Gli scrittori della porta accanto
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Recensione: Esprimi un desiderio, di Valentina Gerini

Recensione: Esprimi un desiderio, di Valentina Gerini

Recensione: Esprimi un desiderio, di Valentina Gerini

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. Esprimi un desiderio di Valentina Gerini (PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto). Una favola romantica che lascia addosso la speranza in un futuro migliore.

Il 2025 non è esattamente l’anno dell’amore: non viviamo in un periodo storico in cui la fiducia nel prossimo e le relazioni stabili sono all’ordine del giorno. Direi, piuttosto, che siamo immersi in un’epoca che promuove l’indifferenza e la razionalità a dogmi sociali. Credere nell’amore è cosa da ingenui, trattare «male» la propria partner è una moda dalla gravità lieve e, in generale, pensare a concretizzare i sogni va bene solo se hai cinque anni e dormi ancora con il peluche.
È per questo che leggere un titolo come Esprimi un desiderio mi ha fatto sorridere. Ho pensato: «Beh, c’è ancora qualcuno che ci crede, allora» e, per qualche strana ragione, mi sono sentita rassicurata. Sapere che, da qualche parte, esiste qualcuno che sogna mi ha fatto bene al cuore.

Ho iniziato a leggere Esprimi un desiderio senza sapere cosa aspettarmi.

Perché ho il vizio di non leggere le trame almeno un paio di volte al mese. Ogni tanto, mi dico, bisogna lasciarsi guidare dal caso e incappare in libri, canzoni e film a caso, perché era destino e basta. Questa era una di quelle volte, allora ho aperto l’eReader e ho sperato con tutta me stessa di trovare qualcosa di bello, in mezzo a tutte quelle righe nere.
Quando sono arrivata alla parola «Fine» ho pensato che di favole come questa dovrebbero esisterne di più, quantomeno per restituire un po’ di fiducia e di capacità di sognare al genere umano.

Valentina Gerini ha scritto un romance che si divora e si gusta, pagina dopo pagina.

Ha avuto il coraggio di difendere i sogni, di raccontarli e di dirci che sì, sono possibili, possono concretizzarsi. Ha provato a spiegarci che il mondo non è fatto solo di nero e di realtà, ma anche di colori e di amore, affinchè il lettore capisse quanto è bello lasciarsi trasportare dalla vita, dall’istinto, dalle favole... e c’è riuscita.

Sara ama Londra.

Ha vissuto la storia d’amore più importante della sua vita, nella capitale inglese, e ci torna appena può. Un giorno sale su un autobus, dicendosi che è talmente pieno che strisciare la Oyster è impossibile, lo farà alla prossima fermata. Ma se ne dimentica e il controllore, un ragazzo alto e bello, non può che multarla. Sara prova a spiegargli che è stata solo una svista, ma José non demorde. In compenso, le dà il suo numero di telefono e le chiede di uscire quella sera.
Sara accetta e inizia una storia d’amore spontanea quanto bellissima. Quando si interrompe, Sara riprende la sua vita ordinaria. Viaggia e lavora, senza sosta. Fino a che la sua carriera la porta a Santo Domingo...

Esprimi un desiderio: una favola romantica che lascia addosso la speranza in un futuro migliore.

Alla fine, riflettendo su quello che avevo letto, su tutto l’amore che trapelava da quelle pagine, sull’entusiasmo, sul profumo di mare, sulla voglia di vivere, mi è venuto il mente il finale di un ritornello. Non serve che dica il titolo della canzone, la conoscete tutti. E il fatto che la conosciate mi fa sperare in un mondo migliore. Un po’ come Esprimi un desiderio.



Esprimi un desiderio

di Valentina Gerini
PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto
Romance
ASIN B0B1868W7V
Kindle Unlimited
ebook 2,99€

Sinossi

Quando l’amore arriva non c’è distanza che possa tenere.
Sara, giovane, avventuriera e sfortunata in amore, pensa di non poter avere figli. Lavora come controllore turistico ed è spesso in viaggio.
A Londra incontra José, bellissimo uomo dalle origini dominicane e si accende una scintilla che però si alimenta a fatica. I due si perdono di vista e Sara si butta a capofitto nei viaggi di lavoro. Ma non riesce a dimenticarlo: Barcellona, Parigi, Miami… In ogni città qualcosa le parla di lui.
Quando finalmente decide di lasciarsi andare, trasferendosi ai Caraibi per rimanere al fianco dell'affascinante José, il destino gioca le sue carte.
Riuscirà Sara a costruire una famiglia? Sarà capace di realizzarsi nel lavoro anche sulle bianche spiagge caraibiche?




Giulia Mastrantoni
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Recensione: Il ministero della bellezza, di Marco Lazzarotto

Recensione: Il ministero della bellezza, di Marco Lazzarotto

Recensione: Il ministero della bellezza, di Marco Lazzarotto

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. Il ministero della bellezza di Marco Lazzarotto (Las Vegas). La bellezza come condizione necessaria per avere potere: un romanzo che è una denuncia sociale, l’iperbole di ciò che avviene ogni giorno sui social e nelle scuole.

Vorrei inserire una piccola nota di avvertimento: Il ministero della Bellezza è un romanzo estremamente interessante e ben scritto, i cui temi principali potrebbero risultare difficili da digerire per tutti coloro che hanno difficoltà a piacersi. Infatti, il romanzo di Marco Lazzarotto è una distopia che racconta le conseguenze dell’ascesa al potere degli esponenti della Callistocrazia, una forma di governo basata sul presupposto che i più belli devono essere anche i più potenti. In questo senso, i temi del romanzo sono intensi, difficili, ma affrontati con grande maestria.

Il ministero della Bellezza è, a mio parare, un romanzo molto attuale, che mostra le dinamiche sulle quali si basano molti aspetti della nostra società.

Il romanzo inizia con l’ascesa al potere del neoministro Domenico Ardemagni, un parrucchiere particolarmente in voga, un genio indiscusso del capello. L’orientamento politico di Ardemagni è semplice: lungo, riccio e biondo. Il capello, s’intende. I risultati della Callistocrazia instaurata da Ardemagni sono subito visibili: il ministero della Bellezza viene incoraggiato a ispezionare edifici e cittadini in cerca di tutto ciò che ha un aspetto “inadeguato”.
È chiaro che non c’è una vera definizione del concetto di “inadeguatezza”: la pancia rilassata, la casa disordinata, una maglietta macchiata, il pigiama démodé. È tutto “inadeguato”, per un motivo o per un altro. La normalità di una mattinata trascorsa in pigiama a lavorare al PC non ha alcun posto nella Callistrocrazia, perché solo ciò che è bello ha diritto di esistere in questa società “meravigliosa”.

D’altra parte, il primo articolo della costituzione parla chiaro: «L’Italia è una repubblica callistocratica fondata sulla bellezza».

Lo scrittore Matteo Labrozzo, protagonista di Il ministero della Bellezza, è uno dei pochi che osa opporsi alla Callistocrazia. La sua compagna, Lisa, si unisce a Matteo nel manifestare contro Ardemagni, ma fermare la diffusione di una bellezza omologata e pre-approvate è difficile. In fin dei conti, è confortante sapere che sarai ben accolto in società se hai il taglio di capelli giusto: rende tutto più semplice, no?
La vera forza del romanzo di Lazzarotto sta nella denuncia sociale che viene fatta, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Le dinamiche della Callistocrazia che Lazzarotto descrive non sono che un’iperbole di ciò che avviene ogni giorno su Instagram, TikTok, nelle aule delle scuole italiane. Sei bello? Avrai successo, amicizie, like. Sei brutto? Sarai solo, isolato e denigrato. In questo senso, Il ministero della Bellezza non è un lavoro di fantasia, ma un’esortazione all’analisi approfondita e consapevole di quello che abbiamo intorno. Viviamo in una società che, nonostante i progressi fatti, ancora ci chiede di conformarci a un’ideale di bellezza poco realistico, estremista e non salutare. Ma rendersene conto è difficile e opporsi lo è ancora di più.
Consiglio vivamente la lettura di Il ministero della Bellezza, se non altro per esplorare la possibilità, molto reale, che un giorno vivremo in una Callistocrazia legittimata da leggi. È importante che i lettori si avvicinino al romanzo di Marco Lazzarotto con la consapevolezza che suscita reazioni profonde. Buona lettura.


Il ministero della bellezza

di Marco Lazzarotto
Las Vegas
Distopico
ISBN 978-8831260121
Cartaceo 14,25€
Ebook 4,19€

Quarta

La chiamano Callistocrazia, il governo dei più belli. Sembra uno scherzo, all’inizio, ma in poco tempo quella attuata dal neoistituito ministero della Bellezza diventa la più grande riforma della Repubblica italiana: ogni gerarchia – dalla coda al supermercato alle più alte cariche dello Stato – viene stabilita in base a canoni estetici. Per i brutti è l’inizio di un vero e proprio incubo. Matteo Labrozzo, giovane scrittore emergente che non si è mai preoccupato abbastanza delle sue maniglie dell’amore e della propria calvizie incipiente, vede la sua vita stravolta: l’editore che aveva creduto in lui rifiuta il suo nuovo romanzo; il rapporto con la fidanzata Lisa s’incrina; il centro storico della sua città gli è precluso, a meno che non indossi in testa un elegante sacchetto per il pane; ovunque vada, individui in camicia bianca lo perseguitano per il suo abbigliamento poco curato. Matteo però non intende soccombere e, a modo suo, cercherà di resistere alla patinata dittatura della bellezza.




Giulia Mastrantoni
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Pets life: il gatto è l'animale domestico che non sapevi di volere

Pets life: il gatto è l'animale domestico che non sapevi di volere

Pets life: il gatto è l'animale domestico che non sapevi di volere

Lifestyle Di Giulia Mastrantoni. Il gatto è il pet che non sapevi di volere. Perché averne uno in giro per casa sarà pure nocivo per il mobilio, ma fa tanto bene al cuore.

I gatti sono indipendenti, graffiano e rovinano il mobilio. Ma queste non sono le uniche ragioni per cui da bambina non ho mai ricevuto un gatto per Natale. Infatti, la ragione principale per cui non ho mai rievuto un gatto è, probabilmente, che non l’ho mai inserito tra gli agognati regali nella famosa letterina per Babbo Natale.
Parliamoci chiaro: perché volere un gatto, quando puoi avere un cane? Perché volere un cosino peloso con gli artigli affilati e che ti guarda con aria di sufficienza, quando potresti avere un poodle che ti ama alla follia? Ecco, io, da bambina intelligente quale pensavo di essere, ho sempre supplicato per ricevere un cane. Che non ho mai ricevuto.

C’erano diverse controindicazioni all’adozione di qualunque bestiola, secondo i miei genitori.

Se i gatti rovinano il mobilio, i cani sono un impegno troppo grande, diceva mio papà.
Se i gatti graffiano, i cani danno allergie di ogni sorta, aggiungeva mia mamma.
Gli uccellini puzzavano troppo, i criceti sono roditori, le tartarughe non sono interessanti e i conigli lasciano palline di escrementi ovunque.
Per farla breve, sono arrivata all’età di 26 anni senza aver mai avuto un animaletto domestico, a meno che non vogliate contare il pesce rosso che ci ha salutati nell’arco di tre settimane.
All’inizio, volevo disperatamente un animaletto domestico. Poi, a forza di sentire i discorsi di mamma e papà, mi sono convinta che, in fin dei conti, gli animali domestici sono solo una gran scocciatura.

Dunque, quando la mia attuale gatta è entrata nella mia vita, io non la volevo. Sul serio.

La prima volta che l’ho vista, è stato quando una mia cara amica l’ha portata a casa mia per lasciarcela due mesi. La mia amica stava traslocando, aveva appena adottato due cani e aveva notato che la povera Marcy stava risentendo di tutti i cambiamenti del periodo. La soluzione? Chiedermi di badare a Marcy per un paio di mesi, giusto il tempo di sistemare le cose e ristabilire una routine.
Arrivata a casa mia, Marcy è uscita dal suo trasportino e si è infilata sotto il letto.
Poco male, mi ero detta, tanto io non volevo certo fare amicizia. Dovevo solo nutrirla, mantenerla in salute e pulita, e restituirla alla mia amica non appena si fosse sistemata. Che stesse pure sotto il letto.
Quella sera, però, mentre ero a letto a leggere, le cose sono cambiate.

Marcy è saltata sul mio letto. Probabilmente, voleva aggredirmi o graffiarmi, ho pensato. E invece no.

Si è rotolata su un fianco e mi ha mostrato la pancia (che non era, e non è, di dimensioni modeste).
Mi ha guardato intensamente.
Stava senz’altro per mordermi, ho pensato.
Contro ogni istinto, ho allungato la mano e l’ho accarezzata. Sia mai che cambi idea e non mi morda, mi sono detta.
Nell’arco di due, forse tre secondi, Marcy ha iniziato a fare un rumore da trattore, di quelli belli grossi che arano la terra. Non avevo mai sentito un gatto fare le fusa in modo così rumoroso e soddisfatto.

È diventato il rituale della buonanotte. Poi Marcy ha iniziato a chiedere le coccole del buongiorno. Prima ancora che me ne rendessi conto, era diventata la mia migliore amica.

Si sedeva accanto a me mentre scrivevo la tesi, mi faceva compagnia durante le settimane di lockdown e mangiava i croccantini direttamente dal palmo della mia mano. Insomma, era diventata una sorella, una compagna di giochi e la luce dei miei occhi.
Quando la mia amica mi ha chiamata per dirmi che poteva venire a riprendere Marcy, la disperazione mi ha sopraffatta. Non lo dico per esagerare. Ho pianto a calde lacrime.
E qui c’è stato il colpo di scena. La mia amica ha fatto una lunga pausa al telefono e poi mi ha chiesto se non mi sembrava che Marcy fosse più felice con me. Io ho concordato. Allora magari volevo tenerla, mi ha chiesto la mia amica. Io ho pianto, ma stavolta di gioia. Lo dico onestamente, Marcy con me sembrava davvero più felice e rilassata. Faceva le fusa quasi tutto il giorno, era ben nutrita, amata e coccolata. Stava bene in una casa tranquilla, con una sola umana e nessun cane.

Vvere con un gatto

Di lì a breve, Marcy è diventata ufficialmente la mia Potato.

Sono due anni e mezzo che Potato è la parte più bella della mia giornata ogni singolo giorno. È la gatta più bella, speciale e morbida che esista al mondo.
Da quando ho Potato, ho iniziato ad accarezzare tutti gli animaletti domestici che incontro. Potato mi ha aperto un mondo e mi ha insegnato che avere un gatto in giro per casa sarà pure nocivo per il mobilio, ma fa tanto bene al cuore.
Adottate animaletti domestici. Sono duecentomila volte meglio di quello che pensate.


Giulia Mastrantoni
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Recensione: L'isola senza tempo, di Gianluca Mercadante

Recensione: L'isola senza tempo, di Gianluca Mercadante

Recensione: L'isola senza tempo, di Gianluca Mercadante

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. L'isola senza tempo di Gianluca Mercadante (Las Vegas). Un romanzo introspettivo che aiuta a demistificare la morte, la perdita del passato e quella del futuro.

L’Isola Senza Tempo di Gianluca Mercadante è una storia che unisce inizio e fine e che aiuta a capire l’importanza della fantasia per convivere con la certezza della morte. È anche un racconto basato sul dolore, quel «diapason che accorda animi semplici, ridotti all’essenza» . Insomma, L’Isola Senza Tempo non si può definire una lettura facile né leggera, ma il modo in cui viene condivisa con il lettore è gentile, canzonatorio e ricco di introspezione.
Biagio e Marcello sono un figlio e un padre che devono salutarsi. Biagio è un uomo che si sta costruendo la felicità con Andrea, il suo compagno che, però, è sposato con una donna e ha persino una figlia, mentre Marcello è un corpo che va spegnendosi. Com’è naturale che sia, Marcello è orgoglioso di Biagio, quel figlio che è sempre di corsa e che ha cresciuto da solo, mettendocela tutta.

Quando Biagio va a trovare suo padre in casa di riposo, poco prima della partenza per le vacanze con Andrea, gli è ben chiaro che la memoria di Marcello sta rapidamente diminuendo.

La storia dell’asino, un grande classico nel repertorio di Marcello, rimane a metà, mentre Biagio si ripete quello che i medici gli hanno detto. Niente di personale, gli hanno spiegato, la malattia non guarda in faccia nessuno.
Proprio mentre è in procinto di partire per la vacanza in Sardegna con Andrea, un viaggio che hanno dovuto organizzare fin nei minimi dettagli per evitare di essere scoperti, Biagio viene chiamato da Angela, la operatrice socio-sanitaria che si prende cura di suo padre. Marcello non vivrà ancora per molto. Biagio, allora, lascia l’aeroporto e si reca da suo padre, dove cerca di dire e farsi dire tutto quello che non ci sarà più occasione di condividere.
È proprio a quel punto che Marcello suggerisce di andare insieme sull’Isola Senza Tempo, il luogo immaginario (ma neanche poi troppo) dove ha ambientato tante delle storie che raccontava a Biagio da bambino.

Gianluca Mercadante ha scritto un romanzo doloroso che lascia il lettore con la consapevolezza di quello che succederà sin dalla fine del primo capitolo.

È una storia che può e farà scorrere qualche lacrima in coloro che hanno perso qualcuno di amato.
Allo stesso tempo, però, L’Isola Senza Tempo aiuta a demistificare la morte, la perdita del passato e quella del futuro. In un certo senso, si tratta di un romanzo che dà forza a chi lo legge perché mostra tutto in una prospettiva più allegra, ma non meno reale.
Consiglio vivamente di leggere questa piccola perla e di assaporarne la scrittura scanzonata. Buona lettura.

L'isola senza tempo

di Gianluca Mercadante
Las Vegas
Narrativa
ISBN 978-8831260053
Ebook 5,99€ Cartaceo 14,25€

Sinossi 

Biagio dovrebbe partire per un viaggio con l'amato Andrea, un medico sposato e padre dalla doppia vita. All'aeroporto, però, riceve una chiamata dalla casa di cura in cui il padre Marcello è ricoverato per la demenza senile: è peggiorato ed è stato portato in ospedale. Biagio e Andrea decidono di risalire in macchina e tornare indietro. All'ospedale Marcello è stranamente lucido e in forma, al punto che propone a Biagio di fare un giro sull'Isola Senza Tempo, un luogo immaginario di cui gli raccontava sempre quando lui era piccolo. E i due sull'Isola ci vanno davvero. Che ci fa lì, Biagio, e che significato ha l'Isola? In una storia sospesa tra realtà e fantasia, il protagonista dovrà fare i conti con la propria esistenza e con i segreti che hanno tenuto insieme la sua famiglia, fino all'epilogo che stravolgerà le sue e le nostre certezze.


Giulia Mastrantoni
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Recensione: A bocce ferme, di Marco Malvaldi

Recensione: A bocce ferme, di Marco Malvaldi

Recensione: A bocce ferme, di Marco Malvaldi

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. A bocce ferme di Marco Malvaldi (Sellerio Editore). Un giallo che ha il sapore della commedia: un insieme ben riuscito di luoghi, personalità e parole.

Se ancora non conoscete i vecchietti del BarLume, allora A bocce ferme del chimico e autore Marco Malvaldi vi inizierà a una serie di gialli di costume unica.
Pilade, Ampelio, Aldo e il Rimediotti (aka Gino) sono giovani da ottant’anni perché, a conti fatti, l’età anagrafica non conta poi così tanto. I quattro, presenze fisse al BarLume, hanno il vizio alquanto diffuso di farsi i fatti altrui. Ma non quelli che si fanno anche le nostre nonne su fidanzatini e fidanzatine, eh.

I quattro vecchietti del BarLume sono più propensi a farsi i fatti dei morti ammazzati.

Ogni volta che a Pineta, Toscana, c’è un cadavere, state pur certi che Pilade, Ampelio, Aldo e il Rimediotti ne sapranno più della polizia nel giro di poche ore. A favore dei vecchietti gioca il fatto che Alice Martelli, vicequestore, è la fidanzata di Massimo, proprietario del BarLume e nipote di Aldo. Seppure non sempre collaborativa, Alice non disdegna i consigli dei vecchietti e ha (quasi) sempre tempo per ascoltarne le congetture.

In questa puntata della serie, godibile anche in modo a sé stante, i vecchietti sono alle prese con un cold case. 

Camillo Luraschi, proprietario della Farmesis negli anni ’60, venne ucciso con un colpo di fucile ravvicinato nel ’68. L’opinione comune trovò un colpevole senza troppi giri di parole: il Bonci. Non era forse vero che il Bonci e il Luraschi avevano battibeccato proprio pochi giorni prima del delitto?
Anni dopo, però, il figlio adottivo di Luraschi, Alberto, muore di morte naturale e lascia un testamento unico nel suo genere. La Farmesis andrà a suo figlio, Matteo, ma Alberto approfitta delle ultime pagine di testamento a sua disposizione per confessare l’omicidio del patrigno, Camillo Luraschi.
La vicequestore Alice Martelli è, a dir poco, basita: normalmente non si potrebbe indagare un morto, ma in questo caso la questione dell’eredità costringe gli inquirenti a riaprire il caso.

Se Alberto ha ucciso Camillo, infatti, allora non avrebbe potuto ereditare la Farmesis anni prima. Questo significherebbe che ora la Farmesis non spetta a Matteo...

Un giallo che ha il sapore della commedia, in cui tutti i personaggi parlano in quel toscano così invidiato e così semplice da immaginarselo mentre si legge. Non si tratta di un romanzo in cui il delitto è il fulcro della storia, ma più di un insieme ben riuscito di luoghi, personalità e parole in cui è inserito un elemento giallo. Sotto questo punto di vista, si tratta di una lettura che vi farà affezionare al BarLume.

Odore di chiuso, un'altra commedia di Marco Malvaldi dipinta di giallo.

Per tutti coloro che dovessero gradire la serie di Pilade, Ampelio, Aldo e del Rimediotti, vi suggerisco di dare un’occhiata anche a Odore di chiuso dello stesso autore. Ambientato nell’Ottocento, ha come protagonista Pellegrino Artusi, un commerciante di stoffe con lo stomaco dai gusti ricercati. Inutile dirlo, Artusi gode di un’intuizione e di una perspicacia rare che lo aiuteranno, a più riprese, a risolvere delitti e misteri di ogni sorta. Anche in questo caso, si tratta di una serie gialla in cui la morte incontra la commedia. I personaggi, gli ambienti e le descrizioni dei piatti amati da Artusi rendono la lettura gradevole e, soprattutto, approcciabile ma mai banale. La non-banalità di trame e delitti è dovuta, ovviamente, alla professione di Marco Malvadi, chimico. Resterete piacevolmente colpiti dai mondi che il Malvaldi crea mescolando scienza e tradizione.


A bocce ferme

di Marco Malvaldi
Sellerio Editore
Giallo
ISBN 978-8838937750
Cartaceo 13,30 €
Ebook 9,99€

Sinossi 

Un cold case per i Vecchietti del BarLume.
Un vecchio omicidio mai risolto, avvenuto nel fatidico 1968, si riapre per una questione di eredità.
Muore nel suo letto Alberto Corradi, proprietario della Farmesis, azienda farmaceutica del litorale toscano. Alla lettura del testamento, il notaio ha convocato anche la vicequestore Alice Martelli, perché nelle ultime volontà del defunto è contenuta una notizia di reato. Erede universale è nominato il figlio Matteo Corradi, ma nell'atto il testatore confessa di essere stato lui l'autore dell'assassinio del fondatore della fabbrica, suo padre putativo.
Il 17 maggio del 1968 Camillo Luraschi, capostipite della Farmesis, era stato raggiunto da una fucilata al volto. Le indagini non avevano trovato risultati, forse perché il clima politico consigliava di non scavare troppo. L'imbroglio nella linea di successione obbliga alla riapertura dell'inchiesta.
Matteo Corradi non potrebbe, infatti, ereditare ciò che il padre ha ottenuto mediante un delitto. Alice Martelli, la fidanzata (eterna) di Massimo, in questo caso non può fare a meno dell'archivio vivente di pettegolezzi costituito dai quattro vecchietti, che erano stati coinvolti tutti in modi diversi nel Movimento. Le indagini si svolgono, come al solito, tra la questura e il BarLume di Pineta dove Aldo, nonno Ampelio, Pilade Del Tacca del Comune, il Rimediotti (detti anche i quattro «della banda della Magliadilana ») dissipano gli anni della loro pensione, vanamente contenuti dal gestore Massimo, costretto a esorcizzare con la logica le ipotesi dei senescenti occupanti della sala biliardo del bar. Da dove passano storielle toscanacce di ogni genere.
L'inchiesta si imbatte in svolte e nuovi delitti obliquamente diretti a occultare. E scomoda, in stolidi playback, i ricordi del Sessantotto nella zona. Finché - tra dialoghi alla Ionesco o da signor Veneranda, battute micidiali in polemica tra i vecchietti e tra loro e il mondo, perle di saggezza buttate lì nel lessico più scostumato e inattuale - si fa strada l'unica maschera triste di tutto il palcoscenico, Signora la Verità.
Marco Malvaldi, con la serie del BarLume, ha rinnovato un genere, il giallo comico di costume. E, in "A bocce ferme", la parte del giallo puro si prende una sua rivincita senza sacrificio per la risata.


Giulia Mastrantoni
Ho collaborato per quattro anni all’inserto Scuola del Messaggero Veneto. Ho scritto per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare. Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada e ora vivo in Australia. Ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
La forma del sole, Gli Scrittori della Porta Accanto.
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Recensione: Ditelo a Sofia, di Magda Szabó

Recensione: Ditelo a Sofia, di Magda Szabó

Recensione: Ditelo a Sofia, di Magda Szabó

Libri Recensione di Giulia Mastrantoni. Ditelo a Sofia di Magda Szabó (Salani). Un romanzo che parla soprattutto di ostacoli e di come le donne possano oltrepassarli.

Dopo La porta, capolavoro di Magda Szabò, sono incappata in Ditelo a Sofia, un romanzo a tratti lento, inusuale e divertente, figlio della stessa penna.
Sofia perde suo padre, medico, per colpa di un attacco di cuore improvviso. Un attimo prima, Gàbor ride e scherza con il suo paziente sciatico, l’attimo dopo è steso sulla sua scrivania.
Le ultime parole pronunciate sono: «Ditelo a Sofia». Ma dirle che cosa?
Sofia, che non sa darsi pace, decide di rintracciare l'ultimo paziente di suo padre.

Istvàn è un bidello scorbutico.

Ironia della sorte, lavora nella scuola dove Sofia studia. Tutti lo temono, ma la ragazza deve farsi coraggio e chiedergli se Gàbor abbia detto qualcosa, qualunque altra cosa oltre a: «Ditelo a Sofia».
Quando bussa alla porta di Istvàn, Sofia si trova davanti un vecchietto con una caviglia rotta.
Il bidello è inciampato in un secchio di calce fratturandosi il legamento. Mossa a compassione, decide di accudirlo e di rimandare la domanda che tanto le preme.
Anche se la trama non sembra delle più felici, e la prima metà non sia caratterizzata da scene gioiose, il romanzo è divertente. La seconda metà della narrazione è, infatti, incentrata su una serie di malintesi che portano i personaggi a crescere, dimostrare il proprio amore per i loro cari e cambiare il destino di chi sta intorno.

Per chi ha amato il capolavoro di Magda Szabò, La porta, Ditelo a Sofia sarà un’esperienza interessante.

Lo stile di Magda Szabó è sempre inconfondibile e la schiera di personaggi che sfila davanti al lettore è eterogenea. È proprio questo, a mio parere, il punto di forza del romanzo: Istvàn, Gabòr e Sofia sono accompagnati da Judit, la madre di Sofia, Dòra e Marianne, le amiche della bambina, e da Màrta, insegnante della scuola.
Màrta è, forse, il personaggio più misterioso. Insegnante ma anche ex compagna di scuola di Judit, ha a cuore la salute e la tranquillità dei bambini, oltre la loro istruzione. È per questo motivo che al termine dei suoi studi, anziché procedere sulla via della ricerca accademica come Judit, Màrta ha scelto di diventare “solo” un’insegnante. Conosciuta per la sua professionalità e per il suo buon senso, la donna è solitaria ma non malinconica, ed è l’unica a cui i bambini non possono nascondere nulla. Quando Sofia finisce nei guai, sarà proprio Màrta, con l’aiuto di Istvàn, a trarla d’impaccio e riportare la pace tra Judit e sua figlia. Questo comporterà un cambiamento significativo nella vita delle tre donne, che cresceranno, scopriranno il loro valore e troveranno le rispettive vocazioni.
In questo senso, Ditelo a Sofia è un romanzo che parla soprattutto di ostacoli e di come le donne possono oltrepassarli.

Ditelo a Sofia

di Magda Szabó
Salani
Narrativa
ISBN 978-8867153466
Ebook 5,99€
Cartaceo 14,50€

Sinossi 

Budapest, estate 1957. Sofia ha undici anni e non riesce a capire il difficile mondo dei grandi intorno a lei. Timida e impacciata, studentessa mediocre e delusione continua per sua madre, Sofia aveva un buon rapporto solo con il padre, giovane medico stroncato da un infarto. «Ditelo a Sofia» sono le sue ultime parole, che diventano per la ragazzina un’ossessione. «Ditelo a Sofia»: ma cosa? Il desiderio spasmodico di conoscere l’ultimo messaggio del padre la spinge sulle tracce dell’unico testimone che era in ambulatorio in quel momento, il terribile signor Pongráz, l’anziano usciere della sua scuola. L’uomo nasconde, dietro la rabbia, un doloroso segreto, Sofia vede gli errori degli adulti, ma non giudica e cerca qualcuno che le voglia bene per quello che è. Insieme, l’anziano scontroso e la bambina troppo sensibile, cercheranno risposta alla loro silenziosa domanda d’amore. Da una scrittrice che ha segnato la letteratura del Novecento, conosciuta dal grande pubblico per il suo capolavoro La Porta, un romanzo lieve e profondo, che parla una lingua senza tempo e dipinge i moti dell’animo nelle loro più sottili sfumature, rendendo straordinarie vite ordinarie.


Giulia Mastrantoni
Ho collaborato per quattro anni all’inserto Scuola del Messaggero Veneto. Scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada e ora vivo in Australia. Ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
La forma del sole, Gli Scrittori della Porta Accanto.
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L'occhiata: un racconto di Giulia Mastrantoni

L'occhiata: un racconto di Giulia Mastrantoni

L'occhiata: un racconto di Giulia Mastrantoni

Inediti d'autore Racconto di Giulia Mastrantoni. L'occhiata: Maria, Angela, Ugo e Aurelio, quattro amici, i giardinetti di paese, i ricordi d'infanzia.

Ci si incontrò ai famosi “giardinetti”, quelli dove tutti m’avevano avvisato di non andare. Io ci vo, m’ero detto, ché mal che vada me ne torno a casa. Ero in ritardo, ma tanto io so’ sempre in ritardo. E poi le uscite in comitiva non iniziano mica puntuali.
Ugo, ricordi del 1988

Venimmo invitate entrambe ai “giardinetti”. Non pensavamo che fosse una cosa particolarmente bella, ma non era neppure così strana. Magari voleva conoscerci entrambe, ci dicemmo, per capire chi di noi due gli piacesse davvero. Arrivammo lì puntuali e lo trovammo seduto su una panchina all’ombra di un albero. La prima cosa che facemmo, fu arrotolare l’elastico della gonna per mostrare più coscia.
Maria e Angela, ricordi del 1990

Il giorno in cui andai ai “giardinetti” non avevo grandi aspettative. Sapevo che nell’opinione comune era un luogo di non ritorno, ma non ci credevo. Quello che mi preoccupava, però, era che potessero esserci i bulli della scuola. Bella cazzata che hai fatto, mi sarei detto in quel caso, e avrei provato a darmela a gambe. Un piano di fuga di merda, con il senno di poi!
Aurelio, ricordi del 1990

Oggi, 2020

Siamo seduti al nostro solito tavolo. Ugo con il suo caffè lungo che mi fa ribrezzo solo a vederlo, Maria e Angela con la loro spremuta d’arancia senza semi (una scelta parecchio discutibile) e io, l’unico del gruppo che ci capisca qualcosa di caffè, con il mio espresso doppio.
«Magari ci si è pure ragionato su, prima di decidere ‘sta cazzata!»
L’accento toscano di Ugo si è affievolito con gli anni, eppure certe parole ancora non gli riesce di pronunciarle correttamente (o magari fa solo finta).
«Di certo non sarebbe il primo parco che viene distrutto» commenta Maria. «Però di tanti parchi...»
«Parco! E chiamali per quello che sono: i giardinetti!» sbotto. «Parco!» aggiungo poi a mezza voce.
«Fammi leggere di nuovo» si intromette Angela, l’unica di noi che potrebbe davvero fare strada nella vita e che, invece, è rimasta al palo.
Mi sono detto spesso che Angela è una donna da sposare, la donna ideale per me, in effetti. Peccato che si sia fatta mettere incinta a sedici anni da quel coglione di Corrado, il bullo della scuola, per l’appunto.
Inutile dirlo, Corrado si diede alla macchia non appena il fratello di Angela, quell'ammasso di muscoli e zero materia grigia di Piero, mise in giro la voce che ci avrebbe pensato lui ad “aggiustare le cose”. E così non solo non ho sposato Angela, ma mi sono trovato pure a portarla in ospedale sul mio motorino blu quando ha avuto le doglie.
«Toh, tientelo pure se vuoi.» Le passo il giornale nel quale viene annunciato che i nostri giardinetti diventeranno una piazza di merdosissime piastrelle bianche “dove grandi e piccini potranno ritrovarsi.” Che cazzo significa, io proprio non lo so.
«Mah, io ‘on mi stupisco più di niente» dice Ugo. «Ha chiuso tutto qua ’ntorno. La fabbrica del latte, la libreria di Gigino»

«E che c’entra che i business chiudono? I giardinetti non sono mica un’attività commerciale.»

«Ah, Marì, il corso in Digital Coso t’ha fatto male. I ‘business’.» Ugo ridacchia. «Gigino manco ‘o sa che l’è un business.»
Maria lo fulmina con lo sguardo.
«Possiamo tornare a parlare dei giardinetti?» mi intrometto, cercando di riportare la conversazione nella direzione che desidero: quella delle lamentele (grande invenzione, le lamentele).
Maria e Ugo si guardano con quel loro solito astio che in realtà è solo lussuria non consumata.
Gliel’ho sempre detto, io, che devono farsi una serata romantica e boom, passa la paura.
«Non so» dice Angela. «Non mi capacito del fatto che si possano distruggere i nostri giardinetti.»
«Non è distruggere» puntualizza Maria. «Stanno solo ripulendo la zona. Vedi? È scritto qui.»
«E lo chiami ripulire?» mi intrometto di nuovo. «Che cazzo di pulizia è se sradicano alberi per sostituirli con ‘ste piastrelle del cazzo?»
«Dai, non sono piastrelle» risponde lei. «Vogliono solo...»
«Sono d’accordo con Aurelio, Mary,» la interrompe Angela (l’ho già detto che me la dovrei sposare?). «Non voglio buttarla sul drammatico, neh, però che ci si liberi degli spazi verdi con il climate change...»
«Quindi cos’è che si fa?» chiede Ugo, che comunque di toscano ha sempre avuto ben più che il suo (forzato, diciamolo!) accento (era cocciuto come una fottuta piastrella bianca).
C’è un attimo di silenzio. Ugo è l’unico del gruppo che ha sempre avuto una malsana mania di “fare”. Noialtri siamo spiriti contemplativi, più meditativi, per capirci.
«In che senso?» chiedo io.
«Come in che senso? Fammi capire, Aurè: prima ti lamenti e ci tieni qua durante tutta la pausa caffè a parlare dei giardinetti, poi ti chiedo che si fa e tu mi dici ‘in che senso’?»
Rimango nuovamente in silenzio. La mancanza di voglia di fare che ha fagocitato un po’ tutti nella nostra ridente cittadina non è mai riuscita a prendersi Ugo.
«E io che c’entro? Se l’amministrazione decide, io che devo fare?» ribatto, determinato a lamentarmi.
«E la dài vinta all’amministrazione?» è la risposta di Ugo.
«Ha ragione, sai?» mi dice Angela indicando Ugo con un cenno del capo. «Se ci teniamo davvero ai nostri giardinetti, perché non ci diamo da fare per una buona volta?»
«In che senso?»
Questa volta è Maria a pronunciare la domanda più significativa del mondo.
«Hai capito in che senso. La vita va a puttane da queste parti, è inutile negarlo. Non dico di rivoluzionare tutto, ma almeno i giardinetti!»
«Ma sei seria?» chiede ancora Maria.

Angela espira come se quel gesto le costasse fatica. «Tu sei felice?» chiede poi a Maria. 

«Rispondi sinceramente.»
Maria rimane a guardarla senza rispondere. È un modo come un altro per dire che col cazzo che lo ammetterebbe, ma che no, non è felice per niente.
«Appunto» conclude Angela, «Però cos’è che fai per cambiare le cose? Non ti dico di fare niente di grosso, neh, però potremmo pure lanciarla una petizione.»
Ironia della sorte, Maria è la persona più adatta per una cosa del genere: dopo aver terminato il liceo con ben due anni di ritardo, è rimasta a fare la casalinga con sua madre, mentre suo padre si barcamenava a fare il peggiore di tutti i freelance, l’avvocato. Un fiotto clienti, ma quelli paganti erano sempre meno e i delinquenti che te lo mettevano nel culo dopo essersi avvalsi dei tuoi servigi non facevano che aumentare.
Dopo cinque anni di vita da Donna del Focolare, Maria si era iscritta a un corso per diventare Social Media Manager e Marketing Expert. Il corso era online e sarebbe durato circa dodici mesi. Lei lo ha completato in quarantotto e attualmente lavora quattro ore a settimana come social media manager della gelateria di Palantiucchi (il cui nipote è stato difeso in tribunale dal padre di Maria almeno tre volte). Certo, non è la Social Cosa più quotata sul mercato, ma di sicuro i giardinetti non farebbero gli schizzinosi.
«Io, comunque, non sono infelice» si intromette Ugo. «E non sono infelice perché mi faccio il culo.»
E, in effetti, il caro vecchio Ugo se la cava discretamente: toscano di genitori toscani, ha traslocato nella nostra ridente cittadina all’età di dodici anni. Suo padre ha aperto un negozio di ortaggi che ha fatto la fortuna della famiglia grazie alle verdure cotte dalla signora Rosalba, sua moglie. A diciott’anni, Ugo è entrato nell’azienda di famiglia per “ampliare le nostre prospettive”.
«E tu? Tu sei felice?» chiedo allora ad Angela, che si meriterebbe di esserlo più di chiunque altro io conosca.
Abbassa lo sguardo. Tra di noi, è quella che ha avuto più sfortune: dopo che Corrado se ne è andato, Angela ha partorito Alice, una bambina bellissima ma diversamente abile. Da allora, Angela è madre full-time.

«Sì, dai» risponde Angela dopo una lunga pausa. «Io ho Alice. Sono fortunata.»

«E ad Alice garbano i giardinetti?» chiede Ugo, del tutto inconscio della figura di merda che ha appena fatto. «Se ad Alice garbano, allora.»
«Alice gioca ai giardinetti tutti i giorni insieme alla nonna» lo interrompo io, che invece so bene che quel coglione di Corrado ha messo incinta Angela proprio ai giardinetti e che da allora Angela si è rifiutata di tornarci.
«Comunque» prosegue lei sorridendomi di sfuggita, «io questa volta voglio fare qualcosa per salvare i giardinetti.»
La guardo senza sapere cosa rispondere. Angela è intelligente, un’intelligenza al di sopra della media, ma l’impresa mi sembra a dir poco disperata.
«E pure io» si aggrega Ugo, suscitando così un altro sorriso meraviglioso da parte di Angela.
Poi, Angela si volta verso Maria: «E tu? Tu vuoi darci una mano con la petizione?»
Maria sembra tentata di dire di no (e la capisco). Io stesso sono in procinto di dire che l’ultima cazzata che mi serve è lanciare una petizione. Le possibilità che si riesca a far cambiare idea all’amministrazione sono esigue, se non inesistenti, mentre quelle che si riesca a coinvolgere la cittadinanza sono proprio pari a meno infinito.
Angela è ancora intenta a guardare Maria, fiduciosa che la risposta sarà un sì. È veramente bella, una di quelle persone che nella vita non hanno mai potuto fare un granché, ma che avrebbero le capacità per fare tutto. Angela è veramente speciale, una di quelle persone che meritano tutto.
«Vabbè, dai, vi do una mano anch'io. Ma niente di grosso» aggiungo prima che Maria possa dire alcunché. La osservo cambiare espressione. L’ho messa alle strette e non se l’aspettava. La guardo mentre pensa a cosa fare, a come dire che non vuole saperne nulla della petizione. Attendo pazientemente, pronto a sentirla imbastire una qualche scusa per tirarsi indietro.
«E che cazzo, va bene!» dice invece Maria dopo un lungo silenzio. «Ci sto!»
Angela sorride.
Poi ci scambiamo tutti e quattro un’occhiata di quelle che descriverle è inutile: devi essere lì, farne parte, sentirle solleticarti l’anima. Ci scambiamo l’occhiata che, chissà, magari cambierà il destino della nostra ridente cittadina.


Giulia Mastrantoni
Ho collaborato per quattro anni all’inserto Scuola del Messaggero Veneto. Scrivo per il mash up online SugarPulp e per la rivista dell’Università di Trieste Sconfinare.
Dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, ho iniziato un periodo di studi in Canada e ora vivo in Australia. Ma, dovunque sia, scrivo.
Misteri di una notte d’estate, ed. Montag.
One Little Girl – From Italy to Canada, eBook selfpublished.
Veronica è mia, Pensi Edizioni.
La forma del sole, Gli Scrittori della Porta Accanto.
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