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In primo piano

[Inediti d'autore] "Storie di un'assistente turistica a Zanzibar - I ricci di mare", racconto di Valentina Gerini

Storie di un'assistente turistica a Zanzibar, racconto - cover

STORIE DI UN'ASSISTENTE TURISTICA A ZANZIBAR
I ricci di mare

«Ahi! Ohi! Piano!», urlava il giovane, col piede appoggiato sul tavolo. Il Masai, come fosse un chirurgo impegnato in una difficilissima operazione di trapianto di organi, lavorava con minuziosa attenzione per togliere gli aculei del riccio di mare dalla pianta del piede dello sfortunato ospite. Aveva bucherellato la papaia, gliel'aveva strusciata con cura sul tallone e poi aveva atteso il momento giusto. Dopodiché aveva iniziato a premere e una a una le spine stavano uscendo.
L'assistente si era fermata ad osservare l'assistenza medica che Charlie, il capo Masai, stava offrendo al signore in questione. Charlie era uomo che forse non superava la trentina ma dimostrava almeno dieci anni di più. Lui la intravide e la invitò ad avvicinarsi. Voleva insegnarle a tirar via le spine dei ricci di mare.
«Che pensiero carino, ma no grazie», rispose l'assistente. Ci mancava che si improvvisasse dottoressa e poi era a posto! Lui continuò a insistere ma lei declinò l'invito fino a che non passò oltre, borbottando tra sé e sé: "Se avessi seguito il mio consiglio di indossare delle scarpette da scogli, a quest'ora non saresti lì a bestemmiare per aver pestato un riccio di mare, caro il mio gentilissimo".
Fece cenno al Masai che sarebbe ripassata dopo, per una delle loro chiacchierate. Adorava parlare coi Masai, imparare qualcosa del loro mondo, conoscere la loro cultura. Il bello del suo lavoro era proprio questo: poter entrare in contatto con tante culture diverse! Ma in quel momento non c'era tempo per una chiacchierata, era diretta in spiaggia, per fare un giro tra gli ombrelloni, controllare che fosse tutto in ordine e che gli ospiti fossero sereni. Una passeggiata rapida e a piedi nudi. Certo, se la sede avesse saputo che faceva assistenza scalza sicuramente l'avrebbe licenziata in tronco. Ma come si potevano tenere le scarpe camminando su quella sabbia tanto bianca da accecare la vista? Quella vista, quel mare, quella spiaggia, le toglievano il respiro ogni giorno. Non riusciva ad abituarsi a tutta quella bellezza. Zanzibar, come tante altre destinazioni in cui aveva lavorato, era piena di contraddizioni. Davanti alla meraviglia del mare e della sabbia c'erano capanne, sporcizia, povertà e degrado. Ma l'Africa era questo, a chi non lo capiva c'era poco da spiegare.
«Ci sarebbe bisogno di un po' d'asfalto fuori dal villaggio, signorina. E poi, tutte quelle capanne, che tristezza. Non potrebbero costruire delle belle case in mattone?», le aveva detto una signora il giorno dell'arrivo e a lei erano letteralmente cadute le braccia. Come aveva potuto quella persona non rimanere affascinata dalla terra rossa, dalle palme, dalle baracche, dall'odore di spezie, dal vocio della gente? Davvero avrebbe preferito una bella autostrada asfaltata e delle villette a schiera? Nemmeno il benvenuto dei Masai del villaggio avevano distratto la signora da questi pensieri in stile coloniale. I Masai saltavano, gridavano e davano il meglio di loro, durante la danza di benvenuto, che si svolgeva ad ogni arrivo degli ospiti, ma lei niente. Sbuffava come un vulcano, si sventolava con i fogli della convocazione e commentava ad alta voce: «Ma i tetti non potevano costruirli con le tegole anziché questa paglia bruciacchiata!».
Fortuna che a compensare gente come questa c'erano persone che invece apprezzavano tutto quel ben di dio che Zanzibar offriva. In particolare, l'assistente ricordava una famiglia con un bambino di pochi mesi, che era apparsa molto contenta all'arrivo e lo aveva dimostrato anche successivamente. Ma il suo lavoro era bello proprio perché aveva una clientela varia e poi, se fossero stati tutti educati, contenti e felici, l'assistente come avrebbe potuto divertirsi? Proprio mentre le passavano questi pensieri per la testa, incappò in una famiglia che, ogni volta che la vedeva, la tempestava di domande.

Da quanto fai questo lavoro? Ma lo fai tutto l'anno? E non ti manca la stabilità di avere una famiglia? 

Questa era la domanda più gettonata, quando gli ospiti si intestardivano e volevano sapere qualcosa della vita privata dell'assistente che, probabilmente, agli occhi loro risultava una strana figura aliena forse priva di sentimenti ed emozioni, capace di stare sveglia 48 ore di seguito. Loro che lavoravano 40 ore settimanali, che stappavano lo spumante il venerdì perché avevano un week end intero davanti durante il quale del lavoro ne avrebbero parlato appena, che tornavano a casa ogni sera, si sedevano a tavola con la famiglia e mangiavano guardando la televisione. Ecco, loro non capivano come una persona potesse vivere lontano dalla famiglia e mangiare cibo prevalentemente straniero per tanti mesi, cambiare colleghi, stanza e luogo di lavoro in continuazione. Non c'era dubbio, per l'ospite lei, l'assistente, o era una pazza o un'aliena! Ma non erano tutti così, l'assistente lo sapeva. Quella stessa famiglia che si stava godendo, con il neonato, ogni cosa che Zanzibar stava loro offrendo, non le aveva mai fatto questa domanda. Anzi... Proprio in quel momento, quando la videro avvicinarsi al loro ombrellone, le dissero: «Vieni, siediti qua con noi due minuti». Si sedette e iniziarono a conversare. Parlarono di viaggi, passati e futuri. I due genitori le raccontarono che prima di avere il figlio avevano visitato l'America e l'Oriente e adesso, col bambino piccolo, si erano prefissati di girare tutta l'Africa possibile. Il figlio non li aveva fermati e desideravano fare un sacco di esperienze con lui. Alla faccia di quelli che si facevano problemi a spostarsi a 10 chilometri da casa!
«Che vita meravigliosa che fai! Sempre in viaggio, in posti stupendi. La monotonia sicuramente non fa parte della tua vita. Sai che un po' ti invidiamo? Fallo per noi, non smettere finché puoi!». E queste frasi, queste relazioni, queste conversazioni, erano ciò che riempiva il cuore dell'assistente e le faceva pensare che non tutto era perduto, che finché ci fossero state famiglie come queste il suo lavoro sarebbe stato ancor più gratificante del normale.

Valentina-Gerini

Valentina Gerini
Ho due grandi passioni: i viaggi e la scrittura. Dei viaggi ne ho fatto la mia professione, diventando accompagnatrice turistica. La scrittura è il mio hobby. Mi piace avere una vita piena di cose da fare: sono una mamma, lavoro, collaboro con un mensile toscano, mi impegno a portare avanti il progetto Gli scrittori della porta accanto e scrivo libri.
Volevo un marito nero, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione)
La notte delle stelle cadenti, StreetLib - Collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).

About Valentina Gerini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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