• Ponsacco-Los Angeles Sulle tracce di Bruce Springsteen, Valentina Gerini (Mainstream) - Gli scrittori della porta accanto
  • Con la mia valigia gialla, Stefania Bergo (Memoir) - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Volevo un marito nero, Valentina Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • La notte delle stelle cadenti, Valentina Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • Perchè ne sono innamorata, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Chiaroscuro, Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • L'appetito vien leggendo - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Diventa realtà, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Immagina di aver sognato, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Il cielo d Inghilterra, Loriana Lucciarini - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Il sogno di Giulia, Claudia Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scritri della accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Una felicità leggera leggera, Loriana Lucciarini - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto

In primo piano

[Viaggi] Le donne (straordinarie) che ho incontrato, di Stefania Bergo

Africa-donne-Foto-Stefania-Bergo-St-Orsola-Hospital-Kenya

In Africa, ancor più che nel resto del mondo, le donne reggono sulle spalle interi villaggi. Un viaggio tra le donne che ho incontrato, dalla Tanzania, al Kenya, al Sudan, per riflettere sulla condizione femminile e rendersi conto che, ovunque siano, le donne sono straordinarie.

È una bella mattina, un sabato caldo ma piacevole, così lontano dall'afa che sta attanagliando l'Italia proprio ora. Qui, in Tanzania, nell'entroterra ai confini col Mozambico, luglio è un mese secco. L'umidità ristagna lungo la costa, sormonta l'oceano cristallino, ma qui su in montagna ci si scopre solo quando si sosta al sole. 
Attendo che il daladala (così si chiamano i matatu in Tanzania) si saturi di persone, dato che come sempre i mezzi pubblici partono solo quando sono pieni, e andiamo. Emma è legata sul mio fianco, così io posso reggermi e lei può pure appisolarsi.
Africa-donne-Foto-Stefania-Bergo-St-Orsola-Hospital-Kenya
Davanti a me, c’è un’altra mamma, con un bambino che avrà sì e no tre anni, agghindato a festa, con un completo (completo davvero: pantaloni, gilet e giacca doppio petto) di lurex grigio, qualche taglia più grande, con le spalle squadrate che andavano di moda trent’anni fa. È stato all’ospedale per la circoncisione, una festa che richiede l’abito migliore, appunto. Anche lui si addormenta di tanto in tanto.
Salgono altre due mamme, e lo spazio pare dilatarsi, oltre i limiti di qualsiasi legge fisica. Una delle due è ben vestita, con una gonna rossa di raso, truccata, profuma di rose. Il suo bambino calza scarpe occidentali, nuove. Dorme sul suo fianco, proprio come Emma. L’altra mamma pare misera, con un vestito rattoppato in più punti, un paio d’infradito accomodate con il nastro adesivo. Il suo bambino è sveglio, si attacca al seno e sorride.
Le guardo. E mi pare che ogni differenza scompaia. Tra loro. Tra noi. 
Siamo madri. Reggiamo il futuro del mondo tra le braccia, attente a proteggere testoline bionde o nere che dondolano addormentate.
Siamo donne. E sulle spalle abbiamo molto più della responsabilità dei nostri figli. Lo vedo soprattutto qui, dove le donne sono spesso sole ad occuparsi del focolare, dei pargoli, di un lavoro che le consuma anzitempo, di un dovere coniugale che le umilia e le fa sentire ancora più sole, chiuse dentro un cassetto con i sogni intorno, senza possibilità di uscire. Occhi remissivi, sguardi sottomessi. Portano in equilibrio sulla testa le taniche dell’acqua che vanno a prendere percorrendo distanze infinite, svegliandosi molto prima del sole. Per coricarsi solo al sorgere della luna. Guardarle dà l’impressione che il mondo non possa esistere senza loro, che la specie umana sia, solo grazie al loro continuo sacrificio. 
Mentre le donne accudiscono la famiglia e la casa, cucinano quello che loro stesse sono andate a comprare al mercato dopo ore di cammino, scendono al fiume a prendere l’acqua caricandosi le taniche gialle sulla schiena, percorrono chilometri interminabili o lavorano nei campi con i figli legati ai lombi, la maggior parte dei mariti siede comodamente nei pub, sorseggiando birra calda che entra subito in circolo e li rende sgradevoli, violenti a volte − ma forse, è così per tutti gli alcolisti, non solo qui.
da Con la mia valigia gialla

In Africa, la donna gode della stessa considerazione di un animale da cortile, è solo una proprietà.

Africa-donne-Foto-Stefania-Bergo-St-Orsola-Hospital-Kenya
In Africa, ma anche altrove, nelle realtà più remote di alcune provincie rurali, la Donna ha una lista interminabile di doveri e nessun diritto. Gode della stessa considerazione di un animale da cortile. La sua condizione è decisamente sbilanciata, minoritaria. È solo una delle tante proprietà che un uomo può avere. La famiglia vende la figlia ricavandone capre e mucche. E quando la sposa diventa vedova, la proprietà passa ai fratelli del defunto. Se è sola, non ha nemmeno il diritto di acquistare un appezzamento di terra per sé. Non le viene concessa la dignità di mantenere i propri figli da sola e dare loro un’istruzione anche senza appartenere a un uomo, che la maggior parte delle volte nemmeno prova un delicato sentimento di affetto o il minimo rispetto.
La sintesi della sua condizione è l'infibulazione (Mutilazioni genitali femminili, tolleranza zero, parte I e parte II), che priva le donne del piacere e può arrivare fino alla cucitura delle grandi labbra, lasciando appena una minima apertura per il rapporto sessuale (che quindi risulta dolorosissimo). Un’apertura decisamente insufficiente al parto, se non con una lacerazione estesa.
Ricordo un'amica ostetrica, Marianna, che prestava servizio al St. Orsolaun ospedale in Kenya, e si ritrovava e suturare le donne dopo il parto, cucendo le lacerazioni aggravate dalla barbarica pratica. E mentre cuciva i lembi di pelle insanguinata, aspettando che la paziente si sentisse pronta, le chiedeva sempre di non praticare la stessa tortura alla sua bimba, quando fosse arrivato il momento.

In Sudan ci sono stata solo qualche giorno, quanto basta per guardarmi intorno e veder sfilare una lunga serie di burqa. 

Le più integraliste indossavano anche i guanti e scomparivano totalmente dietro il merletto nero che copriva gli occhi. Poche erano le emancipate dalle provincie del nord, che giravano per Khartoum addirittura indossando i pantaloni.
Ricordo un giorno in cui, all'uscita del mercato di Omdurman, trovai il punto di ristoro lì vicino chiuso perchè tutti gli uomini erano nella moschea a pregare, mentre le donne erano rimaste fuori ad aspettare, sedute sui gradini all'ombra. Le donne non possono entrare nelle moschee, non possono pregare in pubblico. Non mi sarei sorpresa di scoprire, qua e là, cartelli con la sagoma femminile e la frase io non posso entrare. Ancora una volta mi sono chiesta come vivano quelle limitazioni le donne, se le sentano stringere o se invece ci si siano adattate, ne abbiano preso la forma, come un paio di jeans bagnati.

Più spesso mi chiedo perché nascere donna da troppe parti nel mondo sia ancora una sfortuna. 

Perché nessuno si alzi in difesa di una moglie percossa e incarcerata tra le mura domestiche pur sentendone le grida dalla strada, grida che, potrei giurarlo, arrivano molto più lontano, molto in alto. Perché una donna debba essere ignorante, ubbidiente e partorire figli maschi altrimenti è un'inutilità erroneamente venuta al mondo. Perché debba essere mutilato il suo piacere mentre l'uomo è autorizzato a soddisfare sempre e comunque il suo. Perché la sopportazione pare non avere limiti umani, per lei, ma scivolare sempre più giù, suggerendo nuovi modi per calpestarla, rabbiosi che non si sia ancora arresa. Perché tutte le colpe del mondo pare siano della donna, che provoca, seduce, manca di rispetto, come fossimo tutte legittime discendenti di Eva.
Africa-donne-Foto-Stefania-Bergo-St-Orsola-Hospital-KenyaNascere da questa parte del mondo è malgrado tutto una fortuna. Guardo mia figlia e so che potrà andare a scuola, che avrà il naturale diritto di avere un'opinione, una proprietà, una vita che avrà scelto per se stessa. Non sarà obbligata ad abbassare lo sguardo e deglutire la sua stessa bile. Potrà picchiare i pugni a terra e gridare "No!" e tutti lo sentiranno. E tutti lo rispetteranno. Potrà lavorare. Ed aver valore anche senza essere madre o moglie. Sarà libera. Libera di scegliere, di sbagliare, senza essere giudicata o, peggio ancora, condannata dall'opinione pubblica. Non sarà un cane da passeggio di cui i vari padroni ne reclameranno il possesso, lei apparterrà solo a se stessa.
O forse no. Forse nemmeno in questa parte del mondo, nella civile Europa, funziona così. Forse la lista dei doveri è semplicemente meno lunga e la colonna dei diritti non è lasciata in bianco. Ma è ancora troppo corta. Perché anche qui c'è chi si sente legittimato, per tacito assenso degli astanti, a disporre di un corpo altrui come meglio crede, non curandosi dell'inquilino che vi abita. E chiunque volti lo sguardo fingendo di non sapere diventa un complice parimenti punibile. Anche qui, vivere una vita senza conoscere la crudeltà del genere umano o la sua arroganza è una fortuna, non un diritto. La fortuna di incontrare e mescolarsi con uomini giusti, che sappiano vedere, ascoltare, rispettare, amare. Anche qui spesso la dignità di una donna viene messa in discussione dal volgo che nemmeno conosce la sua storia e il mulinello di sentimenti ed emozioni che la agita dal profondo. Quella stessa dignità che spesso viene stesa come uno zerbino quando la si relega ai fornelli o alla cura dei figli o ai doveri di moglie, come se fosse nata solo per quello, come se non le spettasse altro. Anche qui è l'anello apparentemente debole, umiliato, mentre in realtà è il perno di una lunga catena che tiene insieme con sopportazione, sempre spostando in avanti i suoi limiti.

Ho visto tante Donne, nei miei viaggi. Alcune le ho conosciute. 

Africa-donne-Foto-Stefania-Bergo-St-Orsola-Hospital-Kenya
mai una volta ho colto un segno di sfrontata pretesa, di affermazione di sé, di riconoscimento ambizioso del proprio valore. Come se non potessero fare altrimenti, come se tutto fosse ordinario.
Ecco, sono ancora sul daladala in Tanzania. Mi scende una lacrima e quasi me ne vergogno. La mamma seduta davanti a me mi vede. Mi sorride complice. Pare quasi abbia capito che mi passa per la testa. Le sorrido di rimando e mi sento di far parte di queste Donne. Non sorreggo taniche d’acqua sulla testa, ma ho portato spesso da sola i fardelli della mia vita. A volte a testa china. Ma ho continuato a sorridere. Perché non posso fare altrimenti. E questo è straordinario.

Fotografie di Stefania Bergo.

Stefania-Bergo

Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, 0111Edizioni.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
    Commenta con Blogger
    Commenta con Facebook

2 commenti:

  1. che splendida e profonda riflessione sulla condizione della donna!

    RispondiElimina
  2. condivido le tue emozioni, anche perché conosco quella realtà: Quelle donne remissive e arrese al loro destino fanno pensare, come tu dici , alla nostra fortuna, anche se il cammino da percorrere è ancora lungo: Mi piace pensare che il loro cammino sarà più rapido: noi siamo come le sorelle maggiori che hanno aperto la strada, loro, le giovani che hanno gambe robuste e allenate e forse potranno correre più velocemente su una strada dove la lotta sarà però quotidiana, contro una cultura che le vuole ancora schiave.

    RispondiElimina

Ti siamo davvero riconoscenti per il tempo che ci hai dedicato. Se sei stato bene in nostra compagnia, perché non ci lasci un commento o ci offri un caffè? Grazie!


Novità editoriali

LIBRERIA GLI SCRITTORI DELLA PORTA ACCANTO