una storia autobiografica, priva di retorica ma densa di umanità, vibrante di lirismo.

Quanto si è disposti a fare per trasformare in realtà un desiderio profondo?

Il desiderio si impasta con la volontà e poi si fa carne, corpo, ventre in attesa pieno di amore e promesse future e, quando il ventre rimane nido vuoto, la mancata gravidanza si porta dietro il dolore di un’aspettativa che non fiorisce, un sogno infranto, una richiesta che la vita nega.
Emma ritenta. E, mese dopo mese, anno dopo anno, il grembo vuoto pesa sull’anima come un macigno. La ricerca di un figlio si forgia allora di volontà ed è rincorso con il fardello pesante di lacrime e sangue, fatica e dolore. Così, quando il sogno si infrange, Emma ne raccoglie i frammenti sparsi e li impasta, di nuovo, con ciò che resta di sé, per trovare la determinazione di provarci ancora. Ancora e poi ancora. Nonostante la vita mostri il volto amaro del rifiuto sulla propria pelle e sul proprio corpo, con segni che ogni volta rimangono.

Quanti tentativi? Quale accettazione?

In un percorso intimo e personale, l’Autrice svela e rivela – senza sconti – tutta la fragilità e le paure, le delusioni e la frustrazione, ma al contempo fa emergere anche grande forza e capacità di rinnovarsi e rigenerarsi, pur se nel sofferenza.
Ecco, trovo che la chiave di volta sia proprio qui: nel saper rinascere dalle proprie ceneri, come moderna fenice, nonostante il dolore, nonostante i segni che le mancate gravidanze lasciano nel fisico.
Emma è fenice che attraversa i no, vince il buio e genera sempre nuova luce per non perdersi. E, un passo dopo l’altro, diventa madre di sé e dei suoi sogni e di tutto quanto è in grado di abbracciare, dell’amore che riesce a produrre, a dispetto di tutto. Anche del destino. Nonostante i “nonostante”.

In cerca di te è la fragilità che diventa forza.

Emma porta sulla propria pelle e sul proprio corpo segni che non andranno mai via, cicatrici perenni, eppure lei raccoglie sempre tutti i pezzi sparsi di sé e ne fa nuova creazione. Emma partorisce ogni volta una nuova sé che, a cuore aperto, va verso il mondo e incontro alle infinite possibilità, pur se diverse dal ciò che aveva programmato. Diventa madre di idee, progetti, viaggi, esperienze, spettacoli, libri, storie, indagini, risate, lavori a maglia, feste, testimonianza, presenza, comunità, sorrisi.

Perché leggere In cerca di te di Emma Fenu?

Perché dimostra la forza di sapersi rinnovare, nonostante i segni della vita, custodendo i propri sogni ma riuscendo ad accettare anche che, a volte, sia il destino a tessere i fili della nostra esistenza.
Emma Fenu in questo racconto autobiografico, applica una narrazione che porta il lettore nel flusso di coscienza di un’anima in cammino. La scrittura è impeccabile e la delicatezza poetica innesca una straordinaria sovrapposizione compartecipativa e, dunque, l’empatia scatta immediatamente. Perché Emma Fenu si racconta con coraggio, si espone e parla di sé. E lo fa con parole sue, facendosi guardare.
Lei, anima fatta di cristallo puro.


In cerca di te

di Emma Fenu
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa non-fiction | Memoir
ISBN 979-1254583982
Cartaceo 9,00€
Ebook 2,99€

Emma, la protagonista di questa storia, affronta con coraggio e sincerità le sfide di un viaggio fatto di attese, esami medici e trattamenti dolorosi. Non si risparmia le lotte emotive legate alla fertilità e all’endometriosi, la pressione sociale sulle donne per generare nuova vita, né i demoni che si frappongono tra lei e il suo sogno di diventare madre.
Tra queste prove, non mancano le dinamiche familiari fatte di momenti commoventi, teneri e drammatici.
In cerca di te è intima esplorazione di sé, racconto di un percorso nella sua interezza e nelle sue sfaccettature più profonde.

«Questa non è la storia della mia vita, ma solo di una parte di essa. Ci sono molti aspetti che in tale percorso di aspirante mamma, possono essere messi in luce: alcuni sono commoventi, altri teneri, altri drammatici, altri ancora decisamente ironici. E io li ho attraversati tutti, nel corso di dieci anni. Ora voglio liberare la mia parte in ombra, quella più fragile, quella che cede al dolore, quella che subito viene messa a tacere dalle altre, per far spazio al sorriso e alla determinazione. Non è la parte più vera di me: è solo la più nascosta.»

Loriana Lucciarini
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Recensione: Candido, di Voltaire

Recensione: Candido, di Voltaire

Recensione: Candido, di Voltaire

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Candido ovvero l'ottimismo di Voltaire, nell'edizione curata da Riccardo Campi (Foschi). Avventure e disavventure di un ragazzotto ingenuo attraverso il mondo, in polemica con Leibniz e il suo "migliore dei mondi possibili".

La storia di Candido offre a Voltaire la possibilità di disquisire di filosofia e affrontare in modo diretto e puntuale la destrutturazione del pensiero leibniziano.
Voltaire scrisse Candido sotto anonimato, ma il romanzo fu ben presto attribuito a lui, perché «l’incomparabile esprit de Voltaire non poteva essere più dissimulato, poiché una ormai vasta produzione letteraria ed epistolare lo aveva reso celebre in tutta Europa», come scrive Riccardo Campi nella premessa dell'edizione curata per i tipi di Foschi.
Ma anche perché il modo di scrivere dell’autore è definito e netto, arguto e sagace che si riconosce subito. Condorcet nel suo Vie de Voltaire del 1791, scrive su Voltaire: «Ha la sfortuna di sembrare facile, invece esige un talento raro, quello di saper esprimere in una battuta, in un lampo di fantasia, o attraverso gli avvenimenti stessi del romanzo, i risultati di una profonda filosofia, senza smettere di essere naturale, senza smettere di essere vero… Si deve essere filosofo, e non sembrarlo».

Voltaire attacca l’approccio filosofico che “tutto è bene”.

Dopo il disastroso terremoto di Lisbona del 1755 egli «cristallizzò nei freddi alessandrini in rima baciata del Poème sur le dèsastre de Lisbonine, nel quale, in un profluvio di vocativi e domande retoriche, egli esprimeva i propri dubbi sulla fondatezza dell’ottimismo metafisico di Leibniz e di Alexander Pope».
L’autore quindi, con il suo arguto stile ironico, contro il quale nessuna coerenza sembra poter resistere, attacca l’intero sistema filosofico (incarnato dalla figura di Pangloss) trasformando in macchietta la filosofia leibniziana che, di fronte alle sciagure, trasforma la realtà in ottimistica convinzione grazie a slogan che appaiono in tutta la loro componente grottesca: «Egli così può colpire in effige i pregiudizi e la stupidità».

A chiusura di tutte le avventure di Candido arriva alla soluzione che «Bisogna coltivare il proprio giardino».

Infatti, proprio come indicato da Riccardo Campi: «Sono queste forse le uniche parole del romanzo che non celano alcuna venatura ironica». Darsi da fare, insomma, in operosità.
La forza di questo romanzo è tutta qui, come le parole di Campi sottolineano.
Forse per la prima, e certamente per l’ultima volta nella storia della filosofia e delle letteratura, si è ricorsi in Candide alla più aperta comicità per affrontare uno dei temi meno ridicoli e divertenti che abbiano inquietato le indagini dei filosofi: la inconcepibile presenza del male in un mondo creato da un Dio benigno.
Riccardo Campi, Premessa a Candido

Candido è una figura ingenua e un po’ bambinesca. Grazie a lui, Voltaire fa una critica feroce verso l’immancabile fatalismo nell’approccio con le difficoltà della vita.

Ho visto, nei paesi che la sorte mi ha fatto percorrere e nelle osterie dove ho servito, un’enorme quantità di persone che esecravano la propria esistenza; ma ne ho viste soltanto dodici metter fine volontariamente alla loro miseria; tre negri, quattro inglesi, quattro ginevrini e un professore tedesco chiamato Robeck.
Voltaire, Candido
Le avventure di Candido sono esilaranti, a tratti spietate e di incredibile ferocia, ma nonostante tutto il protagonista arriva alla conclusione della sua storia con la stessa ingenuità con cui è partito.
La cattiveria degli uomini gli si mostrava in tutta la sua bruttura; si nutriva solo di idee tristi.
Voltaire Candido

E, finalmente, Candido trova la risposta alla sua domanda: per vivere bene occorre darsi da fare, perché il lavoro è il solo mezzo per rendere la vita sopportabile e, forse, occupare il tempo per farsi meno domande!

Dovete avere, disse Candido al turco, una vasta e magnifica terra. – Ho soltanto venti jugeri, li coltivo con i miei figli; il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.
Candido, tornando alla fattoria, fece profonde riflessioni sulle parole del turco. Disse a Pangloss e a Martino: “Mi pare che quel buon vecchio abbia un destino migliore di quello dei sei re con i quali abbiamo avuto l’onere di cenare. [...] So anche, disse Candido, che bisogna coltivare il nostro giardino. – (…) Lavoriamo senza discutere, disse Martino, è il solo mezzo per rendere la vita sopportabile.
Voltaire Candido
Godibilissimo. Da leggere, soprattutto se amate la filosofia e la buona letteratura!



Candido
Ovvero l'ottimismo

di Voltaire
Mondadori
Racconto
ISBN Ebook 2,99€
Cartaceo 9,00€ con testo francese a lato

Attraverso le incredibili disavventure di un giovane inguaribilmente ottimista Voltaire (1694-1778) demolisce ironicamente la dottrina del filosofo Leibniz, che vedeva realizzato nell'universo "il migliore dei mondi possibili".
Scritto a ridosso di eventi tragici che sconvolsero l'Europa, "Candido" è una ironica meditazione sul destino umano, sul senso della storia e sulla ricerca della felicità, diventato fin dal suo primo apparire, nel 1759, uno di quei libri - come il "Don Chisciotte" o i "Saggi di Montaigne"- su cui si è formata la coscienza moderna. Sintesi di un'acutissima intelligenza critica e di una consumata maestria stilistica, "Candido" riesce a mantenersi in miracoloso equilibrio tra l'avventura e la parabola, tra il mito e il pamphlet, tra il ritmo frenetico della comica e l'elegante grazia rococò, tra la risata liberatoria e l'amaro sarcasmo della disperazione. Con un saggio di Roland Barthes.


Loriana Lucciarini
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Recensione: Le Beatrici, di Stefano Benni

Recensione: Le Beatrici, di Stefano Benni

Recensione: Le Beatrici, di Stefano Benni

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Le Beatrici di Stefano Benni (Feltrinelli). Ottima prova d’autore per Benni e le sue Beatrici, che sono diventate anche un’opera teatrale di successo.

Libro insolito, questo di Stefano Benni. Le Beatrici comprende alcuni monologhi, poi utilizzati da alcune giovani attrici in uno spettacolo tenutosi al Teatro dell’Archivolto, a Genova. Al suo interno anche alcune poesie e due canzoni.
Nell’insieme, Le Beatrici di Stefano Benni è emozione pura: il testo arriva come una frustata.
Nel primo monologo appare Beatrice che, stufa di aspettare il vate, scalpita dietro la finestra oltre la quale c’è il mondo. L’esser la musa ispiratrice non le basta più, anche perché…
Tanto gentile e tanto onesta pare…
Certo che il lettorato capisce che PARE sta per APPARE. Ma quelli del borgo San Jacopo, quando passo, li sento: «Guarda la Bea, la Beatrice Portinari… sai che c’è? Tanto gentile e tanto onesta… PARE».
E giù che ridono. Bel servizio mi ha fatto, la Poiana canappiona.
Stefano Benni, Le beatrici

Nel testo de La Mocciosa, Stefano Benni fa una fotografia impietosa dello squallore della società moderna. La Presidentessa, invece, raccoglie l’accusa contro l’attuale classe dirigente italiana, spietata e cinica.

Cucinare mi rilassa quando ho dei problemi. E ne ho avuto, ultimamente! Questi operai, che incubo. Tremila ne ho, a libro paga. Sempre scontenti, sempre acidi, sempre pronti ad accusare. Le morti sul lavoro, ad esempio. Certo, nove in un anno, ma insomma, mica mille… cadono dalle impalcature… be’, l’hanno scelto loro di salire lassù… se facessero gli impiegati cadrebbero dalle scrivanie…
Stefano Benni, Le beatrici
Suor Filomena è il pezzo comico che racconta di un’indemoniata incallita.
Il monologo Attesa è intenso e vibrante, da leggere tutto, provando per empatia le stesse emozioni della protagonista, descritte in modo perfetto dall’autore.

Vecchiaccia è il pezzo più intenso e più bello.

La difficoltà nel vivere una vita fatta di violenza e di prove difficili. L’accusa contro i governi che hanno permesso la cancellazione di eredità storiche che come popolo ci siamo conquistate. La voglia di non cedere alla crudeltà dell’esistenza, continuando a punzecchiare gli altri con piccoli dispetti, tanto per ricordare al mondo che si esiste ancora.
Che ore sono? Non voglio saperlo. Le ore in cui si aspetta non hanno la durata del tempo quotidiano. La loro misura non è quella di un pendolo che oscilla regolare, ma quella di un cuore che batte, a spasmi e inciampi. Il tempo dell’attesa ti circonda, ti avvolge interminabile.
[...] Se mi chiedete quanti anni ho vi rispondo: che cosa ve ne frega. Mica diventate più giovani a chiedermelo e io neanche, a rispondervi. Io non ho età, sono come la mia dentiera, rido e digrigno in un corpo che non è mio, che è troppo diverso dalla mia anima, la mia anima non fa questa puzza, sa di mare la mia anima.
Stefano Benni, Le beatrici

Volano è un racconto breve, quasi onirico, delicato quanto un volo lieve.

Ma anche spietato nell’inchiodarci alle nostre responsabilità, rispetto alla solitudine e all’abbandono: «E il vecchio ascolta quel piano lontano, un filo fragile di melodia, e annusa l’aria per capire da che parte viene la musica.»
Mademoiselle Lycanthrope è ben scritto, ironico al punto giusto, ma forse è l’unico fra gli altri che ho trovato quasi banale.
Ottima prova d’autore per Stefano Benni e le sue Beatrici, che sono diventate anche un’opera teatrale di successo.


Le Beatrici

di Stefano Benni
Feltrinelli
Monologhi | Poesia
ISBN 978-8807881602
Cartaceo 8,55€
Ebook 3,99€

Sinossi 

Otto monologhi al femminile. Una suora assatanata, una donna ansiosa e una donna in carriera, una vecchia bisbetica e una vecchia sognante, una giovane irrequieta, un'adolescente crudele e una donna-lupo. Un continuum di irose contumelie, invettive, spasmi amorosi, bamboleggiamenti, sproloqui, pomposo sentenziare, ammiccanti confidenze, vaneggiamenti sessuali, sussurri sognanti, impettite deliberazioni. Uno "spartito" di voci, un'opera unica, fra teatro e racconto. Una folgorazione.
Tra un monologo e l'altro, sei poesie e due canzoni.


Loriana Lucciarini
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Recensione: Il tesoro dentro, di Elena Genero Santoro

Recensione: Il tesoro dentro, di Elena Genero Santoro

Recensione: Il tesoro dentro, di Elena Genero Santoro

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Il tesoro dentro di Elena Genero Santoro (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Un romanzo che indaga l'animo umano e i suoi mutamenti, sullo sfondo di una Torino magica e misteriosa che sa far innamorare.

Un cuore in inverno, trattenuto da un dolore che fatica ad andar via e che rende pesanti i passi compiuti nell’oggi.
Uno straniero, in fuga da se stesso, eppure alla disperata ricerca di un senso.
Un segreto nascosto nella storia secolare di una città, che cela nell’ombra i suoi misteri.

Prendete un pizzico di giallo, un po’ di rosa, una manciata di thriller, amalgamate con lo sfondo di una Torino magica e piena di misteri, capace di far innamorare e, infine, shakerate bene.

Ne verrà fuori un cocktail dal gusto speziato, morbido al palato, che di certo apprezzerete!
Il tesoro dentro, infatti, è una commistione di generi, un mix capace di coinvolgere in un viaggio intrigante, leggero ma intenso, di spessore, affascinante e multi sfaccettato. Una storia scritta bene, con il giusto ritmo, che narra di intrigo, di amore e lo fa con umorismo, trattando anche spinose tematiche sociali. La trama avvincente è tenuta in scena da personaggi ben caratterizzati, che si muovono in una Torino contemporanea.

Elena Genero Santoro per me è una certezza. Con lei vivo storie appassionanti, avvincenti, realistiche, pennellate da descrizioni argute e anche divertenti, in romanzi che non stancano e che coinvolgono.

L’Autrice sa narrare e intrigare; anche in questo romanzo non delude: Il tesoro dentro è ben congeniato nella trama, nella struttura, ma anche nella gestione dei flashback, dei retroscena e degli elementi a sorpresa.
Questo romanzo è una buona lettura, condita da precise descrizioni circa la personalità dei protagonisti, da un’attenta sensibilità nell’affrontare argomenti delicati.
Elena Genero Santoro riesce a tenere alto il livello del testo agendo una puntuale e arguta osservazione del mondo e delle dinamiche sociali, senza scadere in banalità o situazioni scontate.

Il tesoro dentro

di Elena Genero Santoro
PubMe
Narrativa | Romanzo psicologico
ISBN: 978-8833663265
Cartaceo 12,50 €
Ebook 2,99€

Sinossi 

Anna è una bella donna che ha perso il marito da due anni ed è ancora depressa. Ha ereditato una libreria antiquaria sull'orlo del fallimento e mal sopporta il caratteraccio di Amanda, la sua contabile. Due uomini la corteggiano da qualche tempo: Emil, uno scrittore danese che fugge da se stesso, e Alberto, un entusiasta imprenditore che si offre di aiutarla con la sua libreria in crisi. Inizialmente Anna pare destinata a destreggiarsi tra entrambi gli uomini, in attesa di capire di chi innamorarsi e di tornare alla vita. In realtà per uno dei due il cuore di Anna non è il vero obiettivo. Ci sono ben altri interessi in gioco. Così, mentre il passato bussa alla porta di Emil, due persone si faranno davvero male. Ma chissà che nei vaneggiamenti della stramba Amanda non si nasconda qualche indizio e la chiave per arrivare alla fine di una singolare caccia al tesoro. Un romanzo a tinte gialle e rosa, che affronta anche il tema della malattia mentale.


Loriana Lucciarini
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Recensione: Il sogno dell'isola, un romanzo poetico di Tamara Marcelli

Recensione: Il sogno dell'isola, un romanzo poetico di Tamara Marcelli

Recensione: Il sogno dell'isola, un romanzo poetico di Tamara Marcelli

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Il sogno dell'isola di Tamara Marcelli (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). La lenta marea delle onde di un'anima inquieta.

Vi parlo di un libro profondo, introspettivo, capace di scavare e – a volte fare male – ma dotato di luce e poesia: Il sogno dell’isola, di Tamara Marcelli.
Tara ha una personalità complessa e sfaccettata, che si ritrae e si espande, proprio come il moto ondoso del mare.
Profonda, come gli abissi. Mutevole, come il mare in tempesta. In questo romanzo introspettivo scopriamo la sua vita, il passato, i pensieri, le tante forme che il suo animo prende e che si lascia scoprire, a poco a poco.
La Tara fragile, che annaspa nelle relazioni con gli altri.
La Tara debole, che si rifugia nel rifiuto al cibo.
La Tara affannata, che si perde nei suoi amati libri.

La Tara creativa, che recita a teatro, interpretando mille maschere e che balla, al ritmo dell'amata musica.

Tara e i suoi cuccioli, Tommy e Leo.
Tara e la felicità delle piccole cose, del suo mondo fatto di spazi speciali.
Tara e la determinazione, i successi professionali, il bisogno di stare sola, la necessità di gettarsi in abbraccio.
Complessa Tara, piena di contraddizioni.
Fragile, con l’anima di carta velina, eppure forte.
Lo sguardo di tigre e il cuore di leonessa.

E poi… Tara e Lawrence. L’amore.

Loro sono una coppia destinata a stare insieme, legata da un amore straordinario e unico. Lawrence è un uomo che ha il dono di saper amare davvero, anche nei silenzi, con gli sguardi che arrivano dentro e accarezzano e la profonda complicità. Lui ama Tara, con tutte le sue fragilità e la supporta nella scelta di ricerca di maternità, una maternità che però non arriva, nonostante il forte desiderio.
Una mancanza che diventa un vuoto doloroso e crudele.
Un vuoto che si espande ma che non porta alla rinuncia. L'agognato desiderio pertanto diventa un percorso fatto di sofferenza, sogni, incubi, paura, speranza.

Il sogno dell’isola ha un finale che spiazza eppure pieno di poesia.

Salutiamo questa donna forte, con l’anima di carta velina e lo scintillio negli occhi dei felini, certi di portarla assieme a noi con affetto. Perché Tara non va via, rimane.
Il merito è dell’autrice Tamara Marcelli, che, con abilità e precisione, ha saputo tessere una storia che scende sì negli abissi, ma rimane piena di colore, luce, emozione e poesia.

Il sogno dell'isola

di Tamara Marcelli
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Narrativa
ISBN 9788827519424
cartaceo 12,00€
ebokk 2,99€

Sinossi

«La mia vita è tutta qua. La mia follia sempre accanto per non soccombere al tempo, per non ingrigire, risucchiata dalla desolazione del mondo. Spesso serve bloccarsi, respirare e guardare indietro, per poter guardare avanti. Per guardare ad un sogno. E stare tra le stelle.»

Questo romanzo non è semplicemente il racconto di una storia d'amore, in tutte le sue accezioni, ma piuttosto quello di una vita che si interseca con molte altre. Un viaggio nel tempo che rappresenta un viaggio dentro se stessa. Fino alla consapevolezza dei propri incubi più segreti.
È la storia di Tara, la protagonista instabile e romantica, perennemente inquieta, innamorata della Vita, dell'amore e dell'arte. Il suo incontro con un Poeta, con un Musicista e con Laurence, l'uomo che diventerà il suo alter ego e la salverà dall'autodistruzione.
Una vita vissuta intensamente, tra luce e ombra. È la storia di un sogno che, una volta raggiunto, chiude il cerchio e rivive, trasfigurandosi, in nuovi occhi verdi. Nei sogni e nella vita, in un continuo scambio di dimensione e di senso, i segni diventano indizi, vanno colti e compresi.
Ciò che sembra squilibrio e irrazionalità, è emozione e istinto nel momento in cui incontra il mondo reale, le sue maschere, quelle che spesso si è costretti ad indossare per apparire "in linea" e sopravvivere. Ma l’anima va altrove.


Loriana Lucciarini
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Recensione: Dai graffi del cuore nascono parole, poesie e illustrazioni di FraSté

Recensione: Dai graffi del cuore nascono parole, poesie e illustrazioni di FraSté

Recensione: Dai graffi del cuore nascono parole, poesie e illustrazioni di FraSté

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Dai graffi del cuore nascono parole di FraSté (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Una raccolta di poesie in italiano e in inglese, abbinate a illustrazioni, stilizzate e di forte impatto emotivo, che la stessa autrice ha realizzato.

Dai graffi del cuore nascono parole, una raccolta di poesie composte sia in italiano che in inglese, a cui sono abbinate delle illustrazioni che la stessa autrice ha realizzato, immagini stilizzate di forte impatto.
L’Autrice, che si firma FraSté ma in realtà si chiama Francesca Stefania Rizzo, l’ho conosciuta grazie ai vari eventi che Gli Scrittori della Porta Accanto hanno organizzato per gli autori della loro collana, della quale sia io che lei facciamo parte. Lei è una donna solare, che fatica a contenere vitalità e parole, un fiume in piena, un vulcano di energia. Di lei ti colpisce il sorriso luminoso e gli occhi che ti sanno guardare dentro. Sì, perché FraSté ha la capacità di essere diretta e vera, senza orpelli, e le qualità personali si riflettono anche nella sua scrittura e nei suoi graffi, cioè nelle sue poesie che lei si ostina a chiamare in altro modo, forse per una sorta di pudore immotivato che gli esordienti si portano addosso, in un gioco a non prendersi davvero sul serio. E invece dovrebbe, prendersi sul serio, intendo, perché i suoi graffi sanno cogliere l’essenza dell’esistenza e dei mutamenti dell’animo umano con rime intense, fatte di strati di pelle marchiata, segnata da troppi sogni, troppo amore, troppa vita.



Leggere Dai graffi del cuore nascono parole è stato un viaggio dentro l’anima e i pensieri dell’Autrice.

Mi sono lasciata condurre a passo lieve, cullata dal suono della musica; musica e ritmo che i suoi stessi versi hanno, più volte, infatti, ho avuto l’impressione che sarebbero potuto essere benissimo canzoni: alcuni passaggi li ho immaginati travestiti da rif musicali. Graffi musicali che sanno catturare, di immediata lettura e comprensione.
Abbiamo un cuore solo con molteplici cassetti / Diviso per settori che distingono gli affetti / Un cuore che si adatta e che si sa trasformare / Che dopo ogni marea / Disegna spazi nuovi da colmare (…) Nessuno ha due cuori per amare davvero / Chi ti fa fa spazio e ti spiana il sentiero / Spolvera il cassetto da ogni traccia di passato / Lo dipinge con nuovi sogni per lasciarti senza fiato. / Nessuno ha due cuori per due principesse / Chi ti ama non ti incanta con castelli di promesse / Ti vive come il sole, c he ha sempre aspettato / Perché tu, come un’eclissi, sai oscurare il suo passato.
FraSté, Dai graffi del cuore nascono parole – Eclissi, graffio n. 29

È una silloge poetica che rende reali, fatti di parole ed emozioni, di tratti e graffi sulla carta e sull’inchiostro, i sentimenti che si celano dentro al cuore.

Sentimenti in cui noi stessi possiamo trovare i colori che ci rappresentano, che ci accomunano a FraSté. I graffi sono in tutto quaranta: attimi di vita in cui tutti potremmo riconoscersi perché l’universalità dei temi trattati ci unisce.
Quante volte abbiamo sofferto per un sogno infranto?
Quante volte abbiamo dovuto fermare le lacrime e la rabbia di fronte a chi ci ha raccontato menzogne?
Quanti di noi hanno subìto una rottura o il tormento di un’allontanamento?
In tanti potranno dire di aver avuto gli stessi pensieri dell’Autrice, perché tutti crediamo, veniamo delusi, cadiamo e ci rialziamo: è proprio questa innata fragilità di un cuore esposto che ci avvicina. E la magia che nasce tra le pagine di questa silloge è luogo perché i versi sono scritti da una persona empatica, che ha animo da poetessa, capace dunque di sentire l’altro nella sua essenza. E, proprio di Empatia parla una delle poesie, per tratteggiare in versi il legame istintivo, immediato, spirituale che l’Autrice riesce ad avere con gli altri, in questo caso, le altre donne.
Io sono tutte voi donne / Mi nutro delle vostre emozioni / E mi trafiggono le vostre delusioni. (…) Io sento i vostro sangue pulsarmi nelle vene / Mi rubano le notti le vostre infinite pene / Io pago i vostri errori / E mi segnano i vostri dolori / Vi abbraccio e perso i sogni / Quando finiscono i vostri amori. Ma sono anche voi donne / Quando io mi lascio cadere / Le vostre braccia intrecciate / Mi sanno sostenere.
FraSté, Dai graffi del cuore nascono parole – Empatia, graffio n. 9

Legami e sentimenti.

Amore, come tema universale.
E amore che porta con sé la delusione di scoprire che l’altro, sotto la maschera perfetta, cela promesse che diventano falsità. Ne fa una rappresentazione chiara e vera.
Sei senza volto in ogni mio sogno / Poi senza cuore ogni volta che ti incontro / Sei sena luce e verità nelle mie fantasie / Poi ella vita vera solo tenebre e bugie.
Sei dolce, sei forte, sei il vento e sei il sole / In ogni mio volo sei le ali dell’amore / Sei falso, sei vile, sei il buio e il terrore / Appena tocco terra sei l’arma del dolore.
[...]
Ti ho camminato accanto nella gioia e nel dolore / Nei giorni e nelle notti di ogni singola stagione / Poi in ogni istante di reale quotidiano / Tu eri demone, eri resa, eri inganno / Sporcavi e confondevi il sacro col profano. Ormai ho abbandonato i veli dell’incanto / Ti vedo finalmente senza maschera da santo / Mi scivolano addosso parole e giuramenti / Le promesse e i per sempre mi sono indifferenti.
FraSté, Dai graffi del cuore nascono parole – Il bacio sulla bocca, graffio n. 10

Tuttavia, nonostante i graffi e il dolore, FraSté continua a profondere luce e fiducia nella vita.

Si allarga in sorrisi contagiosi, pregni di entusiasmo e non smette di progettare, conoscere, realizzare, credere, amare. Il graffio n. 39, Nemmeno una farfalla, è a mio avviso la poesia più rappresentativa dell’intera raccolta:
Se rinasci farfalla, non pensare alla tua sorte / Lascia perdere fantasmi e inquietudini distorte / Goditi il miracolo di una nuova vita / Vivi ogni avventura come fosse infinita / Pensa ad ogni istante come ad un per sempre / Certa che se voli non può fermarti niente.
FraSté, Dai graffi del cuore nascono parole
Trovo in questi versi un messaggio profondo e positivo, in grado di dare nuovo coraggio, utile a trovare la forza per rialzarsi sempre, di nuovo, comunque. Ancora.
Perché, parafrasando l’Autrice, i cuori impavidi non si fermano, finché sono in volo non può fermarli niente.

L’esistenza, che si imprime su una persona a suon di graffi, a volte scava più piano, altre volte più forte, come diceva De Gregori, ma è sempre un’esperienza bellissima da vivere fino in fondo.


Dai graffi del cuore nascono parole

di Fra Sté
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Poesia
ISBN 978-8833666686
Cartaceo 17,10 €
Ebook 2,99€

Sinossi 

Dai graffi del cuore nascono parole / Come nuvole riempiono il cielo / Raccontano storie di un mondo parallelo / Poi come un fulmine a ciel sereno / Ti entrano in testa in un baleno / E vieni percossa da una tale scossa / Che senti vibrare persino le ossa / Ti ritrovi posseduta dallo spirito del cuore / A cucire senza tregua, come una brava sarta / Ogni nuvola che cade sopra un foglio di carta / E come per magia, su tutto quel candore / Affiorano disegni e piovono parole.
Tutti noi abbiamo graffi sul cuore, graffi che appena subiti hanno bruciato e fatto male, graffi che sono svaniti in fretta e hanno lasciato un segno insignificante, graffi che nel tempo, nonostante si siano cicatrizzati, riguardandoli provocano ancora emozioni e sensazioni forti come se fossero freschi di giornata. A volte ci scaldano il cuore perché abbiamo imparato a leggerli con la lente dei ricordi, altre volte bruciano ancora perché non siamo stati capaci di curarli nel migliore dei modi. È proprio da questi graffi, collezionati nel corso delle nostre vite, che rinasciamo ogni volta, perché ogni segno è un piccolo segmento che traccia il corso della nostra esistenza e definisce la mappa del nostro vissuto. Quindi perché rinnegarli o temerli se è a loro che dobbiamo quello che siamo diventati e che diventeremo?


Loriana Lucciarini
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Recensione: Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Recensione: Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Recensione: Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi (Pav Edizioni). Donne con la valigia, che portano cuciti addosso i pezzi della propria vita, i profumi di casa, i ricordi del prima.

Donne expat, lontane dall’Italia.
Donne all’estero. Donne con la valigia, che partono con un bagaglio speciale di forza e preparazione professionale, portandosi cuciti addosso i pezzi della propria vita, per avere dentro i profumi di casa, i ricordi del prima.
Partire leggeri: solo l’indispensabile.
Indispensabile che, a volte, è racchiuso in una valigia vuota, piena di sospiri, emozioni, attimi cullati nella memoria che si tengono stretti per non farli fuggire via. I panni stesi al sole, il profumo di limoni, la voce della mamma che chiamava dalle scale, il rumore dell’auto del nonno o l’aroma del ragù di sugo, quello buono della domenica.
L’indispensabile come l’amore della propria famiglia che, da presenza costante si trasforma in assenza colma di affetto, capace di adattarsi ai tempi dei social network pur di esserci sempre, anche nella distanza, come ci spiega bene il testo di Caterina Donzelli.
Partire leggeri: solo una valigia.
La valigia diventa simbolo della vita da expat e, come scrive Anna Fresu, si trasforma in casa, con «pareti che cambiano, che si dilatano che si restringono. […] La mia casa a volte è piena, a volte vuota. Piena delle memorie e dei giorni, vuota del tempo che resta e di tutte le assenze. La mia casa ho spazzato di tutti i rimpianti e a volte anche di speranze.»

Partire, per trovare cosa?

Per trovare silenzi e stanze vuote. A volte diffidenza, opposizione, risate sugli stereotipi comuni degli italiani. Altre volte per trovare accoglienza, sorrisi e, quando capita, anche porte sbattute in faccia, sfondate poi a suon di forza di coraggio. Per alcune promozioni e ambizioni raggiunte, successi. Per altre invece, la consapevolezza di aver trovato il posto giusto per sé.
Le donne di Parole migranti vorrebbero un sorriso in più, figlio della comprensione; o uno sguardo più lungo del solito, di chi vede per davvero. Vorrebbero essere capite nella difficoltà di ragionare con due cervelli diversi, che parlano e riflettono in due lingue. Desidererebbero essere comprese, nella difficoltà di accettare il nuovo e nel bisogno di tenere anche il vecchio. Vorrebbero essere supportate nella fatica di mettersi alla prova e scardinare stereotipi, per dimostrare chi sono e quanto valgono.
Il racconto Lettera a un’amica di Maria Filì rende chiaro il bisogno di sentirsi accolte e comprese, soprattutto da chi vive la stessa esperienza da expat.

Parole migranti: poesie, racconti, diari e lettere.

All’interno dell’antologia troverete le poesie di Barbara Gabriella Renzi, Grazia Fresu, Maria Filì, Viviana Fiorentino, Anna Fresu, Eliana Leshaj, i racconti di Amazona Hajdaraj, Emma Fenu, Maria Filì, Anna Fresu, Barbara Gabriella Renzi, Paola Casadei, i diari e le lettere di Maria Filì, Caterina Donzelli, Maria Luisa Malerba, Laura Saija, Giovanna Pandolfelli, Laura Cavalcante, Silvia Lazzarini.
Introduzioni di Francesca Cappelli, Mara Onasch, Barbara Gabriella Renzi
Postfazione di Ramona Parenzan.
Una raccolta di voci e parole condensate in pagine piene di emozioni: Parole migranti arriva dentro l’anima con ondate di marea, portandoci i profumi e i colori del nostro Bel Paese per restituirci un’identità collettiva che troppo spesso manca.
Consiglio questo libro perché, proprio come scrive nella prefazione poetica Barbara Gabriella Renzi, è «un libro da indossare e da sentire tra i capelli».


Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi

Parole Migranti

a cura di Barbara Gabriella Renzi
Pav Edizioni
Antologia
EAN 9791280126115
Cartaceo 12,00 €

Sinossi 

"La migrazione cambia. Le culture, come le persone, si incontrano e si scontrano e gli intrecci di vita, spazio e geografia ci modificano in modi impensati. Sono variazioni a cui a volte siamo impreparate. E che a volte ci aspettiamo. Noi donne, qui, in questa antologia, esprimiamo gli incontri e gli scontri in forma di poesie, lettere e brevi storie, in forma di abbracci, lasciati alle parole, di lacrime e di gioia che si trasformano in segni sulla carta. Un'antologia questa composita, costituita da generi diversi, perché siamo donne diverse con modalità d'espressione nostre, differenti le une dalle altre: troverete poesie, lettere e racconti brevi di donne migranti che vivono in diverse parti d'Europa e del Sud-America e in Africa. È un'antologia multiforme come la vita; è un ponte di parole che collega voi e noi e unisce le nostre mani nell'intreccio dell'esistenza".



Loriana Lucciarini
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Recensione: I fiori non hanno paura del temporale, di Bianca Rita Cataldi

Recensione: I fiori non hanno paura del temporale, di Bianca Rita Cataldi

Recensione: I fiori non hanno paura del temporale, di Bianca Rita Cataldi

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. I fiori non hanno paura del temporale di Bianca Rita Cataldi (HarperCollins Italia). Un affascinante caleidoscopio di vite, personaggi, intrecci e caratteri calati negli anni negli ultimi tre anni del millennio precedente.

1997: solo tre anni al Duemila… 
Chi ha la desinenza in anta ha presente tutto in modo vivido tuttavia il tempo è trascorso e, inesorabilmente, i colori sbiaditi nelle foto lo dimostrano: quello spazio è ancora vibrante e vivo solo grazie ai ricordi. Per i millenial e le generazioni successive, invece, quei tre anni al Duemila sono il confine con il paleolitico.
Nel mezzo, vi passano ere geologiche in cui era tutto diverso: nel ’97 non c’era l’Ipod, al suo posto si girava con un walkman attaccato alla cintura (alta) dei jeans. I Nirvana spopolavano con sonorità psichedeliche folk, sconosciute ai ritmi attuali della techno. Anche la moda si rifaceva al grunge con tessuti naturali e richiami alla natura, vestiti un po’ che ricordavano la Laura Ingalls de La casa nella prateria.

Abbandonate le bizzarre architetture pop degli anni Ottanta, le megaspalline, i tessuti sintetici, i colori fluo, i capelli cotonati e le creste che sfidavano la forza di gravità, a fine anni '90 si ritorna a linee semplici, pulite. 

In quegli anni la Smemoranda era lo scrigno dei pensieri di ogni adolescente, con fogli scritti fitti che raddoppiavano di volume per foto, foglietti e biglietti inseriti tra le pagine quadrettate. Il diario segreto veniva aperto solo agli amici migliori, quale atto di estrema fiducia, l’esatto contrario di ciò che avviene oggi con i post sui social network, letti da tantissime persone, resi pubblici, condivisi.
Quegli anni ci appaiono tanto lontani se li paragoniamo ai tempi attuali. La tecnologia ha modificato la nostra quotidianità e internet ha permesso una nuova socialità, nuove modalità di relazione, basti pensare ai social, alle chat, a Tik Tok, alle community virtuali. Nel bene o nel male, le distanze fisiche si sono accorciate ma la rete è anche alienante, pericolosa e offre un mondo fatuo fatto di like e condivisioni nel quale, purtroppo, chi è già solo fa i conti con una solitudine amplificata.
Questa lunga introduzione, le cui considerazioni sono nate durante la lettura del romanzo,  che vi propongo oggi, è per sottolineare il periodo storico in cui si svolge l’intreccio narrativo.

Proprio in quegli anni, infatti, ci porta I fiori non hanno paura del temporale, di Bianca Rita Cataldi. Il romanzo offre un affascinante caleidoscopio di vite, personaggi, intrecci e caratteri.

La storia fa il tris di B: Bella, Ben scritta, Ben strutturata.
I ricordi, filtrati da uno sguardo bambino di Serena, ci portano a Bologna, in un passato intriso di malinconia che si porta dietro anche rabbia, recriminazione e rimpianto. Serena ha una famiglia con personaggi originali e la bravura dell’Autrice li trasforma in tridimensionali, reali, veri . Così veri da sentirli un po’ nostri. Infatti, chi non ha avuto una nonna o una zia tuttofare, complice e rude?
Chi non ha partecipato a furiose liti familiari risolte poi semplicemente con un abbraccio o, in alcuni casi, mai risolte e diventate un solco che, col tempo a fare da spartiacque, si è trasformato in voragine? Chi non ha avuto o non è stata un’adolescente silenziosa e irascibile, piena di parole non dette, passi rapidi e voglia di essere invisibile proprio come Corinna, la sorella maggiore di Serena?
Il rituale saluto alle zie, immutato negli anni e riproposto più volte durante il romanzo, mi ha strappato un sorriso divertito ma ha anche creato in me una sorta d'intimità con la protagonista, e me l'ha fatta sentire empaticamente vicina.

Le radici e le relazioni familiari sono l’asse portante di questa storia di Bianca Rita Cataldi (e anche della vita di tutti, che lo si voglia ammettere o no).

Sì, i sentimenti, le relazioni familiari, sono il collante, oltre ai ricordi, de I fiori non hanno paura del temporale.
Il cocktail sentimenti&ricordi può essere una miscela esplosiva che impiastra di melassa ogni cosa, fino a diventare insostenibile, tuttavia in questo romanzo ciò non accade: l’Autrice ha capacità narrativa e sensibilità, non calca troppo la mano, anzi, ci regala una storia dolceamara colma di luci e ombre, piena di leggerezza ma anche di colpi al cuore, fatta di sorrisi ma intrisa di lacrime. Perché si sa, quando una storia è bella emoziona e questo romanzo vi regalerà emozioni inchiostrate di parole.
La penna brillante di Bianca Rita Cataldi – un talento narrativo che ho davvero apprezzato e amato – vi permetterà di fare un tuffo in pagine di realtà ed emozione.


I fiori non hanno paura del temporale

di Bianca Rita Cataldi
HarperCollins Italia
Narrativa
ISBN 978-8869052927
Cartaceo 16,15 €

Sinossi 

Bologna 1997. La stanza è in penombra e i libri e le musicassette sono sparsi dappertutto. Distesa sul letto, la camicia a quadri e i Nirvana sparati nelle orecchie dal walkman, Corinna muove i piedi a tempo e non stacca il naso dalla pagina. Ha sedici anni, i capelli rossi come fili di rame e un viso ricoperto di lentiggini su cui spiccano due occhi d'acciaio. È la figlia del primo grande amore di sua madre che se ne è andato poco prima del parto. Serena, detta Poochie, ha sette anni, i capelli scuri stretti in due codini fermati da elastici a forma di arcobaleno ed è la sua sorellastra. Il suo desiderio più grande è farsi considerare da quella sorella maggiore così misteriosa, sempre rintanata dietro le pagine di un libro e con le cuffie calcate sulla testa.Vivono in una grande e caotica tribù allargata in cui vige il matriarcato e dove per ogni decisione ci si rivolge al consesso delle antenate riunite nella cappella di famiglia al cimitero. Una famiglia fatta di donne dal sangue cocciuto e in cui nessuna tristezza può resistere di fronte al sapore magico di un tiramisù al pistacchio. Eppure l'equilibrio familiare comincia a vacillare quando Corinna riceve una strana scatola da scarpe chiusa malamente con del nastro adesivo.Dentro ci sono degli oggetti apparentemente scollegati tra loro, ma che sono l'ultimo regalo del suo vero padre, scomparso improvvisamente in un incidente. Corinna non ha dubbi: quegli oggetti hanno un significato e lei deve scoprirlo. Decide così di partire, insieme a Serena, per una caccia al tesoro per le vie di Bologna. La scatola in borsa e un sogno tra i capelli ribelli: trovare il segreto delle sue radici e, inevitabilmente, la propria strada nel mondo.


Loriana Lucciarini
Impiegata di professione, scrittrice per passione. Spazia tra poesia e narrativa. Molte pubblicazioni self e un romanzo Il Cielo d'Inghilterra con Arpeggio Libero. È l'ideatrice e curatrice delle due antologie solidali per Arpeggio Libero, la prima di favole per Emergency Di favole e di gioia nonché autrice con la fiaba Si può volare senza ali e la seconda di 4 Petali Rossi – frammenti di storie spezzate, racconti contro il femminicidio per BeFree.
È fondatrice e admin di “Magla-l'isola del libro”.
Una felicità leggera leggera, Le Mezzelane.
Ritrovarsi, Le Mezzelane.
Racconti di stelle al bar Zodiack, Le Mezzelane.
I legami dell'anima, PubMe Gli scrittori della porta accanto.
Doppio carico, Viaggio Maori Edizioni.
Sotto le nuvole, PubMe Gli scrittori della porta accanto.
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Recensione: Le notti bianche, di Fëdor Dostoevskij

Recensione: Le notti bianche, di Fëdor Dostoevskij

Recensione: Le notti bianche, di Fëdor Dostoevskij

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij (Feltrinelli). Un giovane sognatore e Nàstenka, una Pietroburgo velata, onirica, per far risaltare la solitudine del protagonista, un grande classico della letteratura russa.

Vi è qualcosa di indicibilmente commovente nella nostra natura pietroburghese quando, al sopraggiungere della primavera, essa all’improvviso rivela tutta la sua potenza, tutte le forze donatele dal cielo, si agghinda, si adorna di variopinti fiori. Involontariamente mi richiama alla mente l’immagine di una fanciulla languida e malaticcia che voi guardate a volte con compassione, a volte pietosa tenerezza, e a volte poi semplicemente non notate, ma che a un tratto, in un batter d’occhio, diventa, in modo inspiegabile, indicibilmente bella e voi, colpito, inebriato, vi chiedete senza volerlo: quale forza ha fatto lampeggiare di un simile fuoco quegli occhi tristi e pensosi?
Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche

Cosa accade quanto un giovane sognatore, imbevuto di ideali romantici, incontra l’amore?

Quali emozioni vengono generate da questo sentimento, che deve fare i conti con le aspettative, desideri e la cruda realtà?
Le notti bianche è il secondo libro di Fëdor Dostoevskij, pubblicato nel 1848.
Questo racconto è particolare: esistono solo due protagonisti (il giovane sognatore e Nàstenka), mentre l’intera città, Pietroburgo, è praticamente dietro un velo. Dostoevskij l’ha concepita così per far risaltare meglio la solitudine del protagonista.
Sembra che il racconto sia autobiografico, infatti lo stesso autore confesserà che: «nella mia gioventù, mi sono talmente perduto nelle fantasticherie da lasciar passare senza accorgermene tutta la mia giovinezza.»

Il racconto si articola in quattro notti, durante le quali la storia evolve e con essa il rapporto tra i protagonisti (il sognatore e Nàstenka). 

Tutto nasce con la passeggiata notturna del giovane uomo.
Costui è timido e ha un carattere passionale e sensibile ma è incapace di vivere davvero una vita piena per quella timidezza che rende difficile il suo rapporto con gli altri. Pertanto egli si rifugia sovente nel suo mondo fantastico, nei suoi sogni.
Durante la prima notte incontra Nàstenka e ne rimane colpito dall’atteggiamento mesto e pensieroso, tuttavia passa oltre. Quando però la giovane viene importunata da un malintenzionato egli interviene ed è in questo istante che i due entrano davvero in contatto.
Nel rivolgersi per la prima volta ad un altro individuo (Nàstenka) e creando un legame immediato con lei, il protagonista si rende conto in modo doloroso e folgorante di quante cose della vita abbia perduto, rifugiandosi a vivere nel mondo immaginario.

Per anni il sognatore ha alimentato sentimenti romantici imbevendosi di idealismi dell’epoca. Nella sua anima si agitano venti e tempeste, ma vive perlopiù in un mondo immaginario e fantastico, creato dalla sua mente.

Soprattutto, è senza alcun legame reale: la solitudine è la sua compagna di vita, a volte è rifugio, altre volte pesante fardello da portare.
Con quanta facilità, con quanta naturalezza si viene creando quel fiabesco, fantastico mondo! Come se tutto ciò non fosse una chimera! In verità, son pronto a credere, in certi momenti, che tutta quella vita non sia un eccitamento dei sensi, non sia un miraggio, non un inganno dell’immaginazione ma che sia una realtà viva, vera, efficiente!
Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche

Nàstenka, attratta e incuriosita dal carattere passionale e sensibile dell’uomo, grazie alle sue doti, riesce a far breccia nei sentimenti di lui e ad alimentarne le confidenze. 

Lei è solare, sincera e, pur se nel suo animo alberga una grande pena, risulta essere una buona ascoltatrice. L’incontro della prima notte diventa l’inizio di una conoscenza più profonda e, vinta la barriera della timidezza, le parole del protagonista nelle sere successive diventano un fiume in piena…
[...] invano il sognatore fruga, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, cercando in quella cenere una sia pur piccola scintilla per ravvivarle, e con il rinnovato fuoco riscaldare il cuore intirizzito e far risuscitare in esso tutto quanto vi era prima di così caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e con tanta magnificenza ingannava!
Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche

Durante quegli appuntamenti notturni, il sognatore si lascia andare a confidenze su di sé e sulla sua vita, fatta prettamente di attese, sogni e tanta solitudine. 

In discorsi appassionati egli cerca di illustrare alla giovane il suo stato d’animo. Così, il rapporto fra i due diventa sempre più intimo.
Nàstenka prova un sincero sentimento di amicizia verso quest’uomo così particolare, mentre il giovane arriva ad ammettere che vivere da sognatore non è affatto facile, come confida all’amica in un bel passaggio del libro.
Sentirete, Nàstenka (mi pare che non mi stancherò mai di chiamarvi Nàstenka!), sentirete che in quegli angoletti vivono delle strane persone: i sognatori. Il sognatore, se occorre dare di lui una precisa definizione, non è un uomo ma, vedete, è piuttosto un essere di genere neutro. Si stabilisce per lo più in qualche angolo inaccessibile, come se volesse nascondersi persino alla luce del giorno e, una volta installato nella sua tana, vi si attacca come una lumaca al guscio…
Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche

Purtroppo però Nàstenka è legata a un amore lontano: un ex inquilino della casa della nonna che un anno prima le aveva promesso di partire in cerca di fortuna e di ritornare a prenderla in sposa. 

Eppure, nonostante la sua attesa paziente e il fedele amore, Nàstenka è oppressa dai dubbi: sa per certo che il suo innamorato è in città ma egli non si è ancora fatto vedere. Mille angosce le straziano l’anima, ma è proprio in virtù all'amicizia con il protagonista che riesce a non cadere nella disperazione.
E proprio quando Nàstenka decide di voler dimenticare il suo inaffidabile innamorato e accetta l’amore del devoto amico, nell'ultima notte di questo breve storia, il racconto sembra prendere una piega romantica. Tuttavia il destino (e l’autore) cambiano le carte in tavola, generando un nuovo tormento nell'anima del giovane uomo: «Quando siamo infelici, sentiamo più intensamente l’infelicità altrui; il sentimento non si dissolve, ma si concentra».
Al sognatore non resta che accettare la scelta dell’amata e rimanere chiuso nel suo sentimento, mentre la vita scorre.

Bellissime sono le ultime frasi, quasi un inno all'amore eterno, parole di elevata poesia, l’inno di un cuore che si è preservato dalla malignità e dalle recriminazioni della vita grazie proprio alla potenza dei sogni.

Sia sempre luminoso il tuo cielo, sia sempre sereno e calmo il tuo dolce sorriso e tu sia sempre benedetta per il minuto di felicità e beatitudine che hai dato a un cuore ignoto, solitario e grato!
Mio Dio! Un intero minuto di beatitudine! È forse poco, sia pure in una intera vita umana?
Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche
Il racconto scava nell’animo dei protagonisti, che si mettono a nudo con una sincerità disarmante. Le notti bianche si legge d’un fiato e ne consiglio la lettura.


Le notti bianche

di Fëdor Dostoevskij
Feltrinelli
Narrativa classica
ISBN 978-8807901874
Cartaceo 8,07€
Ebook 1,99€

Sinossi 

Un giovane sognatore, nella magia vagamente inquieta delle nordiche notti bianche, incontra una misteriosa fanciulla e vive la sua "educazione sentimentale", segnata da un brusco risveglio con conseguente ritorno alla realtà. Un Dostoevskij lirico, ispirato, comincia a riflettere sulle disillusioni dell'esistenza e dell'amore nell'ultima opera pubblicata prima dell'arresto e della deportazione, esperienze che modificheranno in maniera radicale e definitiva la sua concezione dell'uomo e dell'arte.
In questa edizione, al celebre racconto viene affiancata la visione "diurna" di Pietroburgo contenuta nei feuilletons che compongono la Cronaca di Pietroburgo, vero e proprio laboratorio per la scrittura dostoevskiana.
Lo stretto legame tra pubblicistica e letteratura, che accompagnerà Dostoevskij negli anni della maturità, viene così a manifestarsi fin quasi dal suo esordio. Il racconto Le notti bianche ha ispirato il film omonimo di Luchino Visconti (1957), con Marcello Mastroianni e Maria Schell, e il film Quattro notti di un sognatore di Robert Bresson (1971).


Loriana Lucciarini
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Recensione: Casa di foglie, di Mark Z. Danielewski

Recensione: Casa di foglie, di Mark Z. Danielewski

Recensione: Casa di foglie, di Mark Z. Danielewski

Libri Recensione di Loriana Lucciarini. Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (66th and 2nd). Un romanzo controverso, inquietante, unico e misterioso, una storia densa d'ansia e di orrore, una casa stregata che continua a cambiare.

Casa di foglie di Mark Danielewski è un thriller psicologico che vi trascinerà in una storia pazzesca, ossessiva, paranoica. E adesso che una nuova edizione gli regala una seconda vita per un nuovo incontro con i lettori, vi farò scoprire curiosità e aneddoti legati al romanzo, in un dietro le quinte da lettrice curiosa.
Casa di foglie è un romanzo che parla di tante storie e che ne tesse insieme altre. Non una sola storia nella storia, tante sono quelle legate alla trama o al libro.

La prima storia si intitola Antefatto, ovvero: come io ho scoperto questo libro. Un retroscena curioso e già intriso di mistero.

Anni fa, guidavo nel traffico cittadino con la radio accesa e cambiai stazione, incappando in una trasmissione letteraria già iniziata, dove si stava disquisendo di un romanzo onirico, folle, avvincente, dall’intreccio horror devastante. Il titolo conteneva la parola “foglie/fogli” e i conduttori radiofonici stavano spiegando la genesi del romanzo, illustrandone alcune parti della trama e facendo riferimento soprattutto a una casa che dall’esterno era più piccola rispetto all’interno e dove i muri cambiavano improvvisamente, facendo accadere cose strane.
Il romanzo – dicevano – aveva pagine stampate al contrario, da dover leggere con l’ausilio di uno specchio, oppure occupate una sola parola, con impaginazione capovolta e tante altre stranezze, utili allo scopo di calare il lettore in un orrore fatto di follia. Interessante, vero? Rimasi colpita e decisi di leggerlo, ma proprio mentre annunciavano titolo e autore il segnale radio svanì e, quando la radio si ricollegò la trasmissione era terminata! Secondo voi mi sono scoraggiata? No: ho iniziato a girare di libreria in libreria, finché non ho rintracciato il romanzo in questione: Casa di Foglie – ecco il titolo preciso. Autore: Mark Z. Danielewski. Edizioni Mondadori.

La seconda storia si intitola Come nasce il successo di questo libro, ovvero, come Casa di Foglie diventa un bestseller.

Pubblicato a puntate sul web, circolato tra fogli stampati al PC e fascicolati in gran segreto, il romanzo arrivò alla pubblicazione grazie al passaparola di appassionati lettori che su internet lo avevano supportato con migliaia di condivisioni, tanto da farlo diventare, in America, un caso letterario.
Arrivato nel 2005 in Italia grazie alla Mondadori, pubblicato nella collana Strade Blu, giungendo perfino a una seconda ristampa, cosa inusuale per quella collana, il libro divenne un bestseller, ma ben presto Casa di foglie si è trasformato in oggetto cult.
Come?

Questa è la terza storia: L’oblio e la ricerca, storia che parla di insuccesso e fallimento.

Cosa accade? I prezzi esosi della stampa del volume portano la Mondadori a decidere di toglierlo dal catalogo. Il romanzo dunque non venne più venduto né ristampato. Ma se la scelta editoriale era basata sull’equazione costi/ricavi, per il pubblico esisteva ben altra valutazione: Casa di foglie di Mark Z. Danielewski divenne un titolo introvabile. Appassionati lettori partirono alla ricerca delle rarissime copie in italiano rimaste. Su forum e community dedicate al romanzo, ancora oggi si possono leggere le storie rocambolesche per accaparrarsene una copia. I volumi in italiano vennero valutati dai collezionisti a cifre pazzesche, addirittura attorno agli 80/100 euro (oggi la ricerca ne dava una a 240 euro) ed io… scoprii di avere un piccolo tesoro in casa!

Raro. Introvabile, quindi straordinario? 

Non è mica detto. Sicuramente Casa di foglie di Mark Danielewski è un romanzo controverso: c’è chi lo definisce avanguardistico e sperimentale, in alcuni casi classificato come esempio di letteratura ergodica.
Per molti però il suo successo è stata una mera montatura commerciale, e in tanti lo hanno bocciato come un volume illeggibile e assurdo, senza capo né coda, pubblicizzato ad arte. Ma allora come si spiegano le quotazioni a prezzi folli delle poche, introvabili copie? Tutto questo ha certamente alimentato la leggenda. Ma ora il romanzo ci offre un colpo di scena: una nuova edizione!

La quarta storia è proprio di Riscoperta. Infatti, in Italia la casa editrice 66thand2nd lo ha pubblicato in catalogo con una nuova versione integrale e completa, dopo anni di assoluto oblio. 

E l’attenzione dei fan e dei lettori è di nuovo schizzata alle stelle: Casa di Foglie è stato presentato nelle fiere letterarie dello scorso anno, rimbalzando di nuovo all’attenzione mediatica.
Ma cosa ha di tanto strano questo romanzo? Tento di spiegarvelo nella mia recensione.
Casa di foglie di Mark Danielewski è un romanzo sconvolgente che segna un confine netto: o si ama o si odia. Io ne sono rimasta affascinata, anche se molti lo hanno definito “folle”. Certo è che la lettura di quest’opera è complessa e subisce interpretazioni assolutamente personali.

Si parte con la scoperta di un cadavere. 

Il morto è un uomo burbero e senza amici né parenti che viene ritrovato cadavere in un appartamento. Nell’appartamento dell’uomo, le forze dell’ordine fanno una scoperta sconvolgente: vi sono milioni di piccoli fogli di carta ricoperti da frasi, che sembrano non avere un filo conduttore ma così non è. Il giovane spiantato e spostato Johnny Truant, incuriosito dalla cosa deciderà di ricomporre tutti quegli appunti in un unico testo e per diverse pagine la storia sembra essere questa, per poi scoprire che è solo complementare. Per i capitoli successivi il lettore si deve sorbire la rielaborazione del manoscritto che Johnny comporrà man mano, con fitte annotazioni e citazioni che sfiancano il lettore e lo infastidiscono, senza portare poi a nessun risultato.

I primi capitoli sono il punto critico del romanzo: le sottotrame non convergono e spiazzano, disturbano, innervosiscono, così ci si inizia a perdere, col rischio di mollare. 

Se leggete alcune delle recensioni online, è questo il punto critico dell’intera struttura narrativa. Ma ciò che non sembra essere funzionale al romanzo, invece lo è: l’escamotage utilizzato consente all’autore di trascinare nella follia il giovane che tenta di venirne a capo. Così, anche se il lettore può risentirne per il colpo basso – cioè il giochetto di portarlo in direzioni che nulla hanno a che fare con la storia vera – questa sottotrama è propedeutica per invischiare chi legge nelle fauci della follia. Difatti, io sono rimasta folgorata fin da subito e, una pagina dietro l’altra mi sono ritrovata impantanata nelle elucubrazioni mentali di Truant, condividendone le paranoie, le ossessioni e, infine, la pazzia che ne distrugge la ragione. E, quando appare chiaro quale sia la vera storia, il ritmo diventa incessante e si deve arrivare fino alla fine.

Dunque, di chi si parla? Del fotografo Will Navidson. Will che acquista casa e si trasferisce lì con la famiglia. Tuttavia nell’edificio accadono cose strane, dapprima insignificanti, poi sempre più inquietanti. 

Quando l’uomo scopre che un paio di porte non sono nella posizione in cui ricordava fossero e decide di misurare la costruzione, fa un’agghiacciante scoperta: la dimensione esterna è più piccola di quella interna. Come è possibile?
Il tempo passa e scopre che le misure interne delle stanze addirittura cambiano, si modificano, si riducono o si allargano mentre rumori sinistri echeggiano di notte e accadono fatti inquietanti. Al contempo, la psiche dell’uomo sembra essere soggiogata dallo strano potere che risiede in quelle quattro mura, un potere subdolo, capace di sovvertire l’equilibrio mentale dei suoi abitanti.
Ho terminato il libro in soli tre giorni, immersa nelle pagine, avvinghiata per ore dentro una storia densa d’ansia e d’orrore, pervasa dall’incontrollabile desiderio di arrivare alla fine e terrorizzata da ciò che sarebbe potuto accadere. Mai un libro ha avuto così tanta suggestione in me: le ombre erano diventate sinistre e l’inquietudine sembrava scandire il tempo in cui ero presa nella lettura.
Mark Danielewsky riesce a far sprofondare il lettore nelle paludi della follia, in una paranoia psicologica che avvinghia l’animo.
Considero Casa di foglie un libro sconvolgente, a tratti allucinante, a volte noiosamente inutile ma comunque straordinario! Io non ho potuto fare a meno di andare fino in fondo, anche se ogni pagina mi portava dentro a un orrore impastato di presenze demoniache, paure ancestrali, horror puro.

Casa di foglie di Mark Z. Danielewski

Casa di foglie

di Mark Z. Danielewski
66th and 2nd
Noir
ISBN 978-8832970944
Cartaceo 27,55€

Sinossi 

Quando la prima edizione di "Casa di foglie" iniziò a circolare negli Stati Uniti, affiorando a poco a poco su Internet, nessuno avrebbe potuto immaginare il seguito di appassionati che avrebbe raccolto. All'inizio tra i più giovani - musicisti, tatuatori, programmatori, ecologisti, drogati di adrenalina -, poi presso un pubblico sempre più ampio. Finché Stephen King, in una conversazione pubblicata sul «New York Times Magazine», non indicò "Casa di foglie" come il Moby Dick del genere horror. Un horror letterario che si tramuta in un attacco al concetto stesso di «narrazione». Qualcun altro l'ha definita una storia d'amore scritta da un semiologo, un mosaico narrativo in bilico tra la suspense e un onirico viaggio nel subconscio. O ancora: una bizzarra invenzione à la Pynchon, pervasa dall'ossessione linguistica di Nabokov e mutevole come un borgesiano labirinto dell'irrealtà. Impossibile inquadrare in una formula l'inquietante debutto di Mark Z. Danielewski, o anche solo provare a ricostruirne la trama, punteggiata di citazioni, digressioni erudite, immagini e appendici. La storia ruota intorno a un misterioso manoscritto rinvenuto in un baule dopo la morte del suo estensore, l'anziano Zampanò, e consiste nell'esplorazione di un film di culto girato nella casa stregata di Ash Tree Lane in cui viveva la famiglia del regista, Will Navidson, premio Pulitzer per la fotografia, che finirà per svelare un abisso senza fine, spalancato su una tenebra senziente e ferina, capace di inghiottire chiunque osi disturbarla.
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