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In primo piano

Solo un assaggio: un estratto di "Volevo un marito nero" di Valentina Gerini | #2


Dopo la cena Sarah andava in camera, con il suo passo lento e rilassato e io mi sedevo vicino al teatro, in un luogo dove non arrivava molta luce, per fumare una sigaretta in santa pace. Lì m’incontravo con quelli che erano ormai diventati i miei amici, i Masai, e con loro ogni sera instauravo una conversazione animata che toccava ogni genere di argomento. I supermercati, le guerre, gli animali, il computer. Come facevamo a comunicare?
Beh, non è molto semplice da spiegare, ma certo è che tanta volontà e fantasia aiutavano lo sforzo. La maggior parte di loro conosceva solo pochissime parole in italiano e altrettanto poche in inglese, quindi comunicavamo con gesti e rumori e tanti disegni sulla sabbia. Sarah mi chiedeva sempre come facessi a trascorrere ore a parlare con loro, se si poteva definire parlare il fatto di non parlare la stessa lingua. E ogni volta si meravigliava di quante cose imparavo sul loro mondo e la loro cultura. Arrivavo in camera e le dicevo: «Saraaaaah! Senti cosa mi hanno raccontato stasera i Masai! Dicono che al loro paese hanno una casa fatta così e un cortile fatto cosà...».
Effettivamente era difficile, ma riuscivamo a comunicare. Un giorno loro mi chiesero se mio papà avesse un fucile a casa per cacciare gli animali, se avesse delle mucche nel cortile e se la mia casa fosse di paglia. Io spiegai che mio papà non aveva mucche, ma un cane e un gatto, che non avevamo cortile o giardino ma solo un grande terrazzo, che non tenevamo fucili a casa perché la carne e il mangiare al nostro paese si comprava nei negozi o nei grandi supermercati. Ricordo ancora, come fosse adesso, il loro stupore quando dissi che mio papà non aveva nessuna mucca: “Oooooooh!”. 
«Perché comprare la carne quando si può avere una mandria tutta nostra?» chiedeva uno di loro. 
Allora mi disegnarono sulla sabbia con il loro bastone com’era fatta la loro casa ad Arusha, vicino al monte Kilimangiaro. La capanna dell’uomo al centro di un cerchio, circondata dalle capanne delle donne e dei figli e, dentro al cerchio nel cortile, le mucche. Più mucche avevano più erano “ricchi”. 
Amavo trascorrere tempo con loro, mi aiutava a capire una parte di mondo che avevo sempre ignorato, a entrare in contatto con una cultura diversa dalla mia. Spesso portavo loro delle medicine e cercavo di spiegarli come usarle, portavo loro bagnoschiuma e shampoo, T-shirt che i turisti buttavano nella spazzatura ma che erano sempre buone. A volte portavo il mio computer e facevo vedere loro foto dell'Italia, delle città che avevo visitato, di casa mia e della mia famiglia. Guardavano lo schermo ammaliati dalle figure presenti nelle foto e mi chiedevano di spiegare loro dove si trovassero questi posti. 
E poi parlavamo di feste. Anche i Masai adoravano il full moon party tanto che una sera di luna piena, quando ero pronta per andare alla festa, fui chiamata in spiaggia dal capo dei Masai, Charlie, che continuava a gridare «Federica ngirongiro... sorpresa!!» che voleva dire, ormai ero esperta, “Federica vieni a vedere una sorpresa!”. Continuava a strattonarmi verso il mare, verso il buio, fino a che decisi di seguirlo incuriosita. Nascosto nell’oscurità c’era Ranjil, un Masai bellissimo con il quale parlavo spesso ogni sera e che più volte mi aveva chiesto a suo modo di diventare sua moglie. Era vestito con abiti europei: jeans di due taglie più grandi, una polo chiara anch’essa enorme, un cappellino e ai piedi aveva tolto le tipiche scarpe Masai, fatte di pneumatico e corda. Capii che si era vestito così per me e quindi, divertita, lo invitai alla festa della luna e gli pagai il biglietto d’entrata. Fu una delle feste più divertenti di tutta la stagione.

Titolo:  VOLEVO UN MARITO NERO
Editore:  0111 Edizioni
Genere: Romance
ISBN: 978-88-6307-616-5


About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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