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[La ricompensa è il viaggio] L'editoriale di Angelo Gavagnin: il nostro viaggio, la nostra vita


Viaggio. 
Tutti ne facciamo almeno uno.
La nostra nascita ci scaraventa “on the road”, un viaggio non organizzato, ai ai ai no Alpitur; Arriviamo in un mondo che non conosciamo, totalmente privi di comprensione del luogo, nudi, sdentati, totalmente in balia delle nostre guide che non abbiamo scelto, catapultati in una regione della Terra a caso.
Prima neonati, poi bambini, impariamo a sopravvivere, ad amare i luoghi del nostro viaggio. I genitori, la scuola, gli amici, gli insegnanti, tutti sono "il viaggio", anche se non lo capiamo ancora, e qualcuno non lo capirà mai. Abbiamo anche già prenotato il biglietto di ritorno, molti se ne rendono conto solo al momento del futuro check in, ma troppo tardi. In mezzo, tra la nascita e la morte,  c'è il nostro viaggio, la nostra vita.

Dopo l'infanzia, il periodo nel quale siamo in balia di tutti, iniziamo a renderci conto del nostro essere unici, arriva l'età della ribellione, l'arroganza dell'adolescenza, siamo convinti di sapere tutto e quasi niente ci soddisfa, è guerra dichiarata a genitori, insegnanti, e gli amici diventano l'unica fonte di sapere che accettiamo. Poi le batoste dei primi amori, sempre sbagliati, dai quali però impariamo che possiamo anche stare da soli, sono come una vaccinazione, ci salveranno dai futuri inevitabili fallimenti sentimentali. Diventiamo adulti e il viaggio si fa tosto: lavoro, famiglia, gioie e dolori. È la vita, ci voltiamo di tanto in tanto e vediamo la strada percorsa: polvere, fango, campi fioriti, c'è di tutto, nessuno è solo sfortunato o fortunato, c'è alternanza di bene e di male. Quando arriva l'età adulta sorridiamo delle rivoluzioni che strada facendo abbiamo abbandonato, le rivediamo nei comportamenti dei nostri figli, sappiamo che è una ruota. Poi la vecchiaia. Qualcuno la teme, io la immagino dolce, tutto si rilassa, tutto rallenta, si torna bambini, così dicono, ed è vero, se non altro dal punto di vista fisico, ci vediamo e sentiamo poco, siamo senza denti e abbiamo bisogno degli altri.
Il viaggio può essere stato più o meno bello, più o meno interessante, più o meno proficuo, lo capiremo da soli, ce lo dirà il modo con il quale saremo in grado di accettarne la fine. Se saremo disperati vorrà dire che abbiamo percorso la vita in maniera insoddisfacente: forse abbiamo omesso di visitare qualche nostro sentimento, forse non ci siamo addentrati nell'avventuroso spazio dell'amore e abbiamo preferito la sicurezza di un amore accondiscendente o conveniente . Il segnale positivo, invece, sarà la nostra serenità: accogliere col sorriso sulle labbra l'inevitabile fine del viaggio, sarà la conferma di non aver percorso una inutile via e sarà anche la garanzia che un eventuale prossimo giro su questo pianeta risulterà di sicuro ancora più proficuo e divertente.
È così che funziona: a viaggiare bene si impara a vivere.



Angelo Gavagnin
Ho lavorato al Porto di Venezia, un lavoro che mi lasciava periodi di libertà che ho usato per viaggiare in Thailandia, Malesia, Sri Lanca, ma anche Cuba e Santo Domingo. Sono stato varie volte in India. Ho conosciuto il Maestro Indiano Osho e ho assistito alla sua cremazione tra canti e balli. Sono diventato papà all'età nella quale di solito si diventa nonni e così sono finiti i viaggi e mi è venuta voglia di scrivere.
Non sono nato e mi sento molto bene, IlMioLibro.


About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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