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In primo piano

What were you wearing? Cosa indossavi? Progetti artistici e sketch tv per ricordare che non c'è giustificazione allo stupro, di Stefania Bergo

What were you wearing? Cosa indossavi?

What Were You Wearing? Cosa indossavi? Una domanda sconcertante che sempre viene rivolta alle vittime di stupro, dai media o negli interrogatori. Un progetto fotografico, uno artistico e uno sketch tv per ricordare che non c'è giustificazione allo stupro.

È la domanda che viene rivolta alle vittime di stupro.
A chi violenta mai. Perché non fa differenza se chi violenta indossa una maglia rossa o un paio di jeans sdruciti. Ed è vero, non dovrebbe farne, anche se indossasse un abito firmato, una divisa o una tonaca resterebbe comunque un criminale. Invece fa differenza anche questo. Perché se una donna viene violentata dal rispettabilissimo marito o dal collega, è solo una che vuole infangare il nome di un uomo per bene. Se invece viene violentata da un extracomunitario allo sbando, è una vittima di cui comunque poco ci importa, l'importante è che il criminale venga linciato. Ma non certo per senso di giustizia (Gli scrittori della porta accanto - Stupri di Rimini, la violenza corre anche sul web).
Dicevo, non viene mai chiesto a chi viene accusato di stupro: cosa indossavi?
Ma se vieni violentata allora sì.
Cosa indossavi?
Una domanda che ovviamente sottintende la più devastante conseguenza: te la sei andata a cercare.
Perché nel Medioevo una donna che subisce un abuso sessuale è, in fondo, colpevole. Perché il suo posto è vicino ai fornelli, perché non può indossare una gonna, figuriamoci dei tacchi, e poi protestare per quanto subito. Perché esistono le streghe che seducono i poveri uomini, sensibili per natura, perché il demonio è sempre lì a tentarci, perché "la marmotta confezionava la cioccolata".
Già. Peccato che il Medioevo sia finito da un po' e siamo ancora qui a chiedere alla vittima: cosa indossavi?

Ma c'è una verità, che per quanto sconvolgente sia è un dato di fatto: uno stupro è un crimine senza attenuanti. Punto. E la colpa è di chi violenta. Tutta.

Quindi non sono le donne a dover imparare a difendersi, non si risolve così il problema. Sono gli uomini a dover imparare a non violentare, a rispettarle. Perché una donna non è un insieme di parti anatomiche di cui disporre a proprio uso e consumo. Nemmeno se indossa un bikini.
Ma forse il concetto è un po' difficile da digerire. In fondo, se una donna passeggia per strada la sera tardi e indossa uno di quei seducenti vestitini abbottonati fino al collo e lungo fino ai piedi, magari con quella inebriante fantasia a fiorellini che fa tanto nonna Papera, non è mica colpa di quel poveraccio che l'ha incrociata sulla sua strada o dell'innamorato respinto che è già stato denunciato per stalking.
Già, il vestito di nonna Papera. Perché spesso la domanda "cosa indossavi?" ha una risposta spiazzante. Come? Non indossavi un abito attillato? Non avevi un tacco 12 mentre tornavi a casa dal lavoro di barista in quello squallido bar di periferia? Che strano, allora come si spiega che tu sia stata violentata?
Ebbene sì, la maggior parte delle volte, quello che le vittime indossavano non ha nulla a che vedere con un richiamo erotico. E se anche una donna indossasse un abito elegante che le lascia scoperto l'incavo dei seni, ehi, ecco un'altra sconcertante verità: le donne spesso si vestono solo per se stesse, perché così si piacciono, e non per sedurre un uomo. E se anche fosse, verità shockante numero tre: quando una donna dice NO, indipendentemente dagli abiti o da quanto abbia detto solo qualche minuto prima, è NO. E quindi si tratta di violenza.
Ma nel tardo Medioevo... anzi, no, abbiamo detto che è finito... nel terzo millennio stiamo ancora qui a disquisire: cosa indossavi?
Viene sempre chiesto. Negli interrogatori, nei commenti dei social network.
E allora c'è chi ha provato a sbattere davanti agli occhi degli stolti la realtà: che uno stupro non ha mai giustificazione e che la vittima è una vittima. Sì, un mantra da ripetere, fino a quando, forse, farà breccia nella mente dei maschi che ci giudicano.

Well, what were you wearing?

Well, what were you wearing? Un progetto fotografico di Katherine Cambareri.

La fotografa Katherine Cambareri ha dato vita al progetto fotografico Well, what were you wearing?, fotografando gli abiti indossati da alcune studentesse universitarie violentate in un campus statunitense (negli stati uniti, ogni 107 secondi una donna subisce abusi sessuali). Per dimostrare l'ovvio, che la violenza non viene cercata o provocata.

I decided to document what victims wore at the time they were assaulted to show that there is no type of clothing that causes assaults to occur. There is no size. There is no body type. Sexual assault never occurs because of what a person is wearing; the only reason sexual assault occurs is because a person assaults someone else.
Ho deciso di documentare cosa le vittime indossassero nel momento dell'aggressione per dimostrare che non esiste alcun tipo di abbigliamento che provochi le aggressioni. Non esiste una taglia. Non esiste un tipo di corpo. L'aggressione sessuale non si verifica mai a causa di ciò che una persona indossa; l'unica ragione per cui si avviene l'aggressione sessuale è che una persona aggredisce qualcun altro.

What were you wearing?  - Foto della mostra

What were you wearing? Il progetto artistico di Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert.

What were you wearing? è anche un'istallazione, un progetto artistico itinerante creato nel 2013 nell'ambito del Respect Program da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale di Kansas, e da Mary A. Wyandt-Hiebert, dottoressa impegnata presso il centro di educazione contro gli stupri dell'Università dell'Arkansas, e si ispira alla poesia What I was wearing di Dr. Mary Simmerling. 
La mostra è attualmente esposta presso l'Università del Kansas e illustra 18 storie di violenza sessuale attraverso i vestiti che ogni vittima indossava al momento dell'aggressione (ovviamente non si tratta degli abiti originali, ma uguali a quelli indossati in quel momento, perché l'importante è ciò che essi rappresentano). Tra cui, anche un innocente prendisole da bambina...

The intent of the Installation is to create a tangible response to one of our most pervasive rape culture myths. The belief that clothing or what someone what wearing “causes” rape is extremely damaging for both survivors and for our community. This installation allows participants to see themselves reflected in not only the outfits, but also in the experiences of the survivors.
L'intento dell'installazione è quello di creare una risposta concreta a uno dei più diffusi miti della cultura dello stupro. La convinzione che l'abbigliamento o quello che qualcuno che indossa "causi" lo stupro è estremamente dannoso per i sopravvissuti e per la nostra comunità. Questa installazione consente ai partecipanti di riflettere non solo gli abiti, ma anche sulle esperienze delle vittime.

What were you wearing? - Dettaglio

Che cosa indossavi? E se fosse chiesto a un uomo scippato?

E se ancora non bastasse a chiarire il concetto, proviamo a pensare se la stessa irrispettosa domanda fosse rivolta a un uomo vittima di uno scippo, giustamente spaventato, che con fiducia racconta quanto accaduto, non aspettandosi certo di essere colpevolizzato per l'aggressione subita.
È quello che accade in uno sketch, precisamente nella sesta puntata della seconda serie del Tracey Ullman Show, un varietà televisivo statunitense presentato dalla comica inglese Tracey Ullman, la cui prima puntata è andata in onda sulla BBC nel 1987 e l'ultima a maggio del '90.



Per chi non masticasse l'inglese, di seguito una traduzione delle battute:
Ecco il suo tè. Si sente un po' meglio?
Non proprio.
Bene. Può descrivermi l'uomo che l'ha derubata?
Era alto circa un metro e ottanta. Capelli corti e scuri. Mi ha puntato un coltello alla gola e ha voluto che gli consegnassi il mio telefono e il mio orologio.
E indossava quello che indossa ora?
Scusi?
È questo quello che indossava quando è successo?
Si, ma...
Lei sembra provocatoriamente benestante.
Non vedo cosa c'entri il mio modo di vestire con...
È un po' come un invito a farlo, no? Come se lo stesse pubblicizzando.
Guardi...
Mi sembra angosciato. Chiamerò qualcuno che possa darle sostegno. Questo gentiluomo è un po' agitato è stato aggredito poco fa.
Oh, caro. Aveva bevuto?
Sì, perché in tal caso avrebbe potuto inviare segnali confusi. Illudere qualcuno con un bel vestito e un telefono e poi all'ultimo minuto dire: "Non voglio essere derubato".
Mi ha puntato un coltello alla gola e ha preso i miei averi!
E lei glieli ha dati, no? Ha anche gridato? Come potrebbe qualcuno sapere che non le stia piacendo dare i suoi averi se non ha reso chiare le sue intenzioni?
No, non ho urlato. Lui aveva un coltello! Ero davvero spaventato!
E noi siamo molto comprensive ma temo che dovrà accettare di essere in qualche modo responsabile di quanto accaduto.
Avanti!
Ne avrà ancora per molto? Ho un signore qui fuori che dice di ricevere mail ingiuriose da mesi.
Chiedigli che font ha usato. Se è qualcosa di civettuolo come l'Helvetica allora se l'è probabilmente cercata.

Credo sia abbastanza ovvio quanto grottesca e paradossale sia una situazione del genere. Così come dovrebbe essere ovvia la tragicità di un interrogatorio, mediatico o d'ufficio, durante il quale a una vittima di stupro venga chiesto: cosa indossavi? Sottintendendo che, in fondo, se la sia cercata.

Stefania Bergo

Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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