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[Inediti d'autore] Racconto: "Il Capitano dell’Esercito Inglese" di Ettore Boles

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IL CAPITANO DELL'ESERCITO INGLESE

Papua Nuova Guinea, settembre 1997.
Ritornati in Papua, dopo otto mesi, iniziammo a fare i primi passi nelle attività di progetto.
I primi sei mesi di avvio furono i più difficili: eravamo gli unici volontari laici presenti nella Diocesi, il resto del gruppo si costituì in modo eterogeneo dopo qualche tempo.
Quando si è nuovi, in un posto, si è più vulnerabili, non solo per le malattie o per le difficoltà: bisogna essere attenti e non fare passi falsi, e con questo intendo partire con il piede giusto nelle relazioni con i locali. D’altra parte le differenze culturali sono tangibili e c’è sempre il rischio di commettere qualche sbaglio. Cercavo, quindi, di mettere in pratica il più possibile gli insegnamenti appresi nella formazione al volontariato, con l’intento di limitare i danni del nostro agire.

All’inizio, morivano tutti...

Ricordo che, dopo qualche settimana di lavoro, spesso e volentieri il personale locale del progetto, bussava alla porta del nostro ufficio, da noi ricavato da un vecchio container: con timidezza ci veniva chiesto di pagare loro un biglietto aereo, un viaggio di andata e ritorno da Vanimo al villaggio di origine o alla stazione missionaria locata all’interno nella foresta. La Diocesi si estendeva su una vasta aerea geografica e i villaggi, costituti da un piccolo numero di palafitte, si trovavano nei posti più sperduti, se non addirittura irraggiungibili. 
La motivazione della richiesta, più o meno, era sempre la stessa: un parente lontano, la moglie oppure un bambino da soccorrere, tutti in gravi condizioni e da trasportare urgentemente all’ospedale governativo. Sembrava morissero tutti!
Ora vien da sorridere a raccontare queste storie, ma in quei momenti il dubbio mi assaliva: poteva essere quella la classica scusa per ottenere qualche centinaio di dollari oppure, al contrario, era tutto vero? E allora che fare?, mi chiedevo. Bella domanda! Ma, ahimè, senza risposta...
All’inizio, avevo risolto la questione in questi termini: assumere per vero il motivo della richiesta e rimandare al Giudizio Universale l’eventuale inganno. D’altra parte non era facile discernere e poi meglio rischiare qualche dollaro piuttosto che avere una vita umana sulla coscienza. Tuttavia, dopo i primi cinque o sei casi, avevo deciso di mettere in bacheca una comunicazione ufficiale con la quale si dichiarava che il Management aveva esaurito i fondi per le emergenze sanitarie.
Ebbene, questo espediente funzionò perché da quel giorno in poi, salvo casi sporadici, nessuno più venne a chiedere aiuto per un parente moribondo, stavano tutti bene, erano tutti vivi, dall’alba al tramonto!

Una mattina, Cletus, contabile di progetto, entrò sorridente in ufficio e mi raccontò dell’arrivo di un nuovo missionario, tutto vestito di nero, con una grande croce al collo. 

La gente del posto, qualche ora prima, l'aveva visto all’uscita del piccolo aeroporto di Vanimo e, come d’abitudine, la notizia si era trasmessa di bocca in bocca. Il tam-tam del villaggio, infatti, funzionava fin dall’antichità ed era l’unico mezzo di comunicazione veloce e fedele. Internet non c’era ancora e la posta, se arrivava, era in ritardo di sei mesi. 
Per tutti, gli habitants e noi, l’intrattenimento più grande era quello di stare attaccati alla rete di cinta dell’aeroporto ad attendere gli unici due voli infrasettimanali. L’aereo portava sempre cose nuove: mercanzie, posta, persone ma, soprattutto, portava un senso di apertura dall’isolamento quotidiano. Ormai tutti sapevano a memoria gli orari di arrivo della Air New Guinea. A poco più dell’una pomeridiana, nel silenzio assoluto dell'incantevole paesaggio, si udiva il rombo dei motori: era l’aereo che virava sulla piccola baia e puntava dritto verso la pista. Ci volevano circa cinque minuti, prima che atterrasse, giusto il tempo per il pilota di completare la manovra: quanto bastava per avvisare i curiosi che si sarebbero poi riversati in strada, chi a piedi, chi in bicicletta, chi in auto, per dare il benvenuto ai nuovi arrivati. D’altro canto, la vita da quelle parti era per lo più scandita dalla lenta routine quotidiana e, l’arrivo dell’aereo, come quello dell’unico bastimento, portava un pizzico di novità.
Mentre Cletus mi raccontava del nuovo arrivato, il “missionario”, io ero indaffarato a sbrigare le solite cose e non davo tanto peso alla notizia. Pensavo: prete più, prete meno, con tutti quelli che abbiamo. E poi, ancora, fra me e me: chissà questo qua cosa mi sta raccontando, magari la solita bufala passata di bocca in bocca, chissà qual è la verità. Feci un giro di telefonate e scoprii che il nuovo “missionario” non era altri che un ex capitano dell’esercito inglese. Tolta la divisa militare, si era dato alla costruzione del Regno... e ci credeva a tal punto che vestiva quasi come un prete. Gli mancava proprio la tonaca! Il fatto è che, in vita mia, non avevo mai visto neppure un Cardinale indossare una croce cosi grande! 
Il nostro Bishop, uomo di Chiesa, aveva pensato bene di reclutarlo come volontario, con la convinzione che la disciplina militare, il pugno di ferro, come giustificava lui, potesse meglio oliare gli ingranaggi della nostra Industrial Site. Ma fra noi volontari e il Bishop c’erano divergenze circa le modalità d’interazione con il personale locale: non eravamo stati educati al comando; il nostro ruolo, se pur identificati come “boss”, richiedeva ben altro.

Dopo le presentazioni di rito, gli avevo spiegato il nostro modello organizzativo, il  fare team

Gli avevo parlato della formazione per i locali, della realizzazione dei nostri progetti, mattone su mattone, e della nostra capacità di tenere in vita le attività con la classica strategia “un colpo al cerchio e un colpo alla botte”. Pensavo che il comandante avesse compreso a fondo il nostro spirito, quello di essere determinati fino all’ultimo sacrificio, ma al tempo stesso non essere troppo duri, con il pugno di ferro. Eravamo un team e condividevamo, nel bene e nel male, ogni aspetto della nostra esperienza, ognuno nel suo ruolo. Eppure, dopo meno di due settimane, dell'ex capitano, istruttore di commandos, ex consulente militare in Libia, di origine maltese, servitore dell’esercito inglese e proveniente dalla Nuova Zelanda, sparirono tutte le tracce...
Probabilmente il capitano era abituato alla disciplina militare e al comando e, così com’era venuto, se ne andò, con il primo volo dell’alba, senza un gesto di saluto, contro ogni etica e buon senso. Del resto, non eravamo in guerra, non c’era motivo di fuggire.
La storia del capitano incoraggiò la nostra autostima e ci diede il coraggio di continuare il nostro lavoro, a modo nostro, con ancora maggiore determinazione, affrontando le difficoltà e gli imprevisti di ogni giorno.


Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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