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Tecnologia e disabilità: un impegno di Informatici Senza Frontiere

Tecnologia e disabilità: un impegno di Informatici Senza Frontiere

Tecnologia e disabilità: un impegno di Informatici Senza Frontiere

Lifestyle Di Stefania Bergo. Tra gli obiettivi di Informatici Senza Frontiere, lo sviluppo di soluzioni tecnologiche per aiutare i disabili a comunicare, essere indipendenti e inseguire le proprie passioni.

Per chi non è un nativo digitale, come lo sono io, la totale dipendenza dalla tecnologia può sembrare un limite, un'abitudine che indebolisce le nostre abilità fino a sopirle. Perché ci hanno insegnato a fare i conti "a mente", a usare il cellulare solo per telefonare, a leggere libri di carta e chiacchierare con gli amici seduti sul muretto della piazza, magari con una birra in mano. Ma il mondo è inesorabilmente cambiato e non necessariamente in peggio. Ce ne siamo accorti soprattutto con questa pandemia: abbiamo sperimentato quanto la tecnologia possa venirci in aiuto per soddisfare delle necessità, per farci sentire più vicini.

Chi ha una disabilità sa da tempo che la tecnologia può essere anche buona.

L'Associazione Informatici Senza Frontiere APS si impegna per la riduzione del gap tecnologico nei paesi in via di sviluppo o in situazioni disagiate qui in Italia. In pratica, sviluppa software e app e fornisce hardware laddove c'è un bisogno da soddisfare.
Per la disabilità hanno progettato più di qualche soluzione, completamente open source, per aiutare le persone ad avere una vita il più indipendente possibile, a inseguire le proprie passioni, a comunicare con gli altri.
Di seguito, una carellata delle loro soluzioni più utilizzate.

I.S.A. – I Speak Again

È un comunicatore gratuito mediante sintesi vocale per quelle persone che non sono più o non sono mai state in gado di parlare autonomamente. È disponibile in versione offline installabile o in versione web application.

Per saperne di più: I.S.A. – I Speak Again

I.M.A. – I Move Again

È un’estensione di I Speak Again per pazienti con gravi disabilità motorie, che funge da interfaccia per sedia a rotelle motorizzata.
Mediante l’interfaccia Arduino opportunamente programmata, I.M.A. permette il movimento della sedia mediante eye tracking, cioè guidato dal solo movimento della pupilla, in modo da restituire una mobilità autonoma alle persone impossibilitate al movimento ed alla parola.

Per saperne di più: I.M.A. – I Move Again

Musical Instruments for Disabilities

Nell’ambito della partnership con l’associazione AccordiAbili, presieduta dal maestro Vincenzo Deluci, Informatici Senza Frontiere mette a disposizione il proprio know-how per progettare e realizzare strumenti musicali per persone con disabilità. Il primo progetto ha dato vita alla tromba elettromeccanica ELMECII, suonata dallo stesso maestro Deluci.

Per saperne di più: Musical Instruments for Disabilities

IoT: aiuto in casa per persone fragili

Il progetto realizza un sistema IoT – Internet of Things – a supporto della quotidianità delle persone fragili che vivono sole con l’obiettivo di migliorare l’esperienza di vita in casa riducendo i rischi di incidenti domestici, facilitando le comunicazioni con amici e parenti e semplificando la quotidianità sia per gli assistiti che per i famigliari/caregiver.

Per saperne di più: IoT: aiuto in casa per persone fragili

Paperboy/Strillone

È una applicazione progettata per smartphone, tablet e PC desktop, che consente alle persone non vedenti o con gravi problemi di visione di sfogliare il proprio quotidiano preferito, ad esempio, e ascoltare le notizie mediante la sintesi vocale integrata, utilizzando semplicemente i quattro angoli dello schermo.
L'applicazione è stata finalista al premio mondiale dell’ITU, agenzia delle telecomunicazioni delle Nazioni Unite ed è presente nel documento di stocktaking dell’intero 2014, come Best Practice adottata in Italia.

Per saperne di più: Paperboy/Strillone

Quadri tattili – Sensoltre

Il primo percorso multisensoriale al buio tra quadri tattili (opere di Giovanni Pedote in arte Giope, a cura di Emanuela Ferri) realizzato da ISF con l’ausilio della tecnologia NFC (comunicazione in prossimità).
Arte, Musica e Tecnologia si fondono in un percorso plurisensoriale, creando una nuova ed emozionante realtà espositiva.

Per saperne di più: Progetto quadri tattili – Sensoltre | www.sensoltre.org

Progetto SL@: sostegno psicologico online

Il progetto offre ai malati di SLA un sostegno psicologico online e un gruppo di auto mutuo aiuto attraverso internet in tutto il territorio nazionale. La rete permette di mettere in contatto persone lontane o con maggiori difficoltà comunicative/motorie, utilizzando il web.
I malati e familiari, in contatto tramite chat/piattaforma online, potranno ricevere sostegno psicologico senza spostarsi dalla loro abitazione.

Per saperne di più: Progetto SL@: sostegno psicologico online

TECH4SEE. Tecnologia digitale applicata alla formazione scolastica dei non vedenti di Beira, Mozambico

Il progetto nasce con la volontà di offrire ai ragazzi ospiti del Centro per non vedenti I.D.V. di Beira (Mozambico) maggiori possibilità di accesso alle lezioni scolastiche e di conseguenza maggiori possibilità lavorative. Il centro è gestito dal 2002 dai Padri della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù e Maria e ospita 107 persone tra bambini, ragazzi e adulti non vedenti provenienti da tutto il paese. L’età media degli ospiti é tra i 5 e i 14 anni. Il Centro si occupa della formazione degli ospiti, attraverso attività che contribuiscono al raggiungimento della piena autonomia di vita.
Dal 2012 Informatici Senza Frontiere collabora con il Centro in loco e nel tempo ha avviato un’aula di informatica attrezzata con dispositivi digitali, come Ipad e MacMini, ha fatto formazione e realizzato una Biblioteca Virtuale. Attraverso un monitoraggio costante, ISF valuta lo stato delle attrezzature informatiche, segnalando eventuali necessità di riparazioni o sostituzioni, e segue l’avanzamento della formazione degli ospiti del Centro, insieme al supporto da remoto del project manager dell'Associazione, l'ing. Alessandro Domanico.

Per saperne di più: TECH4SEE. Tecnologia digitale applicata alla formazione scolastica dei non vedenti di Beira, Mozambico


Stefania Bergo

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Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in viaggio

Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in viaggio

Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in viaggio

People A cura di Claudia Gerini. Intervista a Patrizia di Flumeri, presidentessa di Cuori in Viaggio, un'associazione che si occupa di bambini e anziani a Zanzibar.

Personalmente sono molto sensibile quando si parla di Africa, se poi si va nello specifico e si parla di Zanzibar inizia a battermi forte il cuore. Se oltre all’Africa e a Zanzibar aggiungiamo i sorrisi dei bambini allora mi si scioglie proprio!
Oggi voglio raccontarvi la storia di Cuori in Viaggio, un’associazione che opera a Zanzibar e che si occupa di bambini e non solo. Ho conosciuto questa realtà su Facebook, acquistando dei pacchetti di spezie in occasione del Natale – il curry più buono che abbia mai assaggiato!

Patrizia di Flumeri è la presidentessa dell'associazione Cuori in Viaggio. Benvenuta sul webmagazine Gli Scrittori della Porta Accanto. Chi sono e di che cosa si occupano i cuori in viaggio?

Cuori in Viaggio nasce ad agosto del 2018 dall’idea di otto soci fondatori, tutti amanti dell’Africa e del volontariato. Eravamo già sostenitori di un’associazione che operava in alcune realtà a Zanzibar, tra cui l’asilo di Kidoti, nel nord dell’isola. Durante una delle nostre vacanze io e l’attuale vice presidente, siamo stati convocati dallo Sheha del villaggio, l’equivalente del nostro sindaco, e dal comitato scolastico. Erano stati abbandonati già da due anni dalla precedente associazione che li sosteneva ed essendo senza fondi rischiavano di chiudere la scuola. Abbiamo deciso di non lasciarli soli e di costituirci come associazione regolarmente registrata sia in Italia che a Zanzibar, in modo da essere totalmente trasparenti con i nostri progetti, le nostre raccolte fondi e i nostri bilanci.

Che cosa siete riusciti a fare?

Grazie ai sostegni annuali siamo riusciti a dare gli stipendi alle dieci maestre che insegnano nell’asilo. Inoltre garantiamo un pasto al giorno ai bambini, una merenda a base di porridge o, una volta alla settimana, a base di banana, biscotti, latte o succhi. Ma oltre all’insegnamento e all’alimentazione, Cuori in Viaggio si occupa anche della salute dei bimbi. Sempre con l’aiuto delle donazioni garantiamo visite mediche e dentistiche a 105 bambini. Forniamo acqua in bottiglia in attesa di terminare l’impianto di depurazione dell’acqua offerto da una ditta, la 3i group, i cui lavori hanno avuto una battuta d’arresto a causa del Covid. Abbiamo anche costruito un’area giochi e il muro di cinta dell’asilo rendendo la struttura più sicura.

Cuori in Viaggio ha come obiettivi interventi a favore di persone svantaggiate e particolarmente bisognose, sia in Italia che all’estero, con particolare attenzione alle fasce più deboli come bambini e anziani. In che modo vi occupate anche di quest’ultima categoria?

Quest’inverno abbiamo deciso di allargare il nostro aiuto anche ad una casa di accoglienza per anziani senza famiglia a Welezo, periferia di Stone Town, migliorando le condizioni di chi già si trova lì e aumentando i posti letto. Con Cuori in Viaggio elaboriamo progetti affinché venga tutelato e valorizzato il territorio, favorendo anche la promozione dell’artigianato locale. A questo proposito aiutiamo una cooperativa di donne di Kidoti incentivando la produzione di sapone locale e acquistandolo per poi rivenderlo nei nostri mercatini solidali, cosi come le stoffe locali. Per chi è interessato organizziamo anche viaggi solidali per far conoscere da vicino queste realtà.

Cuori in viaggio: un aiuto a bambini, anziani e realtà locali

Perché proprio Zanzibar e non un altro posto qualsiasi in Africa?

Per quanto mi riguarda è iniziato per caso, con una vacanza. La mia destinazione dovevano essere i Caraibi, invece mi sono ritrovata lì e l’incontro con i bambini mi ha cambiato la vita. Da lì è stato un susseguirsi di viaggi, anche due volte l’anno. Da quando esiste l’associazione, lavoro permettendo, mi fermo anche qualche mese per poter seguire da vicino i nostri progetti.

Ti capisco, sono stata a Zanzibar qualche anno fa ed ho ancora davanti agli occhi i loro splendidi sorrisi!

Quello che tutti mi fanno notare, e che anche io noto con tenerezza, è che da quando stiamo seguendo i bambini dell’asilo anche il loro approccio e il loro umore è cambiato. Se prima vedevamo spesso visini tristi, adesso quei bimbi ci riempiono di sorrisi. In particolare una bambina, Nasra, mi ha rapito il cuore. Non sorrideva mai e al momento delle visite mediche urlava e piangeva, tanto che per tre volte di fila non riuscimmo a farle fare nulla. Un giorno cercai di distrarla tenendola in braccio tutto il tempo, cantandole delle canzoncine e mostrandole il telefono. Cosi riuscimmo a fare il prelievo di sangue con lei che mi guardava supplicante con le lacrime agli occhi. Ho pensato che mi avrebbe odiata per sempre! Invece piano piano Nasra ha cominciato a sorridere e quando arrivo all’asilo mi corre incontro e mi abbraccia. Il suo sorriso è sempre stato il mio orgoglio più grande. Un altro bambino, Hussein, è speciale per me. Lo conosco da quando è nato perché è figlio di una delle maestre. Lui mi ha scelta. Mi ha preso per mano e non mi ha lasciato più. Quello che mi ha sempre stupita è la loro iniziale riluttanza a farsi baciare e coccolare. Non sono abituati. Adesso sono loro che vengono a cercare le coccole e mi chiedono un “busu” (bacio) ed io me li bacio tutti!

Siamo tutti ancora in emergenza sanitaria ed economica per colpa del Covid. È cambiato il modo di operare di Cuori in Viaggio?

Cerchiamo di tenere monitorata sia l’emergenza sanitaria a Zanzibar, dove per fortuna non c’è stata un’alta mortalità come in Italia, sia quella economica. Zanzibar come tutti i luoghi che vivono di turismo ha subito un duro colpo con la chiusura anticipata della stagione.
Anche qui da noi in Italia la situazione si è fatta molto preoccupante. Persone e famiglie intere che sono state private anche di un reddito base. Da qui l’idea di produrre mascherine, in seguito anche alle molte richieste da parte dei nostri sostenitori. Grazie all’opera di volontarie, che si sono offerte di cucirle utilizzando le stoffe zanzibarine, grazie ai social dove abbiamo promosso questa iniziativa, abbiamo potuto raccogliere un po’ di soldi. Abbiamo poi deciso, in collaborazione con i servizi sociali di Bellaria Igea Marina, dove ha sede la società, di provvedere all’acquisto di cibo e prodotti sanitari per la casa e la persona facendo dei pacchi da distribuire alle famiglie in difficoltà.

Come può fare una persona che volesse contribuire ai vostri progetti? Come si fa ad aiutare Cuori in Viaggio?

Chi volesse aiutarci può farlo in diversi modi. Può semplicemente diventare un nostro socio, pagando la quota associativa annuale e ricevendo anche un nostro gadget. Oppure può compare i nostri prodotti zanzibarini come le spezie, le borse e i vestiti, facendo una donazione libera al nostro Iban o direttamente sul nostro sito www.cuorinviaggio.com.
O ancora può sostenere annualmente i nostri bambini garantendo loro la quota annuale per l’asilo, la divisa, la merenda giornaliera e le visite mediche. Tutte le donazioni possono essere scaricate sulla dichiarazioni dei redditi recuperando fino al 30% della spesa.

Ringrazio Patrizia Flumeri, è stato davvero un piacere conoscere la sua Associazione. Se siete curiosi di approfondire tutte le iniziative di Cuori in Viaggio, cercateli su Facebook o su Instagram cuorinoprofit. Sarete abbagliati, come me, dallo splendido sorriso dei bambini!




Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, StreetLib – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Telma, PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni
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Volontariato nei paesi in via di sviluppo: qualche consiglio

Volontariato nei paesi in via di sviluppo: qualche consiglio

Volontariato nei paesi in via di sviluppo: qualche consiglio

Di Stefania Bergo. Ho iniziato nel 2004 ad andare in Kenya. Poi ci ho vissuto due anni. Sulla base della mia seppur breve esperienza, ecco qualche semplice consiglio per muovere i primi passi di volontariato nei paesi in via di sviluppo.

Ho ricevuto, proprio ieri, un messaggio da una mia ex studentessa, ora laureanda. Mi ha confidato di avere da un po' un profondo desiderio di andare a fare volontariato in Africa per qualche mese, subito dopo la laurea. E nutrendo comprensibili timori – «non ho mai fatto viaggi lunghi e non sono mai stata via di casa per più di una settimana» – si chiedeva se mai avrebbe trovato il «coraggio di partire per un'esperienza del genere», pur sentendo chiaramente il bisogno di andare. E ha chiesto a me qualche consiglio.
Ho iniziato a risponderle, ma poi mi sono accorta di essermi dilungata un po' troppo. Ed è giusto così, perché una richiesta del genere, fatta con il cuore in mano, aspettandosi delle risposte, non va presa alla leggera.
Ho pensato, quindi, di scrivere questo articolo, perché forse c'è più di qualche Emma – uso il nome di mia figlia – che sente lo stesso bisogno, in questo momento. E magari può trovare utile una chiacchierata con chi in Africa ha iniziato ad andarci sedici anni fa. Da sola. Senza esperienza.
Specifico che in tutto l'articolo parlo di volontariato internazionale, non di cooperazione allo sviluppo.

Andare in Africa a fare volontariato, non è un desiderio che ho sempre avuto dentro, come dicono molti.

Non ci avevo mai pensato prima di quel memorabile 2004, quando nel giro di una ventina di giorni ho sentito il bisogno di partire, ho preso la decisione e ho prenotato il volo, tutto d'un fiato! E sono arrivata in Kenya, a Matiri, con l'Associazione Un ospedale per Tahraka, per progettare un'ala Pediatrica.
E da allora, a chiunque mi parli del proprio desiderio di fare un'esperienza di volontariato in Africa dico: vai, se ne senti il bisogno vai! Perché è davvero un'esperienza formativa non indifferente, che ti segna profondamente e può cambiare la tua percezione della vita.
Questo non significa che lo faccia sempre e necessariamente in senso positivo, dipende anche dalle "condizioni al contorno" e da come è la persona che vuole fare suddetta esperienza.
Mi spiego meglio.


Alcuni animi sono terreno fertile per qualsiasi buona intenzione e le cose belle, come il voler fare qualcosa per gli altri, non possono che attecchire e dare buoni frutti. 

È il caso di Emma – la mia studentessa e, mi auguro, mia figlia. Ed è a loro che è dedicato questo articolo, è a loro che mi rivolgo.
Ma, di contro, ci sono tante persone superficiali che vogliono fare “terzomondismo” solo per darsi un tono o peggio ancora per sperimentare la loro professione. Ecco, per loro un’esperienza di questo tipo potrebbe essere indifferente, lasciarli esattamente come prima. O nausearli.
Perché, sebbene di bisogno personale si tratta – non lo nego e non voglio prendervi in giro – è bene distinguere tra bisogno di mostrarsi, come su un piedistallo o quando si indossa un vestito alla moda, e bisogno di mettersi alla prova, di fare qualcosa di concreto per gli altri, al di là delle chiacchiere.

Matiri e Kathwana - Kenya - PH Stefania Bergo

Sull'esperienza di volontariato gravano, come dicevo, anche le "condizioni al contorno".

Come la si vivrà dipende anche dalla realtà che si trova in loco – ospedale missionario, casa famiglia, scuola, supporto per bambini di strada, e via dicendo – dall'associazione con cui si parte, da altri volontari con cui si condivide l’esperienza, dal paese in cui ci si trova, dall'ospitalità della gente locale, pure dalla stagione che si incontra o dagli incidenti che possono accadere, grandi o piccoli che siano. Può capitare di trovarsi come compagni di viaggio le suddette persone superficiali, ad esempio, un’associazione non ben organizzata o addirittura farlocca, una realtà troppo dura da affrontare per la prima volta, una stagione delle piogge imprevista, avvertire di non essere accettati dalle persone del luogo, confrontarsi con tradizioni e usanze talmente lontane dalla nostra realtà da non riuscire non solo ad accettarle ma nemmeno a comprenderle, ammalarsi o trovarsi involontariamente a vivere situazioni spiacevoli. E questo può inficiare un’esperienza meravigliosa come quella del volontariato in paesi in via di sviluppo.

Non dico questo per scoraggiare, anzi.

Non sono in grado di garantire che sarà senza dubbio tutto positivo. Posso però promettere che non sarà tutto negativo, perché viaggiare da soli, imparare a cavarsela in situazioni a volte anche non piacevoli, è un’esperienza formativa che non ha prezzo. Anche io non avevo mai messo il naso fuori dall'Italia prima di quel 2004, mai fatto un viaggio così lungo da sola, mai preso un aereo da sola, mai dovuto parlare una lingua diversa dalla mia per farmi comprendere. Ma è stata senza dubbio l'esperienza più bella ed emozionante della mia vita – assieme a quella di conoscere mia figlia. Poi è successo altre volte, ovviamente, ma la prima non si scorda mai, è proprio vero, si avverte di crescere in un secondo di mille anni!
Forse non è il momento migliore per partire. Ma questo significa che avete un sacco di tempo a disposizione per organizzare per bene la vostra prima missione come volontari in paesi in via di sviluppo.


Sulla base della mia esperienza di volontariato in paesi in via di sviluppo, vi suggerisco di non essere sprovveduti e non confidare solo ed esclusivamente nella vostra buona stella.

Non andate allo sbaraglio, come ho fatto io, anche se poi è andato tutto meravigliosamente bene e forse non aver preparato il viaggio nei minimi dettagli ha fornito a tutta l'esperienza proprio la sua patina di indimenticabile prima volta.
Rivolgetevi ad Associazioni, Onlus o ONG che siano, grandi o piccole, che possano garantire assistenza nei vostri spostamenti, in modo che ci sia sempre qualcuno informato su dove siete e con chi, su quando arrivate/partite. Un'Associazione di volontariato che organizza missioni in paesi in via di sviluppo dovrebbe dare a chi parte la garanzia di supporto continuo. Non può scaricare il volontario che si trova ad affrontare situazioni sgradevoli o di pericolo, prendere da questo le distanze. Anzi, dovrebbe per prima cosa impegnarsi a evitarlo, con formazione preventiva e sistema organizzativo capillare in loco. Ma siccome l'imprevisto è sempre dietro l'angolo, dovrebbe avere solide spalle e (r)assicurazioni che supportino il volontario, senza mai abbandonarlo al suo destino. Quindi scegliete accuratamente un'associazione che vi garantisca quanto meno questi presupposti.

Fatevi sempre un’assicurazione di viaggio, iscrivetevi a Dove siamo nel mondo, comunicate la vostra missione all'ambasciata italiana locale.

Non esiste il «se l'è andata a cercare», perché anche nel paese in via di sviluppo più tranquillo la situazione può cambiare da un momento all'altro – chi viaggia e fa certe esperienze lo sa, meno quelli che se ne stanno sempre sul divano ma sembrano avere la verità in tasca; il Kenya, ad esempio, non è il paese pericoloso che hanno provato a descrivervi recentemente, anzi, è molto battuto dai turisti italiani da sempre, eppure gli imprevisti accadono, come abbiamo visto. È sempre bene comunicare la propria posizione e i propri spostamenti all'ambasciata italiana in loco e può essere utile iscriversi a Dove siamo nel mondo. Vi consiglio soprattutto di farvi una buona assicurazione sanitaria per eventuali problemi di salute o d'ordine interno del paese in cui vi trovate, per garantirvi assistenza o un rientro in patria in sicurezza. Ce ne sono moltissime tra cui scegliere, alcune anche con pacchetti su misura per viaggi di volontariato. Un'associazione seria dovrebbe pensarci per voi o almeno consigliarvi, ma se proprio volete fare per conto vostro, vi consiglio di leggere Assicurazione di viaggio sì o no? I consigli e le testimonianze.
Inutile dire che la prima volta non ho fatto nulla di tutto questo, purtroppo, ma l'esperienza insegna e ora che viaggio con mia figlia non manco mai di avere questi minimi accorgimenti.


Matiri e Clinic mobile - Kenya - PH Stefania Bergo

Informatevi sulle norme igieniche e sulle vaccinazioni necessarie.

Informatevi, presso le strutture sanitarie o sul sito del Ministero della Salute, sulle norme igieniche del luogo e a eventuali epidemie in atto. Oltre ai vostri farmaci abituali e quelli che vi possono servire in caso di dissenteria, febbre e vomito, che porterete con voi, provvedete alle vaccinazioni obbligatorie e alla profilassi antimalarica, se consigliata. In genere le associazioni hanno delle agevolazioni e possono venirvi incontro con richieste specifiche presso le ASL o rimborsando i costi sostenuti.
Io, ad esempio, ho fatto la vaccinazione contro il tifo e l'epatite A – che proteggono dall'ingestione di cibo e acqua contaminati nei locali lungo la strada, ad esempio, dove non ci sono garanzie di igiene – contro la febbre gialla, per chi vuole fare anche qualche safari, e la profilassi antimalarica – solo per viaggi della durata inferiore al mese.

Se possibile, anche se il viaggio per arrivare in loco lo farete in solitaria, per la prima volta cercate realtà dove potete incontrare altri volontari con cui condividere timori ed emozioni.

Soprattutto se avete intenzione di fermarvi a lungo. Capita, a volte, di sentirsi troppo soli  lo so bene, mi è capitato molte volte di sentirmi sola nei due anni in cui ho vissuto in Kenya, come direttore dell'ospedale che ho aiutato a costruire negli anni precedenti. Il che non è necessariamente negativo, ma, soprattutto se siete persone sensibili, il non aver qualcuno con cui confrontarsi potrebbe essere un peso che rischia di rovinare la vostra prima esperienza. Anche se la condivisione non dovrebbe mai essere forzata, o rischia di infastidire, invece di essere preziosa valvola di sfogo.

Sarebbe meglio partire con le idee chiare su cosa si potrebbe fare una volta arrivati, il che non necessariamente coincide con la propria professione. In ogni caso non dimenticate di farvi fare un visto per lavoro.

Partiamo dal presupposto che l'Africa, come gli altri paesi in via di sviluppo, non ha bisogno di essere salvata da noi. Anzi, forse dovremmo farci da parte e smetterla di sfruttare le sue ricchezze.
Detto questo, è lapalissiano che certe figure professionali, come i medici e gli ingegneri, ad esempio, possano intervenire laddove l'assistenza e le strutture dello stato siano carenti e dove manchino le possibilità. Ben vengano, quindi, i chirurghi che operano in ospedali missionari persi nel bush o in tende da campo tra le macerie di un paese distrutto dalla guerra. Ben vengano gli ingegneri che costruiscono ponti, strade, strutture sanitarie, opere idrauliche, impianti elettrici. Questo non significa che in Africa non ci siano medici e ingegneri o che siano meno bravi. Ma ce ne sono decisamente di meno e, soprattutto, chi non ha possibilità economiche viene dimenticato. Quindi i volontari si innestano in questi immensi strappi assistenziali degli stati e assicurano una più equa suddivisione delle risorse favorendone l'accesso anche ai meno abbienti. E per lo stesso motivo, dunque, sono parimenti preziosi gli insegnanti, gli educatori, gli idraulici, gli elettricisti, chiunque abbia esperienza di avviamento al lavoro, e così via.
Non sempre si riesce a mettere la propria competenza al servizio delle necessità. Se si riesce a farlo almeno in parte è meglio, altrimenti si rischia di non riuscire a trovare una collocazione. Una buona associazione dovrebbe formare i volontari, soprattutto quelli alle prime armi, e cercare di impiegarli in mansioni che siano in linea con le loro competenze o attitudini. Ma non si necessita solo di skills, in certi luoghi, è prezioso anche chi sa mettersi in gioco, al servizio della corrente contingenza e si sappia inventare, con umiltà, a seconda del bisogno.
In ogni caso, assicuratevi che l'Associazione con cui partite vi faccia avere un visto d'ingresso per lavoro della durata adeguata – e comunque superiore alla vostra permanenza prevista, non si sa mai dobbiate prolungarla – altrimenti avrete solo il permesso turistico e non potrete fare nulla se non il turista, appunto. In alcuni paesi i visti si richiedono direttamente nell'aeroporto di arrivo, altri devono essere richiesti prima della partenza e hanno lunghi tempi d'attesa. Assicuratevi di avere tutto in ordine prima di partire, che sia il timbro sul passaporto o l'informazione corretta.

Ospedale St. Orsola - Kenya - PH Stefania Bergo

Scegliete con cura il paese dove vorreste fare la vostra esperienza di volontariato e non scordate mai che siete gli ospiti, non i padroni di casa.

Ci sono paesi segnalati a rischio dalla Farnesina – che vi consiglio di consultare – alcuni solo parzialmente, altri nel loro complesso. Per esperienza posso dirvi che in genere le situazioni più critiche che ho incontrato si riferivano a zone di confine: tra due paesi, tra due etnie, tra due religioni. Ma non necessariamente questo accade. Togliendo alcuni pesi inseriti nelle liste nere mondiali, quelli ad esempio in cui ci sono guerre e genocidi in corso, in ogni paese a ben guardare ci sono luoghi in cui è meglio non andare o situazioni in cui è meglio non mettere il naso. Quindi è bene informarsi prima di partire. Spesso solo chi ne ha esperienza può riferire certe informazioni utili. Tenendo presente che non c'è nulla di assolutamente vero o falso, che anche il paese più tranquillo può risvegliarsi in preda a una guerra civile e che si può incorrere in situazioni pericolose sia che siamo volontari sia che siamo semplici turisti da villaggio all inclusive – non diamo colpe per eventi che esulano dalla nostra volontà, per cortesia, e pensiamo sempre che potrebbe capitare anche a noi.
È bene informarsi anche sulle usanze della gente del luogo, per evitare un abbigliamento o di fare qualcosa di involontariamente sconveniente o che ci metta in situazioni spiacevoli. Mai dimenticare che siamo ospiti in casa d’altri, quando viaggiamo all'estero, quindi entriamo chiedendo permesso e aspettando che ci venga concesso di avanzare. Non dovremmo mai recarci in qualche luogo con la presunzione di essere modelli da imitare o la pretesa di sradicare tradizioni e cambiare le usanze secolari in pochi giorni semplicemente imponendo la nostra volontà, dimenticando che anche da noi, in Italia, certe tradizioni e atteggiamenti non condivisibili sono duri a morire. Possiamo però portare il nostro punto di vista, il confronto e l'esempio: sono catalizzatori di cambiamento potentissimi.


C’è ancora un’altra cosa che vorrei aggiungere, e fa il paio con tutte le polemiche, e soprattutto le cattiverie, sentite su Silvia Romano. 

Non fatevi dire mai dagli altri in quale modo fare volontariato e soprattutto non fate mai sminuire le vostre buone intenzioni. Quegli stessi per cui il massimo del “fare qualcosa per gli altri o per il pianeta” il più delle volte significa condividere un meme su Facebook standosene sul divano non hanno alcuna voce in capitolo e non si dovrebbero mai permettere di criticare, soprattutto aspramente, la vostra scelta. Non esiste alcuna esperienza di volontariato fatta esclusivamente per il bene altrui. Pure aiutare i senzatetto alla Caritas qui in Italia, per dire, è comunque un atto che fa stare bene, appaga, anche noi stessi, nessuno lo fa esclusivamente per gli altri, non siamo santi.



Che male c’è se, oltre ad avere voglia di aiutare qualcuno, vogliamo anche fare un’esperienza per noi stessi? 

Se fatto nel modo giusto questa non è speculazione, anzi. Perché si potrebbe benissimo fare un viaggio in qualsiasi altro modo, se si cercassero solo emozioni forti ed esperienze di condivisione con la gente del luogo, ci sono moltissime realtà di turismo equo e solidale valide e autentiche. Se siete donne, poi, non fatevi mai – m a i – dare della «sciacquetta che vuole farsi una vacanza» per il vostro desiderio di aiutare! Magari dagli stessi che poi si scaricano la coscienza, quando si voltano dall'altra parte, con la cantilena sgraziata e petulante dell'«aiutiamoli a casa loro».

Ci sono motivazioni impossibili da far comprendere. 

Io stessa, che ho scritto due libri sulla mia esperienza – Con la mia valigia gialla e Mwende. Ricordo di due anni in Africa – fatico a raccontare le mie. Si tratta di sensazioni che nascono dal profondo, magari solleticate e riportate in superficie da qualcosa che abbiamo visto, dal racconto di qualcun altro, da un'emozione effimera. Il fatto è che non ha importanza. Sarebbe come voler giustificare perché si sceglie un corso di laurea o un certo genere letterario o il colore di un vestito. In ogni caso, di fronte a chi sa mettersi in gioco e spesso buttare all'aria carriere avviate o posizioni sociali invidiabili per un futuro incognito, sia esso una scelta di vita, una battaglia ideologica, una nuova impresa lavorativa o di volontariato in paesi in via di sviluppo, io mostrerei rispetto. Perché in mezzo a tanto menefreghismo e superficialità, avere ancora il desiderio di fare un'esperienza formativa e di volontariato, per se stessi e per gli altri, è da ribelli, di quelli che alle proteste fanno seguire le azioni. E questo lascia in bocca il sapore amabile della speranza in un futuro migliore.

Stefania Bergo
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Sheep, la neonata associazione di Saverio Tommasi per «filare la vita»

Sheep, la neonata associazione di Saverio Tommasi per «filare la vita»

Sheep, la neonata associazione di Saverio Tommasi per «filare la vita»

People A cura di Claudia Gerini. Intervista a Saverio Tommasi, giornalista, scrittore e fondatore della neonata associazione di volontariato Sheep Italia: «Cerchiamo di creare relazioni tra persone e lavoriamo sull’autostima e sull’autodeterminazione, attraverso i ferri da calza e la lana, per “filare la vita”».

Sheep Italia è un’associazione neonata fondata dal giornalista Saverio Tommasi. Ne ho sentito parlare sul web e mi ha molto incuriosita. Prima di tutto perché si parla di rapporti umani. La seconda cosa che mi piace molto è che riguarda inciampi e ripartenze, perché, diciamocela tutta, chi tra di noi non ha mai avuto un intoppo, non ha mai fatto uno sbaglio che ha cambiato, anche di poco, la sua vita? Perché a volte si riesce a ripartire, alle volte è come se ci arenassimo su una spiaggia, senza la forza di trovare una via d’uscita. Personalmente, penso che Saverio Tommasi sia una persona rara, sempre attenta a far conoscere storie di vita e pensieri positivi. Cosi mi sono fatta raccontare proprio da lui di che cosa si tratta e che cosa sia Sheep Italia.

Intanto, grazie a Saverio Tommasi per avere accettato di parlarci della tua associazione. Sono contenta di poterla far conoscere ai lettori degli Scrittori della Porta Accanto.
Ho conosciuto Sheep Italia attraverso i social dove tu l’hai presentata poco tempo fa. L’hai descritta come un pensiero fisso che da tempo ti era entrato in testa e al quale poi sei riuscito a dare vita. Di cosa si tratta? Ti sei imbarcato da solo in questa nuova avventura?

Sheep è un’associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di provare a costruire insieme qualcosa di caldo e di piacevole. Attraverso i ferri da calza e la lana insegniamo a realizzare capi di abbigliamento partendo dalla sciarpa, che è la più facile da realizzare, fino ad arrivare ad un maglione. Attraverso lo stare insieme, ha lo scopo di accarezzare le difficoltà che le persone hanno incontrato nella vita. Provare, attraverso la figura di un educatore o un’educatrice professionale, ad accarezzare le fragilità delle persone partendo dalle parole, dai ricordi, dalle immagini. Proveremo a dare valore alle storie personali e proveremo a farlo in una maniera collettiva molto simile allo andare a “veglia” che usava un tempo nelle grandi cucine, oppure nell’aia del borgo, dove le persone, principalmente donne, si riunivano e chiacchieravano lavorando a maglia. Sheep ha lo scopo di provare a dare dignità alle storie; durante gli incontri la figura dell’educatore, che non è psicologica, proverà a restituire il piacere della ripartenza. Tutti abbiamo avuto qualche caduta, qualcuno di questi inciampi si è protratto per troppo tempo. Ed è lì che Sheep vuole arrivare, per cercare di stare insieme aiutandosi e per cercare di “filare la vita”. Pensavo a questo progetto da ormai quattro anni e finalmente a giugno è diventato realtà. Non sono solo in tutto questo. Stiamo provando a crescere, sedimentandoci per diventare terreno fertile su cui continuare a costruire.

Il nome di questa associazione, che ci tengo a sottolineare come hai sempre fatto anche tu è senza fini di lucro e dalla quale, quindi, non ricaverai un euro, è molto evocativo. Sheep in inglese significa pecora. Perché proprio questo nome? E più che altro, perché proprio il lavoro a maglia come punto di ripartenza?

Il nome ha a che fare con la lana e con lo stare in gruppo. Ci siamo ispirati alla pecora, un animale che di solito è presentato come pavido, impaurito, sciocco, che sta in gregge. Io credo, invece, che sia un animale simpaticissimo che ci dona uno dei materiali più preziosi, la lana, e dal quale ci piaceva ripartire. È un animale caldo, che dà tanto e ci chiede poco. Ci piaceva questa cosa “chiede poco, dona tanto”. Noi proviamo ad essere meravigliosi quasi quanto una famiglia di pecore. E poi sono sorprendenti, non è vero che se una si butta dal burrone tutte le vanno dietro! Le pecore ti sorprendono ed è quello che proviamo a fare anche noi.
Quando ho pensato questo progetto ho pensato alle vite. Alla mia, a chi mi sta intorno e alle persone che ho incrociato una volta e poi non ho più rivisto. Ma alcuni pezzetti delle loro storie mi sono rimasti appiccicati addosso. E perciò con loro in mente, e pensando che tra me e loro non ci fosse poi alcuna differenza, ho pensato che era possibile fare qualcosa in maniera calda, colorata e divertente.

Il lavoro a maglia, i gomitoli di lana mi ricordano tanto la mia nonna. Ricordi di casa, di nonna sulla sua poltrona che mi faceva i maglioni e che ogni tanto, anche se protestavo, me li provava durante la lavorazione per vedere se erano giusti. Quali sono i ricordi che ti hanno ispirato nella creazione di Sheep?

Mi hanno ispirato proprio questi ricordi. La mia zia Lisina e le copertine che mi faceva per una quaglia che avevamo a casa e che usava per depositare le sue piccole e preziose uova. La zia Lisina è ancora viva ed è molto anziana. Tecnicamente non è una zia di sangue ed ha avuto sempre con sé un sacco di malattie. Anche nel lavorare la lana sbagliava spesso e allora tornava indietro, a volte su suggerimento della mia nonna che le diceva: rifalla. Magari lei sbagliava di nuovo e tornava ancora indietro fino a che non lo faceva bene. Allora era tutta contenta e ci donava queste coperte per la quaglia. La copertina era una scusa per creare qualcosa di gentile per i nipotini. Era un atto di gentilezza estremo che partiva dal lavoro delle mani e dalla voglia di fare del bene. E allora, partendo dal lavoro delle mani e dalla voglia di fare del bene, vogliamo insegnare a fare qualcosa di caldo, che possa restare alle persone. Non sono corsi professionali ma alla fine si insegna un mestiere che può essere utile alle persone per vestirsi, per creare qualcosa da regalare a chi ami o perché no, anche rivendere.
Cerchiamo di creare la relazione tra le persone e si lavora sull’autostima e sull’autodeterminazione, cioè il poter scegliere. Loro scelgono, ed è bellissimo perché, quando una persona attraversa un momento di difficoltà, perde la facoltà di scegliere. Anche a questo miriamo, “all’autodeterminazione con bellezza”.

Questa associazione è appena nata. Hai già dei progetti in cantiere? Che cosa ti aspetti da Sheep?

I progetti in cantiere sono iniziare a lavorare in questi gruppi. E sta avvenendo, siamo alle porte e manca davvero pochissimo per l’inizio effettivo degli incontri. C’è un misto di ansia e di emozione. Chissà come andrà? Andrà meravigliosamente bene perché non può andare in un’altra maniera.


Sheep ha lo scopo di provare a dare dignità alle storie. Tutti abbiamo avuto qualche caduta, qualcuno di questi inciampi si è protratto per troppo tempo. Ed è lì che Sheep vuole arrivare, per cercare di stare insieme aiutandosi e per cercare di “filare la vita”.

Saverio Tommasi

Chi volesse contribuire o dare una mano come può fare?

Abbiamo bisogno di un sostegno sia sentimentale che economico. C’è bisogno che le persone ne parlino, raccontino queste storie e le facciano girare e per questo ringrazio anche voi con affetto. Ma c’è anche bisogno di un sostegno economico con donazioni singole o regolari che ci danno la possibilità di poter programmare le varie attività. Una donazione piccola, nove euro al mese, circa 30 centesimi al giorno, che ci servono davvero a progettare gli interventi nei gruppi, a pagare le varie spese come gli educatori, il sito internet o il commercialista. Né io né gli altri soci guadagneremo mai un centesimo da tutto questo e il tutto sarà fatto in modo totalmente trasparente. In questa associazione ho messo i primi 5.000 euro a fondo perduto per dare le prime gambe su cui partire. Ma è un fondo perduto a livello tecnico perché sono a fondo di meravigliosa crescita. Sono proprio felice, altro che fondo perso, sono a fondo che per me ha un valore inestimabile. Abbiamo una pagina Facebook Sheep Italia e un sito internet www. sheepitalia.it e faremo anche degli incontri aperti nei gruppi. Si può anche contribuire in altre maniere. Ad esempio se uno abita in zone limitrofe rispetto a quelle da cui partiremo, e sa lavorare a maglia, può diventare volontario e venire con noi in questi gruppi. Che poi sarà una modalità per filare, per stare insieme proprio come una “veglia” lavoreremo in cerchio piano piano, sorseggiando del buon caffè o tè. Avremo molta cura della lentezza perché curiamo la lentezza nei rapporti, nello stare insieme.

Un’ultima curiosità. Ci avviciniamo al Natale, che regalo chiederesti per Sheep? E per te?

Il regalo migliore per me sarebbe quello di dare a Sheep delle gambe più solide sulle quali vivere. Ce le stiamo costruendo ma non è facile, né scontato che ci si riesca. Noi ci vogliamo distinguere per la totale trasparenza e per il fatto che non verrà sprecato neanche un centesimo. Fate un regalo anche voi ai progetti, alle persone a cui riusciremo a dare un’autonomia nel lavoro, nella relazione e nella gestione dei propri sentimenti. La cosa migliore è fare una donazione partendo da sheepitalia.it, quella può essere un modo per regalare ai progetti, alle persone e ai sentimenti autonomia, facendo un regalo anche a noi stessi. Perché noi non siamo altro che le storie e le persone che ogni giorno incrociamo e perciò regalando agli altri è come regalare un pezzettino a noi stessi. Perché, in fondo e all’inizio, non c’è differenza tra se stessi e gli altri.

Grazie Saverio Tommasi, per il tempo che ci hai dedicato e per quello che provi a fare ogni giorno: rendere il mondo intorno a noi un po’ più gentile. In fondo può essere una bellissima idea donare del tempo e un pensiero agli altri, che potremmo essere noi.




Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere il suo primo romanzo, uscito in prima edizione per Lettere Animate.
Il sogno di Giulia, StreetLib – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni (seconda edizione).
Telma, PubMe – Collana Gli Scrittori della Porta Accanto Edizioni
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Sogno di studiare: il sostegno a distanza dell'associazione Bhalobasa, di Claudia Gerini

Sogno di studiare: il sostegno a distanza dell'associazione Bhalobasa, di Claudia Gerini

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L'associazione Bhalobasa opera in India, Uganda, Repubblica democratica del Congo, Tanzania e Burkina Faso. Sogno di studiare è il suo progetto di sostegno a distanza per aiutare i bambini dei paesi più poveri del mondo.

Alla fine l'ho fatto. Dopo tanto pensare, ponderare, valutare le varie associazioni che si occupavano di sostegni a distanza, un giorno, di fronte a un'associazione locale che già conoscevo, l'ho fatto, ho preso il computer in mano e ho aderito a questa iniziativa.
L'associazione di cui sto parlando è Bhalobasa, fondata dal sacerdote Don Armando Zappolini, da sempre impegnato su più fronti nella solidarietà e nell'aiuto ai più bisognosi, con sede a Perignano, in provincia di Pisa ed è gestita da tanti volontari che sono ormai diventati una grande famiglia.
Tanti sono i progetti e le iniziative di cui si occupa. Io ne sono venuta a conoscenza quando stavo cercando delle bomboniere solidali per il battesimo del mio secondogenito. Avevo infatti deciso che le bomboniere sarebbero state semplici e poco impegnative e che più che fare figura su una mensola o in una vetrina o finire nel dimenticatoio avrebbero dovuto avere uno scopo. Uno scopo che potesse essere di aiuto a qualcuno. In quell'occasione avevamo scelto di aderire a un progetto che mirava all'acquisto di animali da cortile (oche e galline) per la sussistenza di alcune famiglie del Burkina Faso. La cosa più bella è stata ricevere, tempo dopo, la lettera che mi informava di quello che, con i pochi spiccioli che avevo donato, erano riusciti a comprare. 
Quando mi è balenata in testa l'idea di un sostegno a distanza, per potermi rendere utile in qualche modo anche da qui, mi sono guardata un po' in giro su internet: tante sono le associazioni, anche a livello nazionale, che si occupano di queste cose. Ma più cercavo e più ero confusa. Così mi è tornata alla mente Bhalobasa, e il suo impegno quotidiano per la solidarietà. Sul sito dell'associazione viene spiegato nel dettaglio in cosa consista il sostegno a distanza e come funzioni il progetto che loro chiamano SDS, ossia sogno di studiare: con un contributo che per noi è sicuramente accessibile si permette a un bambino o una bambina di uno dei paesi più poveri del mondo di continuare o intraprendere gli studi.



I paesi in cui si trovano questi bambini sono India, Uganda, Repubblica democratica del Congo, Tanzania, Burkina Faso. Io ho scelto la Tanzania, ma avrei potuto scegliere qualsiasi altro posto, per simpatia, semplicemente perché ho conosciuto questa terra e ho imparato ad apprezzarla attraverso i racconti di mia sorella che in passato ha lavorato lì e che ancora, dopo tanti anni, la porta nel cuore.

La soddisfazione che ho provato subito dopo aver premuto il tasto invio è indescrivibile. 

Mi è sembrato di far parte di qualcosa di grande, mi è sembrato finalmente di poter essere utile a qualcosa in questo mondo malato, dove ci scagliamo sempre verso gli ultimi e i più deboli.
Quando poi, dopo qualche giorno, mi è stato comunicato, da un volontario gentilissimo e super disponibile ad ascoltare le domande di una novellina come me, che mi fosse stata assegnata una bambina di otto anni che vive su un'isoletta sperduta del lago Vittoria, sono scoppiata a piangere di gioia. Mi è sembrato che questa bambina fosse diventata in qualche modo un po' anche mia. Poi è arrivata una lettera dove c'erano la scheda della piccola e la sua foto. E lì mi sono innamorata. Innamorata di quegli occhioni scuri, di quello sguardo triste che guarda l'obiettivo della fotocamera. Ma ho immaginato i sorrisi, i sorrisi che questo scricciolino può fare magari alla sua mamma o al suo babbo o ai suoi sei tra fratelli e sorelle. Sì, perché la famiglia di Agonza è numerosa: lei ha la fortuna di avere i genitori, certo, molti bambini invece sono orfani, ma loro non riescono a sostenere le spese per l'istruzione dei figli e senza il nostro aiuto non potrebbe studiare. Studiare, invece, in paesi poveri come il suo, è importante e spesso l'unica strada per poter avere un futuro migliore
Fare del bene è terapeutico, soprattutto verso noi stessi. Cura ferite, è cibo per l'anima. In più è anche utile per chi ha davvero bisogno di sostentamento. Un modo per vederli sorridere da lontano.

Claudia-Gerini

Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere questo suo primo romanzo.
Il sogno di Giulia, Lettere Animate.
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[People] Tiziana Mannino, volontaria in Africa, intervista di Claudia Gerini

[People] Tiziana Mannino, volontaria in Africa, intervista di Claudia Gerini

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Tiziana Mannino, giovane siciliana volontaria A.B.I.O e "missionaria" in terra rossa: "L'Africa può far male fisicamente e psicologicamente. Ti dona tantissimo ma ti toglie tutto. Bisogna essere pronti."

Spesso i social network come Facebook si rivelano non solo luoghi di svago o di continue lamentele verso questo o quello, ma anche un posto in cui si "incontrano" persone di cui altrimenti avremmo ignorato l'esistenza. Persone come me, come te, che magari stai leggendo, e che ci toccano un po' il cuore anche se non le conosciamo personalmente.
È il caso di Tiziana Mannino, una ragazza come tante, che ha deciso di dedicare la sua vita agli altri. L'ho incrociata per caso, sulla mia bacheca, come spesso accade. Pubblicava delle foto bellissime, foto di lei insieme a tanti bambini africani. Io adoro i bambini, rossi, gialli, neri, verdi. I bambini sono la più grande ricchezza che abbiamo. Ho iniziato a seguire la sua storia. Una storia bella, di quelle che vale la pena raccontare perché oggi ne abbiamo un bisogno estremo. Una storia che parla di amore, tanto amore, solidarietà, sacrificio e tanti, tanti bellissimi sorrisi! Una storia che vi voglio far conoscere attraverso le parole della protagonista, Tiziana.

volontariato-africaCiao Tiziana, benvenuta. Presentati ai nostri lettori: chi sei, dove vivi e cosa fai nella vita?
Mi chiamo Tiziana, ho 29 anni e vivo a Catania, nella meravigliosa Sicilia. Quando mi chiedono cosa faccio nella vita, mi piace rispondere scherzosamente: "me la complico, occupandomi dei problemi degli altri". Sono un'assistente sociale, (ma non ho ancora trovato il lavoro che mi permetta di svolgere, come vorrei, la professione per cui ho studiato), una volontaria A.B.I.O e una "missionaria" in terra rossa. 

Ti ho conosciuto su Facebook attraverso la tua pagina "Sogno nel cuore: la mia vita, la mia Africa". Di cosa si tratta?
"Sogno nel cuore" è un diario personale, un insieme di ricordi, sfoghi, pensieri, emozioni... Nato due anni fa al ritorno dal secondo viaggio in Burkina, per volontà di alcune amiche che mi hanno convinta ad iniziare questo nuovo percorso.
Mi permette di sfogare tutto il mio terribile "mal d'africa" e di far conoscere a parenti, amici e a chiunque voglia leggermi, momenti vissuti in territorio africano, raccontando ciò che in prima persona ho potuto sperimentare durante i miei giorni di permanenza sul luogo. 
Mi ha aiutato a vivere questa esperienza non più da semplice viaggiatrice ma come volontaria/missionaria attiva, dandomi la possibilità di realizzare e gestire eventi e raccolte fondi a favore del popolo burkinabè. 


Fai parte di un'associazione? Quale? Di che cosa si occupa e tu che ruolo hai?

We Africa to red earth è nata per volontà di Dio ed è stata affidata al cuore buono di due grandi amici, Adriano e Giulia. Due ragazzi che stimo tantissimo e che ho scelto di aiutare in questo percorso di sogni in comune. Ho conosciuto Adriano durante la mia seconda missione in Africa e mi è stato chiaro, fin da subito, che qualcosa da quel giorno sarebbe cambiato. Pensiamo entrambi che l'acqua rappresenti la vita, nella sua forma più pura e limpida, ed è per questo motivo che uno dei principali obiettivi dell'associazione riguarda la costruzione di pozzi d'acqua nei villaggi: là dove l'acqua è totalmente assente e le fonti vicine difficilmente raggiungibili. Siamo riusciti a costruire, grazie al buon cuore di tantissimi sostenitori, due pozzi d'acqua durante la missione del 2015 e altri due durante la missione di dicembre 2016. Sosteniamo l'operato della missionaria italo/svizzera Lisa Trapi, che vive sul luogo da più di 40 anni e con lei condividiamo l'amore e la dedizione per i bambini. Durante l'ultima missione ci siamo occupati di ristrutturare un edificio già esistente, che è stato adibito ad una prima classe di scuola elementare e abbiamo portato sacchi di riso nei villaggi più poveri. Partiamo con valigie cariche di doni, riempiendole con tutto ciò che pensiamo possa essere utile ai bambini che versano in condizioni peggiori: vestitini, scarpe e piccoli giochi.


Quante volte sei stata in Africa?
Sono stata in Burkina Faso 4 volte, una volta ogni anno. Ma gli ultimi due anni sono stati sicuramente i più intensi, proprio perché vissuti in prima persona da volontaria attiva. Non è stato solo un viaggio, come i primi due anni, ma una missione durata tutto l'anno e quindi sofferta, sentita, costruita giorno dopo giorno... con tante rinunce, impegni, pensieri.

Che cosa ti ha spinto a partire?

volontariato

Sono nata con la voglia di aiutare gli altri e con un immenso amore nei confronti dei bambini. Appena ho potuto, ho scelto di sostenere un bambino a distanza e dopo varie esperienze e peripezie ho conosciuto Lisa, la missionaria che ci ospita ogni anno in Burkina Faso. Da settembre 2013, grazie al suo costante impegno, sostengo a distanza una bambina orfana: la "mia" piccola Lucienne. A dicembre 2013, spinta proprio dalla voglia di conoscerla ed incontrarla, ho organizzato il primo viaggio in Africa. Ero convinta di incontrarla, fare una bellissima esperienza di vita e ritornare tranquillamente alla mia quotidianità... ma non è stato così!

Seguendoti su Facebook non si può fare a meno di rimanere incantati dai bambini. Parlami di loro.
I bambini sono la più grande ricchezza di un popolo povero come quello burkinabè. Sono allegri, sorridenti, felici, sereni, gioiosi... apprezzano ogni piccolo gesto, ogni semplice momento, ogni cosa donata. Sanno essere complici in ogni circostanza, condividere il poco di cui dispongono, curarsi e accudirsi a vicenda. Trascorrono il loro tempo cantando, ballando, arrampicandosi sugli alberi, calciando qualsiasi cosa a forma di palla, rincorrendosi e impastando terra come se fosse sabbia. Nei confronti di noi nassara (bianchi) hanno un profondo rispetto, un'immensa stima e una infinita fiducia. Litigano per chi deve sedersi accanto a noi, per chi deve tenerci la mano durante le passeggiate, per chi deve prendere il posto tra le nostre braccia.
Conservo ogni loro regalo come il più prezioso dei doni che mi sia mai stato fatto: una coroncina di plastica, un braccialetto, una fotografia di una ragazzina da piccola, la stampa delle loro mani sui cuscini presi in aereo, i nomi scritti con la loro calligrafia, infiniti disegni e letterine in cui mi ricordano quanto bene mi vogliono. Nessuno mi ha mai dato tanto quanto loro, in tutta la mia vita. Si pensa sempre di andare lì a dare/fare/portare ma in realtà ho ricevuto più di quanto credevo e mi aspettassi.

Che cosa ti è rimasto di più nel cuore dalle tue esperienze in terra africana?

africa

La semplicità della vita, la rilevanza delle cose piccole, l'importanza della fede e della speranza. I suoni ritmici e continui, quasi routinari, di una giornata comune: i versi dei tanti animali, le risate dei bambini, la voce del muezzin nella vicina moschea. Le canzoni armoniose e delicate che alternano ogni attività: le lezioni scolastiche, i giochi, i momenti di svago. Le preghiere ad alta voce con il cuore libero di esprimersi e di confidarsi con Dio. Ma anche gli odori e i sapori forti, di terra rossa, di pollo bruciato, di spezie piccanti. E poi il silenzio che rasserena e dentro cui puoi perderti in mille riflessioni; il buio che inghiotte ogni cosa al tramontare del sole; il cielo che si riveste di minuscole ed infinite stelle splendenti: un tetto sotto cui sentirti al riparo dalle brutture del mondo.
L'Africa è il mio piccolo angolo di paradiso, un luogo totalmente privo di tecnologia, di cattiveria e di superfluo. Un luogo in cui dimentichi ciò che hai lasciato ma di cui ricorderai, sempre, ciò che hai vissuto.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe vivere un'esperienza come la tua?
A chi mi contatta chiedendomi un parere, consiglio sempre di iniziare il volontariato nella propria città o in un piccolo contesto, di "allenarsi" a percepire il sentire altrui, di osservare con i propri occhi la povertà, di adattare la propria pelle al dolore degli ultimi e dei dimenticati. E solo dopo di regalarsi un'esperienza così forte. Perché l'Africa può far male, fisicamente e psicologicamente. Ti dona tantissimo ma ti toglie tutto: i pensieri puerili, i sogni da bambina, le necessità superflue. E da quel momento in poi non puoi far altro che desiderare di ritornare sulla terra rossa, desiderare di rivedere i "tuoi" bambini, desiderare di esaudire i piccoli sogni di tutti gli esseri umani che hai incontrato. Ed ogni piccolo sfizio viene paragonato ad un biglietto per la felicità: qualsiasi cosa tu abbia bisogno di acquistare diventa non indispensabile e ogni regalo ricevuto un oggetto di cui puoi benissimo fare a meno. C'è sempre tempo per vivere una vita straordinaria come quella che faccio da 4 anni, di immensa soddisfazione ma anche di tante, tantissime rinunce. E questo mi piace sottolinearlo soprattutto alle ragazze giovanissime che spesso mi dicono "ho anche io il tuo sogno, voglio anche io andare in Africa". A loro spesso dico "vivi la tua età, la tua spensieratezza, la tua incoscienza"... Il mal d'africa può aspettare!

Che cosa può fare concretamente una persona che vuole portare il suo aiuto a chi ne ha bisogno?

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Chiunque voglia aiutarci concretamente può realizzare piccoli eventi (cene, partite di calcio etc), raccolte fondi tra amici e familiari o semplicemente partecipare a ciò che con tanto impegno organizziamo in vista della nuova missione: aste, lotterie, raccolte fondi. 
Purtroppo, anche se non è semplice da capire, i soldi sono l'unico mezzo che ci permette di poter cambiare concretamente la vita ad un popolo povero come quello del Burkina Faso. Ho sempre pensato che "goccia a goccia", un po' ciascuno ma tutti insieme, potremmo fare grandi cose. Ognuno con quel poco che può, come è già accaduto in questi due anni di vittorie e di obiettivi raggiunti.
Speriamo di non fermarci mai e di poter fare sempre di più e di poterlo fare sempre meglio.

La tua esperienza di volontariato non è solo in terra africana, vero?
Ho sempre creduto che il volontariato fosse una scelta di vita e non un avvenimento o un episodio di "gentilezza" sporadico. Spesso mi viene rimproverato, proprio su "Sogno nel cuore", di andare così tanto lontano per aiutare gli altri. Secondo molti, potrei soddisfare questo mio bisogno, direttamente nella mia città senza fare necessariamente così tanti chilometri. In realtà, come mi piace spesso sottolineare, un tipo di volontariato non esclude l'altro. Quello che riesco a fare nella mia città semplicemente non viene menzionato o trascritto in nessun contesto pubblico, ma svolto e vissuto nella mia sfera privata e personale. Non mi piace citare ciò che faccio, come se fosse una lista di onori di cui andare fiera, per cui essere maggiormente apprezzata. Ma mi preme ricordare che esistono molti modi per fare del bene, per aiutare chi si trova in difficoltà, per sentirsi "utili" in un mondo che vuole, invece, renderci aridi ed egoisti. Quello che serve è senza dubbio conoscersi e conoscere ciò per cui si è portati, essere adattabili a vari contesti ed esperienze, avere voglia e tempo a disposizione da dedicare ai meno fortunati. Pensare un po' di più agli altri e meno a se stessi. Anche solo un po'.

Grazie, Tiziana, non solo per il tempo che ci hai dedicato ma soprattutto per averci aperto il tuo cuore grande. Credo che di storie come questa se ne dovrebbe parlare di più, perché in giro si sente spesso parlare di intolleranza, rabbia, razzismo, mentre di persone come te, fortunatamente, ne esistono ancora (La mia Africa: Antonia Ferrari, presidentessa dell'Ass. "Un ospedale per Tharaka - Kenya"). Se siete curiosi, date un'occhiata alla sua pagina Facebook, date uno sguardo a quegli immensi sorrisi, i sorrise dei "suoi" bambini, ve ne innamorerete anche voi, ne sono sicura.


Claudia Gerini
Claudia Gerini nasce a Pontedera negli anni ’70. Completa il liceo linguistico e collabora saltuariamente con un’importante testata giornalistica. Poi abbandona gli studi e le passioni per un impiego fisso. Da più di 15 anni infatti lavora nel reparto gastronomia di un supermercato. Adora la sua famiglia ed è ciò a cui si è ispirata per scrivere questo suo primo romanzo.
Il sogno di Giulia, Lettere Animate.
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Intervista ad Antonia Ferrari, presidentessa di Un ospedale per Tharaka

Intervista ad Antonia Ferrari, presidentessa di Un ospedale per Tharaka

Intervista ad Antonia Ferrari, presidentessa di Un ospedale per Tharaka

People A cura di Stefania Bergo. Intervista ad Antonia Ferrari, presidentessa dell’Associazione Un ospedale per Tharaka. Infermiera di sala operatoria ormai in pensione, ha viaggiato e messo al servizio la sua professionalità in vari paesi dell’Africa, dall’Eritrea al Kenya, Sudan e Somalia.

Il primo contatto che ho avuto con lei è stato telefonico e mi ha subito travolto con il sole del suo entusiasmo. La sua vita avventurosa mi ha sempre affascinato. Lasciate che ve la racconti lei stessa…

Diamo il benvenuto ad Antonia Ferrari. Ormi ti conosco da tredici anni e il tuo entusiasmo è sempre lo stesso, malgrado tu abbia attraversato anche momenti difficili. Qual è il modo giusto di approcciare la vita, secondo te? 

Ciao Stefania, è un piacere chiacchierare un po' con te e con i lettori del vostro web magazine.
Ho guardato sempre agli altri, anche nella scelta della professione. Il volontariato è un elemento della mia vita che si è concretizzato in Italia, con al partecipazione alle operazioni di soccorso nelle zone terremotate. Ma soprattutto in Africa, straordinario paese in cui ho trovato la mia strada. Sono ormai quarant'anni che giro per l'Africa centrale, ma il Kenya è stato quello che ha preso il mio cuore.


La cosa che mi ha sempre affascinato di te è il sentirti raccontare le tue avventure in Africa, fin da giovanissima. E il mio augurio è quello di essere un giorno come te, avere così tanto da raccontare da potermi ritenere davvero ricca. Ti va di raccontare anche ai nostri lettori la tua prima esperienza, un’avventura che pare uscita da un romanzo?

Nel 1978 lavoravo come infermiera di sala operatoria. Era il periodo in cui dominava la Guerra fredda e anche l’Africa subiva l’influenza dello scontro tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Gli Eritrei combattevano l’esercito etiope, con pochi risultati ma tanti morti e feriti. All’ospedale mi imbattevo spesso nei feriti Eritrei che venivano in Italia a farsi curare. Iniziai così a prendere confidenza con la loro storia e le loro vicende personali.
Nel settembre del 1979 partii per l’Eritrea con altri cinque medici. Con noi venne anche l’allora direttore generale della Regione, che aveva un ruolo puramente diplomatico nella spedizione.
Tutte le volte il viaggio doveva passare da Khartoum. Poi si volava con un aereo di bandiera sudanese fino a Kassala, l’ultima città prima di arrivare al confine con l’Eritrea. Era il porto d’ingresso per quella nazione in guerra, una della zone calde del pianeta. Lì era schierato tutto lo spionaggio internazionale. Il nostro ingresso in Eritrea era clandestino, lasciavamo infatti i passaporti alle autorità sudanesi e per passare la frontiera viaggiavamo in macchina di notte. Non c’erano strade e il rischio di imbattersi nelle truppe etiopi di Mengistu era grande. E in quel caso sarebbe finito tutto: ci avrebbero sparato. E infatti, così avvenne la mia prima volta, ma per fortuna riuscimmo a scappare.

Non male come inizio! Dov'eravante diretti?

La nostra destinazione era un ospedale militare nella foresta. La prima notte ci sistemarono in una tenda in cui i materassi erano stati adagiati su delle casse con su scritto “dinamite”!
Il giorno dopo, ci trasferirono in una capanna di frasche, con i letti di vimini intrecciati. Ogni mattina, alle nove, arrivavano gli aerei etiopi, decollati da Asmara, a bombardarci. Bombardavano anche il nostro ospedale fatto di pali di legno. In quei momenti, tutti i pazienti venivano trasferiti in una sorta di bunker. La prima mattina fummo colti di sorpresa nel sonno. Cominciai a sentir cadere le bombe e non potevamo muoverci. Venti minuti sotto gli ordigni non finiscono più. In quei momenti mi sentii fragile come una foglia e capii cosa significasse aver paura.

Antonia Ferrari in Eritrea, nell'ospedale da campo donato dalla Croce Rossa

Posso solo imamginare cosa significhi. Di momenti difficili in Africa ne ho vissuti anche io, ma nulla di paragonabile a una guerra sopra le proprie teste. Come facevate a lavorare in quelle condizioni?

Noi potevamo fare le operazioni solo di pomeriggio. Oltre agli aerei sulle nostre teste, l’altro problema logistico da affrontare era la sterilizzazione dei ferri. Usavamo come sterilizzatore un residuato inglese della Seconda guerra Mondiale, una specie di siluro sotto cui accendevamo il fuoco. In Africa è così, o trovi una soluzione con quello che hai a disposizione o non fai nulla. La Croce Rossa ci aveva donato una tenda sotto cui avevamo allestito la sala operatoria, i ferri erano gli avanzi dei nostri ospedali.
È stata un’avventura straordinaria riuscire ad operare in territorio di guerra. Dopo la seconda Guerra Mondiale eravamo la prima equipe italiana a portare soccorso medico chirurgico in una zona bellica. Un lavoro di squadra intenso, che ci impegnò per un mese.

Straordinario davvero! È un aggettivo che usi spesso, e posso capire perché. Dopo di allora hai continuato regolarmente ad andare in Eritrea con gruppi più o meno numerosi di altri volontari. In una di queste spedizioni hai conosciuto Adian, una ragazzina di sedici anni…

Sì, Adian, come tante, era fuggita di casa per combattere e di professione faceva la “bombarola”, cioè preparava gli ordigni per i guerriglieri. Un anno dopo il nostro incontro, quando il fronte di Liberazione eritreo venne definitivamente cacciato, lei finì in un campo di concentramento in Sudan. Parlava perfettamente italiano e ci scrisse di essere in condizioni disperate. Grazie all’amicizia dell’ambasciatore e all’aiuto dei padri comboniani, riuscimmo a portarla in Italia.
Restò in casa con me per quasi tre anni, la iscrissi anche in una scuola alberghiera di Venezia.
Un bel giorno mi disse: «Io vado via perché voglio andare a fare la cameriera in un camping». Ci rimasi molto male, per me era come una figlia, credevo di potere dare un’istruzione, un futuro migliore. Ma come una gazzella nella savana, Adian scelse la libertà e se ne andò in qualche parte del mondo. Da allora, non ne ho più saputo nulla…

Il tuo impegno ti ha portato anche a conoscere personaggi illustri del panorama mondiale, da Bernard Kouchner, fondatore di Medici Senza Frontiere, ad Arafat. In che frangente sono avvenuti questi incontri?

Nel 1981, quando il nostro intervento di soccorso in Eritrea era terminato, si tenne a Tunusi un forum cui parteciparono tutti i paesi arabi. Noi partecipammo con Bernard Kouchner, con cui stilammo un documento comune, che prese la parola per il gruppo e attaccò i paesi arabi. Il secondo giorno del forum arrivarono delle macchine con i palestinesi e ci invitarono a salutare Arafat. Uscito da Beirut con l’onore delle armi, approfittando di una conferenza stampa e quindi sulla presenza dei giornalisti e delle tv del mondo, prese la parola dicendo: «Duemila anni fa donammo al mondo un uomo della Palestina». Ettore Mo, giornalista de Corriere della Sera, con noi ospite nel castello di Arafat, gli fece allora notare: «Guardi che Gesù disse anche di porgere l’altra guancia». E lui rispose: «È vero, ma nelle Scritture si dice anche occhio per occhio, dente per dente».
Fu comunque una notte straordinaria e mai ci sentimmo così al sicuro come nel castello di Arafat!

Antonia Ferrari con Arafat, Ettore Mo e Giiorgio Giaccaglia

Straordinario, un aggettivo che ritorna… Ad un certo punto, hai dato vita, insieme a molti altri volontari, ad un sogno: un ospedale nel mezzo del nulla, in una terra arida e polverosa, nel villaggio di Matiri, in Kenya. Io ti ho conosciuto lì, all’ospedale St. Orsola, affacciato su un’incredibile vallata. Perché Matiri? A chi è venuto in mente di costruire un ospedale proprio lì?

Nel 1999 Padre Livio Tessari, responsabile degli ospedali missionari dei Padri della Consolata, ci chiese di costruire un ospedale in quella zona, il Tharaka, per dare alle mamme un posto per un parto sicuro. Matiri, infatti, sorge in una regione che è tutt’ora molto povera, con due grandi fiumi ma arida e ingrata. La popolazione vive di agricoltura, ma la scarsità delle piogge porta spesso periodi di fame. A quel tempo, presso la missione, sorgeva solo una piccola maternità, un dispensario con quindici posti letto, senza però possibilità di interventi chirurgici (di cesarei, quindi).
E così, quindici anni fa, insieme a tanti altri amici, è nata l'esperienza più importante del mio volontariato in Africa. Abbiamo fondato un'associazione, Un ospedale per Tharaka - Kenya, con il sogno, poi divenuto realtà, di costruire un ospedale che rispondesse alle esigenze di assistenza della popolazione di tutta la regione (110.000 abitanti).

Costruire un ospedale in Africa significa garantirne anche la gestione per almeno tre anni, quindi un impegno davvero gravoso. Ma grazie all’aiuto di molte associazioni, enti regionali e governativi, e singoli donatori, siete riusciti a dotare la regione del Tharaka di un servizio sanitario funzionale e completo. Come vi siete sentiti, pionieri di un sogno, a realizzare una simile impresa? Quanto è durata la costruzione?

Giorgio Giaccaglia diceva sempre che avrebbe voluto globalizzare la solidarietà umana e che «la vera rivoluzione è costruire». Ed è vero. Grazie all’aiuto di tantissimi amici, il 9 luglio del 2001 è stata posata la prima pietra del St. Orsola e nell’ottobre del 2003 è stato aperto al pubblico, ricoverando la prima paziente: una mamma che doveva partorire.
Quando fai parte di una simile impresa, sei colto da un misto di impotenza ed esaltazione, per la realtà che tocchi con mano ogni giorno. Vedere bambini di tre anni consumarsi a causa dell’aids, o nemmeno venire a mondo solo perché non c’è un posto sicuro per gestire le emergenze, devasta e accende nel profondo una forza che nemmeno credevi di avere. È così che siamo andati fino in fondo, con la determinazione. È vero: rivoluzione è costruire. Costruire un domani migliore.


So bene di cosa parli, cara Antonia. Da allora, sei legata a filo doppio a Matiri e ci vai regolarmente almeno due, tre volte l’anno. Non ti chiedo cosa ti spinga a tornare perché lo so benissimo. Ti chiedo invece: per vivere una vita così, come la tua, serve più coraggio o incoscienza?

Forse un misto di tutti e due. Non lo so, non me lo sono mai chiesta. Forse la prima volta sono stata più incosciente che coraggiosa, ero così giovane! Poi, è stata la determinazione, l'amore per l'Africa, a farmi tornare.

Non finirei mai di sentirti raccontare, ma devo salutarti e chiudere questa piacevole e preziosa intervista. Ti chiedo, per favore, di lasciare ai nostri lettori un messaggio, di contagiarli col tuo entusiasmo, come è successo a me, magari per convincerli ad aiutarci per continuare a sostenere l’ospedale di Matiri o per incoraggiarli a realizzare i propri sogni, anche quando li portano lontano da casa…

Sappiamo che non possiamo salvare l'Africa, ma solo aiutarla a camminare con le proprie gambe. E infatti dopo qualche anno di gestione italiana abbiamo consegnato l'ospedale St. Orsola alla Diocesi di Meru, che ora lo amministra come parte integrante del sistema sanitario missionario della regione. Pur non avendone più la gestione, è però pur sempre il nostro ospedale, per cui, almeno due, tre volte l'anno, andiamo a Matiri a prestare la nostra opera, fermandoci a volte anche a lungo.
Ferrara, Montebelluna, Bologna, Adria, Padova, Treviso, Torino, abbiamo allargato la nostra associazione a quello che oggi possiamo chiamare Gli amici di Matiri. È solo grazie all'aiuto di tutti che siamo riusciti a costruire un ospedale e mantenerlo tutto questo tempo. E abbiamo ancora bisogno di quell'aiuto per non perdere quanto fatto finora. C'è chi ci aiuta con un supporto economico, chi dona il proprio tempo in Italia e in Kenya. E forse questa è la parte più affascinante.
Un'esperienza di questo tipo, in Africa, resterà indelebile, arricchirà non solo chi riceve ma anche, e forse soprattutto, chi dà.


Stefania Bergo
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