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In primo piano

[Libri] "La guerriera dagli occhi verdi" di Marco Rovelli, incipit #81

Sei davanti all’obiettivo.

La-guerriera-dagli-occhi-verdi

La guerriera
dagli occhi verdi

di  Marco Rovelli 
Giunti

cartaceo 14,03€
Acquista

Un posto di controllo dell’esercito turco. Ci sono dei ragazzi, là. Potrebbero non esserci, avrebbero potuto assentarsi, scegliere di partire. Avrebbero potuto capire che la loro è la parte sbagliata. Ma non l’hanno capito. A te non tocca chiederti quando e come avrebbero potuto capire. Tu puoi solo registrare il fato. Prendere atto dell’inevitabilità del tuo destino, e del loro, e di quel che vi tiene insieme, fino a che morte non vi separi.
Rischi la vita come loro, siete accomunati dalla medesima sorte. Chi avrà più filo da tessere, sopravviverà: il vincitore taglierà il filo dell’altro, che rimarrà col vuoto nelle mani. L’equilibrio sarà rotto ancora una volta, e si andrà avanti così, chissà per quanto tempo.
Così punti il tuo fucile di precisione russo, il Dragunov da cui non ti separi mai. Sei distesa nella posizione migliore per tirare. Prona, le gambe divaricate, i talloni a terra, le ginocchia appoggiate al suolo. La mano destra sostiene il calcio del fucile, il calcio è saldamente posizionato sulla spalla, sopra la clavicola, che è il supporto del tuo successo. La guancia è appoggiata al calcio. Sulla spalla della giacca hai cucito un’imbottitura, per evitare di trasmettere all’arma il movimento del battito cardiaco e della respirazione. La mano di tiro impugna il fucile al centro: il pollice sopra, l’indice sul grilletto. Hai rilassato i muscoli, niente deve turbarti, tutto lo sforzo energetico si concentra sul fucile, che è un’estensione del tuo corpo, e segna il suo punto di fuga. Fai due respiri, ti rilassi ancora, lo stabilizzi in linea retta.
Adesso ce li hai nel mirino. Sai bene cosa devi fare: sei una tiratrice scelta, ti sei esercitata a lungo, hai insegnato a centinaia di compagni le tecniche del tiro e le specificità del tuo ruolo. Quando sei un cecchino, non devi solo saper sparare. Devi avere stabilità mentale, capacità di concentrazione, tenuta fisica. Devi essere in grado di sentire la natura attorno a te. Di controllare e gestire le emozioni. Uccidere
qualcuno che non ti sta minacciando direttamente significa uccidere una parte di te stesso. E devi essere capace di resistere a questo morire.
Sei tutta in quella tensione che fa del mirino il compimento naturale di ciò che sei. O meglio, di ciò che sei stata costretta a essere.

Sono le dieci di sera di un giorno di settembre del 2011, a Semzinan, estremo sud della Turchia, pieno Kurdistan. 

Di notte i militari turchi stanno serrati nelle caserme, nei loro fortilizi che credono inespugnabili. Non si azzardano a scorrazzare con i blindati, in queste valli dove la guerriglia può colpirli ovunque, da qualunque parte. Semzinan, che in turco ha il nome di Semdinli, è una cittadina sul fondo di una valle contornata da montagne piuttosto alte, in genere brulle, ma con nuclei boscosi. I sentieri che si incrociano su quei monti sono tanti, e di notte non possono essere controllati. Siete almeno in duecento guerriglieri, arrivati qui a piccoli gruppi. Non restate mai tutti insieme, occorre essere invisibili, e se uno di voi viene avvistato, e magari catturato, gli altri devono stare a distanza per non cadere pure loro nelle mani del nemico. Attaccherete i soldati turchi da sei diversi punti, contemporaneamente: una squadra si è diretta alla caserma della Brigata Commando – una forza speciale creata dai turchi per la lotta al Pkk –, un’altra alla caserma del reggimento, una alla gendarmeria del distretto, una al quartier generale della polizia, una alle postazioni sulla collina di Genis e un’altra al checkpoint militare sulla strada per Gever. Tu sei a capo di quest’ultima.

Ti muovi nella notte come fossi un tutt’uno col terreno. 

Questo, nei tuoi anni in montagna, l’hai imparato bene. Avete strisciato, uno a distanza di tre metri dall’altro, fino al punto giusto da dove potrete centrare il nemico. Nel tuo gruppo di fuoco siete in tre: i tuoi due compagni hanno
un mitragliatore e un lanciagranate per i mezzi blindati. In tutto, la squadra è composta da quattro gruppi di fuoco, e ognuno conosce il percorso per raggiungere il suo obiettivo. Avete studiato la situazione su una mappa, dopo le perlustrazioni fatte dagli «esploratori». Siete geometrici, nella guerriglia: ma la geometria non basta per portare a termine il combattimento. Ci vogliono intuizione animale e freddezza di calcolo, per saper prendere decisioni all’istante. Tu hai dimostrato di averle entrambe. Per questo si fidano di te, i tuoi uomini, per questo ti hanno voluto al comando del gruppo.
Siete a terra, ascolti lo stesso silenzio che stanno ascoltando i nemici, ma sai che non è lo stesso. Pensi alla loro paura del nulla che li circonda. Pensi a te, poi, e senti il tuo corpo disteso sul terreno, vi aderisce come una pianta. Poi non pensi più, e gridi: «Ora!». E il fuoco si dirige sui nemici, quegli uomini che sono lì, e non ci sarebbero dovuti essere.

Avesta distoglie lo sguardo da quella luce dove si addensano i ricordi. 

È seduta sulla sua pietra, sotto il suo albero di gelso. Anche se «suo», qui sui monti del Qandil, è un concetto inappropriato. Su queste montagne di rocce e di foreste, che sono casa per i guerriglieri del Pkk, ciò che è tuo appartiene a tutti, e chiunque è il benvenuto sulla tua pietra, sotto il tuo albero. Ma Avesta ha come un sentimento, per le cose della natura, che cose non sono, perché sono, con ogni evidenza, animate. Respirano, gli alberi, e perfino le pietre: basta ascoltare e lo si sente. Certo, chi è nato e cresciuto in città non può capirlo, si mette a ridere se glielo dici. O tutt’al più pensa che sia una metafora poetica. E allora glielo lascerai pensare: non c’è modo di farglielo capire, finché non gli accadrà di spalancare il cuore all’ascolto.

Sono passati quasi tre anni da quel settembre a Semzinan. 

L’azione della squadra era andata a buon fine. Al checkpoint erano stati uccisi tre nemici. Tre poliziotti, quelli che non avrebbero dovuto essere lì.
Avesta pensa ancora che uccidere qualcuno significhi uccidere una parte di se stessi. Ma sa anche che quella parte di sé è già morta tanto tempo fa, è terra bruciata, non c’è più niente da uccidere. Quello che le spetta, adesso, è provare a recidere le radici del male perché più nessuno possa essere ucciso. È una guerra a cui siamo costretti, pensa Avesta, e sarà l’ultima, perché poi saremo liberi. A noi tocca attraversare
l’orrore, perché l’orrore ci ha toccato.
Quella non è stata l’ultima azione a cui ha preso parte. Ma adesso, nella luce del crepuscolo sotto l’albero di gelso, le sono comparsi davanti agli occhi i volti dei due compagni morti nell’attacco alla gendarmeria, dove avevano trovato un panzer e una cinquantina di soldati turchi a rispondere al loro attacco. I volti di Fehmi, ventun anni, e di Salman, venticinque. Salman lo conosceva da tanto tempo, da quando ancora lei si chiamava Filiz e non immaginava che un giorno sarebbe diventata Avesta.

Quarta di copertina
"La guerriera dagli occhi verdi" di Marco Rovelli, Giunti, 2016.

La storia di un’esistenza, di una scelta radicale, della difesa di un ideale di libertà e democrazia.
Avesta Harun ha ventidue anni quando sale in montagna seguendo le orme di Harun, l’adorato fratello. Lascia Mezri, lascia Turgut Reis, i villaggi curdi dove con la famiglia è cresciuta e ha imparato a conoscere le cose, ad amarle. Imbraccia il fucile per dare il suo contributo alla lotta per un Kurdistan libero, e la sua forza è così grande, l’energia che mette in tutto così viva, che presto le chiedono di entrare nel gruppo speciale, e altrettanto presto diventa comandante della sua squadra.
Tante ragazze, come lei, hanno scelto quella vita sui monti del Qandil, tra le foreste, nella neve. Non si poteva lasciare che il governo turco strozzasse le voci in gola, spegnesse i fuochi di festa, negasse la vita, come ora non si può soccombere ai missili e alle bombe delle milizie islamiche.
Contro il Daesh, Avesta Harun combatterà una battaglia esemplare. Sarà, con la squadra che ovunque la segue, baluardo di resistenza e testimonianza di chi propone una vita comunitaria radicalmente democratica.
Nel suo grido di battaglia le voci di un popolo intero, un coro che chiama da tempi lontani ma che oggi, come sempre, chiede solo libertà.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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