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L'incipit "La ragazza del treno" di Paula Hawkins | #73



La ragazza del treno
di Paula Hawkins
Piemme

cartaceo 19,50€
ebook 9,90€

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È sepolta sotto una betulla bianca, vicino ai vecchi binari della ferrovia. La tomba è segnalata solo da un mucchietto di pietre, nient’altro. Non volevo attirare l’attenzione sul luogo in cui riposa, ma nemmeno potevo abbandonarla all’oblio. Dormirà in pace, lì: a turbare la sua quiete solo il canto degli uccelli e lo sferragliare dei treni.

Una per il dolore, due per la gioia, tre per una ragazza. Tre per una ragazza. Mi sono bloccata al tre, non riesco a proseguire. Ho la testa piena di suoni e la bocca impastata di sangue. Tre per una ragazza. Le gazze ridono, si prendono gioco di me con il loro gracchiare. Una schiera di gazze, cattivo presagio. Adesso le vedo, nere contro il sole. Non sono gli uccelli, è qualcos’altro. Sta arrivando qualcuno, mi dice qualcosa. Adesso guarda: ecco che cosa mi hai costretto a fare.

Venerdì 5 luglio 2013
Mattina

Vicino alle rotaie c’è un mucchietto di vestiti. Un indumento azzurro, sembra una camicia, arrotolata insieme a qualcosa di bianco. Potrebbero essere stati buttati tra gli alberi lungo il terrapieno dagli ingegneri che lavorano a questo tratto di linea e che passano di qua molto spesso. Ma potrebbe anche trattarsi di qualcos’altro. La mamma mi diceva che avevo un’immaginazione troppo fervida; anche Tom lo pensava. Non posso farci niente: quando vedo degli abiti ridotti a brandelli, una maglietta sporca o una scarpa spaiata, non riesco a non pensare all’altra scarpa e ai piedi che le calzavano.
Il treno sobbalza e si rimette in movimento; riprende la corsa verso Londra. Procede lento, appena più veloce di un corridore in buona forma, ma i vestiti scompaiono alla vista. La persona seduta dietro di me sospira per sfogare un’inutile irritazione: il treno locale delle 8.04 da Ashbury a Euston mette a dura prova anche la pazienza dei pendolari più rassegnati. Il viaggio dovrebbe durare cinquantaquattro minuti, ma non capita quasi mai: è una linea vecchia, decrepita, funestata da problemi di segnaletica e lavori di manutenzione che sembrano non finire mai.
Avanziamo a fatica, superando magazzini, ponti, capannoni, serbatoi dell’acqua e modeste abitazioni in stile vittoriano.
Ho appoggiato la testa al finestrino e vedo sfilare il retro degli edifici, come se fosse il piano sequenza di un film. È una prospettiva unica, ignota persino agli stessi abitanti di quelle case. Due volte al giorno, solo per pochi, fugaci istanti, ho l’opportunità di sbirciare nella vita di quegli sconosciuti. C’è un che di rassicurante nel vederli sani e salvi tra le mura domestiche.
Sento la suoneria di un cellulare: una canzoncina allegra e vivace, del tutto fuori luogo. Il proprietario ci mette un po’ a rispondere, la musica si diffonde tutto intorno. I miei compagni di viaggio si muovono sui sedili, sfogliano il giornale oppure lavorano al computer. Il treno fa una curva, poi rallenta in vista di un semaforo rosso. Cerco di non alzare lo sguardo, concentrandomi sul giornale gratuito che mi hanno dato all’ingresso della stazione, ma le lettere mi sembrano sfocate, non c’è niente che riesca a interessarmi. Continuo a vedere quel mucchietto di vestiti abbandonati lungo i binari.

Sera

Bevo un sorso, e il gin tonic in lattina trabocca. È forte e freddo; mi ricorda la prima vacanza con Tom, nel 2005, in un paesino di pescatori sulla costa dei Paesi Baschi. Ogni mattina nuotavamo per quasi un chilometro, fino all’isoletta che si trovava in mezzo alla baia, poi facevamo l’amore nelle calette più nascoste; il pomeriggio lo trascorrevamo seduti al bar a bere gin tonic che ci stordivano e a guardare i ragazzi che giocavano a pallone sulla spiaggia, durante la bassa marea, divisi in squadre numerose e male organizzate.
Mando giù un sorso, poi un altro; la lattina è quasi vuota, ma va bene così, ne ho altre tre nel sacchetto che ho appoggiato ai miei piedi. È venerdì: non devo sentirmi in colpa se bevo in treno. Finalmente è venerdì! Adesso inizia il divertimento.
Hanno detto che sarà un bel fine settimana: sole splendente, cielo sereno. Un tempo, saremmo andati fino a Corly Wood per un picnic, avremmo letto il giornale e passato il pomeriggio sdraiati su una coperta, a bere vino e goderci il sole tra gli alberi.
Poi avremmo fatto una grigliata con gli amici, o forse saremmo andati al Rose, ci saremmo seduti ai tavolini all’aperto, con la faccia arrossata dal sole e dall’alcol, e saremmo rientrati a passo incerto, tenendoci sottobraccio, per crollare infine sul divano.
Il sole splende, il cielo è terso, ma non ho nessuno con cui uscire e niente da fare. La mia vita, così com’è oggi, diventa più complicata in estate: le giornate sono lunghe e non c’è l’oscurità a proteggermi. Tutti vanno in giro a divertirsi e sono così disgustosamente felici. È frustrante. E tu ti senti a disagio se non riesci a essere come loro. Il weekend si spalanca davanti a me: quarantotto ore vuote, tutte da riempire. Porto di nuovo la lattina alle labbra: non è rimasta neanche una goccia.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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